Polo commerciale – “Pitagora”
Anno scolastico 2013/2014
Tesina esame di maturità
“Il ponte girevole”
Simone Angelo Zito
5^G Mercurio
Indice
Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 1
Il Ponte girevole . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “ 2
Italiano
Gabriele D’Annunzio: “La canzone dei Dardanelli” . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “ 6
Storia
Giovanni Giolitti: Il suo governo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “ 11
Diritto e scienza delle finanze
Le imprese pubbliche e le entrate pubbliche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “ 16
Economia aziendale
Taranto e la sua banca: La “Cassa tarantina” ed il suo fallimento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “ 19
Inglese
Banking and E-banking . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “ 24
Informatica
I modelli ed i livelli delle reti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “ 27
Matematica
La Ricerca Operativa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “ 31
In un periodo in cui la nostra amata città sembra essere stata messa in ginocchio dalla ‘Grande Industria’, non bisogna mai dimenticare che la città dei Due Mari è la culla di numerosi monumenti e opere d’arte che, se solo fossero riscoperti e riportati alla luce, la renderebbero, come direbbe un noto regista, una “Grande Bellezza”.
1
Il ponte girevole
2
Il monumento per cui la città di Taras è nota è il Ponte Girevole.
Vi sono cose che, pur non essendo andate perdute, hanno subito una trasformazione radicale che sono diventate così comuni da non suscitare più alcun interesse.
Nella nostra città, una di queste è il Ponte girevole e tutto ciò che è in funzione di esso. In origine il canale su cui venne costruito il ponte non esisteva. Il tratto di terra che correva dal Mar Grande al Mar Piccolo serviva di pomerio alla Rocca, quindi non era lecito né fabbricarvi, né abitarvi, né ararvi. Al tempo dell’invasione dei Saraceni, i Tarantini tentarono di scavare un fosso per ripararsi dai nemici che assalivano la città dalla parte della terra. Nel 1480 per ordine di Ferdinando I d’Aragona si tentò di nuovo di scavare il fosso. Filippo II lo rese navigabile, ma essendosi in seguito riempito di sabbia, nel 1755 fu riaperto per ordine di Carlo III; Ferdinando I di Borbone migliorò il canale e, alla parte nord fece costruire un ponte che fu chiamato Ponte di porta Lecce. Ma era riserbato ai nostri giorni e alla meccanica moderna il rendere questo canale atto al passaggio di superbe navi ed unire la vecchia alla nuova città con un Ponte girevole.
Fin dal 1874, cioè sin da quando a Taranto si fecero i primi studi per la costruzione di un canale navigabile, si stabilì che il ponte sul suddetto canale fosse girevole e in ferro. Per la compilazione del progetto si giudicò preferibile un appalto a concorso speciale fra i più accreditati stabilimenti nazionali e al progetto degli ingegneri Guppy e C. di Napoli fu preferito quello dell’Imprese Industriale Italiane di Costruzioni metalliche dell’ingegnere Cottrau anch’esso di Napoli. Il ponte girevole da lui progettato si ispirava a quello esistente a Brest in Bretagna e metteva Taranto all’avanguardia di tali realizzazioni. Lungo 89 metri con una larghezza di poco meno di 7 metri, il ponte aveva, dal livello dell’acqua, un’altezza di circa 12 metri. Diviso in due parti con funzionamento indipendente, i due semiponti ruotavano su di un proprio perno. L’energia necessaria al funzionamento veniva fornita da una turbina idraulica situata sotto ciascuno dei piloni; le due turbine erano alimentate da 600 metri cubi d’acqua contenuti in un caratteristico serbatoio posto sul torrione “San Lorenzo” del castello aragonese.
La costruzione del ponte incominciò alla fine del 1884 ma, a causa del colera che durò circa due anni e che mise in ginocchio la città, i lavori furono rallentati. Più tardi, superate le difficoltà, i singoli pezzi giunsero a Taranto e furono messi a posto da tecnici e operai specializzati. Poi furono eseguite le prove del movimento di rotazione, di sollevamento, di incastro e di relativi collaudi con il controllo del generale del Genio di Napoli. Così il 22 maggio 1887, il ponte venne benedetto dall’arcivescovo di Taranto monsignor Pietro Jorio. Erano presenti l’ammiraglio Acton, il prosindaco di Taranto Vincenzo Sebastio, il parlamentare Pietro D’Ayala Valva, il senatore Cataldo Nitti, le autorità giudiziarie, politiche, militari, i rappresentanti delle società popolari ed una folla di cittadini plaudenti.
Oggi le rare e rapide aperture non provocano alcuno risentimento che qualche volta diventava aperta protesta. Sino alla vigilia della guerra, il ponte, il caro e vecchio ponte di ferro e legno che alla sua ispirazione commosse i tarantini anziani, era la croce e la delizia di tutti. La Marina, che ne era responsabile, agiva in funzione degli interessi e dei compiti militari senza tener in considerazione i bisogni dei cittadini, ma a parte questo l’apertura del ponte costituiva uno spettacolo attraente. Normalmente esso si apriva due o anche tre volte al giorno: la mattina, il pomeriggio, la sera; vi erano anche le aperture straordinarie, senza preavviso, per cui si restava tagliati nell’una o nell’altra parte della città, spesso per lunghissime ore. Per far fronte a questo problema c’era il servizio di traghetto, rappresentato da tre o quattro barche per parte con le quali i pescatori passavano da una riva all’altra dietro compenso di quattro soldi. Ma anche con la barca bisognava attraversare in momenti ben calcolati per non trovarsi sulla rotta della nave in entrata o in uscita. Il Comando in Capo era rigidissimo e ritirava il permesso a quel traghettatore che non rispettava le disposizioni. Quando il mare era grosso oppure quando si era presi nella scia di una nave si “ballava”, ma pur di passare si correvano certi rischi. Non era nemmeno tanto infrequente qualche bagno specie quando dalla banchina bisognava saltare nella barca: il dislivello era notevole, la barca ondeggiava ed il saltello non sempre riusciva, specie quando la barca era già piena. Dallo scoppio della guerra il ponte rimase sempre aperto per cui essendosi di conseguenza intensificati i servizi di traghetto furono costruite delle pedane a mo’ di scalini che scendevano verso il pelo dell’acqua e rendevano agevole l’imbarco e lo sbarco.
Fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, quando il ponte si doveva aprire, sul Castello apparivano i segnali necessari per indicare se c’era l’entrata e l’uscita di una nave. Se l’apertura avveniva di notte i segnali erano luminosi. Di giorno, molto prima che giungesse l’orario stabilito, i marinai cominciavano ad avvicinarsi da ambo gli estremi del ponte ai due grossi portelloni di ferro che, al segnale dato dal Castello, venivano chiusi. Dalla parte della Città vecchia salivano due addetti alla manovra e si dirigevano verso il centro del ponte deserto dove, una volta giunti, uno dei due issava una bandiera rossa, che portava arrotolata intorno all’asta sotto il braccio. Ovviamente la bandiera restava issata all’esterno della ringhiera sino al momento in cui si ripristinava il traffico. L’altro operaio, con una specie di sterzo di automobile con il gambo molto più lungo, sollevava una piastrina incernierata e infilava il gambo nel foro, poi azionava la ruota in senso antiorario e qualcosa si sganciava. Il ponte, col suo caratteristico rumore, compiva la sua prima operazione: si abbassava dagli estremi verso la terra ferma e si innalzava dalla parte centrale. I due addetti alla manovra tornavano indietro e quando l’estremo del ponte, compiendo un quarto di giro, sfiorava la scaletta del pilone, abbandonavano il posto per riprenderlo una volta che il ponte si chiudeva.
Intanto alla base dei due piloni una massa d’acqua ribolliva spumeggiante perché, a quell’epoca, tutte le operazioni si compivano per forza idraulica, per questo motivo su un torrione del Castello c’era un immenso serbatoio d’acqua, indispensabile per la manovra, demolito quando tutto l’apparato motore divenne elettrico.
4
Oggi non c’è più lo spettacolo dell’apertura del ponte. È divenuto un puro fatto meccanico da sbrigarsi nel più breve tempo possibile tra l’impazienza o il disinteresse di tutti, o quasi.
Può sembrare sciocco questa specie di rimpianto, che trova la sua giustificazione nel nostro inguaribile sentimentalismo che, se irritava buona parte dei tarantini, costituiva per molti uno spettacolo raro. Famiglie intere venivano nella nostra città per fare acquisti nei grandi magazzini e non rinunciavano allo spettacolo offerto dal ponte e soprattutto dalle navi che transitavano nel canale. A parte l’interesse per le fasi di apertura e di chiusura ed il fascino esercitato dal passaggio delle belle e potenti navi, lo spettacolo veniva integrato dai ragazzi ammassati dietro i portelloni. Appena l’addetto alla manovra abbassava la bandiera a significare che tutte le operazioni erano compiute, i marinai dei due lati si affrettavano ad aprire i portelloni. Bastava appena uno spiraglio e già i più smilzi e più veloci si infilavano e correvano al grido di “Savoia” alla conquista del centro del ponte in fiero antagonismo con quelli del versante opposto. Chi giungeva primo, solitamente qualche ragazzino di Taranto vecchia, faceva un salto di gioia; avveniva anche, nell’impeto della corsa qualche piccolo scontro con relative ammaccature. Dopo i veloci ragazzini sfilavano le schiere delle biciclette rigorosamente in ordine che dovevano essere condotte a mano dal velocipedista appiedato.
Seguivano le carrozze abbastanza numerose, in fila indiana interrotte da qualche carro delle agenzie per il trasporto delle merci; per tutti i quadrupedi era vietato il trotto e il galoppo per evitare vibrazioni pericolose per il ponte. Le automobili erano rare e non creavano problemi; i pedoni dovevano rigorosamente tenere la destra e camminare sullo stretto marciapiedi sfiorando la ringhiera e badando dove mettevano i piedi sul piano di legno continuamente rifatto. Nello stesso periodo si procedette alla realizzazione del corso che si chiamerà “ai Due Mari”, con la sistemazione della ringhiera ancora esistente che si fregia tra una colonnina e l’altra di sostegno di una stella a cinque punte e del nodo di Savoia.
Dopo settant’anni di vita gloriosa densi di avvenimenti, quel ponte, costruito per un traffico a cavalli, era stato invece percorso da automobili, camion, carri armati, cannoni in ritmo a volte frenetico. Stanco e logorato il vecchio ponte dovette arrendersi e cedere il posto ad un altro, costruito nei cantieri navali di Taranto e di Savigliano ed inaugurato il 10 maggio 1958 alla presenza del capo dello stato Giovanni Gronchi e benedetto dall’arcivescovo Guglielmo Motolese, il nuovo ponte fu dedicato a San Francesco di Paola. La sparizione del vecchio ponte in ferro e legno commosse i tarantini anziani ed ispirò accorate poesie in lingua ed in dialetto.
5
Italiano
Gabriele D’Annunzio: “La canzone dei Dardanelli”
6
Uno dei maggiori poeti italiani che ha decantato la grandezza della città di Taranto, in particolare del ponte girevole, è Gabriele D’Annunzio.
La canzone dei Dardanelli
Taranto, sol per àncore ed ormeggi
assicurar nel ben difeso specchio,
di tanta fresca porpora rosseggi?
A che, fra san Cataldo e il tuo più vecchio
muro che sa Bisanzio ed Aragona,
che sa Svezia ed Angiò, tendi l’orecchio?
Non balena sul Mar Grande né tuona.
Ma sul ferrato cardine il tuo Ponte
gira e del ferro il tuo Canal rintrona.
Passan così le belle navi pronte
per entrar nella darsena sicura,
volta la poppa al jonico orizzonte.
La notizia che la flotta italiana, invece di forzare i Dardanelli, per colpire al cuore gli austriaci, era agli ormeggi nel ben munito porto di Taranto, indusse D’Annunzio a comporre questo testo poetico.
L’intonazione iniziale della canzone è di impetuosa e sdegnosa ironia contro la troppa e non necessaria prudenza. Il poeta domanda: ”Soltanto per tenere al sicuro le navi ancorate ed ormeggiate nel Mar Piccolo rosseggi di tanta fresca porpora?”. Le navi da guerra infatti, quando erano ancorate, issavano le bandiere rosse, e quel colore era frutto di un elemento che rendeva celebre la città nel passato, che si ricavava da due specie di murici, da una delle quali si estraeva un succo di colore turchino, dall’altra rosso chiaro. Dalla loro mescolanza nasceva una varietà di colori tutti pregiati; il più richiesto per la tinteggiatura dei tessuti più costosi era quello di colore viola.
Prosegue, nella seconda strofa, ponendo un’altra domanda: “Non tendi più l’orecchio alla grandezza passata?”. Il poeta si riferisce al Duomo di San Cataldo ed al Castello Aragonese, altri due simboli importantissimi per la città tarantina. La “Rocca” fu costruita per la prima volta nel 916, quando i Bizantini dovettero proteggersi dagli attacchi dei Saraceni, e ricostruita nel 1480 per ordine di Ferdinando d’Aragona per apprestare una difesa contro i Turchi, i quali dopo aver preso Otranto, minacciavano di conquistare tutto il territorio salentino. Così il poeta si domanda se la città tenda ancora l’orecchio verso il Mar Grande, se giunga un tuono o baleno di battaglia: la risposta è no, perché la flotta è tutta al sicuro del Mar Piccolo.
Nelle ultime due strofe il poeta ritorna ai suoi anni, la fine del 1800, quando venne costruito il Ponte girevole. Afferma che a questo punto la città non è più famosa solo per le bellezze costruite nel passato, durante l’impero asburgico, ma lo è per il ferrato di un Ponte che gira e mentre lo fa “rintrona” sul canale. Attraverso esso passano le meravigliose navi, pronte ad entrare nel Mar Piccolo voltando la poppa verso lo “jonico orizzonte”, cioè verso il Mar Grande. Ed anche in questo esprime amarezza e sarcasmo perché le navi dovrebbero drizzare la prua verso il Mar Ionio e quindi costringere alla battaglia il nemico. Questa è la canzone che il grande D’Annunzio, stupefatto d’innanzi alla straordinaria e unica opera d’ingegneria, dedicò al Ponte e alla città dei Due Mari.
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Il poeta nacque a Pescara il 12 marzo 1863 da una famiglia borghese benestante; terzo di cinque figli si distinse sin dall’infanzia per la sua intelligenza e vivacità, una testimonianza ne è la lettera, che scrisse mentre frequentava il liceo, a Giosuè Carducci, il poeta più stimato a quell’epoca in Italia. Dopo aver concluso gli studi liceali giunse a Roma dove si iscrisse alla Facoltà di Lettere. Qui, tardando a concludere gli studi, dovette adattarsi al lavoro giornalistico soprattutto per esigenze economiche, ma attratto del suo gusto per l’esibizione della bellezza e del lusso sposò nel 1883, con un matrimonio “di riparazione”, la duchessa Maria Hardouin. Il matrimonio finì in una separazione dopo pochi anni a causa delle numerose relazioni extraconiugali di D’Annunzio. Il grande successo letterario arrivò con la pubblicazione del suo primo romanzo nel 1889, “Il piacere”. Nel 1897 D’Annunzio si trasferì a Firenze dopo aver iniziato una relazione con la celebre attrice Eleonora Duse; è in questo periodo che si situa gran parte della drammaturgia dannunziana nonché le sue migliori opere poetiche, che hanno come punto di riferimento e di ispirazione la figura della Duse, la gran parte delle “Laudi” e, tra queste, l’“Alcyone”. La relazione con l’attrice terminò con la pubblicazione del romanzo “Il fuoco”, in cui il poeta aveva descritto impietosamente la loro relazione. D’Annunzio condusse, dopo aver rifiutato la cattedra di letteratura italiana che era stata di Pascoli, una intensa propaganda interventista: partecipò all’incursione aerea su Trento, alla Beffa di Buccari (un’incursione nel golfo del Carnaro) e al Volo su Vienna, dove lanciò cinquantamila copie di un volantino in cui inneggiava al valore delle forze alleate e dell’Italia ormai in procinto di vincere la Prima guerra mondiale. La partecipazione del poeta alla guerra non si svolse nelle fangose trincee, ma nei cieli limpidi come pilota. Nell’immediato dopoguerra D’Annunzio si fece portatore di un vasto malcontento che trovò ben presto un sostenitore in Benito Mussolini. Nel 1919 organizzò un clamoroso colpo di mano paramilitare, occupando la città di Fiume, che le potenze alleate vincitrici non avevano assegnato all’Italia, con un gruppo di legionari guidati da lui stesso. Con questo gesto il poeta raggiunse l’apice della costruzione del culto della propria personalità; nel novembre 1920 venne stipulato il Trattato di Rapallo, secondo il quale Fiume fu proclamata città libera suscitando la delusione e il malcontento del poeta. Nel febbraio 1921 si ritirò in un’esistenza solitaria nella villa di Gardone Riviera che successivamente fu ribattezzata come “il Vittoriale degli italiani” dove lavorò e visse fino alla morte, avvenuta il primo marzo 1938, in compagnia della pianista Luisa Baccara.
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