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La seduzione: l’arte di attirare a sé

Da molto tempo l’uomo s’interroga sulla seduzione. Si chiede cioè da dove venga mai la straordinaria capacità di quella donna o di quell’uomo di attrarre l’altro.

Per la verità, la seduzione non appartiene soltanto ai due sessi in quanto partner, o potenziali partner, sessuali. Si può rimanere sedotti, infatti, da tante cose. Molti sono affascinati dai loro studi, dall’arte, dalla musica; alcuni non riuscirebbero a vivere senza la loro passione politica o l’impegno sociale.

Ma laddove la seduzione appare veramente enigmatica, imperscrutabile, perfino pericolosa, è nel rapporto uomo-donna. Gli antichi conoscevano l’estrema pericolosità della seduzione. E del resto, se facciamo riferimento al suo significato etimologico, non avremmo difficoltà a coglierne la potenziale pericolosità.

Sedurre, infatti, significa condurre altrove. Ora, se si considera che si può essere condotti lontano dal proprio sé, si può facilmente capire un primo rischio: quello di perdere i propri equilibri o, peggio ancora, il proprio equilibrio.

Ma perché un essere umano ha questo bisogno di condurre altrove un altro essere umano e, soprattutto, perché qualcuno vuole essere condotto altrove? Alla prima domanda, si potrebbe rispondere che il motivo risiede nell’egoismo o nella vanità dell’uomo. Alla seconda, che egli, spesso, non sta bene con se stesso.

Don Giovanni, il prototipo del seduttore, era capace di tutto, e che era un vanitoso, non c’è il minimo dubbio. Ci sono persone centrate sul proprio sé, narcisistiche, incapaci d’amare. E pare che proprio queste abbiano straordinarie capacità seduttive.

Probabilmente la spiegazione sta nel fatto che ciò che attira è che l’altro sia inafferrabile, irraggiungibile. In questo senso, se il seduttore è un egoista, anche il sedotto non è da meno.

Facciamoci caso. Il sedotto è affascinato dalla caratteristica che possiede il seduttore, vale a dire la tendenza a non darsi mai completamente all’altro. Ora, se è vero che ci s’innamora della persona che possiede le caratteristiche che mancano ma si vorrebbe avere, ne consegue che il sedotto vorrebbe assomigliare al seduttore, essere come lui.

Può sembrare strana, e perfino cinica, questa rappresentazione della seduzione. E tuttavia, l’esperienza c’insegna che nel gioco della seduzione i colpi sono davvero bassi. Pur di possedere l’altro si è disposti a fare cose che in condizioni normali non si farebbero.

Nella storia e nella letteratura ci sono moltissimi esempi di seduzione cinica e perfino violenta: andiamo ora ad analizzarli.

Letteratura latina ~ 2 ~

Apuleio: le Metamorfosi

Poche notizie sono state tramandate riguardo il personaggio storico Apuleio, di cui non si conosce nemmeno il praenomen; è tuttavia attestato che visse durante il II secolo d.C., nel periodo di massimo splendore dell’impero, e sappiamo che fu un abile oratore e un uomo molto colto in svariati campi, benché il suo interesse fosse rivolto prevalentemente alla filosofia, in particolare alla corrente neoplatonica, alla magia e alle scienze occulte.

Nel 155 Apuleio sostò a Oea, l’odierna Tripoli, dove accettò l’ospitalità di un vecchio compagno di studi, Ponziano, di cui sposò la madre Emilia Pudentilla, vedova e non più giovane. Pochi anni dopo Ponziano morì e i parenti della donna accusarono Apuleio di averla sedotta con incantesimi e arti magiche per carpirne la dote.

Nel 158-159 d.C. si celebrò il processo a Sabrata, durante il quale riuscì a dimostrare la propria innocenza, assumendo la difesa di se stesso.

L’opera più importante che ci è pervenuta sono le Metamorfosi (Metamorphoseon libri XI, nota anche come Asinus aureus, dal titolo attribuito nel Medioevo). Si tratta di un romanzo, o per meglio dire di una fabula milesia, in parte autobiografico e, come tale, contiene una panoramica della vita del protagonista e di altri uomini, con l’aggiunta, in questo caso, di alcune “fabulae”, digressioni narrative all’interno del racconto principale.

Apuleio stesso lascia intendere indirettamente, all’inizio dell’opera, che il suo testo può avere due diversi livelli di interpretazione e di utilizzo; nella frase “lector, intende: laetaberis”, infatti, il verbo laetor può essere inteso sia come divertirsi che come assurgere alla beatitudine, dal momento che indica un cammino di salvezza ed elevazione spirituale.

Il romanzo racconta, infatti, la storia di Lucio che, tramutato in asino per una colpa commessa, attraversa lo stato più infimo delle reincarnazioni, secondo la dottrina platonica, per poi tornare uomo ed essere iniziato ai misteri di Iside prima, di Osiride poi, di cui diviene infine sacerdote.

La storia narra di un giovane chiamato Lucio, identificato da A. con lo stesso narratore, appassionato di magia. Originario di Patrasso, in Grecia, egli si reca per affari in Tessaglia, paese delle streghe.

Là, per caso, si trova ad alloggiare in casa del ricco Milone, la cui moglie Panfila è ritenuta una maga: ha la facoltà di trasformarsi in uccello. Motore della vicenda è la curiositas. Per ottenere l’unguento magico che desidera, Lucio diviene amante della servetta Fotide.

Mentre pensa che non deve assolutamente intrecciare relazioni amorose con la moglie maga del suo ospitante, Milone, Lucio rivolge la sua attenzione alla ragazza, ricordando che la sera precedente ella lo aveva messo a letto con grande dolcezza e dimostrando di non volersene andare.

Giunto nella casa, egli trova la servetta che cucina e ne descrive l’abbigliamento e i movimenti che seducono il protagonista e lo bloccano nella contemplazione della donna, da cui Lucio prende spunto per considerazioni riguardo alla bellezza femminile, agli stratagemmi che le donne mettono in atto per apparire più desiderabili e alle caratteristiche fisiche che più lo colpiscono: il volto e i capelli.

Egli afferma, infatti, che una donna pari nella bellezza e nella grazia a Venere non potrebbe attirare nemmeno il più brutto degli uomini, se fosse privata della chioma, le cui possibili caratteristiche sono poi descritte minuziosamente.

Sconvolto dal desiderio, Lucio inizia a baciare Fotide, dichiarando di essere disposto a tutto per lei; ella dunque, dopo aver assecondato per un po’ Lucio, lo prega di attendere fino a notte per “battermi con te, sino ad ottener piena soddisfazione” («tota enim nocte tecum fortiter et ex animo proeliabor.»), riprendendo il topos dell’amplesso come lotta amorosa tra uomo e donna.

Al calar della notte, Lucio si ritira in camera e viene descritto il banchetto, ricco di vino e di cibi prelibati che Fotide ha preparato e a cui i due amanti attingono, prima di concedere sfogo al loro desiderio.

I giochi amorosi sono raccontati con grande delicatezza seppur in modo particolareggiato, dimostrando la grande abilità dell’autore nello scrivere di tutte le situazioni in modo molto raffinato.

Nelle pagine seguenti del romanzo, viene lasciato meno spazio all’esplorazione dei meccanismi di seduzione, in confronto a questo episodio; troviamo tuttavia scene d’amore sia nel racconto di Amore e Psiche, le quali si svolgono nell’oscurità per volere del dio che teme l’ira della madre Venere, sia nelle storie inserite successivamente, che perlopiù da vicende amorose sono tratte.

Come ad esempio la storia di Filesitero, il quale, attratto dalla fama di assoluta fedeltà di una donna al marito, corrompe un servo per potersi introdurre nella camera della donna e vincerla nel duello d’amore; richiamando ancora questo topos dell’esperienza amorosa, infatti, Apuleio descrive l’amplesso dei due amanti con queste parole: “nudi soldati, compivano il primo servizio militare sotto le bandiere di Venere” («commodum prima stipendia Veneri militabant nudi milites»).

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Il racconto prosegue con la trasformazione di Lucio, avvenuta in seguito ad un errore nella pozione che lo doveva trasformare in gufo, in asino il quale però conserva coscienza ed intelligenza umana.

Per una simile disgrazia, il rimedio sarebbe semplice, gli basterebbe mangiare alcune rose, se un concatenarsi straordinario di circostanze non gli impedisse di scoprire l’antidoto indispensabile.

Rapito da certi ladri, che hanno fatto irruzione nella casa, durante la notte stessa della metamorfosi, egli rimane bestia da soma per lunghi mesi, si trova coinvolto in mille avventure, sottoposto ad infinite angherie e muto testimone dei più ripugnanti vizi umani; in breve, il tema è un comodo pretesto per mettere insieme una miriade di racconti.

Nella caverna dei briganti, Lucio ascolta la lunga e bellissima favola di “Amore e Psiche”, narrata da una vecchia ad una fanciulla rapita dai malviventi: un re ha tre figlie, la minore delle quali, di nome Psiche, Anima, è di tale bellezza che Venere, indispettita, ordina al proprio figlio, Amore, di punirla.

Il dio però si innamora della ragazza e la conduce in un meraviglioso palazzo dove ogni notte giace con lei. Alla fanciulla, che ignora l’identità del dio, è negata la vista dell’amato, pena l’immediata separazione da lui.

Istigata dalle sorelle e spinta dalla curiosità, una notte Psiche infrange il divieto e contempla il suo sposo, che, destatosi, fugge. Psiche deve quindi affrontare terribili prove, finché viene assunta in cielo come sposa del dio.

Sconfitti poi i briganti dal fidanzato della fanciulla, Lucio viene liberato, ma muta continuamente padrone e passa da una disavventura all’altra; viene venduto a corrotti sacerdoti della dea Siria, poi ad un mugnaio, ad un ortolano, ad un cuoco, ad un pasticciere e infine ad una matrona.

Ormai celebre per le sue doti straordinarie, viene destinato a tenere uno spettacolo a Corinto e a congiungersi nell’anfiteatro con una donna condannata ad essere sbranata dalle belve da circo.

Atterrito fugge fino al porto di Cencre, dove si addormenta spossato; durante la notte di plenilunio, vede apparire in sogno la dea Iside che lo conforta, gli annuncia la fine del supplizio e gli indica dove potrà trovare le benefiche rose.

Il giorno dopo, il miracolo si compie nel corso di una processione di fedeli della dea: Lucio si avvicina ad un sacerdote di Iside, il quale gli offre una corona di rose che gli permette di ritornare uomo. Così Lucio, per riconoscenza, si fa iniziare ai misteri di Iside e Osiride.

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Letteratura italiana

Gabriele D’Annunzio: Il piacere

Gabriele D’Annunzio nacque a Pescara nel 1863 da famiglia benestante. Già in giovane età si fece notare come poeta; la prima opera che pubblicò mentre era studente fu una raccolta di versi dal titolo Primo vere.

Dopo aver preso la licenza liceale a Prato s’iscrisse all’università di Roma, ma non completò mai gli studi. A Roma invece conduce una vita sontuosa, ricca di amori ed avventure; frequentò i salotti più in voga della società romana e gli ambienti letterari più in vista.

Durante il periodo romano, oltre che a dare “scandalo” per il suo modo di vivere e le sue numerose relazioni, lavorò anche presso diversi giornali e scrisse Il piacere.

A causa dei numerosi debiti è costretto a pellegrinare in varie città italiane come Napoli, Settignano, nei pressi di Firenze, e infine in Francia.

Allo scoppio della guerra rientrò in Italia e divenne acceso interventista e in seguito partecipò al conflitto distinguendosi per numerose azioni ardite, tra cui quella del 1916, in cui fu ferito a un occhio che poi perse.

Tra il 1919 e il 1921, in aperta polemica con il governo italiano, occupò militarmente Fiume e costituì la repubblica da lui presieduta, la “Reggenza italiana del Carnaro”, che fu fatta cadere da Giolitti nel 1920.

In seguito il fascismo, cui il poeta si avvicinò, ricordiamo la sua visione politica reazionaria, aristocratica e antidemocratica, lo isolò e il poeta trascorse i suoi ultimi anni sul lago di Garda, dove morì per emorragia cerebrale nel 1938.

Le correnti culturali che più influenzarono D’Annunzio furono il Simbolismo e il Decadentismo; inoltre il poeta accolse la teoria, però in chiave antidemocratica, del superuomo desunta da Nietzsche.

Recentemente la complessa produzione culturale di D’Annunzio, il poeta s’interessò di teatro, cinema, musica e tutto quello che di nuovo stava emergendo nel panorama culturale del Novecento, è oggetto di studio dalla critica contemporanea, che ha riconosciuto l’influenza del poeta su tutte le correnti poetiche successive, ricordiamo a livello formale l’introduzione di D’Annunzio del verso libero.

Trama: Il romanzo racconta la vicenda umana di un giovane intellettuale, Andrea Sperelli.

Ricco, aristocratico, intenditore di cose d’arte ed egli stesso poeta ed incisore, Andrea giunge a Roma nell’ottobre 1884.

A Roma è giunto, attratto dal fascino della grande tradizione barocca della città e là, una sera di novembre, a una cena, conosce la contessa Elena Muti, una giovane vedova.

I due in breve tempo si innamorano e vivono un’intensa relazione che dura fino al marzo 1885, quando Elena inaspettatamente annuncia ad Andrea la sua intenzione di porre fine alla relazione e, senza un motivo apparente, lo lascia e parte da Roma.

Il giovane reagisce al brutto colpo ricevuto, dandosi ad una vita depravata, passando di donna in donna, alla ricerca di un particolare che rievocasse Elena in ognuna di esse.

Nel maggio, cercando di sedurre Donna Ippolita Albonico, entra in conflitto con Giannetto Rutolo, che lo sfida a duello e lo ferisce gravemente.

Durante la convalescenza nella villa della cugina Francesca D’Ateleta, Andrea conosce Maria Ferres, in vacanza con la figlioletta Delfina e, affascinato dalla bellezza spirituale della donna, ben presto se ne innamora.

Anche Maria ricambia l’amore di Andrea, ma tutti i suoi tentativi di resistergli risultano inutili.

Alla fine di ottobre Maria lascia la villa e poco dopo parte anche Andrea.

Di ritorno a Roma, il giovane si lascia riprendere dalla corruzione dell’ambiente e si abbandona ancora una volta ai piaceri della vita mondana.

Sempre a Roma, il 30 dicembre, Andrea rincontra Elena, tornata dall’Inghilterra e ormai sposata con un nobile inglese che non ama ma che è molto ricco.

Egli vorrebbe riprendere la relazione con la donna, che non ha mai smesso d’amare, ma ella lo respinge.

Andrea si propone di riconquistare la donna, ma nel frattempo giunge a Roma anche Maria, ed egli, sentendosi attratto da ambedue, decide di farle sue entrambe.

Elena non cede, quindi Andrea decide di dedicarsi soltanto a Maria, con la quale riesce finalmente ad instaurare un’intensa relazione.

L’uomo, però, non riesce a dimenticare Elena e alla fine, proprio quando Maria avrebbe più bisogno di Andrea, perché il marito è stato coinvolto in uno scandalo, egli, in un momento di smarrimento, distrutto dal

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fatto che Elena avesse un nuovo amante, la chiama con il nome dell’altra.

Maria, sconvolta, scappa via senza dire una parola e lo lascia per sempre. Ormai Andrea è rimasto solo e non gli resta altro che fuggire, consapevole del fallimento completo della sua vita.

Nel romanzo troviamo dei flashback. La storia comincia con l’appuntamento che Andrea ha con Elena, che si sono dati quando si sono ritrovati casualmente, per poi proseguire con i ricordi del protagonista.

Subito all’inizio del secondo capitolo del primo libro la storia si sposta all’inizio, e viene introdotto il personaggio di Andrea. Successivamente D’Annunzio inserisce nel romanzo il diario di Maria, per farci comprendere meglio i sentimenti della donna e il suo turbamento emotivo.

I fatti poi continuano in modo regolare e si riallacciano con il primo capitolo del primo libro, per poi continuare in ordine cronologico fino alla fine.

Narratore e punto di vista: Nel Piacere, D’Annunzio delega il compito di raccontare gran parte della vicenda a un narratore in terza persona singolare; inoltre, nel capitolo quarto del libro secondo, il narratore a sua volta lascia che parte della vicenda venga appresa mediante il diario di un personaggio.

Questo narratore-autore è un narratore onnisciente: interviene a integrare il punto di vista dei personaggi, a spiegare e a puntualizzare; si lascia andare ad anticipazioni e a premonizioni; non esita a farsi avanti in prima persona per attestare la veridicità di qualcosa.

Tuttavia l’onniscienza del narratore non gli impedisce a volte di utilizzare il punto di vista interno di svariati personaggi. L’oggettività di partenza viene quasi sempre cancellata dagli interventi personali e soggettivi del narratore, che anche nel corso delle descrizioni si inserisce continuamente con le sue valutazioni personali introdotte da formule come “quasi direi”.

Stile: Il mondo raffinato ed elegante di Andrea Sperelli trova a livello espressivo una precisa corrispondenza nella lingua con cui viene descritto: una lingua preziosa e ricercata che si adatta tanto alle descrizioni d’ambiente cui il narratore si abbandona quanto al suo gusto per l’analisi degli stati d’animo dei personaggi.

Infatti, le forme arcaiche e letterarie, il continuo uso delle tronche di tradizione illustre contribuiscono ad impreziosire le pagine del libro e a creare l’atmosfera alta e nobile che caratterizza il romanzo.

La prosa utilizzata è ricca ed elegante ma allo stesso tempo allusiva, suggestiva e musicale: la lingua del romanzo perde spesso la sua funzione comunicativa per acquistarne una espressiva.

Il romanzo è appiattito su un solo registro linguistico: quello ricercato e un po’ troppo eloquente, classico del D’Annunzio di quegli anni.

Lo scrittore ricorre spesso allo strumento della comparazione e della metafora, che molte volte rende complicato o sfuocato ciò che dovrebbe invece chiarire e smorza i già scarsi nuclei di tensione narrativa.

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Sintesi

Letteratura latina

Letteratura latina: Apuleio (Le Metamorfosi)

Italiano

Italiano: Gabriele D'Annunzio (Il Piacere); Divina Commedia (Canto I, Canto XXVIII del Paradiso)

Filosofia

Filosofia: Soren Kierkegaard (La vita estetica e i seduttori)

Storia

Storia: la propaganda

Geografia astronomica

Geografia astronomica: le maree

Inglese

Inglese: Oscar Wilde (The Pictures of Dorian Gray)

Fisica

Fisica: il magnetismo

Storia dell'arte

Storia dell'arte: Gustave Klimt (Giuditta ed Oloferne)

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