Le avventure di Pinocchio
“Le avventure di Pinocchio” è un romanzo che, fin dalla mia più tenera età, mi è molto caro. Il suo protagonista, in modo particolare, mi ha sempre affascinato, accompagnandomi, grazie alle situazioni rocambolesche che vive, nella crescita.
Tutti noi, infatti, almeno una volta nella vita, siamo stati o abbiamo desiderato essere Pinocchio e, quindi, questo magnifico burattino non è altro che la nostra metà, la parte più inconscia di noi stessi… Ed è proprio perché Pinocchio è stato, è e sarà un modello in cui tutti noi possiamo rispecchiarci, che lo rende un personaggio indimenticabile, attuale ed una favola che, a distanza di oltre cento anni, riesce ancora ad incantare grandi e piccini.
Durante l’infanzia anche io, come del resto moltissimi bambini, ho avuto la possibilità di ascoltare prima e successivamente di leggere questa favola, ma si trattava di edizioni sintetizzate dell’intero romanzo, dove i disegni superavano la scrittura. Soltanto alla scuola media ho avuto l’occasione di leggere l’intero libro, ma ancora non ero riuscita a scendere nel profondo dell’opera e a comprenderne i molteplici significati che costituiscono il substrato del romanzo.
Ho interpretato questa favola con la mente di una ragazzina di undici anni, limitandomi a considerare:
- La storia di Pinocchio come la storia di un bambino disubbidiente, che, volendo rincorrere ogni desiderio, affrontare infinite esperienze, dire bugie e non andando a scuola, si ritrova a vivere l’immensa sfortuna di vestire sempre i panni di un burattino; e a subire delle punizioni e delle ingiustizie, come elementi necessari, ma al tempo stesso crudeli, che aiuteranno Pinocchio a crescere e a diventare bambino.
L’interesse per Pinocchio si è riacceso poi quando ho visto in televisione il film di “Pinocchio” di Roberto Benigni. Dalla visione di questo film ho capito che il romanzo “Le avventure di Pinocchio” non è soltanto rivolto ai bambini, ma anche agli adulti… Ritengo infatti che esso non sia soltanto un romanzo educativo e di formazione per i bambini, ma una guida educativa per gli adulti, poiché insegna a comprendere la natura del bambino, i suoi desideri, il suo sviluppo fisico ed intellettuale per poi educarlo facendolo diventare un vero uomo; e in più ci fa capire che la fantasia non è solo una bugia, ma è qualcosa di veramente straordinario che vive nell’animo di ogni bambino.
Detto ciò, credo che “Le avventure di Pinocchio” debbano essere lette almeno due volte, da bambini e da grandi; poiché in tenera età si comprende solo il significato primo della storia, ed in seguito anche i valori sociali, morali, civili, politici, educativi, i doppi sensi, le contraddizioni che si intravedono tra le righe della favola.
Sono proprio tutte queste esperienze ed una mia ammirazione per la favola in generale, che mi hanno spinto a scegliere come argomento del mio percorso proprio Pinocchio, esaminando i personaggi e le fasi che hanno portato un pezzo di legno a diventare un ragazzino in carne ed ossa.
Carlo Collodi
Il romanzo “Le avventure di Pinocchio” è stato scritto da colui che è da tutti conosciuto con il nome di Carlo Collodi, ma in realtà si chiamava Carlo Lorenzini.
Egli nacque a Firenze il 24 novembre 1826, da papà Domenico Lorenzini di umili origini e da mamma Angelina Orzali, proveniente da una famiglia benestante.
Lorenzini frequentò la scuola degli Scolopi e successivamente passò nelle aule del seminario di Colle Val d’Elsa, ma nonostante frequentasse queste scuole non dovette amare molto lo studio. Vivendo in pieno Risorgimento non riuscì ad essere indifferente al susseguirsi delle guerre; tanto è vero che, abbracciando le idee mazziniane, partecipò alle rivolte del 1848-49 e successivamente anche a quella del 1859.
Due anni prima della partenza, nel 1846 iniziò la sua carriera lavorativa come giornalista, attività che lo indirizzò all’amore per gli studi e che gli permise di affermarsi come scrittore. Una volta tornato nella sua città, infatti, riprese a collaborare per riviste e quotidiani, fondando lui stesso alcuni giornali.
Tornato a Firenze dopo il 1859, riprese a scrivere ed è proprio da questo momento in poi che la sua attività di scrittore si consoliderà, scrivendo articoli a sfondo sociale, politico, racconti, romanzi e libri per bambini.
Le prime opere per bambini
Il suo primo libro per bambini fu pubblicato nel 1876: I racconti delle fate, traduzioni di alcune fiabe letterarie. Seguì una serie di libri per uso scolastico (1877-1890), nei quali le avventure di un personaggio servivano ad introdurre i concetti e le nozioni da imparare.
Libri come Giannettino e Minuzzolo furono apprezzati e diffusi nella neonata scuola dell’obbligo italiana.
Nel 1881 pubblicò la prima puntata della Storia di un burattino sul “Giornale per i bambini”, uno dei primi periodici per l’infanzia in Italia. Sullo stesso giornalino pubblicò altre storie brevi, fra cui una sorta di continuazione autoironica di Pinocchio, Pipì, o lo scimmiottino color di rosa.
Terminate le puntate, intanto il titolo era diventato Le avventure di Pinocchio, nel 1883 fu stampata la prima edizione in volume delle Avventure di Pinocchio: storia di un burattino. Il Collodi morì improvvisamente a Firenze.
Un romanzo di formazione
Il romanzo “Le avventure di Pinocchio” è un romanzo di formazione, per ragazzi ma non per bambini. Come dice Giovanni Jervis: “I bambini che ascoltano un racconto hanno bisogno di identificarsi in un personaggio”, ma in questo libro l’identificazione è difficile.
Pinocchio, protagonista della storia, infatti è un personaggio irresponsabile e contraddittorio, affronta una serie di avventure che lo portano a mettere in discussione dapprima gli insegnamenti del padre, poi sé stesso fino ad arrivare a compiere una vera e propria trasformazione, diventare buono e diligente, abbandonando le spoglie del burattino per assumere le sembianze, rincorse e rifiutate, del bambino vero.
Pinocchio, in queste avventure, affronta un viaggio che lo porta alla sua crescita personale e alla sua individualizzazione, dopo essersi confrontato e ribellato con le regole e le norme del padre e della società, aver superato prove dure e terribili, inquietanti metamorfosi, prove del fuoco e dell’acqua, in un’altalena continua di buoni propositi e monellerie, di caparbie infrazioni alla regola e di tardi ma sinceri ravvedimenti, di cattiva condotta e rimorsi.
L’eroe di questa storia, come tutti sappiamo, è un burattino, che prende vita da un pezzo di legno intagliato da Geppetto, ma tuttavia presenta tutte le caratteristiche di un qualsiasi bambino.
Pinocchio e l’infanzia
Roberto Benigni, nel suo libro “Io un po’ Pinocchio”, scrive che Pinocchio è un burattino meraviglioso, è elegante, sgangherato e aristocratico, è tutto cuore, vuole bene a tutti, è esuberante e si stupisce di ogni cosa che vede.
Inoltre è straordinario nel suo modo di agire, poiché si pente, promette che non lo farà più, ma poi lo rifà. Tutta questa voglia di vivere, Pinocchio la manifesta rimanendo meravigliato davanti ad ogni nuova esperienza e rincorrendo ogni avventura…
“Pinocchio corre sempre, corre, corre, non si sa verso che cosa, corre, corre in tutte le valli del mondo, tutti lo vogliono fermare. Ogni tanto affronta delle prove, le supera, se le dimentica e continua a correre. Nella sua corsa continua Pinocchio cerca la felicità.
Cercare la felicità è come cercare la verità, è un personaggio in cerca: non sa esattamente cosa sta cercando, ma lo sta cercando con potenza. Pinocchio è anche lo specchio dell’ingenuità, della purezza e delle illusioni: «Pinocchio è un’illusione e vive di illusioni»…
Ha una meravigliosa febbre addosso, la febbre della vita, è curioso, corre dietro alle farfalle, agli scoiattoli, al piacere, ha della vita un’idea edificante, è così innocente da non riconoscere il male…
Pinocchio agisce e pensa come farebbe qualsiasi bambino che si affaccia alla vita, e come tale appare: curioso, impulsivo, ingenuo, mentitore.
In realtà tutti i bambini nascono puri come questo magnifico burattino, guardano tutte le cose con stupore e meraviglia, posseggono una speciale sensibilità, quella sensibilità che solo un fanciullo può avere. È così che Giovanni Pascoli definì il “fanciullino”, quel bambino che è dentro ognuno di noi da sempre e per sempre.
Quello che in tenera età confonde la sua voce con la nostra, quello che “piange e ride senza un perché di cose, che sfuggono ai nostri sensi ed alla nostra ragione”, che guarda tutte le cose con stupore e meraviglia senza cogliere i rapporti logici di causa-effetto, ma intuendo; il fanciullino è colui che “scopre nelle cose le relazioni più ingegnose”, che riempie ogni oggetto della propria immaginazione e dei propri ricordi, trasformandolo in simbolo.
Senza il fanciullo noi non vedremmo tante cose a cui di solito non badiamo neppure e non potremmo poi nemmeno pensarle e ridirle, perché per Pascoli il fanciullo è “l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente”.
La poetica del fanciullino
Da questa visione scaturisce la poetica pascoliana, che trova la sua formulazione più compiuta e sistematica nell’ampio saggio “Il fanciullino”, pubblicato nel 1897. L’idea centrale è che il poeta coincide con il fanciullo che sopravvive al fondo di ogni uomo.
Il poeta per Pascoli è colui che riesce ancora ad udire la voce del fanciullino che vive dentro di noi, che riesce a tenerlo vivo.
Il poeta è colui che, pur mantenendo una razionalità di fondo, organizzatrice della metrica poetica, possiede una sensibilità speciale, che gli consente di caricare di significati ulteriori e misteriosi anche gli oggetti più comuni.
Infatti, il fanciullino riesce a cogliere negli oggetti quel qualcosa che agli occhi di un adulto sembra futile, mentre “noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare”, egli vi tiene fissa “la sua antica serena meraviglia”.
Il poeta che ascolta il fanciullino coglie l’essenza delle cose e non la loro apparenza, sa scoprire il mistero delle cose, la realtà, attraverso il sogno, l’intuizione, l’immaginazione.
È il “fanciullino” che ci consente di sognare ad occhi aperti, che “parla agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle... spinto da stupore... e curiosità”. Pascoli infatti tende ad umanizzare fiori, piante e parla con le cose proprio come un bambino.
Il poeta quindi appare come un “veggente”, dotato di una vista più acuta di quella degli uomini comuni, colui che per un arcano privilegio può spingere lo sguardo oltre le apparenze sensibili, attingere all’ignoto, esplorare il mistero.
La poesia pertanto si configura come una forma di conoscenza prerazionale e immaginosa… estranea da ogni finalità pratica, etica, ideologica… una poesia “pura”.
Anche se questa poesia non si propone esplicitamente obiettivi civili, morali, pedagogici, propagandistici, Pascoli crede che essa abbia finalità pedagogiche intrinseche, induce alla bontà e alla solidarietà, sopendo gli odi e gli impulsi violenti.
Il nido familiare
Intimamente collegato con il mito dell’infanzia è quello del “nido familiare”, che, chiudendo nel suo ambito geloso, tiepido e avvolgente, può impedire all’uomo di venire a contatto con il mondo esterno, proteggendolo dalle forze aggressive, respingendole al di là dei propri confini, creare un clima di illusoria pace e serenità al proprio interno.
A loro volta infanzia e nido non possono che collocarsi sullo sfondo idillico della campagna che, in contrapposizione alla vita cittadina nelle metropoli moderne, veri mostri capaci solo di spersonalizzare e alienare l’uomo, di istillargli la smania del possesso e di spingerlo alla competizione e all’aggressività, consente ancora un rapporto innocente e fraterno con la natura, con alberi, fiori, uccelli, garantisce una vita tranquilla, sgombra di angosce e paure, appagata dal poco e quindi felice.
Pascoli infatti incarna l’immagine del “piccolo borghese”, appagato della sua mediocrità di vita, chiuso nella sfera limitata e protettiva degli affetti domestici, degli studi, del lavoro di insegnante, nella pace raccolta del nido.
Pascoli e il mistero della realtà
Al di là del poeta pedagogo, cantore della normalità piccolo borghese, si delinea un grandissimo poeta dell’irrazionale, capace di raggiungere, nell’esplorazione di questa zona inedita ed affascinante della realtà, profondità inaudite.
Pascoli pertanto può essere considerato un poeta decadente, in perenne auscultazione del mistero che è al di là delle cose più usuali, che proietta nella sua poesia le sue ossessioni profonde, portando alla luce i “mostri”, le zone oscure e torbide della psiche.
Il punto di partenza della sua poesia, che sotto l’apparente candore fanciullesco cela una sensibilità tormentata e tipicamente decadente, è la sua condizione di fragilità psicologica dovuta all’uccisione del padre e alla perdita di quasi tutti gli altri familiari, traumi che lo spinsero a instaurare un legame morboso con le due sorelle rimastegli e gli impedirono di realizzarsi pienamente nella vita di relazione, esterna al nido domestico.
Questi avvenimenti traumatici hanno contrassegnato la sua formazione intellettuale. Per questi motivi ed altri ancora, Pascoli assume un atteggiamento di sfiducia nei confronti del mondo e della vita: il suo universo è dominato dal mistero e dal dolore.
Il mistero nasce dalla convinzione che il senso della vita costituisce per l’uomo un enigma cui né la religione, né la scienza, né la filosofia offrono una risposta, che possa fungere da orientamento, ritenuta dal poeta soddisfacente.
Questo vuoto di senso genera quel disagio e quell’angoscia in cui l’essere umano sprofonda quando non trova spiegazione.
Pascoli è un uomo che si sente solo in un universo di altri uomini che percepisce come genericamente ostili o minacciosi, e contro questo male, il solo riparo sono le pareti domestiche: la famiglia gli appare come la sola dimensione sociale in cui siano possibili l’amore, la solidarietà, la mutua assistenza in caso di bisogno.
La famiglia come rifugio del Pascoli non è però, si badi bene, quella in cui si diviene padri e madri e figli, ma quella in cui si è fratello e sorella, non la famiglia insomma che si può formare incontrando un altro ma sempre e solo quella, come si usa dire, d’origine, dove vige la solidarietà fraterna.
La sua esaltazione della famiglia corrisponde allora ad una sorta di moto regressivo segnato dalla nostalgia dell’età perduta dell’infanzia.
La conoscenza e l’intuizione
Si è detto che in Pascoli vi è una netta sfiducia nei confronti delle possibilità conoscitive dell’uomo. Sfiducia non significa però negazione; se è vero infatti che le forme tradizionali di conoscenza sono ritenute fallaci o inutili (scienza, filosofia, ecc.), ne esiste però una che, se non consente una conoscenza strutturata, permetterebbe però contatti intermittenti, saltuari, fugaci con la verità: si tratta dell’intuizione, esperienza troppo intima che coinvolge a tal punto sensi, fantasie ed emozioni individuali da non poter essere descritta.
Pertanto, Pascoli come qualunque altro poeta simbolista si costruisce, per così dire, una sorta di personalissimo dizionario e, parlando del suo pensiero, vi è chi ritiene adeguato un raggruppamento di simboli in qualche modo collegati tra loro per similarità od opposizione, e usa un linguaggio simbolico.
Un linguaggio in cui le parole non hanno più, o non soltanto, il significato che siamo normalmente abituati ad attribuire loro, ma rimandano ad altri sensi attraverso legami analogici più o meno facilmente ricostruibili o decifrabili, sensi comunque tutti fortemente connotati dall’esperienza individuale.
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Collegamenti interdisciplinari
- Pedagogia: il romanzo "Le avventure di Pinocchio"
- Italiano: Pascoli e la poetica del fanciullino
- Arte: Kandinskij e il primo acquerello astratto
- Filosofia: Freud e la scoperta dell’inconscio
- Latino: Apuleio e “Le metamorfosi”
- Biologia: lo sviluppo embrionale
- Storia: l’età giolittiana