Tesina saggio breve
“Il mondo capovolto”
Istituto Magistrale Statale “Giovanni da San Giovanni”
Pag. 1 Indirizzo di studi Liceo delle Scienze sociali
Anno scolastico 2013/2014
A cura di: Annachiara Fabrizio (classe 5H)
Tesina saggio breve
“Il mondo capovolto”
Spesso molti concetti, per noi sembrano o meglio sono diventati “legge”, “dogmi” immodificabili. Uno di questi è proprio il principio che riguarda quelli che all’epoca venivano definiti “ceti sociali”. La storia, infatti, si può dire che si è sempre basata su una gerarchia sociale dove alla fine lo schiavo; l’operaio (insomma la massa, la maggior parte della popolazione) veniva considerato il punto più basso della famosa piramide, mentre la parte elevata erano i nobili, la borghesia, il ceto medio (insomma coloro che erano nella media-economia).
Infatti, se si guarda bene, anche se inteso in modo differente nei diversi secoli, la gerarchia sociale si basava sempre su un concetto economico che determinava la superiorità o inferiorità di certe persone. Perciò si ricorda benissimo Karl Marx e il suo contrasto con il capitalismo. Egli parlava proprio del ruolo e della posizione dell’operaio e del capitalista (capo della fabbrica) all’interno della società. Basti pensare alla sua teoria del “feticismo delle merci” e si capirebbe subito che l’operaio veniva sfruttato dal capitalista senza che nemmeno lo sapesse. “Sfruttato” nel senso che l’operaio lavorava ore in più (pluslavoro) per il capitalista, il quale non lo pagava per questo e l’operaio non ne era al corrente poiché non era “conoscente” della “struttura economica” del capitalismo e dello stato stesso. In sostanza Marx sostiene il concetto che lo stato/ il capitalista manipolano le classi ritenute
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“inferiori” per arrivare ai loro obiettivi personali. Così si crea la “disuguaglianza sostanziale” e una società dell’egoismo, pronta a rendere ignorante il punto più basso della piramide.
All’aspetto economico, però, vengono associati anche paradigmi morali e cognitivi. Queste associazioni di paradigmi si possono definire “stereotipi”, cioè idee preconcette basate solo su un giudizio insensato.
Oggi gli stereotipi che spesso usiamo nei confronti del “diverso” si basano sul processo di “stigmatizzazione” di Goffman. Egli è un sociologo che ha individuato nei carcerati, nei malati di mente, nelle prostitute, nei senzatetto (insomma negli “ultimi”) gli stigmatizzati della nostra società. Gli “ultimi”, come scriveva Fabrizio De Andrè, sono coloro che sono considerati pericolosi, persone a cui non dobbiamo avvicinarci, che devono essere emarginate; ma non è così. Infatti Becker, con la teoria di “etichettamento”, ci dimostra come il cammino di un deviante (o di un ultimo) sia causato da un’etichetta, uno stigma, un segno che viene impresso sull’individuo come un marchio a fuoco che rimane per tutta la vita.
La maggioranza degli etichettati proviene da situazioni economico-sociali difficili, questi non avendo la possibilità di affermarsi nella società, attraverso modalità regolari, sono costretti a deviare e ad intraprendere una carriera da criminale. Segnati a vita, con uno “stigma apparente” la credenza che si autoavvera diventa realtà.
Queste considerazioni, ovviamente, non vogliono giustificare un crimine, ma solo comprendere come ci si può avviare verso una carriera deviante e come la società potrebbe intervenire e prevenire, invece di giudicare secondo i canoni dominanti.
Il processo di stigmatizzazione o di etichettamento comporta la tendenza ad emarginare ulteriormente e a considerare gli etichettati come persone che non possono avere valori veri, che non hanno un’intelligenza sociale, ignoranti, miserabili, nullatenenti. Dunque, il loro posto, secondo i “ben pensanti”, è ai margini della società, rinchiusi nelle istituzioni totali (come carceri, slum delle megalopoli contemporanee, abbandonati lungo le strade e dentro le stazioni). Tutti loro sono costretti a portare il “segno apparente” che li caratterizza come inferiori. Ma deve essere davvero così? Dobbiamo davvero continuare a vivere in questo mondo diviso tra superiori, inferiori e diversi? La risposta è: assolutamente no!
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