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Istituto di istruzione superiore

"Michelangelo Buonarroti"

La miniera di Montevecchio

Tesina di diploma:

Eleonora Saiu

5^A Mercurio

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Anno scolastico 2012-2013

Prefazione

Il lavoro in miniera ha sempre avuto un fascino particolare, ma nel panorama minerario di Montevecchio, ha saputo esercitare un ruolo più coinvolgente che ha fatto sì che, anche chi ha lavorato per brevi periodi porti con sè il segno ed il ricordo di anni vissuti in un ambiente che non ha uguali nel mondo industriale.

Con questo lavoro vorrei far conoscere Montevecchio, un po’ come paese, un po’ come miniera, a quanti non hanno avuto il piacere di conoscerlo e di riavvicinarne il ricordo in chi vi ha speso parte della sua vita e vi manca da tempo.

Il sacrificio di molti non deve essere dimenticato solo perché le risorse minerarie sono esaurite. Un lavoro duro, quello della miniera, lavoro pericoloso, soprattutto.

Muore una miniera, ma non deve morire il ricordo di uomini validi, di minatori coraggiosi, di un centro abitato un tempo ricco di cultura e di vita.

Dedico questo lavoro a mio nonno, che con grande impegno e sacrificio ha lavorato in miniera come perforatore, e a tutti gli uomini e donne che hanno lavorato nella miniera di Montevecchio.

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Capitolo primo

1.1 Montevecchio

Montevecchio è ubicato a Sud-Ovest della Sardegna tra Guspini e Arbus, a 352 metri sul livello del mare, nella zona del Sulcis-Iglesiente. È, per posizione e clima, una zona ridente, dove i tre regni della natura: animale, vegetale e minerale hanno armonizzato così bene che è impossibile separarli.

Il toponimo Montevecchio significa miniera vecchia.

Montevecchio è uno degli insediamenti minerari più antichi della Sardegna; è composto da un nucleo centrale di “servizi” attorno al quale si è sviluppato il villaggio di Gennas e da vari insediamenti a “bocca di pozzo”.

Il giacimento piombozincifero di Montevecchio-Ingurtosu-Gennamari è suddiviso in tre zone:

  • 1° Zona di Levante: miniere di Sciria, Piccalina, S. Antonio.
  • 2° Zona di Ponente: miniere di Sanna, Telle, Casargiu.
  • 3° Zona di Ingurtosu: miniere di Ingurtosu, Gennamari, S’Acqua Bona e Perda S’Oliu.

1.2 Breve storia della miniera di Montevecchio

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Il 30 giugno 1840 Carlo Alberto, re di Sardegna, promulgò una nuova legge mineraria atta a favorire la ricerca e la coltivazione di nuovi giacimenti. La legge valida per il Piemonte, non fu estesa alla Sardegna.

Solo nel 1842 un prete sassarese Giovanni Antonio Pischedda ottenne uno specifico permesso di estrazione di 25 quintali di galena, relativo alla zona di Montevecchio. Possiamo affermare che l’origine dell’attività estrattiva delle miniere di Montevecchio coincide proprio con l’intraprendenza di Giovanni Antonio Pischedda che fu sempre più attratto dalla cura dei commerci, piuttosto che da quella delle anime.

Fu così che lo stesso Pischedda entrò in contatto con il cav. Don. Efisio Paderi di Senorbì, che possedeva un permesso per l’estrazione mineraria di Arenas, un’altra miniera dislocata nell’Iglesiente. Forti dei permessi, i due pensarono di fondare una società unitamente ad alcuni soci finanziatori: insieme con altri quattro soci di Marsiglia, nacque così una società italo-francese con un capitale di 8000 franchi, quattromila dei quali erano versati da 4 soci finanziatori mentre gli altri erano il controvalore delle miniere di Montevecchio e di Arenas apportate dal Pischedda e dal Paderi e considerate di uguale valore. Tuttavia la società non ebbe successo e fallì in breve tempo: con una trentina di operai, ed inoltre utilizzando anticipazioni per 12000 franchi, vennero estratte solamente poche decine di quintali di galena.

Antonio Pischedda però non si arrese di fronte al primo ostacolo e conobbe, sempre in Francia, l’imprenditore Giovanni Antonio Sanna, originario di Sassari. Quest’ultimo sapeva che per ottenere la concessione mineraria a Montevecchio, in base alla legge mineraria, era necessario fondare una forte società, affidabile e dotata dei mezzi finanziari necessari per portare avanti il progetto industriale.

Nel 1845 perciò, dopo aver fondato la società Charavel & C., Sanna ottenne una concessione provvisoria di 15 anni, e incaricò subito due ingegneri francesi di eseguire lo studio geologico e topografico del filone di Montevecchio.

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Un anno più tardi però iniziarono i primi problemi burocratici: la Regia Amministrazione, volendo ostacolare l’opera di Giovanni Antonio Sanna, richiese, per poter rilasciare la concessione, un capitale azionario minimo di 500.000 franchi. Sanna si dimostrò convinto e determinato, riuscì a convincere altri imprenditori, questa volta genovesi, e il 26 giugno 1847 fondò la Società per la Coltivazione della Miniera di Piombo Argentifero detta di Montevecchio, con un capitale di 600.000 lire. Qualche mese più tardi, precisamente il 28 aprile 1848, re Carlo Alberto firmò l’atto di concessione perpetua per lo sfruttamento della miniera di Montevecchio.

Dal 1° Giugno il Sanna, nella sua qualità di Ispettore delle miniere di Montevecchio, riprende in mano la gestione diretta dei lavori ed assume, quale primo collaboratore un validissimo tecnico minerario germanico: l’ing. Emanuele Fercher.

La Miniera di Montevecchio è nata. 5

Capitolo secondo

2.1 Una società fortemente gerarchizzata

Nella società mineraria, per ammodernare e incrementare la produzione, venne introdotto il taylorismo.

Teorizzato e applicato con successo da diverse aziende americane già dagli inizi del Novecento, il sistema tayloristico voleva, attraverso una razionalizzazione del lavoro, favorire il massimo della produzione che si potesse ottenere dagli operai. Per fare questo si serviva di alcuni principi fondamentali, colti attraverso indagini sul campo. Il primo e più importante fra questi era quello che denunciava i caratteri di antagonismo fra i datori di lavoro e i loro dipendenti e identificava questo fattore come la causa per cui non era possibile avere un ottimo rendimento dell’operaio.

Era questo il campo su cui si doveva intervenire: per avere la massima produzione, occorreva che l’azienda offrisse agli operai un ambiente più confortevole possibile, inoltre attraverso gli agi offerti al lavoratore, l’azienda avrebbe potuto non solo avere il massimo incremento della produzione, ma anche un più capillare controllo delle attività politiche degli individui, in un periodo nel quale si assisteva ad un massiccio incremento delle attività sindacali.

Il sistema tayloristico lo si poteva vedere nella produzione, grazie all’introduzione del cottimo e alle leggi minerarie che prevedevano una seria di limitazioni all’operaio, ma anche una rigidissima gerarchia sociale su cui ruotava la vita nelle comunità minerarie.

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L’operaio di Montevecchio sapeva che tutto ciò di cui usufruiva apparteneva all’azienda. Il tema dell’obbedienza era ricorrente, infatti come si entrava in miniera bisognava “fare come volevano i dirigenti”, altrimenti si rischiava il licenziamento.

La scala gerarchica era articolata in diversi gradini: il primo posto era occupato dal direttore, seguito dai dirigenti, impiegati, tecnici, intermedi e operai. Anche nella lingua sussisteva una gerarchizzazione: l’italiano, lingua dei padroni, veniva parlata dal direttore sino ai tecnici, mentre fra tecnici, intermedi e operai si parlava il sardo. Questa distinzione linguistica è stata in parte agevolata dall’introduzione delle scuole anche per i figli degli operai. Tutti hanno potuto frequentare almeno le prime classi delle elementari, imparando non solo a parlare l’italiano, ma anche a scriverlo.

Esisteva un’ulteriore suddivisione fra gli operai: capi squadra, operai specializzati, minatori e personale non specializzato che svolgeva mansioni complementari a quelle del minatore, come il muratore, il boscaiolo etc. Distinzione rimarcata da differenziazioni salariali. Tutti potevano diventare capi squadra, ma per farlo bisognava essere bravi e costanti nel lavoro e saper leggere e scrivere.

Oltre alla costruzione di una scuola, la cui importanza per il territorio è stata più volte rilevata, la gerarchizzazione della comunità minerarie non venne comunque meno. Essa era visibile, non tanto nei rapporti sociali, che comunque risentivano della dimensione del paese, attraverso i rapporti di vicinato, la solidarietà fra le famiglie, e altri fattori, quanto nella distribuzione degli spazi.

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Ogni spazio apparteneva all’azienda, essa aveva provveduto alla costruzione di luoghi d’incontro per gli operai, gli aveva fornito un dopolavoro e un cinema, dei campi sportivi dei quali tutti potevano usufruire, delle cantine nella quale tutti potevano acquistare, delle case per gli operai pensate per che abitando lontano, non poteva viaggiare tutti i giorni. E nel 1947, per richiesta della Commissione Interna, aveva predisposto un pullman per il trasporto degli operai, che negli anni prima si recavano a lavoro a piedi o in bicicletta, l’unica cosa che mancava a Montevecchio era un cimitero. L’azienda offriva inoltre delle saponette e gli asciugamani per l’igiene dell’operaio e della famiglia e durante le feste distribuiva quaderni, articoli di cancelleria e regali, e dagli anni Cinquanta, l’utilizza di una grandiosa colonia a Funtanazza, di cui molti conservano ancora il ricordo.

2.2 Gli spacci, le case, i servizi per il minatore

L’organizzazione degli spazi è strettamente legata al sistema di gerarchizzazione mineraria.

In ogni villaggio le uniche cose che non dovevano mancare erano le case e gli spacci, poi per le altre attività ricreative si andava nei villaggi più grandi.

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Gli abitanti della comunità mineraria di Montevecchio potevano usufruire per i loro acquisti di quattro spacci aziendali. A Gennas, il centro della comunità, era situato lo spaccio principale costituito da un magazzino viveri, da un magazzino manufatti, da un panificio, e da una macelleria. Gli altri tre, spacci di rivendita, erano ubicati nei villaggi vicini: a Righi, dove venne aperto nel 1937, a Telle e per finire “Cantina Rio” situato sulla strada che da Guspini porta a Gennas in prossimità dell’officina.

Questi ultimi tre spacci vennero successivamente chiusi intorno agli anni Sessanta. In questi “empori” si trovava tutto: dai beni di prima necessità a quelli superflui, abiti, cappelli, pizzi, maglioni, scarpe e per i più esigenti che potevano spendere arrivava merce dal continente. C’era anche l’abbigliamento che l’operaio poteva comprare perché più economico. Gli spazzi aziendali venivano chiamati più comunemente dagli abitanti: la cantina. La gestione delle cantine era centralizzata e controllata dall’azienda che svolgeva il suo servizio in tutti gli spacci della società. Quindi, le cantine di Montevecchio e quelle di Ingurtosu non erano gestite dalla stessa azienda.

Il sistema di pagamento a Montevecchio poteva avvenire attraverso i gettoni che l’azienda forniva all’operaio, sistema utilizzato già dall’Ottocento e introdotto dall’ing. Castoldi, oppure attraverso un libretto di crediti, per cui l’operaio prendeva la merce che gli serviva e segnava nel libretto il debito, in modo tale che l’azienda glielo scalasse dalla paga.

Il minatore però trovava in queste cantine le cause delle sue disgrazie economiche, in quanto nel momento che vedeva “volatilizzata” gran parte del salario, odiava e provava rancore e rabbia per questa istituzione ma non poteva farne a meno: i paesi erano lontani, non rimaneva che acquistare in loco.

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Altro aspetto interessante era quello delle case volute dall’azienda per gli operai.

Erano tanti i minatori che avevano scelto di viaggiare ogni giorno, da Guspini, da Arbus e da Villacidro più che prendere le case che l’azienda aveva costruito per loro. Il motivo era che, una volta che si era vicini all’ambiente di lavoro, se serviva aiuto, non ci si poteva rifiutare di darlo.

Nei cantieri c’erano solo case operaie a Gennas. I palazzi della direzione si trovavano in luoghi privilegiati rispetto agli altri palazzi e le case dei dirigenti ruotavano attorno a queste, presso le quali erano situate tutte le attività ricreative. Seguivano le case degli operai specializzati che guadagnavano di più, infine quelle degli operai, che si trovavano spesso in prossimità dei cantieri stessi, come il villaggio di Telle, Zelì, Righi e altri. I cantieri più lontani arrivavano a distare dei villaggi centrali anche 7 km, di conseguenza, non tutti gli operai potevano usufruire dei servizi ricreativi offerti dalla direzione per motivi logistici.

Le case degli operai erano in genere costituite da uno spazio centrale, la cucina e da una o due stanza laterali che venivano utilizzate come stanze da letto. I servizi stavano fuori, le case erano piccole e le famiglie molto numerose.

Quasi tutte le case avevano un piccolo orto e qualche animale domestico e molti operai dopo il lavoro si dedicavano alle attività agricole.

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Spazi diversi erano anche quelli dedicati ai dipendenti della miniera. Per accedere a questi spazi occorreva avere la tessera e se tutti avevano quella del dopolavoro, la foresteria era riservata ai soli impiegati.

L’azienda aveva fornito i villaggi di diversi campi sportivi, soprattutto per quanto riguarda Montevecchio. C’era infatti un campo da calcio, un campo da tennis e la squadra di calcio di Montevecchio aveva raggiunto dei buoni risultati e veniva seguita da tutto il villaggio. Altro servizio che l’azienda rendeva agli operai era il cinema, che proiettava ogni settimana e al quale potevano partecipare anche le donne. Il cinema di Montevecchio era molto grande e la domenica andavano anche le famiglie dei minatori che vivevano nei paesi del circondario, con il rischio, se si partiva troppo tardi, di non trovare posto, l’incaricato alla proiezione del film, era, in genere, un operaio.

L’ultimo spazio che l’azienda metteva a disposizione era la colonia di Funtanazza “Francesco Sartori”. La colonia fu inaugurata nel 1956 e fu voluta dall’ingegnere Rolandi, il quale aveva deciso di devolvere una parte degli utili della miniera per costruire una grandiosa colonia per i figli degli operai.

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La colonia lavorava principalmente in estate e copriva quattro turni per un totale di 200-250 bambini per turno.

Questo spazio non era esente da regole, una di queste era l’impossibilità di un genitore di andare a trovare il figlio durante la sua permanenza in colonia.

Anche in spiaggia veniva seguita una certa gerarchia, nella disposizione degli ombrelloni i primi erano quelli del direttore e sua famiglia, seguivano quelli dei capi servizio, infine, quelli degli operai. Inoltre, per gli impiegati, la direzione aveva fatto costruire una serie di cabine, di cui venivano consegnate le chiavi e potevano essere usate solo da loro.

La colonia era di grande utilità in ogni stagione, perché, veniva utilizzata anche in inverno, aveva un ottimo sistema di riscaldamento ed era l’unico edificio, in tutta la Sardegna, ad avere una piscina olimpionica, nel quale si svolsero anche i campionati regionali di nuoto.

La colonia è stata abbandonata con il progressivo smantellamento delle miniere nella prima metà degli anni Ottanta. Attualmente la colonia si trova in uno stato di abbandono.

2.3 Il tempo libero

L’organizzazione dei tempi era strettamente legata ai ritmi lavorativi non solo di entrata e uscita dalla miniera, ma anche dalle giornate della consegna del salario e dalle feste.

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Gli operai nel loro tempo libero svolgevano altri lavoretti per arrotondare, ad esempio il barbiere o il sarto. Nei paesi come Arbus o Guspini, che rimanevano un po’ distanti dal controllo dell’azienda, le attività agricole si praticavano come veri e propri secondi lavori e le eccedenze venivano vendute, durante i giorni della consegna dei salari o delle giornate di festa, dalla donne, che si recavano a Montevecchio appositamente.

Gli abitanti della comunità di Montevecchio potevano usufruire per il tempo libero di adeguate strutture attuate dall’azienda. Nel notiziario pubblicato dall’azienda nel 1953 si legge: “Circolo Aziendale Lavoratori”: “Per realizzare un ambiente di sana ricreazione durante le ore libere dal lavoro, la Società assicura con il proprio contributo, la vita di diverse attività ricreative. Troviamo, pertanto, in seno al Circolo Lavoratori, un cinema per 500 persone attrezzato modernamente, che opera sei proiezioni nei giorni della settimana con diversi film.

Esisteva una biblioteca dotata di un numero notevole di libri per adulti e per giovani, che venivano gratuitamente distribuiti ai dipendenti, in modo che la lettura, oltre che presso il locale della Biblioteca, potesse avvenire a domicilio.

Funzionava nell’ambito del Circolo Lavoratori un bar modernamente attrezzato con annesso biliardo e giochi vari.

Il Circolo organizzava una Scuola di Musica, alla quale partecipavano gli appassionati di musica che componevano il Corpo Bandistico.

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Sintesi

Introduzione tesina sulla miniera di Montevecchio

Il lavoro in miniera ha sempre avuto un fascino particolare, ma nel panorama minerario di Montevecchio, ha saputo esercitare un ruolo più coinvolgente che ha fatto sì che, anche chi ha lavorato per brevi periodi porti con sé il segno ed il ricordo di anni vissuti in un ambiente che non ha uguali nel mondo industriale.

Con questa tesina di maturità vorrei far conoscere Montevecchio, un po’ come paese, un po’ come miniera, a quanti non hanno avuto il piacere di conoscerlo e di riavvicinarne il ricordo in chi vi ha speso parte della sua vita e vi manca da tempo.

Il sacrificio di molti non deve essere dimenticato solo perché le risorse minerarie sono esaurite. Un lavoro duro, quello della miniera, lavoro pericoloso, soprattutto.

Muore una miniera, ma non deve morire il ricordo di uomini validi, di minatori coraggiosi, di un centro abitato un tempo ricco di cultura e di vita.

Dedico questa tesina a mio nonno, che con grande impegno e sacrificio ha lavorato in miniera come perforatore e a tutti gli uomini e donne che hanno lavorato nella miniera di Montevecchio.

Collegamenti

Tesina sulla miniera di Montevecchio

  • Storia - Taylorismo.
  • Italiano - Luigi Pirandello.
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