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La donna

Storia: la Belle Époque e le suffragette

Dopo il 1895 l’economia europea diede segni di ripresa. Le merci prodotte dalle industrie del vecchio continente trovarono sbocchi commerciali sui nuovi mercati, soprattutto in America e in Australia; da ciò prese avvio un nuovo incremento della produzione che contribuì a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori.

Questo permise a larghe fasce della popolazione di aumentare i consumi, favorendo di conseguenza lo sviluppo della produzione e la nascita di nuove industrie come quella chimica e soprattutto quella automobilistica.

In Italia nel 1899 nacque la FIAT, mentre a Detroit, negli Stati Uniti, nel 1903 Henry Ford fondò la Ford Motor Company, divenuta poi, nel giro di pochi decenni, la maggiore industria automobilistica del mondo.

Anche la situazione di relativa stabilità politica di molti Stati europei favorì lo sviluppo industriale, tecnologico e scientifico, reso possibile dallo sfruttamento di una nuova fonte di energia, il petrolio, e dall’impiego massiccio dell’elettricità nei processi di produzione.

Il taylorismo

L’aumento della produzione industriale fu reso possibile anche grazie a un nuovo sistema di organizzazione del lavoro, messo a punto dall’ingegnere americano Frederick Winslow Taylor. Egli ideò un metodo produttivo basato sulla suddivisione del lavoro in piccoli segmenti: ogni operaio doveva ripetere sempre la stessa operazione in modo meccanico senza mai allontanarsi dalla propria postazione.

Un nastro trasportatore (“catena di montaggio”) portava i pezzi da un operaio all’altro, in modo che ciascuno potesse compiere le operazioni di sua competenza senza muoversi, fino ad arrivare al prodotto finito. Questo modo di lavorare, detto taylorismo, dal nome del suo fondatore, fu adottato inizialmente negli Stati Uniti e in seguito anche in Europa.

Esso consentì di aumentare la produzione e favorì la riduzione dell’orario di lavoro. Gli operai, tuttavia, dovettero affrontare anche cambiamenti negativi.

Scomparve la figura dell’operaio qualificato, che era in grado di seguire la produzione di un oggetto dall’inizio alla fine del processo: ora ciascun operaio sapeva svolgere solo una piccola parte del lavoro e contribuiva quindi in maniera minima alla realizzazione del prodotto finale.

Ciò permise alle industrie di assumere a basso costo numerosi operai non specializzati; i lavoratori impiegati alla catena di montaggio, infatti, ridotti ormai a ingranaggi di una macchina, erano facilmente sostituibili e perciò chi non accettava le condizioni poste dal datore di lavoro veniva licenziato.

Il fordismo

Nella sua fabbrica automobilistica di Detroit Henry Ford adottò il metodo produttivo della catena di montaggio cercando di migliorarlo e di renderlo ancora più automatizzato. Tuttavia Ford mostrò anche una grande attenzione per le persone che lavoravano nelle sue industrie.

Egli sosteneva che i datori di lavoro si dovevano occupare di tutti gli aspetti della vita dei loro operai: per questo introdusse corsi di inglese per gli immigrati, si preoccupò delle condizioni sanitarie dei dipendenti, organizzò per loro momenti ricreativi, controllò i loro comportamenti familiari e morali, combattendo l’alcolismo e incoraggiando il matrimonio.

Questo modo di concepire il lavoro e il rapporto con i lavoratori fu chiamato “fordismo”: uno dei suoi presupposti era che gli operai andavano considerati come consumatori, cioè acquirenti degli stessi oggetti che producevano, così da evitare crisi di sovrapproduzione e rafforzare l’industria.

Per questo motivo nelle fabbriche di Henry Ford il salario dei lavoratori fu aumentato e venne introdotta la possibilità di pagare a rate la merce acquistata.

La Belle Époque e le nuove conquiste sociali

Tra gli ultimi anni del XIX secolo e i primi di quello successivo l’Europa visse un clima di grande ottimismo, tanto che quegli anni felici furono chiamati Belle Époque. La società borghese di fine Ottocento era infatti convinta di avere un futuro che prometteva ricchezza e benessere, e in cui le disgrazie che avevano colpito l’umanità fino ad allora sarebbero scomparse per sempre.

Alla nascita di questo entusiasmo contribuì anche il gran numero di scoperte e invenzioni che rivoluzionarono il modo di vivere e di pensare di milioni di persone: la fotografia, il cinema, le automobili, gli aeroplani, il telefono, il telegrafo e l’uso dell’energia elettrica.

Mentre i grandi transatlantici attraversavano l’oceano mettendo in comunicazione Europa e America, i primi film venivano proiettati nelle sale cinematografiche di tutto il mondo.

In Italia, intanto, Guglielmo Marconi cominciava i suoi primi esperimenti di trasmissione del suono via radio, radiofonia, mentre i francesi Pierre e Marie Curie si dedicavano allo studio della radioattività e negli Stati Uniti i fratelli Wright costruivano il primo aeroplano in grado di volare della storia, realizzando così il sogno che l’uomo inseguiva da sempre.

Anche nel campo della medicina si ebbero grandi successi, come la scoperta di nuovi vaccini contro malattie che appena pochi decenni prima non era possibile curare.

La crescita dei consumi

Nella Belle Époque si assiste anche alla nascita e alla diffusione dei grandi magazzini, in cui si potevano acquistare varie tipologie di merci prodotte industrialmente.

Proprio tra la fine dell’800 e i primi anni del ’900 prese avvio, infatti, la cosiddetta produzione di massa, che immise sul mercato articoli diversificati come quelli artigianali di una volta, ma a prezzi accessibili, per un numero sempre maggiore di persone.

Le prime leggi di tutela dei diritti civili

Negli stessi anni che videro, in tutta Europa, un significativo miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, crebbero anche le rivendicazioni di maggiori diritti civili avanzate dalle organizzazioni sindacali e dai partiti politici.

Questi ultimi, ormai, divenivano sempre più “partiti di massa”; a essi aderivano infatti moltissime persone, appartenenti, in genere, alle classi sociali più povere.

Una delle prime, fondamentali conquiste dei lavoratori fu il riconoscimento del suffragio universale maschile, cioè dell’estensione del diritto di voto a tutti gli uomini che avessero compiuto 21 anni, qualunque fosse il loro grado di istruzione e la loro condizione economica.

In alcuni Paesi si pose un limite all’allargamento del diritto di voto: in Italia, per esempio, occorreva avere frequentato almeno la terza classe elementare ed essere tra i contribuenti al fisco per poter votare.

L’introduzione del suffragio universale maschile rappresentò tuttavia una novità importante, in grado di modificare l’organizzazione politica degli Stati europei: allargando la base elettorale, infatti, anche le categorie sociali più deboli, operai e contadini, partecipavano alla gestione del potere e potevano così difendere e sostenere i loro interessi.

Le donne sono ancora discriminate: nascono i movimenti femministi

Nel 1903 sorse un movimento politico femminista che lottò, con comizi e manifestazioni pubbliche, per ottenere il diritto di voto, o suffragio, per le donne: le militanti furono chiamate suffragette.

Le prime ad impegnarsi nella lotta per il suffragio femminile e per la parità dei diritti con gli uomini furono le donne borghesi, che crearono i primi movimenti femministi. Successivamente anche le operaie si unirono alla protesta chiedendo in particolare migliori condizioni di vita e di lavoro.

Per fare breccia nella resistenza della società britannica, esse ricorsero alla lotta aperta. Disturbarono i comizi dei deputati, incendiarono negozi ed edifici pubblici.

Non riscontrando i risultati sperati, le suffragette inglesi passarono, così, a forme di protesta più violente; così nel 1912 proclamarono la “Guerra delle vetrine”, prendendo a sassate ogni negozio londinese.

Nel 1913 il movimento suffragista ebbe anche la sua prima martire: una giovane inglese, Emily Davison, che si gettò sotto la carrozza reale durante un affollato derby e rimase uccisa. Nel 1918 le donne inglesi ottennero il diritto di voto.

Per tutto l’800, le femministe statunitensi lottarono non meno tenacemente di quelle inglesi, senza ricorrere, però, ad azioni violente: loro manifestazioni tipiche furono parate, cortei con fiaccole e striscioni, comizi e marce di protesta cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica.

Proprio negli Stati Uniti, tuttavia, si verificò, all’inizio del secolo, un terribile episodio che la giornata della donna ricorda tuttora: l’8 marzo 1908 morirono durante un improvviso incendio, in un’azienda tessile di New York, 129 operaie riunitesi in sciopero all’interno dell’edificio.

Il movimento femminista aveva fatto, però, molta strada non solo in Inghilterra e negli Stati Uniti, ma anche in quasi tutti i paesi d’Europa, dove le donne riuscirono ad eguagliare l’uomo in tutti i campi e ad ottenere, persino, il diritto di voto.

Dopo la Prima Guerra Mondiale le suffragette ottennero i primi successi: dovettero sostituire gli uomini partiti per il fronte, lavorando nelle fabbriche e assumendo i ruoli chiave della società.

Quando il conflitto ebbe termine non fu più possibile negare loro il diritto di voto. Nel 1919 le donne ottennero l’emancipazione giuridica, ampliando le funzioni di tutela, vedendosi riconosciuta la facoltà commerciale e facendo abolire l’obbligo dell’autorizzazione maritale sulla gestione dei propri beni e per rendere testimonianza in giudizio.

Nel 1923 le donne italiane ottennero il diritto di voto alle elezioni amministrative, ma tale diritto non trovò applicazione a causa della riforma fascista degli enti locali.

L’Italia ha raggiunto l’unità solo nel 1861: prima di allora, dalle Alpi alla Sicilia, era frazionata in un mosaico di stati e staterelli talvolta persino ostili tra loro; un simile stato di cose non facilitava certo la diffusione della coscienza femminile.

Nel nostro paese, quindi, la lotta per l’emancipazione della donna si accese in ritardo rispetto al resto dell’Europa, anche perché la rivoluzione industriale vi giunse solo verso la fine del secolo scorso; ma quando anche l’industria italiana dovette contare su un’alta percentuale di manodopera femminile la “questione donna” cominciò a interessare un po’ a tutti.

Le donne nella Resistenza italiana

Le donne nella Resistenza Italiana rappresentarono una componente fondamentale per il movimento partigiano nella lotta contro il nazifascismo. Esse lottarono per riconquistare la libertà e la giustizia del proprio paese ricoprendo funzioni di primaria importanza.

In tutte le città le donne partigiane lottavano quotidianamente per recuperare i beni di massima necessità per il sostentamento dei compagni.

Vi erano gruppi organizzati di donne che svolgevano propaganda antifascista, raccoglievano fondi ed organizzavano assistenza ai detenuti politici ed erano impegnate anche nel mantenimento delle comunicazioni oltre che nelle operazioni militari.

Le donne che parteciparono alla Resistenza facevano parte di organizzazioni come i Gruppi di Azione Patriottica (GAP) e le Squadre di Azione Patriottica (SAP), e inoltre fondarono dei Gruppi di Difesa della Donna, “aperti a tutte le donne di ogni ceto sociale e di ogni fede politica o religiosa, che volessero partecipare all’opera di liberazione della patria e lottare per la propria emancipazione”, [1] per garantire i diritti delle donne, sovente diventate capifamiglia, al posto dei mariti arruolati nell’esercito.

Italiano: il Verismo e la donna

Giovanni Verga

Sotto l’influenza di questo clima di positivismo, cioè di quell’assoluta fiducia nella scienza, nel metodo sperimentale e negli strumenti infallibili della ricerca, nasce il Verismo che si sviluppa fin dal 1830 e prospera alla fine del XIX secolo in piena Belle Époque.

Uno dei principali esponenti del Verismo fu Giovanni Verga.

Nasce a Catania nel 1840, da una famiglia di nobili proprietari terrieri, durante la giovinezza si entusiasma per gli ideali risorgimentali e per la letteratura.

Pertanto lascia gli studi giuridici, a cui era stato avviato dal padre e comincia a scrivere romanzi storici e patriottici e si impegna come giornalista politico.

Si trasferì prima a Firenze e poi a Milano dove rimase dal 1872 al 1893. Qui conobbe i maggiori esponenti della cultura di quel tempo ed entrò in contatto con la cultura europea leggendo le opere di Balzac, Zola, Flaubert.

Questi autori francesi appartenevano alla corrente del naturalismo, una corrente culturale che proponeva una narrazione oggettiva e impersonale della realtà.

Le prime prove letterarie di Verga erano però legate ai modelli del Romanticismo, narravano storie passionali ambientate nel mondo corrotto della borghesia.

Il primo romanzo che segna la svolta di Verga dal Romanticismo al Verismo è “Nedda”. Da questo momento comporrà prevalentemente romanzi e novelle ambientati in Sicilia.

Egli rappresenta il mondo contadino basato sulla legge del più forte. Questa società viene descritta oggettivamente, con disperata rassegnazione, aderendo al cosiddetto canone dell’impersonalità.

Questo realismo è basato su un forte pessimismo, perché vengono descritte le classi più povere e deboli e personaggi che lui stesso definisce “vinti”.

Verga riprende questi principi dal Naturalismo francese, collocandoli però nella realtà della sua regione.

La novità dei temi e anche la novità della lingua furono un fatto straordinario, egli utilizza un linguaggio nuovo e delle tecniche narrative che gli danno possibilità di dare voce autentica ai personaggi che descrive.

Le sue opere ebbero grande successo. Muore a Catania nel 1922.

La produzione di Verga è molto ricca, le opere più significative sono: due raccolte di novelle “Vita dei campi” e “Novelle Rusticane”.

Scrisse due romanzi: “I Malavoglia” e “Mastro Don Gesualdo”. Questi due romanzi dovevano formare un ciclo di cinque romanzi chiamato “Ciclo dei vinti”, ma Verga riuscì a scriverne soltanto due, e parte di un terzo.

L’applicazione dei principi della poetica verista porta Verga ad utilizzare una tecnica narrativa originale e innovativa.

Quello che caratterizza particolarmente questa innovazione è la totale scomparsa dell’autore. Il punto di vista dello scrittore non emerge mai.

La voce narrante si trova nei personaggi stessi, manca totalmente qualsiasi delucidazione introduttiva sul carattere e sulla storia dei personaggi.

L’autore parla di questi personaggi come se si rivolgesse ad un pubblico che vive in quello stesso ambiente, infatti chi legge impara a conoscere i personaggi attraverso lo svolgersi della vicenda.

Verga vuole rappresentare oggettivamente la realtà attraverso una visione di totale pessimismo. Infatti egli è convinto che la realtà sia immutabile e che la letteratura abbia soltanto lo scopo di rappresentare la realtà.

La figura femminile nella letteratura

Con l’inizio del Verismo, abbiamo un’ulteriore evoluzione della figura femminile che prende nuovamente consapevolezza di sé, non solo per quanto riguarda le sue caratteristiche fisiche, ma come donna, e quindi come altra dall’uomo.

Questo passaggio appare chiaro soprattutto nell’opera di Ibsen, “Casa di bambola” del 1897, che provocò grande scandalo in Europa e anticipò il femminismo e il movimento delle suffragette.

La figura femminile nella letteratura ha in ogni modo avuto sempre un ruolo di principale importanza.

Se nel passato la donna era stata assoggettata all’uomo non solo nel campo del reale, ma anche in quello della finzione letteraria e si era limitata ad essere “oggetto” della passione amorosa, con la letteratura dell’inizio ’900, la figura femminile conquista un ruolo di primo piano, grande passo in avanti verso l’emancipazione.

La donna diventa nelle opere dei naturalisti francesi Femme fatale: distruttrice di uomini, donna di lusso che rivendica la propria dignità, che cerca un’alternativa allo squallore della vita borghese priva di valori, che non vuole più sacrificare la propria femminilità in nome di convenzioni sociali.

La realtà femminile si rivela in tutta la sua “miseria” e suo attributo principale è la bellezza basata sull’artificio e non sulla naturalezza: trucco, gioielli, bei vestiti diventano indispensabili e se queste caratteristiche vengono meno l’uomo non ne è più attratto.

Questo è spiegato nella prefazione ad Eva, romanzo che racconta la passione di Enrico Lantieri, un giovane pittore privo di mezzi, per la ballerina Eva; una passione che conduce il giovane, abbandonato dall’amante, alla morte.

Eva è la donna fatale, una donna di lusso, per la quale l’artificio è alla base della sua bellezza e dell’ambiente in cui vive.

Il carattere eccezionale della donna diventa per l’uomo uno strumento per raggiungere il successo e integrarsi nella società mondana.

Quando ella perde questa funzione o cessa di essere puro oggetto di contemplazione del desiderio maschile, perde fascino e quindi fugge dall’uomo come fa Eva dopo essersi accorta che i sentimenti del suo amante si erano affievoliti.

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Sintesi

Introduzione Donna, tesina (3)

La seguente tesina è incentrata sull'argomento donna, elencando le donne più importanti nella storia e dando maggior valore ad azioni che a volte vengono poco considerate.

Collegamenti

  • Storia: le suffragette e la Belle Epoque
  • Italiano: il Verismo e la donna
  • Inglese: 8th March, women's day
  • Geografia: il Medio Oriente e l'Arabia Saudita
  • Francese: Coco Chanel
  • Arte: Frida Kahlo
  • Scienze: Margherita Hack e l'universo
  • Tecnica: Marie Curie e la radioattività
  • Musica: Amy Winehouse e il Jazz
  • Educazione fisica: droghe e doping
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