Liceo Scientifico “V. Capirola” Anno scolastico 2008-2009
Labor Vincit
Omnia
Charlie Chaplin inghiottito in un ingranaggio nel film “Tempi Moderni” del 1936
Andrea
Viviani V A
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Indice
Storia
- Introduzione alla II rivoluzione industriale.........................................................pag 1
- Taylorismo-Fordismo:............................................................................................pag 2-6
- Cosa rese possibile il taylorismo
- La catena di montaggio, ossia l’applicazione più tecnologicamente raffinata del taylorismo
- L’ideologia dell’organizzazione scientifica del lavoro
- Diffusione e superamento del sistema tayloristico
Filosofia
- G. W. F. Hegel: La fenomenologia dello spirito............................................pag 7-8
- L’autocoscienza: dialettica servo-signore
Italiano
- Giovanni Verga:........................................................................................... pag 9-16
- La cruda realtà del lavoro contadino
- Luigi Pirandello:.......................................................................................... pag 16-19
- Gli effetti della modernità nel lavoro
Storia dell’arte
- Il Futurismo:................................................................................................ pag 20-21
- L’automobile nell’immaginario futurista. Un emblema della simultaneità spazio-temporale
Inglese
- Charles Dickens:...........................................................................................pag 22-23
- The world of the workhouse
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Mappa
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La seconda rivoluzione industriale
Introduzione
Lo sviluppo dell’industria, iniziato nella II metà del Settecento (prima rivoluzione industriale), continuò per tutto l’Ottocento e proseguì, poi, nel Novecento.
Tuttavia, nella seconda metà del XIX secolo l’industrializzazione prese caratteristiche diverse e più complesse rispetto a quelle del secolo precedente.
Gli storici chiamano questa nuova fase seconda industrializzazione o seconda rivoluzione industriale.
La seconda industrializzazione si caratterizzò e si differenziò dalla prima per vari aspetti.
Innanzitutto, mentre dapprima l’industria si era concentrata in certi paesi e in certe regioni (Europa occidentale e Stati Uniti), ora si diffondeva in quasi tutto il continente europeo e anche in paesi periferici come la Russia e il Giappone.
Inoltre la prima fase dell’industrializzazione era stata condizionata dalla tecnologia del ferro e del carbone; ciò aveva favorito quei paesi che possedevano ricchi giacimenti delle due fonti energetiche, come l’Inghilterra, il Belgio, la Francia e la Germania.
Nella seconda metà dell’Ottocento, invece, le scoperte e le invenzioni resero più agevole l’industrializzazione a paesi come l’Italia o il Giappone, sprovvisti di risorse minerarie, ma ricchi di cultura tecnica, di capacità professionali, di desiderio di emergere.
In particolare, in questo periodo l’energia elettrica sostituì il vapore come forza motrice; di conseguenza si affermò l’industria produttrice di energia elettrica.
Nacque il motore a scoppio, si perfezionò, con nuovi tipi di altiforni, la produzione dell’acciaio.
Sorsero le aziende elettromeccaniche e chimiche.
Mentre la prima rivoluzione industriale si era distinta per il moltiplicarsi delle unità produttive, prevalentemente con pochi lavoratori, la seconda si caratterizza per la tendenza alla crescita delle dimensioni delle aziende e della loro incidenza sul mercato.
L’affermazione e la concentrazione di queste grandi imprese provocarono l’introduzione di nuove forme quali il cartello e il trust, facendo sovente cedere la situazione di libera concorrenza e lasciando il posto al dominio degli oligopoli e dei monopoli.
Un altro aspetto che caratterizza la seconda industrializzazione è il progressivo prevalere del capitalismo finanziario rispetto a quello industriale, con l’intrecciarsi di interessi tra le banche e le industrie.
I decenni della seconda rivoluzione industriale furono segnati da un intenso sviluppo delle comunicazioni; gli uomini potevano finalmente spostarsi rapidamente dovunque.
La seconda rivoluzione industriale trasforma anche la società di fine Ottocento, ci si avvia verso la società di massa, nasce una nuova classe sociale, gli operai di fabbrica che si oppongono alla borghesia, che rimane anche la classe dominante di questo periodo.
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Il Taylorismo, ossia l’organizzazione scientifica del lavoro
L’organizzazione scientifica del lavoro (scientific management) è un sistema di produzione teorizzato e introdotto dall’ingegnere americano Frederick Winslow Taylor che ne espose i principi e la pratica in due opere: “Direzione d’officina” del 1903 e “L’organizzazione scientifica del lavoro” del 1911.
Taylor intuì che un sistema di produzione industriale studiato e organizzato con criteri “scientifici” avrebbe aumentato considerevolmente la produttività del lavoro con maggior profitto delle aziende. Non solo, ma avrebbe consentito di raggiungere insieme più obiettivi che sembravano inconciliabili: un basso costo della manodopera per le aziende e salari più alti per i lavoratori; un minor prezzo dei prodotti finiti e quindi un maggiore consumo di beni; e, infine, il superamento della conflittualità tra capitale e lavoro all’interno delle fabbriche e nella società.
Henry Ford, il fondatore dell’omonima e nota casa automobilistica, applicò le teorie di Taylor alle linee di produzione del modello T, un’autovettura pensata perché costasse poco e fosse acquistata anche dagli stessi operai. Inventò così la catena di montaggio e inaugurò l’era dell’automobile “utilitaria”, ossia destinata al consumo di massa.
Anche Ford, come Taylor, pensava a una società nella quale i conflitti di lavoro sarebbero cessati perché gli operai e gli impiegati avrebbero trovato come corrispettivo del loro maggior carico di lavoro salari più alti e quindi sarebbero stati cointeressati a conservare il maggior benessere che loro derivava dalla nuova organizzazione del lavoro.
Il modello “fordista” e taylorista oggi è praticamente abbandonato nei paesi a industrializzazione avanzata e tutti possono constatare come i conflitti sociali e di lavoro non siano affatto venuti meno; ma, per circa tre quarti del Novecento si è imposto come modello vincente e universale di produzione. In questo elaborato ne analizziamo i contenuti e discutiamo le ragioni del suo successo.
Poster di O. Orazi per La Maison Moderne, Parigi 1907
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Cosa rese possibile il taylorismo
L’organizzazione scientifica del lavoro non sarebbe stata possibile senza l’introduzione di una serie di innovazioni, avvenuta dalle origini della rivoluzione industriale e lungo il corso dell’Ottocento. Le principali sono: la divisione del lavoro, la standardizzazione dei prodotti e la semplificazione della fabbrica.
La divisione del lavoro era stata teorizzata dall’economista scozzese Adam Smith il quale nel 1776 aveva dimostrato che le operazioni per produrre un oggetto semplice quanto si voglia, come uno spillo, sono molte e possono essere scomposte e affidate a persone diverse. Il risultato che si ottiene è l’aumento della produttività di ciascun operaio e quindi della produzione globale e della ricchezza generale. Infatti, se le diverse fasi della lavorazione di un prodotto sono compiute da diversi lavoratori, ciascuno di questi diventa abile e veloce e si annullano i tempi morti tra ciascuna fase e la successiva. La divisione del lavoro fu il modello produttivo che si diffuse lungo l’Ottocento e, soprattutto nelle fabbriche tessili, l’introduzione di macchine automatizzate impose agli operai ritmi di lavoro ai quali si dovettero adattare.
La standardizzazione dei prodotti fu invece il risultato di un nuovo modo di produrre che riguardò soprattutto l’industria meccanica. La fabbricazione di macchine utensili, ossia macchine per produrre altre macchine, e macchine dedicate, destinate cioè ad eseguire pochi ma specifici lavori di alta precisione, permise di riorganizzare la produzione: ad ingegneri e tecnici fu affidata la progettazione di oggetti composti da parti uniformi e intercambiabili (pensiamo ad esempio in un motore ai cilindri, alle bielle, agli alberi, alle camme ecc.) e la fabbrica fu divisa in reparti specializzati nella fabbricazione dei componenti, nell’assemblaggio, nelle prove e rifiniture.
Questo comportò una diminuzione della professionalità, perché all’operaio non erano più richieste competenze e abilità di mestiere, ma solo conoscenza e abitudine nell’uso delle macchine. La produzione in serie e standardizzata diminuì il costo dei prodotti e ampliò il numero di operai che, lavorando a cottimo, potevano aumentare i loro salari.
Il terzo elemento è la semplificazione della struttura interna delle fabbriche grazie all’impiego generalizzato dell’energia elettrica che sostituì la macchina a vapore: scomparvero i complicati, ingombranti e rumorosi meccanismi di trasmissione del movimento dalla centrale a vapore ai reparti produttivi e alle macchine; i tecnici poterono progettare i processi di lavorazione con maggiore libertà perché il movimento delle macchine era possibile in ogni punto dove poteva arrivare un cavo elettrico.
La maggiore flessibilità nella progettazione delle linee di produzione permise, a sua volta, di eliminare le professionalità più elevate che rappresentavano un elemento di rigidità.
Infatti gli operai specializzati, depositari di “segreti del mestiere”, mantenevano un forte potere contrattuale, sia perché erano in grado di imporre “tempi e metodi” corrispondenti alle loro abitudini di lavoro, sia perché da loro dipendevano le squadre di operai comuni e manovali.
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La catena di montaggio, ossia l’applicazione più tecnologicamente raffinata del taylorismo
L’uomo che mise in pratica nel modo più completo e rigoroso le dottrine di Taylor fu Henry Ford, l’industriale americano della nota casa di automobili. A lui si deve la realizzazione della “catena di montaggio” e il lancio di un programma industriale e commerciale volto a fare degli americani un popolo di consumatori. Egli è convinto che il progresso sociale e civile sia il frutto del progresso tecnologico. Mettendo, infatti, a disposizione del maggior numero possibile di persone beni di consumo a basso costo, si creano le condizioni di un benessere generalizzato.
A tale scopo bisogna, in primo luogo, standardizzare i prodotti e semplificarne la composizione, eliminando tutto ciò che è superfluo per abbassarne i costi di produzione e di manutenzione; una sua massima famosa recitava più o meno così: in un’autovettura tutto ciò che non c’è non si rompe! In secondo luogo, con una politica di salari medi o medio-alti, bisogna fare sì che anche l’ultimo operaio possa acquistare i prodotti dell’industria: “se siamo in grado di distribuire salari elevati, quel denaro può allora essere speso e contribuirà a rendere più prosperi rappresentanti, distributori, produttori e lavoratori che operano in altre linee industriali e la prosperità avrà un riflesso nelle nostre vendite”.
La fabbrica tayloristica sembrava la risposta più adeguata a questa ideologia (che fu significativamente detta “fordismo”) in quanto, pur abbassando il livello professionale, garantiva con il cottimo più alti salari; non solo, ma accresceva il numero di tecnici, assistenti, controllori e “colletti bianchi” con stipendi più alti della media.
Favorito dalla disponibilità di una nuova fonte di energia a basso costo, il petrolio, Ford scommise sull’efficacia delle sue idee puntando alto: il Modello T, la prima autovettura utilitaria, avrebbe dovuto raggiungere costi compatibili con il consumo di massa delle automobili. A tal fine mise mano alla realizzazione di una linea di produzione che passò alla storia come “catena di montaggio”.
L’idea base della “rivoluzione fordiana” era quella di far muovere i pezzi da lavorare o da assemblare e di tener fermi i lavoratori, onde eseguissero le loro mansioni senza spreco di tempo e al ritmo imposto dalla velocità della “catena”. Vinse la scommessa; infatti il prezzo del Modello T passò da 900 dollari, nel 1909, a 360 dollari, nel 1917, e a 260, nel 1925; le vendite annuali crebbero nello stesso periodo da 18.000 a 750.000 vetture. Poteva inoltre vantarsi di concedere ai suoi dipendenti paghe superiori del 15% rispetto alle industrie concorrenti.
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L’ideologia dell’organizzazione scientifica del lavoro
Taylor non si limitò a teorizzare e sperimentare il sistema di produzione nelle fabbriche. Egli era convinto che l’adozione generalizzata del suo sistema avrebbe portato a un miglioramento non solo a favore del capitale, ma dell’intera società.
L’incremento della produttività conseguito grazie all’organizzazione scientifica del lavoro avrebbe immesso sul mercato una quantità mai vista di oggetti sia necessari che superflui a costi accessibili a tutti; l’orario di lavoro si sarebbe ridotto a favore del tempo libero e si sarebbero create opportunità per una generale crescita dell’istruzione e della cultura.
Più in particolare, per imprenditori e lavoratori dipendenti, si sarebbero create le condizioni per superare a priori ogni divergenza contrattuale: «la quantità di produzione che ogni operaio deve fornire giornalmente, il salario che lo retribuisce adeguatamente di questo lavoro ed il massimo numero di ore lavorative ammissibile in una giornata formano nel loro complesso gli elementi più importanti da discutere fra mano d’opera e datori di lavoro. L’autore ha tentato di dimostrare che tali questioni possono essere molto meglio definite da un tecnico esperto addetto allo studio dei tempi, che dal sindacato o da una commissione di dirigenti, ed è fermamente convinto che nel futuro lo studio scientifico dei tempi stabilirà delle norme produttive che verranno accettate come eque da entrambe le parti».
Benessere per tutta la società e pacificazione tra padroni ed operai, questi sarebbero stati i frutti più importanti e significativi del sistema tayloristico e gli elementi portanti della sua ideologia.
Diffusione e superamento del sistema tayloristico
Il sistema tayloristico e la catena di montaggio conquistarono in pochi anni gli Stati Uniti e furono riprodotti nelle fabbriche di tutto il mondo industrializzato.
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