Una mente… due realtà
“Per natura gli uomini sono tutti uguali, col tempo diventano molto diversi l’uno dall’altro” Cit. Confucio
Martina Masala
3^E Linguistico Brocca
a.s. 2013-2014
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Prefazione
Questo lavoro nasce da una mia forte passione nei confronti della lingua, della storia e della cultura orientali ma in particolar modo cinesi. Non ho idea da cosa possa essere scaturito questo mio interesse ma, probabilmente, il fatto di non averne mai parlato a scuola o negli ambienti comuni, mi ha fatto sviluppare un’attrazione per tutto ciò che è dell’altro mondo.
Quando noi pensiamo alla storia che studiamo a scuola e ai grandi personaggi che l’hanno fatta, pensiamo all’impero Romano o a Alessandro Magno, non ci viene assolutamente da pensare a qualche membro della dinastia Qing o a Mao. Questo perché da parte degli occidentali vi è sempre stata una sorta di rifiuto per le culture diverse; che esse abbiano principi giusti o sbagliati, bizzarri o strani.
Anche da parte degli orientali non c’è mai stato un forte desiderio di scoprire il mondo occidentale ma ciò che li differenzia da noi, a mio parere, è che non hanno mai avuto la faccia tosta di considerare le popolazioni occidentali inferiori a loro. Sì, ci sono stati i popoli bellicosi come i Persiani, i popoli razzisti come i Giapponesi ma non hanno mai volutamente sterminato esseri umani diversi da loro solo perché li consideravano esseri inferiori.
Christopher Bollas nel suo elaborato “la mente orientale” divide in due la mente umana. Una è la mente occidentale e l’altra è la mente orientale. Perché questa divisione che apparentemente può sembrare così secca? L’idea centrale è che, da psicoanalista, vuole spiegare a chi non è ferrato in materia che non vi sono due tipi di menti distinte ma che la mente orientale e quella occidentale sono due diverse parti della mente umana, le due facce della stessa medaglia.
Egli sostiene che alla base di questa scissione ci siano i modi diversi di vedere il mondo e di viverlo da parte delle due varianti di umanità. Fondamentalmente gli orientali pensano differentemente dagli occidentali. Le differenze sono percepibili a vista d’occhio.
Oltre alla banale diversità fisica caratterizzata in particolare dagli occhi a mandorla, vi è un’essenziale incongruenza anche nel modo di relazionarsi. Noi occidentali siamo più discorsivi, aperti, mentre gli orientali tendono a essere meno espliciti e diretti.
Se si pensa ai testi classici dell’uno e dell’altro mondo si può notare che quelli orientali (gli scritti di Lao Tu, Confucio, Mo’ Tu, Mencio e Zhuang zi) hanno il fine ultimo di descrivere gli ordinari e fugaci istanti del viaggio che è la vita; i testi classici occidentali (fra i più celebri l’Iliade e l’Odissea di Omero), invece, si basano sulle avventure dell’uomo che compie gesti eroici dimostrando il proprio coraggio, la propria resistenza e la propria intelligenza.
Dunque, gli orientali esplorano più il mondo spirituale nel quale l’uomo deve compiere un percorso che lo porti ad essere migliore; gli occidentali esaltano semplicemente l’uomo per ciò che è capace di fare.
Per concludere, questo elaborato è nato per svolgere un percorso alla fine del quale, spero di riuscire a dimostrare che i due mondi, apparentemente contrapposti e distaccati, hanno in comune molto più di quello che pensiamo, sia dal punto di vista storico che dal punto di vista artistico, passando per quello letterario e filosofico.
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La storia tra Oriente e Occidente
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La storia occidentale è nota a tutti noi. Il nostro mondo è sempre stato caratterizzato dalla continua evoluzione e dal progresso in ogni ambito: dal lontano impero romano, al regno di Carlo Magno, alle nuove scoperte scientifiche, alla lotta per i valori della rivoluzione francese, alla restaurazione e alla formazione degli stati occidentali degni di essere chiamati tali fino ad arrivare al secolo breve.
Quest’ultimo fu caratterizzato dalle guerre, dagli stermini, dalle dittature e dall’acquisizione di diritti inviolabili.
La storia dell’Oriente è meno conosciuta. Vorrei prendere in esame la Cina poiché essendo stato sempre un paese così grande e ricco di storia, è quello che meglio evidenzia le caratteristiche fondamentali del mondo orientale.
La civiltà cinese è una delle più antiche dell’intero globo. È caratterizzata dal susseguirsi di dinastie di regnanti che governavano sin dal terzo millennio a.C. Le prime pare che fossero tre dinastie ereditarie: Xia, Shang e Zhou.
Non si hanno di questo periodo delle notizie certe in quanto gli storici non sono riusciti a ritrovare grossi reperti o documenti che potessero testimoniare gli avvenimenti di questo periodo. Certo è che, come in Occidente, anche in Oriente, questo determinato periodo storico è connotato dalla pratica dell’agricoltura e della pesca, dall’invenzione della scrittura e da una sempre più rigorosa organizzazione dello stato.
Al potere vi erano sempre delle famiglie di aristocratici militari che si susseguivano in base a rapporti diretti di parentela stabiliti dal sovrano insieme ai capi militari più potenti. Insomma, non succedeva niente di così diverso da ciò che accadeva in Occidente con il feudalesimo.
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Successivamente, con quella che viene definita come ‘epoca degli stati combattenti’, la Cina visse una situazione di disordine nella quale i regni cinesi cercavano di ottenere la supremazia sugli altri. Era chiaro che queste guerre, che possono essere definite civili, stessero mettendo a repentaglio l’ordine e il rigore che fino ad allora era sempre stato presente.
Durante questo periodo visse anche il filosofo Confucio che, a suo modo, cercò di risanare la profonda crisi sociale e spirituale che stavano lacerando la Cina del tempo.
Dal 221 a.C. la Cina fu riunita sotto un unico potere politico capeggiato da Ying che si autoproclamò QinShiHuangdi ovvero “quasi divinità”. L’unico vero obiettivo di questo governatore era riuscire a unificare tutto l’immenso territorio cinese stabilendo dei confini, una capitale, una moneta unica e una medesima scrittura.
Successivamente, tra il terzo e il settimo secolo, quello che era diventato lo stato cinese attraversò un periodo buio. Il medioevo cinese, infatti, fu caratterizzato da una nuova frammentazione del territorio e dalla diffusione di nuove ideologie e religioni fra le quali il buddismo.
Da questo periodo, nella società cinese, si affermò la preminenza delle classi colte, avvantaggiate da una politica classista che permetteva solo agli intellettuali capaci, di accedere alla carriera amministrativa.
Così come nel mondo occidentale, subito dopo un periodo di crisi, sussegue un periodo di prosperità caratterizzato da nuove scoperte scientifiche e nuove invenzioni. Fu proprio questo il momento in cui si perfezionarono le tecniche militari e agricole.
Nel tredicesimo secolo, per la prima volta, la Cina fu completamente sottomessa da una popolazione di barbari: i mongoli. Una volta che questa popolazione fu definitivamente scacciata dal territorio cinese, si susseguirono due dinastie: i Ming (che esaltarono i diritti dei contadini ed espansero la produttività agricola) e i Qing (dinastia che rimase al potere fino al 1911).
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In seguito, la storia della Cina, tende ad assomigliarsi sempre di più a quella dei paesi occidentali. Nel 1921, a Shanghai, fu fondato il Partito comunista cinese. Uno degli esponenti principali di esso fu Mao Zedong.
La figura di Mao emerse dopo che il nuovo leader del Guomindang provocò la rottura con i comunisti. Sostenitore di un’insurrezione generale che coinvolgesse città e campagna, fu tra gli organizzatori della “sollevazione dei raccolti d’autunno” e commissario delle operazioni nell’Hunan.
La rivolta fu sedata dal Guomindang e Mao guidò i suoi nella ritirata, mentre il partito lo accusava di avventurismo militare e lo escludeva dal comitato centrale.
Dalla riflessione su questa sconfitta emerse la linea che avrebbe caratterizzato gli anni a venire, incentrata essenzialmente nel nesso tra rivoluzione sociale e liberazione progressiva del territorio nazionale.
A questo scopo Mao iniziò, con i reduci della fallita insurrezione dell’Hunan, l’edificazione dell’Armata rossa (esercito formato principalmente da contadini) che divenne parte integrante del partito maoista.
L’altra parte del partito, invece, più vicino alle posizioni sovietiche, continuava, peraltro senza successo, a organizzare rivolte a base urbana.
Dal 1927 il movimento di Mao si estese in molti territori cinesi e nel 1931 fu proclamata la Repubblica socialista di Jiangxi di cui Mao era il presidente. Intanto alcuni influenti dirigenti comunisti si erano convinti delle tesi maoiste e nel 1935 a Mao fu conferita la leadership assoluta del partito.
Da quel momento si formò quello “spirito comunista” al quale la politica maoista si sarebbe sempre richiamata e al quale, dopo la rivoluzione, si sarebbe fondato a lungo lo stato cinese.
Mentre perdurava la guerra civile tra il Guomindang e i comunisti, l’invasione giapponese (1937) costrinse le due forze all’armistizio e alla lotta contro il comune nemico.
Successivamente Mao guidò il partito in una strategia che saldava insieme la lotta
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antimperialista e la lotta antifeudale applicando la riforma agraria nelle zone liberate. Questa linea diede modo all’Armata rossa di combattere in un più ampio fronte di liberazione e al partito di radicarsi in larga parte del paese, creando così le premesse della fase successiva della rivoluzione.
Nel frattempo il prestigio di Mao nel partito cresceva al punto che il VII congresso (1945) consacrava il pensiero di Mao come “l’unica guida per l’azione”.
Uscito di scena il Giappone, la fragile tregua firmata da Mao e Jiang, lasciò posto ben presto al riaccendersi della guerra civile, ma ora i rapporti di forza nella società cinese erano largamente favorevoli al partito comunista e il Guomindang andò incontro alla sconfitta decisiva.
Il 1° ottobre 1949 fu proclamata la Repubblica Popolare di Cina e Mao Zedong divenne presidente del Consiglio del governo centrale del popolo, primo organismo del nuovo stato. Questo nasceva con una forte impronta maoista.
Per certi versi, successivamente, Mao, che pur avrebbe mantenuto a vita la presidenza del comitato centrale del partito e goduto di un enorme prestigio, non tese a impersonare il potere in ogni suo aspetto, bensì a guidare le principali svolte politiche, sviluppando una concezione sostanzialmente inedita dello stato socialista, sintetizzata, poi, in un discorso del 1957.
Qui Mao sottolineava come, oltre alle “contraddizioni antagoniste” (quelle con il nemico di classe), ve ne fossero altre prodotte dallo stesso sviluppo socialista, la cui soluzione andava cercata in un “costante processo di riaggiustamento”, lasciando aperta la dialettica e la competizione tra tutte le componenti della società (il partito, i contadini, gli operai, gli intellettuali, ecc.).
Dopo la prima fase di assestamento della Cina post-rivoluzionaria, con l’adozione della costituzione del 1954, Mao assunse la presidenza della Repubblica, che avrebbe mantenuto fino al 1959.
Dal 1955 la presenza di Mao si caratterizzò soprattutto nell’accentuazione della collettivizzazione agricola. Si tracciava così un percorso diverso da quello sovietico e la destalinizzazione offrì l’occasione per l’esplicitazione di un dissenso (1957) che avrebbe in
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seguito coinvolto non solo i due partiti comunisti, ma anche i due stati e l’intero movimento comunista internazionale.
Sul piano interno, l’insistenza di Mao su una linea antiburocratica, che avvantaggiava l’agricoltura, generò forti opposizioni nel partito e nello stato, al quale Mao rispose mobilitando l’esercito, i giovani della guardia rossa, molti intellettuali, e giungendo infine a scatenare la rivoluzione culturale.
Questa assunse talora gli aspetti di una guerra civile. Finì dopo tre anni con la completa vittoria dei maoisti, e il congresso del partito del 1969 proclamò nuovamente il pensiero di Mao base teorica del comunismo cinese.
Negli ultimi anni Mao tese a consolidare i risultati conseguiti con la rivoluzione culturale e il X congresso del partito, (1973) che diedero l’avvio alla seconda Repubblica, la cui costituzione entrò in vigore nel gennaio 1975.
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Il pensiero cinese e quello occidentale
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Dopo aver chiarito bene la storia della Cina e quindi aver sottolineato gli aspetti fondamentali che hanno permesso a questa grande nazione di diventare tale, vorrei esaminare, partendo dalle fondamenta del pensiero cinese, le differenze che intercorrono tra esso e quello occidentale.
Ho già sottolineato in precedenza quali fossero i testi classici sui quali si basa la mente orientale. Tra tutti Confucio, oltre a essere quello più conosciuto, è anche colui che è riuscito a divulgare le proprie dottrine in più paesi orientali come il Giappone e la Corea.
Confucio visse in Cina probabilmente fra il 551 e il 479 a.C. Il nome Confucio gli venne attribuito da dei missionari cristiani europei, infatti, il suo vero nome era Qiu Kong.
Non abbiamo molte notizie riguardanti la sua vita. Sappiamo che apparteneva alla piccola nobiltà impoverita e che viaggiò a lungo alla ricerca di un sovrano a cui insegnare i principi indispensabili che costui deve avere per poter regnare.
Il periodo in cui egli visse fu un’epoca caratterizzata da forti incertezze sia a livello politico sia a livello ideologico. La Cina non era ancora un paese unificato ma erano presenti all’interno di questo immenso territorio innumerevoli Stati feudali in continua guerra tra loro.
A causa di questa situazione geo-politica si registrò la perdita dei valori morali fondamentali che fino ad allora erano stati alla base della società cinese.
Confucio, nonostante venga considerato un vero e proprio filosofo, non ha mai scritto dei testi veri e propri ma ha sempre professato le proprie dottrine oralmente.
Furono i suoi seguaci, successivamente, a raccogliere gli insegnamenti del maestro in diverse opere tra cui, la più importante, la raccolta di aforismi e citazioni intitolata
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“Dialoghi”. Probabilmente i suoi seguaci, riportando le parole del proprio maestro, hanno reinterpretato le dottrine aggiungendo dei pensieri personali.
Come professava Tacito, anche Confucio, accortosi della situazione di disagio presente in Cina in questo periodo, cercò di ristabilire la supremazia dei Mores Antiqui che stavano andando perdendosi.
Egli, a questo proposito, sostiene di non aver mai creato niente di nuovo ma, al contrario, la sua unica volontà era di riproporre gli ideali del passato. Una sua famosa citazione narra, infatti: “Io trasmetto, non creo”.
Confucio trae spunto dai tempi in cui in Cina regnavano i sovrani delle leggende. In quel tempo, ormai lontanissimo, lo Stato non era fondato su leggi inutili scritte da uomini immorali, ma, anzi, il sovrano era guidato passo per passo dalla propria virtù in modo da governare il proprio paese giustamente senza approfittare della condizione dei propri sudditi.
Prima di procedere nell’esposizione del pensiero confuciano bisognerebbe esporre i principi cardini della filosofia in questione poiché è proprio su questi che si fonda l’intera società cinese del passato e del presente.
Per Confucio alla base di ogni cosa vi deve essere la “rettificazione dei nomi”. Per rettificazione intende che ogni cosa, ogni fatto deve essere necessariamente conosciuto per ciò che è e rappresenta; ciò è fondamentale e può avvenire solo nel momento in cui la mente e la conoscenza umana si fondano su un qualcosa di fisso, d’inequivocabile, che non lasci adito a nessun tipo di dubbio.
Così, “se i nomi non vengono rettificati, le parole non sono in accordo con la realtà delle cose; se le parole non sono in accordo con la realtà delle cose, gli affari non possono essere portati a compimento; se gli affari non possono essere portati a compimento, i riti e la musica non vengono coltivati; se i riti e la musica non vengono coltivati, le punizioni non vengono assegnate in modo giusto; se le punizioni non sono assegnate in modo giusto, il popolo non sa come muovere le mani ed i piedi.
Perciò il saggio nomina solo ciò di cui può parlare, parla solo di ciò che sa fare: nelle parole del saggio non ci può essere nulla di inesatto” (Dialoghi, XIII, 3).
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Alla luce di ciò notiamo come Confucio vuole enfatizzare che alla base di una società corretta vi debba essere un uomo virtuoso che possa far sviluppare il proprio paese attraverso il suo operato.
Qualsiasi uomo ha il dovere di sviluppare la virtù ma non tutti riescono in questo progetto che è senz’altro ambizioso. In conseguenza a ciò, Confucio parla di gerarchie ovvero della necessità che nella società vi sia chi comanda e chi obbedisce.
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Sintesi: una mente, due realtà tesina
Questa tesina maturità classica nasce da una mia forte passione nei confronti della lingua, della storia e della cultura orientali ma in particolar modo cinesi. Non ho idea da cosa possa essere scaturito questo mio interesse ma, probabilmente, il fatto di non averne mai parlato a scuola o negli ambienti comuni, mi ha fatto sviluppare un’attrazione per tutto ciò che è dell’altro mondo. Quando noi pensiamo alla storia che studiamo a scuola e ai grandi personaggi che l’hanno fatta, pensiamo all’impero Romano o a Alessandro Magno, non ci viene assolutamente da pensare a qualche membro della dinastia Qing o a Mao. Questo perché da parte degli occidentali vi è sempre stata una sorta di rifiuto per le culture diverse; che esse abbiano principi giusti o sbagliati, bizzarri o strani. Anche da parte degli orientali non c’è mai stato un forte desiderio di scoprire il mondo occidentale ma ciò che li differenzia da noi, a mio parere, è che non hanno mai avuto la faccia tosta di considerare le popolazioni occidentali inferiori a loro. Sì, ci sono stati i popoli bellicosi come i Persiani, i popoli razzisti come i Giapponesi ma non hanno mai volutamente sterminato esseri umani diversi da loro solo perché li consideravano esseri inferiori.
Christopher Bollas nel suo elaborato “La mente orientale” divide in due la mente umana. Una è la mente occidentale e l’altra è la mente orientale. Perché questa divisione che apparentemente può sembrare così secca? L’idea centrale è che, da psicoanalista, vuole spiegare a chi non è ferrato in materia che non vi sono due tipi di menti distinte ma che la mente orientale e quella occidentale sono due diverse parti della mente umana, le due facce della stessa medaglia. Egli sostiene che alla base di questa scissione ci siano i modi diversi di vedere il mondo e di viverlo da parte delle due varianti di umanità. Fondamentalmente gli orientali pensano differentemente dagli occidentali. Le differenze sono percepibili a vista d’occhio. Oltre alla banale diversità fisica caratterizzata in particolare dagli occhi a mandorla, vi è un’essenziale incongruenza anche nel modo di relazionarsi. Noi occidentali siamo più discorsivi, aperti, mentre gli orientali tendono a essere meno espliciti e diretti. Se si pensa ai testi classici dell’uno e dell’altro mondo si può notare che quelli orientali (gli scritti di Lao Tu, Confucio, Mo’ Tu, Mencio e Zhuang zi) hanno il fine ultimo di descrivere gli ordinari e fugaci istanti del viaggio che è la vita; i testi classici occidentali (fra i più celebri l’Iliade e l’Odissea di Omero), invece, si basano sulle avventure dell’uomo che compie gesti eroici dimostrando il proprio coraggio, la propria resistenza e la propria intelligenza. Dunque, gli orientali esplorano più il mondo spirituale nel quale l’uomo deve compiere un percorso che lo porti ad essere migliore; gli occidentali esaltano semplicemente l’uomo per ciò che è capace di fare.
Per concludere, questa tesina è nata per svolgere un percorso alla fine del quale, spero di riuscire a dimostrare che i due mondi, apparentemente contrapposti e distaccati, hanno in comune molto più di quello che pensiamo, sia dal punto di vista storico che dal punto di vista artistico, passando per quello letterario e filosofico.
Collegamenti
Una mente, due realtà tesina
- Italiano: Italo Svevo e Lu Xun.
- Filosofia: Marx, Freud e Confucio.
- Storia: storia della Cina.
- Storia dell’arte: Monet e Hiroshige.
- Inglese: Forster “A passage to India”.