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‘Considerate se questo è un uomo’: il dovere della memoria
Sommario
- L’Occasione…
- ‘... Considerate se questo è un uomo’: perché ricordare la Shoah?
- Italiano – storia
- Darwin e Nietzsche ‘piegati’ alla dottrina razziale di Hitler
- Storia – filosofia
- Gli esperimenti ‘medici’ nei campi di concentramento nazisti
- Microbiologia – matematica – biochimica – inglese
- Sommersi e i Salvati: Primo Levi salvato dalla chimica
- Italiano – microbiologia – chimica
- Conclusione: …L’infezione latente di ritenere ‘ogni straniero un nemico’
- Bibliografia essenziale
Alunno
Scotti Giuseppe VA BIO
Anno scolastico 2012 - 13
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L’occasione
27 gennaio 2013
Il 27 gennaio è il ‘Giorno della memoria’. Nella stessa giornata, 68 anni fa i cancelli di Auschwitz venivano abbattuti dalle truppe dell’Armata Rossa e l’orrore nazista svelato al mondo attraverso le testimonianze dei sopravvissuti.
Ogni anno, in questo giorno, si leva il ricordo delle persecuzioni subite dagli ebrei (la Shoah) e quelle più silenziose nei confronti di disabili, omosessuali (l’Olocausto), testimoni di Geova, avversari politici, popolazioni Rom.
…Ogni anno… Ma, per ognuno di noi, un anno non è uguale ad un altro.
Questo è stato, per me, ‘l’anno della memoria’. Come in altri anni del mio percorso scolastico, è stato anche questa volta attraverso Primo Levi e la sua testimonianza nelle pagine di ‘Se questo è un uomo’, che abbiamo ricordato la Shoah.
La pagina è tratta dal cap. III, Iniziazione:
"Devo confessare: dopo una sola settimana di prigionia, in me l’istinto della pulizia è sparito. Mi aggiro ciondolando per il lavatoio, ed ecco Steinlauf, il mio amico quasi cinquantenne, a torso nudo, che si strofina collo e spalle con scarso esito (non ha sapone) ma con estrema energia.
Steinlauf mi vede e mi saluta, e senza ambagi mi domanda severamente perché non mi lavo. Perché dovrei lavarmi? Starei forse meglio di quanto sto? Piacerei di più a qualcuno? Vivrei un giorno, un’ora di più? Vivrei anzi meno, perché lavarsi è un lavoro, uno spreco di energia e di calore. Non sa Steinlauf che dopo mezz’ora ai sacchi di carbone ogni differenza fra lui e me sarà scomparsa?
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[...] Morremo tutti, stiamo per morire: se mi avanzano dieci minuti fra la sveglia e il lavoro, voglio dedicarli ad altro, a chiudermi in me stesso, a tirare le somme, o magari a guardare il cielo e pensare che lo vedo forse per l’ultima volta: o anche solo a lasciarmi vivere, a concedermi il lusso di un minuscolo ozio.
Ma Steinlauf mi dà sulla voce. Ha terminato di lavarsi, ora si sta asciugando con la giacca di tela che prima teneva arrotolata fra le ginocchia e che poi infilerà, e senza interrompere l’operazione mi somministra una lezione in piena regola. Ho scordato ormai, e me ne duole, le sue parole dirette e chiare, le parole del già sergente Steinlauf dell’esercito austro-ungarico, croce di ferro della guerra ’14-’18. Me ne duole, perché dovrò tradurre il suo italiano incerto e il suo discorso piano di buon soldato nel mio linguaggio di uomo incredulo. Ma questo ne era il senso, non dimenticato allora, né poi: che appunto perché il Lager è una macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza; e che per vivere è importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l’impalcatura, la forma della civiltà [...]. Dobbiamo quindi, certamente, lavarci la faccia senza sapone, nell’acqua sporca, e asciugarci nella giacca.
Dobbiamo dare il nero alle scarpe, non perché così prescrive il regolamento, ma per dignità e per proprietà. Dobbiamo camminare diritti, senza strascicare gli zoccoli, non già in omaggio alla disciplina prussiana, ma per restare vivi, per non cominciare a morire".
Su di me, che leggevo questa pagina, i gesti e le parole (parafrasate da Levi) dell’ebreo austroungarico Steinlauf, che si lava con l’acqua sporca del lavatoio e si asciuga con la giacca di tela, hanno avuto lo stesso effetto che ebbero sull’autore e mi hanno dato una lezione che non dimenticherò. L’uomo, anche se schiavizzato, esposto ad ogni offesa, votato a morte certa, deve difendere la facoltà di negare il proprio consenso alla violenza, deve salvare la propria dignità, deve restare ‘vivo’.
Questo lavoro vuol essere un omaggio e una risposta a questo ‘imperativo’ morale, che viene da uomini di ‘buona volontà’, come Steinlauf, uno tra i pochi compagni di sventura di Primo Levi che si distingue per la sua capacità di mantenere una coscienza morale, senza essere né un martire, né un santo.
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‘... Considerate se questo è un uomo’: perché ricordare la Shoah?
Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e i visi amici:
considerate se questo è un uomo,
che lavora nel fango,
che non conosce pace,
che lotta per mezzo pane,
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna
senza capelli e senza nome,
senza più forza di ricordare,
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore,
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca
i vostri nati torcano il viso da voi.
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Il libro Se questo è un uomo di Primo Levi nasce dal bisogno di raccontare gli orrori vissuti ad Auschwitz, ma certamente non può essere annoverato solo come un esempio di letteratura sui campi di concentramento. Levi dichiara nella Prefazione che intende fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano e, nello stesso tempo, denuncia le conseguenze di ogni concezione razzista e xenofoba; riconosce infine anche un bisogno di liberazione interiore.
Dunque, alle origini della scrittura, vi sono in Levi quattro motivazioni:
- Documentare un’esperienza estrema e lacerante;
- Mostrare, anche per poterle prevenire, le peggiori conseguenze del razzismo;
- Meditare sul comportamento umano in condizioni limite;
- Raccontare per liberarsi da un’ossessione.
… E noi perché dobbiamo fare memoria della Shoah?
Lo storico francese Ives Ternon ha scritto che da A, la lettera iniziale, a Z, la lettera finale, Auschwitz scandisce l’alfabeto dell’orrore. Sono uomini quelli che hanno concepito Auschwitz, sono uomini quelli che vi vengono uccisi. Tra loro tutta l’umanità, per sempre coinvolta.
La Shoah mette in gioco il nostro passato e la nostra identità, ma anche il nostro futuro e su questo vale la pena di riflettere. Al di là di ogni legittima comparazione storica e morale fra lo sterminio degli ebrei e altri genocidi novecenteschi, che cosa rende Auschwitz ‘unico’ per la nostra coscienza? Una delle risposte più convincenti sembra quella dello storico Enzo Traverso (Nazismo, fascismo, comunismo. Totalitarismi a confronto):
Se il genocidio ebraico si è inciso nelle nostre coscienze come una terribile cesura storica, lo si deve a due dati essenziali. Innanzi tutto, al fatto che sia avvenuto nel cuore dell’Europa, concepito e messo in esecuzione da un regime sorto in seno all’Occidente, erede della sua civiltà, in un paese che ne è stato uno dei centri di irradiamento, dalla Riforma alla repubblica di Weimar. E poi per il fatto che l’ebraismo è all’origine della nostra civiltà e ne ha accompagnato il percorso attraverso i millenni. La Shoah ci appare quindi come una sorta di automutilazione dell’Occidente. Auschwitz ha introdotto il concetto di genocidio nelle nostre coscienze e perfino nel nostro vocabolario. E Auschwitz rimane una condanna implacabile dell’Occidente, […] un laboratorio privilegiato per lo studio della violenza di cui la modernità occidentale è portatrice. Se all’origine di questo crimine c’è l’intenzione di annientare, esso implica anche alcune strutture fondamentali della società industriale. […] In questo senso, il genocidio ebraico costituisce un paradigma della barbarie moderna.
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Darwin e Nietzsche ‘piegati’ alla dottrina razziale di Hitler
Storia - Filosofia
Elementi centrali dell’ideologia nazista erano la dottrina razziale e la teoria dello "spazio vitale". Il problema razziale, basato sul mito della razza ariana, era considerato il problema sociale fondamentale e la chiave per interpretare la storia. Per Hitler gli ebrei non sono una comunità religiosa, ma una razza, e cioè la razza che vuole rovinare tutte le altre. Mescolandosi con gli altri popoli, gli ebrei cercano di imbastardirli, distruggendo la purezza della razza e eliminando così la loro forza, necessaria per la lotta per la supremazia. L’ebreo è il nemico più pericoloso, è cattivo fino in fondo. Hitler dice: "Gli Ebrei sono come i vermi che si annidano nei cadaveri in dissoluzione." L’antisemitismo diventa in Hitler una vera e propria ossessione.
Pacifismo, marxismo, la democrazia, il pluralismo, persino il capitalismo internazionale e la "Lega dei popoli", predecessore dell’ONU, tutto questo è risultato del lavoro distruttivo e sotterraneo degli ebrei. Hitler: ‘L’Ebreo è colui che avvelena tutto il mondo. Se l’ebreo dovesse vincere, allora sarà la fine di tutta l’umanità, allora questo pianeta sarà presto privo di vita come lo era milioni di anni fa’.
Oggi queste parole suonano decisamente ridicole, e anche all’epoca molti le ritenevano tali e vedevano in esse solo uno strumento politico per incanalare la rabbia del popolo su un capro espiatorio. Ma l’odio di Hitler contro gli ebrei non era solo strumento politico, era reale con tutto il suo evidente anacronismo e la sua irrazionalità. Gli orrendi eventi degli anni 1940-1945, quando l’antisemitismo non
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poteva più servire come strumento politico, lo dimostrano in modo spaventoso. E nella lotta contro gli ebrei Hitler si vede come pioniere di tutta l’umanità: nell’aprile del 1945, quando Hitler presagiva già la propria fine, detta al suo segretario: "Un giorno si ringrazierà il Nazionalsocialismo del fatto che io ho annientato gli ebrei in Germania e in tutta l’Europa centrale".
I postulati fondamentali della dottrina della razza furono enunciati da Hitler del 1924 e resi sistematici da Alfred Rosenberg, il filosofo ufficiale del razzismo.
L’ideologia nazionalsocialista era basata sull’idea della nazione razziale e la dottrina enunciata era la seguente:
- Ogni progresso sociale avviene attraverso una lotta per la vita in cui i più deboli soccombono e poiché questa lotta avviene nell’ambito della razza, essa dà origine ad una élite naturale;
- Il mescolamento di due razze comporta la degenerazione di quella superiore e il suo declino culturale, sociale e politico;
- Tutte le razze o le culture di rilievo sono state create dalla sola razza ariana; vi sono poi razze portatrici di cultura che però non sono in grado di crearla autonomamente e poi razze distruttrici ossia: la razza ebraica.
Espressione massima dell’ideologia razzista fu l’opera di Rosenberg "Il mito del XX secolo" del 1930 in cui supponeva che gli ariani, originari del nord, si fossero diffusi attraverso vane ondate migratorie dando vita a tutte quelle civiltà che produssero tutto ciò che ha valore morale o culturale.
In contrapposizione alla razza ariana si ha la razza ebraica alla quale si deve la produzione di tutti i moderni veleni come il capitalismo, finanza, democrazia… Tutte le facoltà mentali e morali sono legate alla razza pertanto, non esistono norme generali di verità scientifica: ogni razza ha la necessità di sopprimere ciò che è
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estraneo ad essa. Con l’assunzione del potere da parte dei nazisti, la dottrina razziale fu sviluppata come scienza mirata, da una parte ad impedire la trasmissione di malattie fisiche e mentali e dall’altra si cercò di accrescere e conservare la purezza della razza ariana. Furono proibiti i matrimoni con persone che avessero sino ad un quarto di sangue ebraico. Gli ebrei furono esclusi dalle attività professionali e dagli affari, mentre i loro beni erano confiscati.
Nel 1939 si passò ad una politica di totale sterminio; altri popoli furono coinvolti nella politica razziale nazista che presupponeva una scala discendente di diritti civili e politici in cui il gradino più alto era destinato alla razza tedesca.
L’antisemitismo in ogni modo costituì un forte mezzo psicologico di coesione della società tedesca e di consolidamento del nazismo, poiché dirottò su un nemico fittizio gran parte degli odi, dei risentimenti, delle paure e degli antagonisti di classe e servì per rafforzare l’idea di uno Stato tedesco nell’Europa centrale, circondato da sempre più paesi satelliti. In questo modo la dottrina razziale si saldò con l’idea dello "spazio vitale" basato sul presupposto che la prosperità economica si fonda sul controllo politico e che entrambi sono retti dalla potenza militare. In altre parole era la giustificazione del dominio politico, attraverso la potenza militare per il conseguimento e il mantenimento di un alto tenore di vita per la nazione di vita per la nazione dominante, grazie ad un sistema di sfruttamento che avrebbe mantenuto basso il tenore di vita dei popoli soggetti.
Il mondo sarebbe stato in poche grandi sfere di influenze, dominata ciascuna da una potenza egemone che avrebbe assegnato ai gruppi subalterni la loro funzione economica e il loro status politico. Niente doveva rimanere fuori dell’ambito della sfera di competenza del governo: ogni interesse e ogni volere, fosse esso economico, morale o culturale, doveva essere usato e controllato come parte dei beni nazionale, cosa che portò all’abolizione del federalismo e dall’auto-governo locale. Il controllo si estese ad ogni settore, dall’educazione alle scienze, all’arte, alla stampa; nessun genere di influenza doveva essere trascurato.
Darwin e Nietzsche: ‘precursori’ delle teorie razziali del nazismo?
Charles Darwin ebbe l’intuizione di comprendere il principio semplice alla base del funzionamento della vita. La sua intuizione negli anni è stata prima rifiutata e poi ripresa ma spesso è stata travisata per scopi personali o per incapacità. Alla base di queste concezioni c’è un fraintendimento essenziale
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che rispecchia indirettamente la natura umana: il proprio desiderio di sentirsi superiore a qualcosa. I verbi, gli aggettivi, gli avverbi e infine le azioni trasudano questa puerile esigenza interiore che però probabilmente in passato è servita a qualcosa, considerato che è così diffusa in molti individui, per non scrivere tutti. In questo modo si è innescato un meccanismo che ha associato la teoria di Darwin al concetto di sopravvivenza del più forte, di chi è superiore e non, come aveva sempre sostenuto Darwin, dell’individuo più adatto.
Può apparire solo un gioco di parole ma è invece una differenza sostanziale perché gli aggettivi forte e superiore implicano un giudizio di valore nemmeno troppo implicito. Tutti vorremmo essere i più forti; tutti sono tentati dalla possibilità di essere superiori, spesso in senso assoluto. Charles Darwin, dopo aver visitato una varietà immensa di ambienti e animali nel suo viaggio intorno al mondo, comprese diversità infinitesime l’una accanto all’altra, non si espresse mai in questo modo.
Le ragioni sono semplici: nessuno è superiore o più forte in tutti gli ambienti; a volte sono sufficienti piccoli cambiamenti per far perdere un vantaggio evolutivo; non sono i concetti di superiorità o maggiore forza i migliori per spiegare la realtà di organismi in quasi perfetta sincronia funzionale con il loro ambiente ai fini della propria sopravvivenza. Ma il meticoloso e paziente studio dello scienziato inglese è stato semplificato fino a essere snaturato. Con il tempo si è separato un ramo interpretativo che ha portato alla giustificazione per mezzo della selezione naturale applicata alla società del colonialismo, del nazismo e del fascismo.
Fu lo stesso cugino di Darwin, Francis Galton, a coniare il neologismo eugenetica, termine con cui si indica la selezione artificiale degli individui della specie umana. Si era aperta una breccia che portò a una deriva spaventosa e irrazionale nell’interpretazione del concetto che era alla base dell’Origine delle Specie. Questa deriva ha contribuito a gettare per anni una pessima luce sul darwinismo anche se lo stesso Darwin si era sempre dichiarato contrario a ogni forma di razzismo e aveva definito le razze umane “cosiddette razze umane” nel volume “The descent of a man”, chiarendo subito che il suo pensiero in merito alle differenze morfologiche tra gli individui non era irretito da nessun pregiudizio. L’errore fondamentale, anche quando si usa la terminologia darwiniana di “adattamento”, è quello di attribuire un valore preconcetto a tale termine.
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- Sommersi e i salvati: Primo Levi salvato dalla Chimica