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Il male di vivere

Lucia Palanca

5I A.s. 2014/2015

Liceo delle Scienze Umane

Opzione

Economico - sociale

Indice

Introduzione

1

Capitolo I – Filosofia

2

Capitolo II – Scienze Umane

6

  • Il disagio della società del 1900
  • Il disagio della modernità liquida
  • Il panico
  • Solitudine, isolamento e sostanze
  • L'ansia

9

10

10

Capitolo III – Italiano

11

Capitolo IV – Francese

13

Considerazione finale

17

Bibliografia

18

Sitografia

19

Introduzione

Ho scelto questo tema perché credo sia importante che i giovani, e l'essere umano in generale, debbano avere sempre in mente - e riflettano - sui veri temi della vita, le vere questioni esistenziali che potrebbero sembrare tanto astratte e invece se ne ha a che fare ogni giorno.

Il mal di vivere è radicato in noi esseri umani, più di quanto si possa immaginare; le vittime più indifese sono i giovanissimi, e coloro che attraversano fasi come menopausa per le donne, andropausa per gli uomini, e non dimentichiamo gli anziani, che spesso sono lasciati soli.

Perché il male? Perché le è la domanda ontologica, teologica ed esistenziale, e vittime del male, dei mali?

Solo una pedagogia che si limita ad educare all'esistente - a un esistente rispetto al quale accomodarsi, essere acquiescenti, in una parola essere schiavi - può pensare di costruire le proprie categorie a prescindere dall'urlo o dal gemito degli oppressi, e dalla sofferenza della creatura, della natura, del Cosmo.

Non è possibile essere fedeli all'umano se non educando a resistere al male: e solo chiedere conto al mondo del male che alberga, e all'uomo e alla donna del male che essi permettono, causano o cercano di evitare è una forma di resistenza.

Il libro “L'educazione e il male. Riflessioni per una teodicea pedagogica”, di Raffaele Mantegazza, si interroga sul male e sulla sua fenomenologia: muove dal male fisico, radice di tutta la nostra concezione del male; attraversa poi quello esistenziale o male di vivere; il male giovanile che soprattutto oggi ci riguarda e ci turba; il male operato dalla natura con le sue furie (riflesso comunque dell'incuria umana), la morte come limite ultimo del male, il male cosmico che chiamiamo entropia, il male morale, il male assoluto di Auschwitz (Hannah Arendt). Un itinerario volto a mettere in dubbio l'idea del "male necessario" e a proporre un'educazione che, al contrario, sia integralmente liberante.

Capitolo I – Filosofia

Volendo parlare del “male di vivere” non si può non iniziare dalla filosofia.

"Spesso il male di vivere ho incontrato": tutti si riconoscono nelle parole di Eugenio Montale e non ci si può stupire che il problema del male sia stato fin dagli inizi una questione fondante dell'indagine filosofica. A partire da Platone tale problema ha assunto la forma della teodicea, che tenta di dar conto razionalmente della presenza del male nel mondo di fronte all'esistenza di un dio provvedente o di un senso provvidenziale della vicenda dell'uomo e dell'universo. La teodicea, perfino dopo la crisi che ha conosciuto nell'età moderna, continua a occupare un posto centrale nella scena filosofica.

Dal punto di vista metafisico il Male è l’esatta antitesi del Bene, e quindi dell’essere, e si configura come una privazione di essere e con il non-essere stesso. Esso non ha consistenza autonoma, essendo privazione del Bene ed esistendo solamente in virtù dell’essere e come suo contrario, è coniato da Aristotele come un “accidente” della realtà.

Nella concezione dualistica della realtà di Platone, la materia è incapace a svolgere qualsiasi movimento e solo l'anima ha la facoltà di agire con ordine e misura. Da qui, essa soltanto può essere causa del male: quella buona, che conosce l'ordine e la misura, porta la materia verso il bene, vincendo il caos; mentre quella cattiva tende verso il disordine della materia.

Attraverso il mito di Er, che narra la storia di un soldato morto in battaglia che, dopo dodici giorni, ritorna in vita e racconta cosa aveva visto nel regno dei morti, Platone sostiene l'esistenza di un mondo ultraterreno, diviso in una specie di paradiso e inferno. In questo regno le anime ricevono, secondo le proprie azioni sulla terra, i premi o i castighi per una durata di mille anni. Dopo di che, ad ognuna è data la possibilità di scegliersi la propria vita futura da rivivere sulla terra.

Ogni uomo è dunque responsabile della scelta che l'anima fa nell'aldilà e non del male compiuto sulla terra, che visto come necessario e involontario, frutto di questa scelta fatta.

Anche Immanuel Kant parla di materia e forma, dell'uomo che è a metà strada tra sensibilità e intelletto e che può avvalersi di una morale che è dentro di se ed esistente a priori. Essa non esisterebbe se l'uomo non fosse libero di sceglierla. La religione entro i limiti della semplice ragione (1793) egli sostiene un'inclinazione congenita al male, il male radicale, qualcosa che non può essere né distrutto né estirpato, ma che è radicato nell'esistenza dell'uomo e che fa parte della sua stessa natura.

Questa propensione al male si contrappone alla predisposizione al bene costitutiva della volontà buona. Tutto dipende comunque dall'intenzione con la quale si fa questa scelta e si compie un'azione, visto che l'uomo è capace di ragionare e riflettere, a differenza degli animali.

È dunque l’uomo stesso che, con la libertà che gli è stata data, il libero arbitrio di cui parla sant'Agostino, e attraverso le sue scelte decide di servirsi e di praticare il male. Egli fa ciò per due motivi: per il desiderio di “autodeterminazione assoluta”, ovvero per un’incondizionata autonomia di scelta e l’emancipazione totale da Dio, e per il “falso oggetto” del suo amore, non più rivolto a Dio ma al mondo materiale.

Le categorie del male secondo Agostino

Agostino distinse il male in tre categorie:

  • Il male ontologico - la creaturalità - in proporzione alla bontà dell'essere e alla sua perfezione ontologica;
  • Il male morale - il peccato - non dipende da Dio, ma diretta conseguenza della libertà di scelta;
  • Il male fisico - il dolore e la morte - anche di questo Dio non è responsabile in quanto non è altro che la conseguenza del peccato.

Arthur Schopenhauer

Diversi anni dopo, nel 1860, a Francoforte, un anziano uomo di 72 anni moriva a causa di una malattia polmonare. Probabilmente, fu per lui una liberazione; aveva sempre sostenuto che era meglio non desiderare una vita lunga, perché avrebbe solamente aumentato le sofferenze.

Tutti i suoi beni furono lasciati ai soldati prussiani rimasti invalidi dopo la rivoluzione del 1848 ed al suo amato cane; il suo pensiero, invece andò all’umanità. Quell’uomo era Arthur Schopenhauer.

Solitario e pessimista, fu uno dei filosofi più significativi dell’800. Rivale di Hegel, amato da poeti, pensatori e scrittori di tutto il mondo, come Leopardi, Tolstoj e Sartre.

Figlio di un banchiere e di una nota scrittrice di romanzi, Schopenhauer nacque a Danzica, in Polonia, il 22 febbraio 1788. Nella sua giovinezza viaggiò in Francia e in Inghilterra e si stabilì a Weimar con la madre dopo il suicidio del padre. Qui conobbe Wieland e Hegel e decise di dedicarsi alla filosofia. Dal 1809 frequentò l'Università di Gottinga e i corsi erano tenuti dal filosofo scettico Gottlob Ernst Schulze. Sulla sua formazione influirono le dottrine di Platone e di Kant.

A Berlino assistette alle lezioni di Fichte e nel 1813 si laureò a Jena con una tesi Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente. Negli anni seguenti Schopenhauer visse a Dresda, in Germania, dove fece amicizia e sostenne le dottrine scientifiche di Goethe.

Nel 1818, pubblicò la sua opera più importante, Il mondo come volontà e rappresentazione, che ebbe scarso successo tra i suoi contemporanei e ricevette attenzioni solo vent'anni dopo. Viaggiò a Roma e a Napoli. Insegnò all'Università di Berlino, ma a causa di un'epidemia di colera nel 1833 decise di fermarsi a Francoforte sul Meno, dove visse da solitario borghese fino alla morte. Pubblicò Sulla volontà della natura (1836), I due problemi fondamentali dell'etica (1841), e la sua vera affermazione si ebbe solo a partire dal 1851, con la pubblicazione del volume Parerga e paralipomena.

Schopenhauer manifestò per gran parte della sua vita un grande disagio nei confronti della società, e uno scarso interesse per le vicende politiche dell'epoca, quali, ad esempio, i moti rivoluzionari del 1848. È solo dopo questa data che il suo pensiero dall'indirizzo cupo e anti-idealistico cominciò ad avere fortuna, in concomitanza con l'ondata di pessimismo che colpì l'Europa.

Schopenhauer si vantò di aver individuato la via d'accesso al noumeno preclusa da Kant nella Critica della ragion pura. L'uomo non è soltanto conoscenza e rappresentazione, ma anche individuo e corpo: “si vede” dal di fuori, ma “si vive” anche dal di dentro, godendo e soffrendo. Egli, come un raggio di sole che penetra attraverso le nuvole, rientrando in sé stesso squarcia il velo del fenomeno, il velo di Maya, e afferra la cosa in sé del proprio essere e l'essenza del proprio io. Quest'ultima risulta essere la brama, o la volontà di vivere.

L'uomo è vita e volontà di vivere, l'impulso prepotente e irresistibile che lo spinge ad esistere e ad agire; il suo stesso corpo è la manifestazione delle sue brame interiori, e il mondo fenomenico la maniera attraverso cui la volontà si manifesta.

Essa è l'essenza segreta di tutte le cose, la cosa in sé dell'universo, e pervade non solo l'uomo ma ogni essere della natura, sia pure in forme distinte e con gradi di consapevolezza diversi.

La volontà è definita da Schopenhauer primordiale in quanto non ha un obiettivo, altrimenti sarebbe ragione; la sua attività creatrice è inconscia, non razionale e quindi un impulso. È poi unica e al di fuori dello spazio e del tempo: ogni essere vivente è parte di essa, e si sottrae al principio di individuazione medievale dove lo spazio e il tempo dividono e moltiplicano.

È anche eterna e indistruttibile, perché principio senza inizio né fine, incausata perché non prodotta da altro, e senza scopo, cioè forza libera e cieca.

Dire che l'essere è la manifestazione di una volontà infinita equivale a dire che la vita è dolore. Volere significa desiderare e trovarsi in uno stato di tensione per la mancanza di qualcosa che si vorrebbe avere.

Il desiderio è causa di un senso di assenza e di vuoto di questo qualcosa, causa di un inevitabile malessere. La volontà è, nell'uomo, più cosciente che negli altri esseri viventi, e quindi ne risulta il più bisognoso e mancante tra tutti. Ciò che l'uomo chiama godimento (piacere fisico) e gioia (piacere psichico), è solamente cessazione temporanea e fuggevole di dolore, lo scaricarsi di una tensione preesistente. Al contrario invece, il dolore non può essere la cessazione di piacere; si identifica col desiderio ed è la struttura essenziale della vita. Il piacere è solo una funzione derivata del dolore, che vive a sue spese.

Schopenhauer, che conobbe il pensiero di Giacomo Leopardi, si trovò in accordo con lui sulla teoria per la quale soddisfare i bisogni primari e fisiologici provocava piacere solo dopo aver provato dolore e sofferenza per l'assenza di questo soddisfacimento, che assume quindi un significato negativo.

Accanto, poi, al piacere, che è solo momentaneo, e al dolore, che è una realtà durevole, la terza situazione esistenziale dell'uomo è la noia, la quale subentra quando viene meno il desiderio, il frastuono delle attività o il pungolo delle preoccupazioni umane. «Finché la nostra coscienza è riempita dalla nostra volontà, finché ci abbandoniamo all'impulso dei desideri con la loro alternativa di timori e di speranze, finché siamo soggetti al volere, non ci saranno concessi né felicità duratura né riposo.» 1

La vita umana, conclude il filosofo, è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando attraverso l'intervallo fugace, e illusorio, del piacere e della gioia.

Poiché la volontà di vivere, tensione mai soddisfatta e sempre rinnovantesi, si manifesta in tutte le cose come vera e propria Sehnsucht, il dolore non riguarda solo l'uomo ma ogni creatura. Tutto soffre, e l'individuo, il quale ne ha più consapevolezza di tutti, non è altro che uno strumento al servizio della specie. L'unico fine della natura è quello di perpetuare la vita, e, con la vita, il dolore. L'unione di due volontà da origine ad una terza volontà, e ciascuna ha brama di continuare a vivere, come la formica gigante d’Australia «la quale, se viene divisa in due parti, offre lo spettacolo di un combattimento tra il capo e la coda» 2.

Nonostante questo pessimismo cosmico, Schopenhauer rifiuta e condanna il suicidio, il quale non è negazione della volontà, bensì atto di forte affermazione della volontà stessa e soppressione soltanto di una manifestazione fenomenica della volontà di vivere.

La vera risposta al dolore del mondo non consiste nell'eliminazione della vita, ma nella liberazione dalla volontà di vivere.

Com'è possibile ciò? Solamente quando la volontà giunge alla coscienza di sé si fa nolontà, negazione progressiva di se medesima. È, cioè, con la presa di coscienza del dolore e il disinganno di fronte alle illusioni dell'esistere che prende avvio il cammino di liberazione dell'individuo.

Amareggiato, deluso, disincantato, a volte fino all’esagerazione: Schopenhauer fu un uomo che soffrì le delusioni e gli insuccessi che la vita gli ha riservato. Ma in fondo, proprio per questo continua ad essere uno dei filosofi più affascinanti di tutti i tempi.

1 Il mondo come volontà e rappresentazione, Arthur Schopenhauer, trad. it. di N. Palanga, a cura di G. Riconda, Mursia, Milano 1969.

Il mondo come volontà e rappresentazione,

2 Arthur Schopenhauer, ibidem.

Capitolo II – Scienze Umane

Il disagio della società del 1900

Nel periodo a cavallo degli ultimi anni del 1800 e i primi decenni del 1900 si verificarono in Europa profonde trasformazioni economiche, sociali e culturali che furono decisive per l'adesione a nuovi atteggiamenti spirituali, e lo stimolo ad interrogarsi sulla barbarie e sul “disagio della civiltà” del tempo. Dal fenomeno dell'industrializzazione alla nascita della società di massa ogni istituzione, classe sociale e aspetto della vita umana furono influenzati, seppure con tempi e ritmi diversi a seconda dei luoghi.

Col processo di modernizzazione si è assistito alla meccanizzazione e razionalizzazione delle attività produttive, grazie allo sviluppo di nuove conoscenze tecniche e scientifiche; alla nascita delle industrie e del sistema di fabbrica; all'aumento dei servizi alla persona; all'affermarsi del capitalismo e di nuove classi sociali come la borghesia e il proletariato. Il miglioramento delle condizioni di vita e le abitudini riproduttive portarono a un'esplosione demografica, e la richiesta di lavoro nelle fabbriche e nei servizi al fenomeno dell'urbanizzazione.

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Sintesi

Introduzione Male di vivere, tesina

Ho scelto questo tema nella tesina perché credo sia importante che i giovani, e l'essere umano in generale, debbano avere sempre in mente - e riflettano - sui veri temi della vita, le vere questioni esistenziali che potrebbero sembrare tanto astratte e invece se ne ha a che fare ogni giorno.

Il mal di vivere è radicato in noi esseri umani, più di quanto si possa immaginare; le vittime più indifese sono i giovanissimi, e coloro che attraversano fasi come menopausa per le donne, andropausa per gli uomini, e non dimentichiamo gli anziani, che spesso sono lasciati soli.

Perché il male? è la domanda ontologica, teologica ed esistenziale, e perché le vittime del male, dei mali?

Solo una pedagogia che si limita ad educare all'esistente - a un esistente rispetto al quale accomodarsi, essere acquiescenti, in una parola essere schiavi - può pensare di costruire le proprie categorie a prescindere dall'urlo o dal gemito degli oppressi, e dalla sofferenza della creatura, della natura, del Cosmo.

Non è possibile essere fedeli all'umano se non educando a resistere al male: e solo chiedere conto al mondo del male che alberga, e all'uomo e alla donna del male che essi permettono, causano o cercano di evitare è una forma di pedagogia della resistenza.

Il libro “L'educazione e il male. Riflessioni per una teodicea pedagogica”, di Raffaele Mantegazza, si interroga sul male e sulla sua fenomenologia: muove dal male fisico, radice di tutta la nostra concezione del male; attraversa poi quello esistenziale o male di vivere; il male giovanile che soprattutto oggi ci riguarda e ci turba; il male operato dalla natura con le sue furie (riflesso comunque dell'incuria umana), la morte come limite ultimo del male, il male cosmico che chiamiamo entropia, il male morale, il male assoluto di Auschwitz (Hannah Arendt). Un itinerario volto a mettere in dubbio l'idea del "male necessario" e a proporre un'educazione che, al contrario, sia integralmente liberante. La tesina di maturità inoltre permette anche dei collegamenti interdisciplinari.

Collegamenti

Male di vivere, tesina

  • Filosofia -

    Schopenhauer

    .
  • Scienze Umane -

    Il disagio della società del 1900 e Il disagio nella modernità liquida

    .
  • Italiano -

    Decadentismo e Inetto

    .
  • Francese -

    L'existentialisme et Camus

    .
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