Estratto del documento

Male di vivere e rivoluzione

Male di vivere e rivoluzione possono essere viste come due facce della stessa medaglia.

Cosa si intende con il termine male di vivere?

Qualcosa c’è, c’è sempre stato, e fa parte della condizione stessa di artista, un presentimento oscuro

e angusto, che si ripresenta ogni volta che i contorni del mondo intorno iniziano a sfumare, la terra

si sfalda sotto i piedi… è il crollo delle certezze. È l’allontanarsi dalla realtà, l’estraniarsi da una

società in transizione, forzato o spontaneo, ma pur sempre un trauma. Baudelaire lo chiamava

Spleen, e proponeva la consolazione di una vita dissoluta, di visioni derivanti da Paradisi Artificiali,

Seneca predicava un otium contemplativo alla ricerca di quella verità, quella sicurezza che doveva

pur esserci, celata dentro noi stessi, nell’intimità dell’animo… un animo malato. Questo è il male di

vivere: la poetica della precarietà, la letteratura della crisi, che nasce da sconvolgimenti sociali,

dall’impossibilità di seguire la corsa sfrenata del progresso, dalla perdita del proprio ruolo di artista

nella comunità; quando la società cambia, quando le regole vengono sconvolte, sia il crollo delle

certezze scientifiche e razionaliste del Positivismo, qualcosa nell’equilibrio tra società e pensiero

artistico o filosofico si spezza, e le certezze si dissolvono nel pessimismo acuto, nella malinconia,

nella sregolatezza, nell’ozio contemplativo, in una concezione del dolore sentito talmente

disperatamente vicino da farsi universale.

Il poeta proietta se stesso: il suo destino, simile a quello di un angelo decaduto, è quello di essere

contemporaneamente attratto dal cielo e dall’abisso. Nel degradato mondo della metropoli moderna

l’angelo decaduto si aggira attratto dai paradisi artificiali degli stupefacenti, dal vizio, dalla

maledizione che lo perseguita mentre cerca la strada della salvazione. I Fiori del Male germogliano

sul terreno del disagio, del disorientamento; ed è un seme che dura e rifiorisce ormai da migliaia di

anni, evolvendosi in tante varietà diverse, ma in fondo restando sempre lo stesso.

Il crollo delle certezze oltre a portare un isolamento artistico e culturale può portare ad una

rivoluzione.

Questa è la rivoluzione: quando l’artista, l’intellettuale, la società si trova in uno stato di precarietà,

di crisi, di sfiducia nasce il progresso. La corsa sfrenata alla trasformazione, la rottura di un falso

equilibrio, il crollo di antichi miti porta ad un rinnovamento che va dal singolo fino ad arrivare alla

comunità. L’autentica rivoluzione è quella dello spirito, nata dalla convinzione intellettuale della

necessità di cambiamento degli atteggiamenti mentali e dei valori che modellano il corso dello

sviluppo; una rivoluzione finalizzata semplicemente a migliorare le condizioni materiali ha poche

probabilità di successo. La rivoluzione deve sempre essere dettata dalla fantasia dell’io e appoggiata

da una reale situazione di disagio.

Italiano

Il periodo compreso tra l’ultimo decennio dell’800 e gli anni precedenti la prima guerra mondiale, è

caratterizzato da una violenta reazione al Positivismo: questo aveva celebrato la fede nella scienza,

nel progresso sociale, nella pacifica collaborazione fra i popoli, ma la realtà, fatta di guerre,

imperialismi, lotte di classe, era ben diversa da quanto si era sperato. Tale situazione determina

nuovi atteggiamenti spirituali: subentra la disillusione, l’angoscia, la sensazione del vuoto e del

nulla; in arte si reagisce con la rottura dei moduli naturalistici.

Distrutti i vecchi schemi della cultura positivistica, rinnegati i miti consolatori dell’800, immerso in

un mondo sfiduciato nelle prospettive della scienza e della vita politica e sociale, l’uomo di cultura

del primo ‘900 vive una profonda crisi d’identità, avverte chiaramente la fine di un’epoca e

l’avvento di una nuova e prende coscienza della perdita del suo tradizionale ruolo sociale che era

quello del “creatore di valori” e, in un certo senso, di “vate”. Nasce da ciò una situazione di disagio,

di noia esistenziale, di malcontento, di provocazione. Lo scrittore avverte con angoscia che sta per

compiersi la frattura definitiva, iniziata nell’Ottocento, tra io e mondo, tra artista e realtà e si sente

“spersonalizzato”, “disumanizzato”, “disintelligenziato”.

Di questo momento storico ne fa parte sicuramente Eugenio Montale.

La vita di Eugenio Montale è la vita di un uomo schivo, distaccato e disilluso verso se stesso e la

propria stessa esistenza: scrivendo «sempre da povero diavolo e non da uomo di lettere

professionale», diviene uno dei massimi rappresentanti della poesia e della cultura contemporanea.

Eugenio Montale nasce a Genova il 12 ottobre 1896, da una famiglia di agiati commercianti.

Montale non fu un bambino prodigio: infatti a causa di alcuni problemi di salute ebbe delle

difficoltà scolastiche. Nonostante ciò nel 1915 riuscì a diplomarsi ragioniere con buoni risultati.

Durante il periodo di studi si appassiona alla poesia frequentando le biblioteche comunali e

prendendo lezioni private dalla sorella Marianna. La giovinezza del poeta è segnata dalle estati

trascorse nella villetta dei Montale a Monterosso nelle Cinque Terre: quella terra e quegli ambienti

saranno più tardi l’anima delle poesie degli Ossi di seppia. Insieme alla passione per la poesia in

Montale nasce anche la passione per l’opera lirica, in particolare per il canto, tanto che comincia a

prendere lezioni dall’ormai anziano baritono Ernesto Sivori. Nel ’17 con l’aggravarsi della Grande

Guerra viene chiamato alle armi. Finita la guerra Montale continua a dedicarsi alle sue passioni fin

quando a causa della morte del maestro Sivori comincia a dedicarsi completamente alla poesia.

L’abbandono del canto coincide con la pubblicazione della poesia Riviere con cui Montale cerca di

riprodurre le suggestioni degli strumenti musicali. Gli anni 20 segnano anche la scelta politica: si

schiera apertamente contro il fascismo e firma nel 1925 il manifesto degli intellettuali antifascisti

sostenuto dall’editore Piero Gobetti. Sempre grazie a Gobetti pubblica la prima edizione degli Ossi

di seppia. Nello stesso periodo Montale stringe un rapporto di collaborazione con Italo Svevo

seguito da un fitto rapporto epistolare. Quando il fascismo diviene dittatura Montale si vede

costretto ad accettare un modesto impiego presso la casa editrice Bemporad a Firenze. I primi

tempi nella città toscana furono tutt’altro che facili. Solo nel ’29 riesce ad ottenere un ruolo di punta

nella società fiorentina: otterrà la carica di direttore del gabinetto di Vieusseux e diverrà la voce

degli intellettuali antifascisti. Nel ’33 conosce Irma Brandeis, giovane intellettuale americana, alla

quale dedicherà Le occasioni. Nel ’38 la situazione politica si aggrava e viene allontanato dal

Vieusseux. Per Montale si apre un periodo di crisi: l’ancora di salvezza per il poeta è Drusilla Tanzi

che va a vivere con lui. Dopo la guerra prende parte all’attività politica entrando nel Comitato per la

cultura del Cnl, ma dopo poco più di un anno deluso dal clima politico lascia Firenze e si trasferisce

a Milano dove otterrà il ruolo di redattore presso il quotidiano il “Corriere della Sera”. Gli anni

milanesi saranno per Montale anni di intensa attività giornalistica, ma anche anni di popolarità:

l’attività di giornalista gli porterà successi in Italia e nel mondo tanto da ottenere la Legion d’onore

in Francia e la laurea honoris causa. Alla morte della moglie Drusilla, nel ’63 riprende la scrittura

dedicandole gli Xenia. Nel ’67 viene nominato senatore a vita, ma il premio più ambito gli viene

assegnato nel ’75 quando gli sarà conferito il Premio Nobel per la Letteratura. Gli anni successivi

saranno dedicati alla stesura di un’opera critica della sua intera poetica. Il 12 settembre 1981 a

causa delle condizioni di salute sempre peggiori si spegne in una clinica milanese.

Eugenio Montale, nel 1925, sconvolge il panorama letterario italiano con “Ossi di seppia”. La

raccolta dichiara l’impotenza del poeta a dare soluzioni valide per gli altri in un’epoca senza

certezze. Con la poesia “Spesso il male di vivere ho incontrato” Montale cifra stilisticamente la più

drammatica testimonianza della crisi spirituale dell’uomo moderno, in un mondo che pare sul punto

di sgretolarsi e dissolversi. Il male di vivere del poeta ligure non è una restaurata malattia

romantica; è piuttosto il tentativo di testimoniare il malessere, l’impotenza dell’intellettuale e della

cultura che sa di aver perso i propri punti di riferimento storico e le proprie basi conoscitive. Ma il

male di vivere è anche l’incapacità dell’uomo di comunicare, è isolamento, frattura, vita strozzata.

E’ il male dell’“essere”, in quanto ci impedisce di avere delle certezze, di conoscere la realtà e noi

stessi. “Il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro/di me”, afferma il poeta; di qui il senso di finitezza, di

impotenza, di non-vita, di esperienza del nulla; e dunque negatività, inutilità, aridità. Il titolo stesso

della prima raccolta poetica montaliana richiama emblematicamente, nella scelta di questo relitto

del mare e delle spiagge che è l’osso di seppia, cose inaridite, prosciugate, senza vita; il che è già un

modo per suggerire una filosofia della vita. Preso atto dell’impossibilità di ogni consolazione e di

ogni evasione dalla finitezza e dal regno della necessità, altro non resta che attendere un evento di

altra natura, il “miracolo”, la rottura dell’ordine generale. Ma l’attesa del prodigio si rivela un

fallimento. Allora al poeta, all’uomo, non rimane che la “divina indifferenza”, non cinismo ma

assoluta intransigenza morale e intellettuale; non rimane che l’accettazione lucida e consapevole

della propria condizione di angoscia e di sconfitta; non rimane che descrivere la “negatività” del

mondo. Ciò non significa che il poeta deve rinunziare alla vita. Dunque non indietreggiare mai nei

confronti della realtà, ma nello stesso tempo avere la coscienza dei propri limiti.

Latino

Un tipo simile di disagio, è riscontrabile nella letteratura romana dell’età imperiale. Dopo la grande

fioritura sotto Augusto, la produzione letteraria entra in un periodo di crisi; il primo secolo

dell’impero è un’età di depressione della cultura, dove il complesso problema dei rapporti tra cultura

e potere non trova sbocchi positivi e convincenti.

Anteprima
Vedrai una selezione di 3 pagine su 10
Male di vivere e rivoluzione Pag. 1 Male di vivere e rivoluzione Pag. 2
Anteprima di 3 pagg. su 10.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Male di vivere e rivoluzione Pag. 6
1 su 10
Sintesi

Italiano

Eugenio Montale (Ossi di seppia)

Latino

Seneca (Epistulae morales ad Lucilium)

Storia dell’arte

Edvard Munch (L’Urlo)

Filosofia

Arthur Schopenhauer; Karl Marx

Inglese

George Orwell (Animal Farm)

Storia

La rivoluzione russa

Geografia astronomica

La rivoluzione copernicana (dal geocentrismo all’eliocentrismo)

Fisica

La rivoluzione della fisica contemporanea (Albert Einstein e lo spazio-tempo)

D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi