Il male nel mondo dell’infanzia
In questo lavoro ho scelto di trattare il tema del male nel mondo dell’infanzia, inteso sia a livello psicologico sia a livello fisico: il male, infatti, si presenta sotto molteplici aspetti, che possono essere strettamente legati alla dimensione corporea o avere implicazioni di tipo mentale. Le ricadute del male e dei suoi effetti sulla vita dei bambini che ne sono vittime hanno spesso una portata molto vasta che si ripercuote sull’intera esistenza di questi soggetti, i quali da un lato porteranno i segni di questa sofferenza per tutta la vita e dall’altro tenderanno spesso a riproporre, una volta adulti, lo stesso modello di violenza.
A tale scopo, ho deciso di selezionare alcuni argomenti che si prestassero al mio obiettivo e che presentassero dei parallelismi e dei richiami utili a comporre un discorso organico: inizierò dunque con la trattazione della poesia X agosto di Giovanni Pascoli, per poi proseguire con un episodio tratto dalle Troiane di Euripide; in seguito analizzerò da un lato gli effetti della guerra e delle persecuzioni razziali sul mondo dell’infanzia e dall’altro le conseguenze delle politiche totalitarie fascista e nazista sull’universo infantile attraverso le pratiche educative improntate all’obbedienza cieca nei confronti di tali regimi. La violenza sui minori, tuttavia, non si ritrova soltanto in scenari totalitari o di conflitto, ma costituisce una pratica diffusa tanto a livello spaziale quanto a livello temporale: infatti, se alcuni tipi di abuso, come quelli relativi alle pratiche di infibulazione o alla formazione di bambini-soldato, possono sembrare molto distanti dalla nostra quotidianità, altri appartengono alla nostra cultura e tendono a volte a passare inosservati perché il loro impatto è più sottile e meno eclatante. Ad esempio, i maltrattamenti e lo sfruttamento del lavoro infantile, pur non incidendo sui corpi delle vittime in maniera irreversibile, segnano ugualmente la vita e la psiche di tali soggetti: emblematico, in tal senso, è il romanzo di Oliver Twist. In conclusione, cercherò di focalizzarmi sull’attualità, mettendo in luce come la violenza sia presente in numerose sfere e sia diffusa in tutto il mondo, benché con modalità differenti. Per completare il lavoro, utilizzerò alcune immagini del fotografo statunitense Steve McCurry, il quale nel corso della sua carriera si è occupato in particolare di documentare situazioni belliche mostrandone gli effetti sugli individui coinvolti, tra i quali purtroppo si ritrovano spesso molti bambini.
La poesia X agosto di Giovanni Pascoli
*** “(…)E tu,Cielo,dall’alto dei mondi
Sereni,infinito,immortale,
oh! D’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!”
L’elegia X agosto, pubblicata per la prima volta il 9 agosto del 1896 e compresa nella raccolta Myricae, tratta della morte del padre del poeta, avvenuta il 10 agosto di ventinove anni prima per mano di sconosciuti assassini: questo episodio ha segnato profondamente l’esistenza di Pascoli, al punto che egli indirizza la dedica dell’opera ad «alcuni ignoti uomini atroci», cioè gli uccisori del padre Ruggero. Questo evento, insieme ad una serie di altri lutti avvenuti quando il poeta era bambino (la morte della madre, della sorella Margherita e di due fratelli) gli hanno causato un forte trauma che si ripercuoterà su tutta la sua produzione letteraria: infatti, Pascoli deriva la compattezza e la modernità del suo immaginario poetico proprio dal trauma vissuto nella fanciullezza e tanto brutalmente interiorizzato da diventare la sua ossessione continua1.
Nell’immaginario pascoliano, il padre e la rondine sono simboli dell’innocenza perseguitata dalla malvagità del mondo, mentre il nido e la casa sono l’unico rifugio rimasto per chi tenti di sottrarsi a tale crudeltà; tuttavia, proprio come il nido è condannato a svuotarsi dopo l’uccisione della rondine-madre e la conseguente morte dei rondinini a causa degli stenti, la casa del poeta bambino è ormai «romita», cioè solitaria, desolata, lacerata dalla ferita infertale con la morte del padre.
Il tema del nido costituisce il vero e proprio sottofondo psicologico dell’intera produzione poetica pascoliana, il cui nucleo fondamentale si traduce in una mitizzazione dell’infanzia bruscamente interrotta dall’assassinio paterno: anche a livello biografico il mito del nido sarà centrale, poiché il poeta ricercherà per tutta la vita questo universo chiuso e protetto, riscaldato dall’affetto dei suoi cari2. Nella prima strofa il poeta afferma di conoscere il motivo del pianto di stelle cadenti («perché sì gran pianto/nel concavo cielo sfavilla») che è appunto l’uccisione del padre. Questo evento autobiografico viene inserito in uno scenario cosmico e il dolore di Pascoli diventa un dolore universale, in quanto universale è l’origine del male che l’ha causato («quest’atomo opaco del Male»). Significativi sono i parallelismi tra le strofe. Il nesso tra la seconda e la terza strofa è dato dalla descrizione della morte della rondine, parallela a quella del padre, mentre la prima e l’ultima strofa sono collegate, oltre che dal tono meditativo, dalla parola “pianto”. Questa struttura circolare mette dunque in risalto l’universalità del dolore e del male dell’uomo, da cui l’infanzia, come luogo di purezza, tenta di sottrarsi ma, alla fine, viene inevitabilmente travolta.
“Tu piangi,piccolo: hai presentimento della tua disgrazia?
Mi abbracci e ti avvinghi alla mia veste
E come un uccellino cerchi riparo sotto le mie ali…”
Astianatte nelle Troiane di Euripide
La figura dell’innocente perseguitato e la rappresentazione del male che su di essa si accanisce sono riscontrabili nell’episodio dell’uccisione di Astianatte, rappresentato nelle Troiane di Euripide.
La morte del bambino, buttato giù dalle torri di Troia, sancisce lo sterminio spietato dei vinti e costituisce il nucleo dell’azione drammaturgica, nonché il momento in cui il dolore raggiunge il suo apice. Attraverso questa vicenda il poeta sollecita i suoi spettatori a riflettere sulla portata di una guerra disumanizzante, che pone numerosi interrogativi di natura etica sui limiti del lecito e dell’illecito, e ad esaminare gli eccessi cui essa può condurre quando la civiltà e l’umanità cedono alla barbarie e alla bestialità.
Nel corso della narrazione, la riflessione si fa più ampia e giunge ad interrogarsi sul senso dell’umano: Astianatte diventa, allora, il simbolo della vittima inerme e innocente sulla quale si abbatte un’aggressività estrema e disumana. Nonostante tutta la tragedia evidenzi le conseguenze e la potenza distruttiva della violenza bellica, è soltanto nell’uccisione del bambino che essa trova la sua forma di drammatizzazione. È in questo punto, infatti, che l’accento batte sul dolore e sulla disperazione.
Nello scoppio emotivo di Andromaca, punto centrale è l’appassionato e straziante appello al figlioletto, divenuto vittima sacrificale per i Greci. Il bambino piange, come se presagisse il male che lo sovrasterà, si aggrappa alle vesti della madre, al pari di un uccellino che si rifugia sotto le ali3. Egli sta per morire e cerca conforto in colei che, in quanto vittima anch’essa dei soprusi dei vincitori, non può aiutarlo. Dopo un ultimo abbraccio, Andromaca scaglia contro i Greci l’accusa di uccisione di un innocente («escogitate piani tremendi, voi Greci/se uccidete un bimbo che non ha colpa di nulla»). Infine, è lei stessa, schiava, che ordina ai vincitori di prendersi il bambino, condurlo via e cibarsi addirittura delle sue carni. I Greci, avendo abusato del loro potere ed essendosi spinti al punto di uccidere un innocente, sono assimilati non più a uomini, ma a bestie. Barbarie e ferinità sono, infatti, i tratti caratterizzanti della rappresentazione della morte di Astianatte.
Il compianto di Ecuba è ricco di particolari che ne accentuano l’orrore:
“I riccioli che tua madre tanto amava
e sfiorava di baci: ora il sangue sprizza fuori
Dalle tue ossa rotte…Che io non parli di questi obbrobri.”
La morte ha alterato l’aspetto del bambino, corrompendone la bellezza infantile. Ecuba, come Andromaca, accusa i vincitori di viltà e crudeltà per l’uccisione di un innocente inerme. Essa afferma che il reale motivo della morte è la paura che di lui hanno avuto i Greci: Astianatte, unico figlio di Ettore, poteva infatti rappresentare una speranza per Troia, poteva offrire la prospettiva che in futuro lui stesso avrebbe rifondato la città: “Quale epitaffio
Potrebbe scrivere un poeta sulla tua tomba?
“Gli Argivi un giorno uccisero questo fanciullo
Perché lo temevano”. Quale vergogna per la Grecia!”
La morte di Astianatte sancisce definitivamente l’estinzione di un’intera civiltà e disegna un presente di devastazione, nonché il venir meno di ogni speranza.
È interessante il paragone di Astianatte, ormai prossimo alla morte, con un uccellino, sulla stessa scia di quello tra l’uccisione del padre di Pascoli (X agosto) e la rondine. Astianatte, la rondine, Ruggero Pascoli e, indirettamente, suo figlio Giovanni sono tutte figure di innocenti perseguitati. Il bambino, inoltre, che “cerca riparo sotto le ali della madre” può ricordare la continua ricerca in Pascoli di un “nido”, quale luogo di rifugio dalla malvagità del mondo.
Le Troiane sono state definite da Di Benedetto «dramma senza speranza»: in questa lotta impari e senza speranza, le manifestazioni di lutto sono diventate l’unica arma degli oppressi, che nel pianto trovano il loro unico sfogo. ***
Il male nell’infanzia durante i totalitarismi
Il male nel mondo dell’infanzia (di cui il disumano accanimento contro Astianatte è un esempio) è riscontrabile in tutto l’arco della storia dell’umanità e si presenta contemporaneamente sotto molteplici aspetti. Per questa ragione, il mio approccio sarà quello di mostrare il male che si abbatte sul mondo dell’infanzia, osservandolo nelle sue numerose manifestazioni e da punti di vista differenti.
Quando si parla del regime fascista e nazista e del male subìto dai bambini si pensa subito agli ebrei. Certamente le sofferenze e le ingiustizie che questo popolo ha dovuto patire sono state atroci ed indescrivibili, ma non bisogna dimenticare che anche i bambini italiani e tedeschi, tra cui forse soprattutto i figli di personaggi di spicco del regime, subirono un “male”, sebbene di natura diversa, attraverso forme quali l’indottrinamento all’ideologia razzista e l’imposizione di un’ubbidienza cieca. Partendo da questo presupposto, analizzerò dunque le due forme, fisica e psicologica, sotto le quali il male colpiva, nell’età dei totalitarismi, tanto bambini ebrei quanto bimbi di altre etnie.
Le persecuzioni razziali e i bambini ebrei
In seguito alle leggi razziali emanate dal governo fascista nel 1938, ai ragazzi di religione o di origine ebraica veniva impedito di iniziare il nuovo anno scolastico 1938-1939:
Giorgio Foà, alunno del Liceo classico Romagnosi, morto il 4 febbraio 1944 ad Auschwitz, viene così ricordato dall’amico Giovanni Timossi:
Vorrei ricordare l’amico fraterno Giorgio Foà. Condivisi con lui il banco del liceo classico Romagnosi. (…) All’inizio del terzo anno Giorgio non venne a scuola: le leggi razziali lo volevano escluso da quel Liceo che fino ad allora aveva frequentato con buon profitto. Ci fu un sussulto nei nostri cuori? L’ignobile provvedimento ci apparve in tutta la sua gravità?(…) Io credo di dover ammettere che indifferenza e apatia contraddistinsero il nostro comportamento di allora.
Molti anni dopo, ripensando a ciò che era accaduto alla sua famiglia, la madre di Giorgio, Elena Foà, ricorda:
(…) il 2 settembre 1938 uscì la terribile notizia: “gli insegnanti e studenti ebrei sono esclusi dalle scuole pubbliche”. È la fine, è la fine! I miei figli, sedici anni, prima liceo e tredici anni, quarta ginnasio al Romagnosi, non poterono capacitarsi. Il piccolo mi implorava: “Mamma andiamo via, non voglio più stare in Italia!”
Tra i bambini ebrei di Parma deportati in Germania, si possono citare Luciano Fano (classe 1932), insieme alla sorella Liliana (classe 1934) e al fratello Roberto (nato nel 1942). Essi, insieme ai genitori, furono costretti dalle leggi razziali ad abbandonare il loro paese adagiato sui monti dell’Appennino parmense. I fratelli vennero battezzati nel 1939, per consentire loro di frequentare la scuola privata cattolica. Il 7 dicembre 1943 vennero arrestati insieme ai genitori dalla polizia fascista e rinchiusi prima nel campo di concentramento di Monticelli (il padre invece nel campo di Scipione, a Salsomaggiore) poi in quello di Fossoli, fino al trasferimento ad Auschwitz dopo un viaggio di cinque giorni e cinque notti. Appena giunti nel campo, i due bambini non superarono la selezione operata dal medico, che stabiliva se i nuovi arrivati erano idonei al lavoro o meno: furono pertanto destinati alla camera a gas, dove morirono il 10 aprile 1944.
Liliana e Luciano Fano
Cfr. Roberto Antonelli, Maria Serena Sapegno, L’Europa degli scrittori. Storia, centri, testi della letteratura italiana ed europea, La Nuova Italia, Milano, 2008, p. 309.
Ivi, p. 310. Sul piano psicologico e biografico, il poeta tenterà un percorso di ricostruzione e al tempo stesso di regressione: dopo un’iniziale adesione a valori di tipo socialista, infatti, dal 1885 egli tenta di ripristinare con le due sorelle Ida e Maria una vita in comune che gli consenta di riassaporare la felicità dell’infanzia.
È interessante il paragone di Astianatte, ormai prossimo alla morte, con un uccellino, sulla stessa scia di quello tra l’uccisione del padre di Pascoli (X agosto) e la rondine. Astianatte, la rondine, Ruggero Pascoli e, indirettamente, suo figlio Giovanni sono tutte figure di innocenti perseguitati. Il bambino, inoltre, che “cerca riparo sotto le ali della madre” può ricordare la continua ricerca in Pascoli di un “nido”, quale luogo di rifugio dalla malvagità del mondo.
Le Troiane sono state definite da Di Benedetto «dramma senza speranza»: in questa lotta impari e senza speranza, le manifestazioni di lutto sono diventate l’unica arma degli oppressi, che nel pianto trovano il loro unico sfogo.
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