Estratto del documento

Indice

Introduzione.................................4

Latino – Apuleio e una strana accusa di magia..........................................5

Greco – Teocrito: magie e incantesimi................................................7

Italiano – Ciàula e il mistero della scoperta...........................10

Inglese – The wizarding world of Harry Potter....................12

Storia – Hitler tra esoterismo ed occultismo.....................13

Filosofia – Søren Kierkegaard e il mistero dell’essere..............16

Geografia astronomica – La magia della Luna...........18

Matematica – Dall’equazione al grafico..............................22

Fisica – Il potere dell’elettricità.............................................25

Introduzione

Da sempre mi ha affascinato ascoltare storie e racconti intrisi di mistero e che trattassero di rituali reali o pratiche magiche.

Mi ammaliavano i film di animazione e le serie televisive che trattavano di maghi, streghe, pozioni e incantesimi; poi, nel corso dei miei studi, ho avuto modo di vedere come questo tema sia stato trattato da vari autori e come abbia suscitato curiosità in molti popoli. Quindi ho scelto di sviluppare la mia tesina pluridisciplinare attorno questo argomento.

Con il termine “magia” si indica una ipotetica tecnica che si prefigge lo scopo di influenzare gli eventi e di dominare con la volontà i fenomeni fisici e l’essere umano, ma se ci riflettiamo la magia e il mistero sono intorno a noi e hanno sempre accompagnato, in forme diverse, l’uomo nel suo cammino fino ai giorni nostri.

La magia e il mistero sono presenti in incantesimi, rituali, ma anche in eventi naturali o nei progressi che la scienza, come la fisica, hanno fatto.

La tesina si articola, quindi, a partire da uno sguardo sul mondo della letteratura, dove ho messo in luce il tributo nei confronti della magia di Apuleio per quanto riguarda quella latina e le Incantatrici di Teocrito nel mondo ellenico; Luigi Pirandello per quanto riguarda le avanguardie letterarie della prima parte del Novecento italiano con J. K. Rowling e i suoi sette libri di Harry Potter per la letteratura inglese contemporanea. Lo sguardo passa al mistero e all’esoterismo che hanno caratterizzato la figura di Hitler e poi al mistero dell’essere di Søren Kierkegaard.

Infine ho voluto collocare in chiusura del percorso le discipline scientifiche, trattando l’enigma della Luna che da sempre affascina l’uomo con i suoi flussi magici, un’equazione che prende forma grazie alla rappresentazione grafica e come l’elettricità inizialmente fosse usata quasi esclusivamente per fare magia. 4

Apuleio e una strana accusa di magia

La magia, distinta in magia buona e magia cattiva, trasformazioni prodigiose, creature demoniache e unguenti fatati è al centro della variegata produzione letteraria di Lucio Apuleio, brillante oratore, filosofo ed egli stesso esperto di magia e iniziato a culti misterici.

Il rapporto di Apuleio nei confronti di questa scienza occulta è tuttavia poco chiaro. Nei suoi stessi testi, infatti, si riscontra un atteggiamento ambiguo, dato dalla distinzione tra magia e ricerca filosofico-scientifica, da lui esercitata. Il discorso, inoltre, si complica nel momento in cui l’autore differenzia magia buona e cattiva, esaltando la prima come forma di vera sapienza.

Apuleio, paragrafo 6, dal De Magia

Primo igitur legerunt e ludicris meis epistolium de dentifricio vorsibus scriptum ad quendam Calpurnianum, qui cum adversum me eas litteras promeret, non vidit profecto cupiditate laedendi, si quid mihi ex illis fieret criminosum, id mihi secum esse commune. Nam petisse eum a me aliquid tersui dentibus vorsus testantur:

Calpurniane, salve properis vorsibus.

misi, ut petisti, tibi munditias dentium,

nitelas oris ex Arabicis frugibus,

tenuem, candificum, nobilem pulvisculum,

complanatorem tumidulae gingivulae,

converritorem pridianae reliquiae,

ne qua visatur tetra labes sordium,

restrictis forte si labellis riseris.

Quaeso, quid habent isti vorsus re aut verbo pudendum, quid omnino quod philosophus suum nolit videri? Nisi forte in eo reprehendendus sum, quod Calpurniano pulvisculum ex Arabicis frugibus miserim, quem multo aequius erat spurcissimo ritu Hiberorum, ut ait Catullus, sua sibi urina «dentem atque russam pumicare gingivam».

Traduzione

Bene, innanzitutto hanno letto, tra le mie poesie scherzose, una lettera che ho mandato in versi, a proposito di un dentifricio, a un certo Calpurniano, il quale, quando esibì per danneggiarmi quella mia lettera, non capì certamente, tutto preso com’era dal desiderio di nuocermi, che se in qualcosa potevo essere incriminato per quei versi, altrettanto si poteva fare con lui. Infatti questi versi dichiarano che proprio lui mi aveva domandato qualcosa per pulirsi i denti: Ti saluto, Calpurniano, con i versi veloci.

Ti mando, come mi hai richiesto, la pulizia dei tuoi denti,

lo splendore della bocca che ti procurano le messi d’Arabia,

una sottile, candeggiante, nobile polverina,

che spiana il gonfiore della gengiva tenerella,

che spazza le reliquie di ieri,

perché non si veda qualche bruttura di sporco,

caso mai tu rida con le dolci labbra dischiuse.

Io ti domando che cosa abbiano questi versi, nel contenuto o nelle parole, di cui ci si debba vergognare, che cosa abbiano che un filosofo non vorrebbe che si credessero suoi. A meno che io non debba essere rimproverato perché ho inviato a Calpurniano una polverina tratta dalle messi d’Arabia, mentre sarebbe stato meglio che, come fanno quegli sporcaccioni degli Iberi, al dire di Catullo, Calpurniano si fosse servito della sua orina, «per strofinare i denti e la rossa gengiva».

Il De Magia di Apuleio è chiamato anche “Apologia”. L’Apologia è in realtà un genere letterario che consiste nel difendersi da un’accusa. Uno dei passaggi più interessanti di quest’opera è il paragrafo VI nel quale Apuleio è appunto costretto a difendersi da un’accusa. Il brano è tanto più interessante quanto più strana è l’accusa che viene mossa: usare una curiosa polvere bianca per delle pratiche magiche. È noto che ai tempi di Apuleio le polveri erano spesso usate per attività che genericamente venivano accostate alla magia. A Roma le pratiche magiche erano viste con sospetto perché non appartenevano alla tradizione romana ma provenivano dall’Oriente. Tutta l’opera, infatti, è una lunga difesa dall’accusa di aver usato la magia per sedurre una ricca vedova, Pudentilla, ma è anche l’occasione per dare uno sguardo alla situazione storica di Roma: il mondo romano disegnato da Apuleio sta entrando in crisi perché sta accogliendo gli elementi del magico e dell’irrazionale che poi, secondo alcuni storici, saranno anche una delle cause della fine dell’Impero.

Il brano selezionato è interessante anche perché mostra tutta la forza ironica della prosa di Apuleio, il quale affronta il tema dell’accusa di magia in maniera molto leggera, quasi divertente. Tra gli elementi dell’accusa vi è anche una lettera in versi inviata a un certo Calpurniano in cui si fa riferimento a una polvere bianca da assumere per ragioni non ben chiare: «Una sottile, candeggiante, nobile polverina, / che spiana il gonfiore della gengiva tenerella». Questa lettera viene usata per incriminare Apuleio, per consolidare l’accusa di strane pratiche magiche. In realtà, replica Apuleio, quella “polverina” non era altro che un dentifricio inviato a Calpurniano affinché potesse pulirsi i denti. Così, con tono molto ironico, Apuleio si domanda di cosa mai si dovrebbe vergognare e perché venisse accusata così severamente la pulizia dei denti; cioè per quale ragione un invito all’igiene dovesse essere scambiato per un atto vergognoso. Questa polverina, come ci informa lo stesso Apuleio, giungeva a Roma dalle «messi d’Arabia», proveniva dall’Oriente, cioè da quei territori che a Roma venivano guardati con sospetto perché accusati, come abbiamo già detto, di introdurre elementi magici, estranei alla cultura romana e quindi estremamente pericolosi. 6

Teocrito: magie e incantesimi

L’autore del mondo greco che mi è sembrato più adeguato al tema del mio percorso d’esame è Teocrito.

A Teocrito dobbiamo lo sviluppo di uno dei generi più importanti dell’antichità, ossia l’Idillio. Il secondo degli idilli teocritei si lega bene al nostro tema: ha titolo Le Incantatrici (o L’Incantatrice) e tratta di una donna, Simeta, che per vendicarsi di un uomo ricorre alla magia.

Teocrito, Le Incantatrici, Idilli 2, vv. 1-63, 76-1117

Dove sono i rami d’alloro? Portali, Testili. Dove sono i filtri?

Con la benda di lana purpurea inghirlanda la coppa,

ch’io possa avvicinare il mio amato che mi dà pena.

Sono dodici giorni, ahimè, che non viene,

e neanche sa se siamo vive o morte,

né bussa alla mia porta, l’indegno. Di certo Amore

e Afrodite hanno portato altrove il suo volubile cuore.

Domani andrò alla palestra di Timageto,

per vederlo, e gli rinfaccerò come mi tratta.

Ma ora con sacrifici voglio avvicinarlo. Luna,

rifulgi bellamente: a te, o dea, volgerò il mio sommesso canto,

e a Ecate sotterranea, che atterrisce anche i cani,

quando avanza fra le tombe dei morti e il nero sangue.

Salve, tremenda Ecate; fino alla fine siimi compagna

nel preparare questi filtri, degni dei filtri di Circe,

o di Medea o della bionda Perimeda.

Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

Farina d’orzo anzitutto è consumata nel fuoco; su, spargila,

Testili. Sciagurata, dove te ne sei volata con la mente?

Dunque anche per te, maledetta, sono oggetto di spasso?

Spargila, e insieme di’: «Io spargo le ossa di Delfi».

Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

Delfi mi ha dato tormento: io per Delfi brucio

l’alloro. E come l’alloro crepita forte, bruciando,

e subitamente divampa, e non se ne vede neanche la cenere,

così anche Delfi nella fiamma le sue cardi distrugga. 7

Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

Ora offro la crusca. Tu, Artemide, anche l’adamante

dell’Ade smuoveresti, e se altro c’è di più saldo.

Testili, le cagne latrano per la città;

la dea è nei trivii; presto, fa’ risuonare il bronzo.

Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

Ecco, tace il mare, tacciono i venti,

ma non tace la mia pena dentro il mio cuore;

tutta ardo per lui, che di me misera

ha fatto una donna perduta, non più vergine, invece che sposa.

Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

Come questa cera io struggo con il favore della dea,

così si strugga d’amore all’istante Delfi di Mindo.

E come gira vorticosamente questo rombo di bronzo a opera di Afrodite,

così quello si aggiri presso la mia porta.

Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

Tre volte io libo, e tre volte, o veneranda, pronuncio queste parole:

che sia una donna a giacere al suo fianco, o sia anche un uomo,

egli tanto ne abbia di oblio, quanto dicono ne abbia avuto Teseo

un giorno a Dia per Arianna dei riccioli belli.

Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

Ippomane è una pianta d’Arcadia: per essa tutte

le puledre sui monti infuriano, e le veloci cavalle.

Così possa vedere anche Delfi. Ed entri egli in questa casa

simile ad un folle, fuori dalla nitida palestra.

Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

Delfi ha perduto questa frangia del suo mantello,

ed io ora la sfilaccio e la getto nel fuoco selvaggio.

Ahimè. Amore tormentoso, perché nero sangue dal mio corpo

hai tutto bevuto, attaccandoti come palustre sanguisuga?

Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

Pesterò una salamandra e domani gli porterò un beveraggio funesto.

Ma ora, Testili, prendi queste erbe magiche e impastale

sopra la sua soglia, fintanto che è ancora notte,

[…]

e di’ bisbigliando: «Impasto le ossa di Delfi».

Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

[…]

Ero già a metà della strada, dov’è la dimora di Licone,

quando vidi Delfi, e insieme a lui Eudamippo, che camminavano.

La barba l’avevano più bionda dell’elicriso,

e i loro petti rifulgevano molto più di te, o Luna,

perché avevano appena lasciato la bella fatica della palestra.

Appendi, veneranda Luna, donde venne il mio amore.

Come lo vidi, all’istante impazzii, e di me misera il cuore

fu lacerato. La bellezza svanì, e di quella processione

non m’importò più nulla, né so come casa

sia ritornata; ma un ardente morbo mi devastava,

e giacevo nel letto per dieci giorni e per dieci notti.

Appendi, veneranda Luna, donde venne il mio amore.

E spesso il mio corpo diventava del colore del tapso,

e dal capo mi cadevano tutti i capelli; non mi rimanevano

ormai più che la pelle e le ossa. E da chi non andai,

la casa di quale vecchia trascurai, che facessi incantesimi?

Ma nulla era di sollievo, e il tempo passava veloce.

Appendi, veneranda Luna, donde venne il mio amore. 8

E così alla schiava feci questo aperto discorso:

«Su, Testili, trovami un rimedio al malanno che m’opprime;

il Mindio tutta mi possiede, misera! Va’ dunque,

e tienilo d’occhio alla palestra di Timageto:

è quello il posto che frequenta, là gli è caro intrattenersi.

Appendi, veneranda Luna, donde venne il mio amore.

E quando ti accorgi che è solo, fagli un cenno discreto,

e digli: “Simeta ti chiama”, e conducilo qui».

Così dissi, ed essa andò e condusse nella mia casa

Delfi dal corpo splendente; e io come lo sentii

che oltrepassava la soglia della porta con passo leggero,

appendi, veneranda Luna, donde venne il mio amore.

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Sintesi

Introduzione magia, tesina

La seguente tesina di maturità tratta del tema della magia.

Con il termine “magia” si indica una ipotetica tecnica che si prefigge lo scopo di influenzare gli eventi e di dominare con la volontà i fenomeni fisici e l’essere umano, ma se ci riflettiamo la magia e il mistero sono intorno a noi e hanno sempre accompagnato, in forme diverse, l’uomo nel suo cammino fino ai giorni nostri.

Collegamenti

Magia, tesina

  • Latino - Apuleio
  • Greco - Teocrito
  • Italiano - Luigi Pirandello
  • Storia - Hitler tra esoterismo ed occultismo
  • Filosofia - Kierkegaard
  • Geografia astronomica - La Luna
  • Fisica - L'elettricità
  • Matematica - Lo studio di una funzione
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