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José Saramago, scrittore, poeta e critico letterario portoghese, premio Nobel per la letteratura nel 1998, scriveva a proposito delle parole:

<<Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano.

Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole si succhiano, non ci mollano! Sono come le zecche: si annidano nei libri, nei giornali, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno.>>

Le parole, quindi, e ciascuna sfumatura da esse assunta, dominano la vita di ciascuno di noi che ne siamo fruitori e spesso vittime del significato che assumono. Il sociologo canadese Marshall McLuhan, uno dei massimi studiosi della comunicazione, ha coniato la definizione “villaggio globale” per identificare la società contemporanea, in cui ogni messaggio viene amplificato dai media, rendendo il nostro enorme pianeta, un piccolo villaggio in cui culture, abitudini, comportamenti, mode vanno verso l’integrazione, ma anche verso l’omologazione, cioè verso l’appiattimento e l’uniformità.

I veicoli di trasmissione più rapida delle parole, infatti, sono i mezzi di comunicazione di massa: tanto potenti da far parlare, addirittura, di “quarto potere”.

L’espressione “quarto potere” (ripresa da un celebre film del regista americano Orson Welles del 1941) viene in genere utilizzata per identificare il potere esercitato dai moderni mezzi di informazione nell’influenzare l’opinione pubblica. Il potere dell’informazione, dunque, nella società moderna, si va ad affiancare a quelli tradizionali degli ordinamenti costituzionali (legislativo, esecutivo e giudiziario).

Per questi motivi nel corso del XX secolo si è provveduto ad approvare delle leggi che difendessero il diritto alla comunicazione. La stessa Costituzione italiana sancisce all’art. 21 che “ tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. […]. Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e reprimere le violazioni.>>

La necessità di difendere la libertà dell’informazione deriva probabilmente anche dalle drammatiche esperienze dei totalitarismi (e dittature) del Novecento, che hanno spesso usato il potere della comunicazione per asservirlo alla propaganda ideologica e alla formazione del consenso ai regimi dittatoriali.

A proposito dei regimi totalitari e del sistema repressivo e sanguinario da essi adottato, un tipico esempio di critica al nazismo, (tesi che oggi risulta essere tra le più accreditabili) è quella della filosofa tedesca di origini ebraiche, Hannah Arendt.

Le parole che “criticano”

“La banalità del male”, pubblicato nel 1963, riprende i resoconti che l'autrice pubblicò come corrispondente del settimanale New Yorker per il processo ad Adolf Eichmann, gerarca nazista catturato nel 1960, processato a Gerusalemme nel 1961, condannato a morte il 15 dicembre 1961.

Il titolo originale dell'opera è Eichmann in Jerusalem - A Report on the Banality of Evil. Dal dibattimento in aula, la Arendt, da brava cronista, ricaverà l’idea che il male perpetrato da Eichmann - come dalla maggior parte dei tedeschi che si resero corresponsabili della Shoah - fosse dovuto non ad un'indole maligna, ben radicata nell'anima, quanto piuttosto ad una completa inconsapevolezza di cosa significassero le proprie azioni.

Eichmann si era reso responsabile, commettendo crimini contro gli ebrei, di attentare all’umanità stessa – cioè alla sua base, il diritto di chiunque a esistere ed essere diverso dall’altro – Uccidendo più razze si negava la possibilità di esistere all’umanità, che è tale solo perché miscuglio di diversità.

Questo processo diede occasione a molti di riflettere sulla natura umana e dei movimenti del presente. Eichmann, come detto, tutto era fuorché anormale: era questa la sua dote più spaventosa. Sarebbe stato meno temibile un mostro inumano, perché proprio in quanto tale rendeva difficile identificarvisi. Ma quel che diceva Eichmann e il modo in cui lo diceva, non faceva altro che tracciare il quadro di una persona che sarebbe potuta essere chiunque: chiunque poteva essere Eichmann, sarebbe bastato essere senza idee, come lui.

Prima ancora che poco intelligente, egli non aveva idee e non si rendeva conto di quel che stava facendo. Era semplicemente una persona completamente calata nella realtà che aveva davanti: lavorare, cercare una promozione, riordinare numeri sulle statistiche, ecc. Più che l’intelligenza gli mancava la capacità di immaginare cosa stesse facendo.

Questa lontananza dalla vera realtà e la mancanza di idee sono il presupposto fondamentale della tentazione totalitaria, che tende ad allontanare l’uomo dalla responsabilità del reale, rendendolo meno di un ingranaggio in una macchina.

Come non si possano usare questi concetti lo si vede ancora meglio esaminando le giustificazioni addotte dai nazisti al processo di Norimberga: “azioni compiute per ordine superiore”; queste furono respinte perché, come disse la corte, “alle azioni manifestamente criminali non si deve obbedire”, principio che esiste nel diritto di ogni paese.

Ma come si può distinguere il crimine quando si vive nel crimine? Quando ci si trovi di fronte a un massacro organizzato da uno Stato? Era questo che il processo ad Adolf Eichmann avrebbe dovuto spiegare.

Sarebbe però riduttivo vedere in questo libro una mera critica al totalitarismo. La Arendt si occupa della genesi del male non tanto della sua manifestazione.

Nel pensiero della Arendt per un essere umano è male l'essere un inconsapevole volontario, il braccio intenzionalmente inconsapevole di qualcun altro ed è qualcosa di estremamente comune e banale, che il potere può organizzare e utilizzare in moltissime maniere.

Il regime totalitario è una di quelle possibili, è ingenuo pensare che sia l'unica, banalizzando così il pensiero della Arendt.

Il contesto storico in cui scrive la Arendt è quello che coincide con la fine della Seconda Guerra Mondiale: essa scrive e fonda la propria carriera giornalistica negli anni ’60, in pieno periodo di Guerra Fredda.

Le parole che innalzano i muri

Oltre a provocare milioni di morti e terrificanti distruzioni, la Seconda Guerra Mondiale determinò enormi conseguenze politiche ed economiche. I regimi nazifascisti furono abbattuti.

Le nazioni vincitrici, la Francia, la Gran Bretagna cedettero il ruolo di grandi potenze a Stati Uniti e Unione Sovietica, fondate su sistemi sociali, politici ed economici differenti e per molti aspetti opposti.

Le caratteristiche degli USA erano capitalismo, democrazia, ampie libertà individuali, ma anche forti disuguaglianze sociali tra ricchi e poveri. L’URSS era un paese socialista, soggetto alla dittatura del Partito comunista; mancavano le libertà fondamentali, ma vi era una limitazione degli squilibri sociali, sebbene in condizioni generali di scarso benessere.

Inoltre gli USA godevano di un netto vantaggio industriale e militare: in particolare, possedevano la micidiale bomba atomica. L’URSS avrebbe costruito la prima bomba atomica nel 1949.

Al termine della II Guerra Mondiale, il mondo era dunque dominato da due superpotenze, che aspiravano a spartirselo in due zone di influenza e che in buona parte già se l’erano diviso con l’avanzata dei rispettivi eserciti nell’ultima fase del conflitto.

Le aspre tensioni fra i due blocchi sfociarono nella cosiddetta “guerra fredda”. Si parlava di “guerra”, perché tra i due paesi vi erano ostilità e competizione per la supremazia mondiale; però la si chiamava “fredda”, perché le due superpotenze non combattevano direttamente l’una contro l’altra.

Durante la conferenza di S. Francisco fu creata l’ONU. In clima di guerra fredda, però, l’ONU fu largamente influenzato e spesso ostacolato dalle scelte politiche delle due superpotenze.

Il punto di maggior contrasto fra le due superpotenze fu la Germania. Fin dal 1947, gli Alleati unirono le loro zone d’occupazione, in previsione della ricostruzione di uno stato tedesco. Stalin rispose bloccando le vie d’accesso a Berlino, impedendo i rifornimenti alla parte occidentale della città.

Nelle tre zone della Germania occidentale venne proclamata la Repubblica federale tedesca, con capitale Bonn. Il nuovo stato ebbe una Costituzione democratico-parlamentare e un’economia capitalistica.

L’immediata risposta di Stalin fu la formazione, nella parte orientale, della Repubblica democratica tedesca, con capitale Berlino est.

Nei paesi occidentali la ricostruzione dopo le tremende devastazioni della guerra avvenne soprattutto grazie agli aiuti americani previsti dal piano Marshall. Questi aiuti erano concessi però in cambio dell’allontanamento dai governi dei partiti di Sinistra, come in effetti avvenne in Francia e in Italia.

Nel 1949 si costituì il Patto atlantico, un’alleanza con una propria organizzazione militare, la NATO, alla quale aderirono USA, Francia, Gran Bretagna, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Norvegia, Danimarca, Islanda, Portogallo, Italia, Grecia, Turchia e Germania federale.

Per reazione l’URSS strinse un’alleanza militare, il Patto di Varsavia, con i paesi “satelliti”. L’attrito tra i due blocchi determinò una corsa agli armamenti, soprattutto nel settore atomico: ben presto si corse il rischio di vederne gli effetti devastanti nella guerra di Corea.

Poiché entrambe le superpotenze possedevano armamenti atomici, nessuna delle due era in grado di prevalere sull’altra. Questo equilibrio del terrore obbligò quindi USA e URSS a superare la fase della guerra fredda e a iniziare una politica di distensione.

La distensione non poté evitare, però, momenti di crisi acuta tra le due potenze. Dopo la morte di Stalin, l’URSS continuò a soffocare ogni tentativo dei paesi satelliti di sottrarsi al suo controllo.

Nel 1968 i carri armati sovietici penetrarono in Cecoslovacchia per stroncare la cosiddetta “Primavera di Praga”, cioè il tentativo del partito comunista di rinnovare l’assetto sociale, concedendo ampia libertà di parola, di stampa e di iniziativa economica (entro certi limiti).

Nel 1980 in Polonia i lavoratori diedero vita ad agitazioni guidate da Solidarnosc, un sindacato indipendente dalle organizzazioni comuniste e sostenuto dalla Chiesa cattolica che godeva di particolare prestigio nel paese, soprattutto dopo che l’arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtila, viene eletto papa col nome di Giovanni Paolo II.

Le parole che abbattono i muri

Ventisette anni di pontificato che hanno segnato la Chiesa e il mondo

Il Pontefice che abbatté il Muro

Nato a Wadovice in Polonia, il 18 maggio 1920 Karol Jozef Wojtyla, perde a nove anni la madre e tre anni dopo il fratello maggiore.

Conseguita la maturità, nell'estate del 1938 si trasferisce con il padre a Cracovia per frequentare la Facoltà di Filosofia dell'Università Jagiellonica.

Scoppia la Seconda Guerra Mondiale e la Polonia viene spartita tra Germania e URSS in virtù del protocollo segreto del patto Molotov-Von Ribentropp.

In questo periodo Wojtyla conosce un sarto che lo introduce agli scritti di Giovanni della Croce e Teresa d'Avila.

Il primo novembre 1940 è impiegato come operaio nelle cave di pietra a Zakròwek, vicino Cracovia. Evita così la deportazione e i lavori forzati nel Terzo Reich.

Il 18 febbraio 1941 muore il padre. L'anno seguente comincia a frequentare i corsi clandestini della facoltà di Teologia come seminarista dell'Arcidiocesi di Cracovia.

Quando la situazione si fa più difficile, è costretto a nascondersi nel Palazzo dell'Arcivescovado fino al 18 gennaio 1945 quando l'Armata Rossa libera Cracovia dai nazisti.

Il primo novembre 1946 è ordinato sacerdote. Due settimane dopo parte per Roma per proseguire gli studi. Rientra in Polonia nel luglio 1948.

Nel 1958 viene consacrato Vescovo e promosso poi Arcivescovo di Cracovia nel 1964. Tra il 1962 e il 1964 partecipa alle quattro sessioni del Concilio Vaticano II. Nel 1967 riceve la porpora cardinalizia.

Il 16 ottobre 1978 è eletto Papa, il primo non italiano dopo oltre 400 anni. Sceglierà il nome di Giovanni Paolo II.

Wojtyla viene dall'esperienza di oltre trent'anni di vita vissuta in un regime comunista, e la lotta al comunismo, come pure al materialismo capitalista, sarà la costante di tutta la prima parte del suo pontificato.

Nel 1979 compie il suo primo viaggio in Polonia. Dal 2 al 10 giugno l'intero Paese è in mobilitazione: la presenza di Giovanni Paolo II raduna folle che il regime, in più di trent'anni di dominio, non ha mai conosciuto.

Wojtyla incontra tra gli altri anche gli operai della città di Nowa Huta, e con loro parla del valore dell'uomo, che non può essere «considerato un semplice mezzo di produzione»: parole che accelerano la nascita di Solidarnosc, che vedrà ufficialmente la luce a Danzica alla fine di agosto del 1980.

Da quel momento l'Unione Sovietica lo percepisce chiaramente come una minaccia tanto da scatenare una risposta armata: il 13 maggio 1981 Ali Agca, un turco legato ai servizi segreti bulgari fedelissimi di Mosca, tenta di ucciderlo sparandogli in Piazza San Pietro.

Wojtyla viene ferito gravemente ma si salva. Più tardi, svelando il celebre terzo segreto di Fatima, rivelerà che il messaggio affidato alle bambine portoghesi si riferiva proprio all'attentato da lui subito.

Anche grazie al ruolo svolto dalla Chiesa cattolica in Polonia incitata dal Pontefice, si apriranno le prime crepe nel muro dei regimi comunisti che culmineranno nella caduta del muro di Berlino 1989 e nella fine dell'URSS (1991).

Ma la fine dei regimi comunisti nei Paesi dell'Est coincide con una nuova fase nell'azione «politica» di Giovanni Paolo II che si indirizza d'ora in poi in una serrata critica dei limiti dell'Occidente capitalista e un avvicinamento alle ragioni del terzomondismo.

Una critica resa tanto più efficace dalla sua attività di viaggiatore instancabile (oltre 230 viaggi nel corso del suo pontificato che ne fanno il Papa che ha viaggiato più di chiunque altro nella storia) che lo porteranno pressoché in tutto il mondo a predicare direttamente ai fedeli che in Cile come in Corea del sud accorreranno a milioni.

«Cristo non ci ha detto "Sedete in Vaticano", ma ci ha detto: "Andate in tutto il mondo"» sottolineò nel 1984 Giovanni Paolo II ai vescovi italiani.

Che nel 1995 in un suo discorso spiegò «Con questi viaggi attraverso il mondo ho capito che se si vuole essere un Papa moderno, aggiornato, non si può non viaggiare, nel modo contemporaneo del viaggiare che è l'aereo».

La critica al mondo materialista dell'Occidente e ai suoi valori si accompagna una costante autocritica anche della passata storia della Chiesa accompagnata da concreti gesti di riconciliazione.

Come quello compiuto il 13 aprile 1986 con l'ingresso, primo Papa nella storia, in una sinagoga a Roma. Da quel momento parte il riavvicinamento tra Vaticano ed Israele che porta all'istituzione di relazioni diplomatiche formali tra i due Stati e, nel 1998, a un'esplicita condanna dell'Olocausto in una lettera che accompagna il documento «Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah».

Ma Wojtyla chiederà perdono a nome della Chiesa anche per tutti i crimini commessi da essa nella sua storia, dal caso Galileo, alle crociate, all'Inquisizione.

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Sintesi

Introduzione: forza della parola - tesina

Questa tesina di maturità prende in analisi la forza della parola. La tesina permette inoltre di effettuare i seguenti collegamenti interdisciplinari: in Italiano le banalità del male e la critica del nazismo di Hannah Arendt sul New Yorker, in Storia la Guerra fredda, la figura del papa Giovanni Paolo II, in Italiano il Novecento, secolo della carta stampata: da “La Voce” agli “Scritti Corsari” di Pier Paolo Pasolini, in Filosofia la “scena del giardino” in S. Agostino, in Pedagogia le dieci parole della Pedagogia, lo Statuto degli studenti e delle studentesse e il patto di corresponsabilità, in Musica Philip Larkin, the critic for Jazz on The Daily Telegraph and expression of feelings of youth people in ’60, Simon & Garfunkel “The Sound of silence”, in Storia dell'arte la Manifestazione futurista di Carrà e la ricerca cubista di Picasso e Braque, in Matematica i teoremi e in Biologia i recettori sensoriali del sistema nervoso autonomo.

Collegamenti

Forza della parola - tesina

  • Italiano: Le banalità del male e la critica del nazismo di Hannah Arendt sul New Yorker; il Novecento, secolo della carta stampata: da “La Voce” agli “Scritti Corsari” di Pier Paolo Pasolini.
  • Storia: La Guerra fredda e la figura del papa Giovanni Paolo II.
  • Filosofia: La “scena del giardino” in S. Agostino.
  • Pedagogia: Le dieci parole della Pedagogia, lo Statuto degli studenti e delle studentesse e il patto di corresponsabilità.
  • Musica: Philip Larkin, the critic for Jazz on The Daily Telegraph and expression of feelings of youth people in ’60, Simon & Garfunkel “The Sound of silence”.
  • Storia dell'arte: La Manifestazione futurista di Carrà e la ricerca cubista di Picasso e Braque.
  • Matematica: I teoremi.
  • Biologia: I recettori sensoriali del sistema nervoso autonomo.
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