Eros
Latino: Apuleio, Metamorfosi e Amore e Psiche
Nella letteratura latina, troviamo altre affascinanti storie di passione amorosa
che travolge e trasforma i protagonisti, plasmando il loro destino. Una delle
“Metamorfosi” (“Metamorphoseon
opere più interessanti a riguardo sono le
Metamorfosi
libri”) di Lucio Apuleio (Madaura, 125 d.C.-180 d.C. circa), parzialmente
autobiografiche e composte da undici libri, noti fin dall’antichità anche con il
nome di “Asinus aureus” (“L’asino d’oro”): il genere cui il testo rimanda,
definito “romanzo”, manca in realtà di una fisionomia definita e appare come il
fabulae
risultato di stili diversi cui si aggiunge l’indispensabile rapporto con le
Milesiae per quanto concerne il carattere erotico-licenzioso di alcuni episodi. Vi
sono anche sottotrame nate da leggende popolari e l’elemento magico con il
quale si scontra e viene ribaltata la logica di vita dei singoli personaggi.
Il protagonista
narra la sua trasformazione in asino: l’intera vicenda assume i caratteri del
racconto esemplare; perciò Apuleio, apprezzabilmente, non calca mai la mano
su quanto vi è di scabroso nel suo romanzo. Prova della serietà moralistica
curiositas
dell’opera è la funzione di elemento strutturante svolta dalla di Lucio
che conduce il personaggio alla rovinosa trasformazione, dalla quale sarà
liberato solo dopo una lunga espiazione, culminata in un drastico cambiamento
di vita. Emblematico è il caso della bella favola di
“Amore e Psiche”, che occupa addirittura due
libri; essa assume un valore fondamentale nei
confronti del destino di Lucio e, come il resto
delle Metamorfosi, ha un significato allegorico:
Cupido (identificato con il greco Eros, signore
dell’amore e del desiderio), unendosi a Psiche
(cioè l’anima), le dona l’immortalità; la donna, per
giungervi, deve affrontare innumerevoli prove, tra
cui quella di scendere agli Inferi per purificarsi. Anche la posizione centrale
della favola nel testo originale aiuta a capire ciò che lega questo “racconto nel
racconto” con l’opera principale; è infatti facile scorgere in tale favola una
“versione in miniatura” dell’intero romanzo, offrendone la corretta
decodificazione: come Lucio, anche Psiche è una persona “simplex et curiosa”
che compie un’infrazione, viene duramente punita, e solo in seguito a molte
peripezie potrà raggiungere la salvezza.
Appena sono contaminate dall’esperienza parallela di Psiche, le metamorfosi
del giovane devono essere lette come prove cui è sottoposto un essere che,
dopo un tempo di alienazione e di errabonde peripezie, è fin dall’inizio
promesso alla salvezza voluta dalla dea signora delle trasformazioni. Ma la
favola appare isolata dal contesto in cui è collocata ed è destinata
momentaneamente a fallire: la sua struttura di salvazione a lieto fine sarà
riattivata e portata a compimento col chiudersi della narrazione.
Tale storia esposta da Apuleio, nonostante la sua tradizione millenaria,
conserva intatto il suo fascino e ci fornisce l’esempio di un amore vissuto al
massimo della potenza e dell’intensità: i due protagonisti sono attratti da una
forza irresistibile e divengono, a mio vedere, l’emblema del sentimento puro cui
tutti dovremmo ispirarci.
Psiche è una bellissima principessa che causa l’invidia di Venere; quest’ultima
invia suo figlio Eros perché la faccia innamorare dell’uomo più brutto e avaro
della Terra: Psiche doveva essere coperta dalla vergogna di questa relazione. Il
Dio Amore, però, s’innamora della mortale, la trasporta al suo palazzo e le
impone che gli incontri avvengano al buio per non incorrere nelle ire della
madre. Ogni notte Eros va alla ricerca di Psiche: i due bruciano la loro passione
in un amore che mai mortale aveva conosciuto.
Psiche è dunque prigioniera nel castello di
Eros, legata da un tormento che le travolge i
sensi. Una notte, istigata dalle sorelle e pronta
a tutto, la donna decide di vedere il volto del
“Sed cum
suo amante mentre egli dorme:
primum luminis oblatione tori secreta
claruerunt, videt omnium ferarum
mitissimam dulcissimamque bestiam,
ipsum illum Cupidinem formonsum deum
formonse cubantem, cuius aspectu
lucernae quoque lumen hilaratum
increbruit” (“Ma non appena il lume
rischiarò l’intimità del letto nuziale, agli
occhi di lei apparve la più dolce e la più
mite di tutte le fiere, Cupido in carne e
ossa, il bellissimo iddio, che soavemente
dormiva e dinanzi al quale la stessa luce
della lampada brillò più viva”) (5). È
questa bramosia di conoscenza ad esserle
fatale; una goccia cade dalla lampada e
ustiona il suo sposo, il quale va via mentre Venere scaglia la sua
Hem audax et temeraria
punizione, sottoponendo Psiche a diverse prove: “
lucerna et amoris vile ministerium, ipsum ignis totius deum aduris,
cum te scilicet amator aliquis, ut diutius cupitis etiam nocte potiretur,
primus invenerit” (“Ohimè audace e temeraria lucerna indegna
intermediaria d’amore, proprio il dio d’ogni fuoco tu osasti bruciare
quando fu certo un amante ad inventarti per godersi più a lungo,
anche di notte il suo desiderio”) (5). L’ultima e la più difficile consiste nel
discendere negli inferi e chiedere alla dea Proserpina un po’ della sua bellezza:
Psiche medita addirittura il suicidio, ed arriva molto vicina a gettarsi dalla cima
di una torre. Improvvisamente, però, la costruzione si anima e le indica come
assolvere la sua missione. Durante il ritorno, mossa dalla curiosità a lei tanto
cara, aprirà l’ampolla (datale da Venere) contenente il dono di Proserpina,
“Cupido..diutinam suae Psyches absentiam
ovvero il sonno più profondo:
tolerans per altissimam cubiculi quo cohibebatur elapsus fenestram
refectisque pinnis aliquanta quiete longe velocius provolans Psychen
accurrit suam detersoque somno” (“Cupido… non sopportando più a
lungo la lontananza di Psiche, era fuggito da un’altissima finestra
della stanza dove lo tenevano rinchiuso e, volando più veloce del
solito sulle ali rinvigorite dal lungo riposo, accorse dalla sua Psiche”)
(5). Ancora una volta verrà in suo aiuto Amore, che la risveglierà dopo aver
rimesso a posto la nuvola soporifera. Solo alla fine, lacerata nel corpo e nella
mente, Psiche riceve l’aiuto di Giove. Mosso da compassione, il Dio fa in modo
che gli amanti si riuniscano: Psiche diviene una Dea e sposa Amore. Il racconto
termina con un grande banchetto con tutti gli dei invitati, al termine del quale i
due giovani godono dei piaceri amorosi; da tale unione nasce un figlio, Piacere,
Sic rite Psyche convenit in manum
identificato dai latini con Volupta: “
Cupidinis et nascitur illis maturo partu filia, quam Voluptatem
nominamus (“Così Psiche andò sposa a Cupido, secondo giuste nozze
”.
e, al tempo esatto, nacque una figlia, che noi chiamiamo Voluttà”)
La passione assoluta
La favola di Amore e Psiche è stata variamente interpretata nel corso del
tempo: il cristiano Fulgenzio ne trasse il mito dell’incontro tra l’Anima e il
Desiderio. Apuleio era, però, un aspro critico dell’ebraismo e non poteva aver
costruito una storia cristianeggiante: maggior fondamento storico sembrerebbe
avere la visione della favola come mito filosofico di matrice platonica e
soprattutto quella di racconto di iniziazione al culto di Iside e Osiride, divinità
egizie. Tuttavia, dato che gli elementi sono abbastanza confusi e sfumati tra
loro, è preferibile valorizzare le delicate e complesse funzioni letterarie che la
favola acquista nella struttura del romanzo. Tocca proprio al racconto
“Amore e Psiche”
secondario il ruolo di rendere più complessa la prima lettura
di avventure di Lucio, attivando una seconda linea tematica (quella religiosa)
che piega tutta l’opera verso un senso mistagogico; l’evidente significato
allegorico nulla toglie alla leggerezza del racconto, in cui si uniscono elementi
alessandrini e latini, accompagnati da genialità e originalità. La storia stupisce,
a mio parere, non solo perché dalla sua interpretazione deriva quella di tutte le
“Metamorfosi”, ma anche per la straordinaria capacità evocativa delle parole
preziose, per la suggestione che ogni verso riesce a creare nell’animo del
lettore mediante una perfetta musicalità e grazie alle connotazioni implicite nei
dialoghi tra i personaggi. È molto interessante notare l’abilità di uno scrittore
di un tempo così antico nel delineare una forma di passione così impetuosa,
totalizzante e assoluta, da cui non si può scappare: Eros e Psiche, seppure di
natura così diversa, riescono ad innamorarsi davvero e sentono, nel proprio
animo, di appartenersi reciprocamente e di dover fare di tutto per realizzare il
sogno dell’unione, affrontando anche le prove più ardue: il loro sforzo sarà alla
fine ben ricompensato e l’amore potrà finalmente dichiararsi vincitore.
Storia dell’arte 1
“Amore e Psiche”
Canova
Il linguaggio delle immagini. Amore nell’arte figurativa.
Amore e Psiche è un gruppo scultoreo realizzato da Antonio Canova nel 1788
(e terminata nel 1793), esposta al Museo del Louvre a Parigi. Ne esiste una
seconda versione (1796-1800), sempre esposta al Louvre, in cui la coppia è
stante e una terza (1800-1803) conservata all’Ermitage di San Pietroburgo in
cui i due personaggi sono raffigurati in
piedi. Delle tre versioni, la prima,
cronologicamente parlando, è la più
famosa e acclamata dalla critica.
L’opera rispetta i canoni dell’estetica
winckelmanniana, infatti le figure sono
rappresentate nell’atto subito precedente
al bacio, un momento carico di tensione
ma privo dello sconvolgimento emotivo
che l’atto stesso del baciarsi
provocherebbe nello spettatore. La
scultura è realizzata in marmo bianco,
levigato e finemente tornito,
senso della
sperimentando con successo il
carne, che Canova mirava a ottenere nelle
proprie opere. La monocromia, in
contrasto alla drammaticità e al pittoricismo barocco, è un canone del
neoclassicismo che Canova riprende per menomare la carica espressiva.
Amore e Psiche
L’opera del 1788 è un capolavoro nella ricerca d’equilibrio. Le
due figure sono disposte diagonalmente e divergenti fra loro. Questa
disposizione piramidale dei due corpi è bilanciata da una speculare forma
triangolare costituita dalle ali aperte di Amore. Le braccia di Psiche invece
incorniciano il punto focale, aprendosi a mo’ di cerchio attorno ai volti.
All’interno del cerchio si sviluppa una forte tensione emotiva in cui il desiderio
senza fine di Eros è ormai vicino allo sprigionamento.
La scena, tratta dalla leggenda di Apuleio, appartiene alle allegorie mitologiche
della produzione del Canova e per queste radici si accomuna al gruppo di
Apollo e Dafne, del Bernini, benché si differenzi dalle intenzioni di quest’ultimo
(che desiderava suscitare stupore e meraviglia), allorché in Amore e Psiche si
percepisce la tensione verso la perfezione classica.
Italiano: D’Annunzio
Amando definire «inimitabile» la sua vita, Gabriele
D’Annunzio costruisce intorno a sé il mito di una vita come
un’opera d’arte.
Gabriele D’Annunzio nasce a Pescara il 12 marzo 1863 da famiglia
borghese, che vive grazie alla ricca eredità dello zio Antonio D’Annunzio.
Compie gli studi liceali nel collegio Cicognini di Prato, distinguendosi sia
per la sua condotta indisciplinata che per il suo accanimento nello studio unito
ad una forte smania di primeggiare. Già negli anni di collegio, con la sua prima
Primo vere,
raccolta poetica pubblicata a spese del padre, ottiene un precoce
successo, in seguito al quale inizia a collaborare ai giornali letterari dell’epoca.
Nel 1881, iscrittosi alla facoltà di Lettere, si trasferisce a Roma, dove, senza
portare a termine gli studi universitari, conduce una vita sontuosa, ricca di
amori e avventure. In breve tempo, collaborando a diversi periodici, sfruttando
il mercato librario e giornalistico e orchestrando intorno alle sue opere
spettacolari iniziative pubblicitarie, il giovane D’Annunzio diviene figura di
primo piano della vita culturale e mondana romana.
Canto novo Terra vergine
Dopo il successo di e di (1882), nel 1883 hanno
grande risonanza la fuga e il matrimonio con la duchessina Maria Hardouin di
Gallese, unione da cui nasceranno tre figli, ma che, a causa dei suoi continui
l’Intermezzo di rime
tradimenti, durerà solo fino al 1890. Compone i versi (’83),
la cui «inverecondia» scatena un’accesa polemica; mentre nel 1886 esce la
Isaotta Guttadàuro ed altre poesie, L’Isottèo La
raccolta poi divisa in due parti e
Chimera (1890). Il piacere
Ricco di risvolti autobiografici è il suo primo romanzo (1889), che si
colloca al vertice di questa mondana ed estetizzante giovinezza romana. Nel
1891 assediato dai creditori si allontana da Roma e si trasferisce insieme
all’amico pittore Francesco Paolo Michetti a Napoli, dove, collaborando ai
giornali locali trascorre due anni di «splendida miseria». La principessa Maria
Gravina Cruyllas abbandona il marito e va a vivere con il poeta, dal quale ha
una figlia. Alla fine del 1893 D’Annunzio è costretto a lasciare, a causa delle
difficoltà economiche, anche Napoli.
Ritorna, con la Gravina e la figlioletta, in Abruzzo, ospite ancora del Michetti.
Le elegie romane Il poema
Nel 1894 pubblica, dopo le raccolte poetiche (’92) e
paradisiaco Giovanni Episcopo L’innocente
(’93) e dopo i romanzi (’91) e (’92), il
Il trionfo della morte.
suo nuovo romanzo I suoi testi inoltre cominciano a
circolare anche fuori dall’Italia.
La vergine delle rocce,
Nel 1895 esce il romanzo in cui si affaccia la teoria del
superuomo e che dominerà tutta la sua produzione successiva. Inizia una
relazione con l’attrice Eleonora Duse, descritta successivamente nel romanzo
Il Fuoco Sogno d’un
«veneziano» (1900); e avvia una fitta produzione teatrale:
mattino di primavera Sogno d’un tramonto d’autunno, La città morta
(’97),
La Gioconda Francesca da Rimini La figlia di Jorio
(’98), (’99), (1901), (1903).
Nel ’97 viene eletto deputato, ma nel 1900, opponendosi al ministero Pelloux,
abbandona la destra e si unisce all’estrema sinistra (in seguito non verrà più
rieletto). Nel ’98 mette fine al suo legame con la Gravina, da cui ha avuto un
altro figlio. Si stabilisce a Settignano, nei pressi di Firenze, nella villa detta La
Capponcina, dove vive lussuosamente prima assieme alla Duse, poi con il suo
Le novelle della Pescara
nuovo amore Alessandra di Rudinì. Intanto escono
Laudi: Maia, Elettra, Alcyone
(1902) e i primi tre libri delle (1903).
Il 1906 è l’anno dell’amore per la contessa Giuseppina Mancini. Nel 1910
Forse che sì, forse che no,
pubblica il romanzo e per sfuggire ai creditori,
convinto dalla nuova amante Nathalie de Goloubeff, si rifugia in Francia.
Vive allora tra Parigi e una villa nelle Lande, ad Arcachon, partecipando alla vita
belle époque
mondana della internazionale. Compone opere in francese; al
Le faville del maglio;
«Corriere della Sera» fa pervenire le prose scrive la
La Parisina,
tragedia lirica musicata da Mascagni, e anche sceneggiature
Cabiria
cinematografiche, come quella per il film (1914). Laudi
Nel 1912, a celebrazione della guerra in Libia, esce il quarto libro delle
(Merope. Asterope,
il quinto, sarà completato nel 1918 e i restanti due,
sebbene annunciati, non usciranno mai). Nel 1915, nell’imminenza dello
scoppio della prima guerra mondiale, torna in Italia. Riacquista un ruolo di
primo piano, tenendo accesi discorsi interventistici e, traducendo nella realtà il
mito letterario di una vita inimitabile, partecipa a varie e ardite imprese
belliche, ampiamente autocelebrate. Durante un incidente aereo viene ferito ad
Notturno,
un occhio. A Venezia, costretto a una lunga convalescenza, scrive il
edito nel 1921.
Nonostante la perdita dell’occhio destro, diviene eroe nazionale partecipando a
celebri imprese, quali la beffa di Buccari e il volo nel cielo di Vienna. Alla fine
della guerra, conducendo una violenta battaglia per l’annessione all’Italia
dell’Istria e della Dalmazia, alla testa di un gruppo di legionari nel 1919 marcia
su Fiume e occupa la città, instaurandovi una singolare repubblica, la Reggenza
italiana del Carnaro, che il governo Giolitti farà cadere nel 1920. Negli anni
dell’avvento del Fascismo, nutrendo una certa diffidenza verso Mussolini e il
suo partito, si ritira, celebrato come eroe nazionale, presso Gardone, sul lago di
Garda, nella villa di Cargnacco, trasformato poi nel museo-mausoleo del
Vittoriale degli Italiani. Qui, pressoché in solitudine, nonostante gli onori
tributatigli dal regime, raccogliendo le reliquie della sua gloriosa vita, il vecchio
esteta trascorre una malinconica vecchiaia sino alla morte avvenuta il primo
marzo 1938.
Il piacere
Il piacere è un romanzo di Gabriele D’Annunzio, scritto nel 1888 a Francavilla
al Mare e pubblicato nel 1889 dall’edizione Treves.
Le ultime lettere di Jacopo Ortis
Così come un secolo prima di Ugo Foscolo
Il piacere
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Collegamenti interdisciplinari
- Italiano – Il Piacere di Gabriele D'Annunzio
- Filosofia – La visione dell'amore in Freud, Schopenhauer e Nietzsche
- Storia – Amor patrio, 2° Guerra Mondiale
- Inglese – The Picture of Dorian Gray di Oscar Wilde
- Storia dell'arte – “Il Bacio”, la passione oltre il limite umano di Klimt
- Amore e Psiche di Canova
- Scienze – Il pianeta dell'amore, Venere
- Divina Commedia – Il Paradiso, Cielo di Venere, Canto VIII, Spiriti amanti, “Carlo Martello”
- Fisica – Il Magnetismo
- Matematica – Attrazione, funzione-asintoto