Estratto del documento

Tesina multidisciplinare

Elisabetta Lattuada

Liceo scientifico “G.B. Grassi” – Saronno –

Classe 5°C 1

Indice

1. Prefazione pag.2

2. Il furor di Seneca pag.3

3. “De triumpho stultitiae” pag.6

4. Pirandello: la tentazione della follia pag.9

5. Il fascino per la malattia del poeta maledetto pag.13

6. Géricault e i ritratti di alienati pag.16

7. Dubuffet e l’Art Brut pag.18

8. Michel Foucault, la follia nell’età classica pag.22

9. La nascita della psicoanalisi pag.24

10. Pazzi si nasce? pag.27

11. Bibliografia pag.30

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Prefazione

L’argomento del mio lavoro di approfondimento è la follia.

Il motivo della mia scelta è molto semplice: la follia è un tema che mi affascina particolarmente, in quanto fa parte di una realtà diversa da quella che noi conosciamo e per questo ci risulta ancora difficile da comprendere a fondo.

A causa dell’ampiezza e della complessità dell’argomento, ho subito cercato un modo per definire il concetto di follia. E devo dire che di definizioni ne ho trovate parecchie, però spesso discordanti o variabili in base ai diversi campi di ricerca (medico/scientifico, filosofico, artistico, letterario, ecc...).

Di conseguenza ho deciso di non iniziare questa tesina dando una definizione di follia: l’obiettivo del mio lavoro sarà proprio quello di mostrare le sue diverse interpretazioni, rappresentazioni artistiche o teorie scientifiche che sono state elaborate, mettendone in evidenza analogie e contraddizioni.

All’inizio ho inserito alcuni autori antichi, come gli esponenti della letteratura latina e umanistico-rinascimentale, successivamente diversi personaggi che sono vissuti nei secoli studiati in questo ultimo anno di liceo, ovvero l’Ottocento e il Novecento.

Poiché la follia è un argomento abbastanza ampio, è impossibile prendere in considerazione i contributi di tutti coloro che se ne sono occupati: ho cercato di scegliere quelli più significativi e quelli che mi hanno permesso di mantenere un filo conduttore nel mio discorso.

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«Quid tibi vitandum praecipue existimes quaeris? Turbam.»

Che cosa devi evitare soprattutto? La follia.

(Seneca, Epistulae ad Lucilium: libro 1 par. 7,1)

Seneca, importantissimo prosatore e filosofo latino, esponente dello stoicismo, richiama l’uomo a condurre una vita ascetica e contemplativa, per ottenere la tranquillità dell’anima e la coerenza nell’azione.

Nato intorno al 4 d.C. in una provincia spagnola dell’Impero, trascorre la maggior parte della sua vita a Roma: grazie alla carica di questore che ricopre nel 33 d.C., riesce ad accedere alla corte imperiale e a trovarsi a diretto contatto con gli ultimi tre imperatori della dinastia giulio-claudia (Caligola, Claudio e Nerone). Esiliato in Corsica, fa ritorno a Roma con la morte della prima moglie di Claudio, e viene nominato tutore del giovane Nerone. Una volta salito al potere, Nerone si allontana progressivamente da Seneca. Nel 65 d.C. Seneca, sospettato per un coinvolgimento nella congiura dei Pisoni contro lo stesso Nerone, si suicida sotto ordine di Nerone.

Anche al momento della morte, Seneca segue i precetti dello stoicismo, in quanto decide di sottrarsi alla schiavitù imposta dal regime dispotico di Nerone: Seneca, così, pone se stesso come esempio della saggezza stoica per i suoi discepoli. Egli considera la morte uno strumento di libertà, perché permette all’uomo di sottrarsi a qualsiasi forma di schiavitù.

Per Seneca infatti, la virtù che ogni uomo deve preservare a tutti i costi è la libertas, intesa come libertà interiore, distacco dalle cose del mondo. Un uomo è libero se segue la filosofia, l’unica che offre all’individuo i mezzi per resistere ai colpi della storia: essa ci conduce alla sapientia, la condizione di chi è riuscito a sottrarsi alle passioni e a non essere condizionato dalla contingenza storica. In particolare, la lotta contro la passione costituisce un tema fondamentale nella predicazione morale di Seneca: nel sistema stoico il cosmo è governato da una provvidenza che lo regge e ne indirizza a buon fine tutte le parti costitutive, compreso l’uomo. Tuttavia questo progetto governato dalla razionalità provvidenziale non può realizzarsi: tra gli uomini il male è possibile, perché le passioni ostacolano l’agire della ragione. Come Seneca scrive nel “De ira”, una volta che la nostra mente è stata conquistata da una passione (ira, gelosia, invidia, ecc...) non risponde più ad alcun controllo morale: l’animo si abbandona totalmente ad essa, la nostra volontà è indirizzata verso il solo obiettivo di soddisfarla.

Solo il sapiens, non corrotto dalle passioni, non potrà mai subire male da nessuno.

Le tragedie

Il più eloquente esempio degli effetti delle passioni è contenuto nelle tragedie senechiane.

I protagonisti sono uomini travolti da esse, che non riescono a resistere agli impulsi più orrendi, sfrenati e violenti: infatti, le passioni sfrenate ostacolano la bontà delle scelte naturali, e indirizzano la volontà umana verso fini negativi, con conseguenze appunto, tragiche.

La passione, per essere combattuta, va conosciuta e quindi in molte tragedie Seneca presenta la genesi, lo sviluppo e lo scoppio della passione, insieme alle sue estreme conseguenze come il suicidio, l’omicidio, il delirio e soprattutto la follia.

Le più importanti tragedie senechiane che hanno come tema principale la follia sono Phaedra, Medea e Hercules Furens.

Hercules Furens si differenzia dal suo modello, l’Eracle di Euripide, perché l’elemento chiave della tragedia, ovvero la pazzia di Ercole, è annunciato sin dall’inizio, nel Prologo, mentre in Eracle è introdotto solo a metà tragedia. Ercole impazzisce a causa della vendetta della Dea Giunone, la quale odia Ercole poiché suo figliastro. Ercole, impazzito, scambia i figli per dei mostri e la moglie per Giunone: così li uccide senza pietà.

Medea, una tra le tragedie di Euripide più celebri ed imitate, narra della vicenda dell’omonima donna che, abbandonata dall’amato Giasone, decide di vendicarsi uccidendo, insieme alla principessa di cui si è innamorato Giasone, anche i figli che Medea ha avuto da lui.

Seneca rivede la figura di Medea rispetto a quella nella tragedia greca, e si concentra sin dalla prima scena sul carattere della protagonista, travolta dall’odio per il marito fedifrago e trascinata dalla sua mente folle a escogitare una vendetta che superi ogni limite.

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Phaedra è stata composta seguendo il modello dell’Ippolito, un’altra tragedia di Euripide, incentrata stavolta sulla folle passione incestuosa di Fedra per il figliastro Ippolito.

Il titolo di queste opere attira subito l’attenzione sui soggetti vittime delle passioni. Il loro animo è terreno di scontro tra la ratio e il furor. In questo scontro il furor trionfa sempre: la violenza dei sentimenti risulta sempre dominante, e i personaggi sono turbati da passioni mostruose, esagerate.

Per questo il vero protagonista delle tragedie è l’animo umano, con i suoi drammi e le sue contraddizioni. Le vicende dei personaggi sono paradigmatiche, in quanto servono a mostrare che il delirio passionale e la violenza dei sentimenti possono portare l’uomo alla più completa distruzione.

La follia assume una connotazione totalmente negativa, perché è vista come uno dei più grandi mali che possa colpire l’uomo, come qualcosa di pericoloso e persino mortale.

In un folle infatti, la ragione ha perso totalmente il suo potere e non è più in grado di ricondurre l’uomo alla razionalità: le azioni di un pazzo non rispondono più a un fine logico e ragionevole, ma solo ad un istinto primitivo e delirante.

I personaggi acquistano la funzione di antiexempla: le loro vicende hanno lo scopo di indurre lo spettatore ad allontanarsi dalle passioni, facendolo riflettere sulle loro conseguenze, tra cui quella di incappare nella follia.

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«Osservate con quanta previdenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia. Infuse nell’uomo più passione che ragione perché fosse tutto meno triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso. Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe. Se solo fossero più fatui, allegri e dissennati godrebbero felici di un’eterna giovinezza. La vita umana non è altro che un gioco della Follia.»

(Elogio alla follia, Erasmo da Rotterdam)

La tipica interpretazione della follia nel classicismo quattro-cinquecentesco è un’interpretazione paradossale: il segno della follia è il sintomo di una duplicità, di una contraddizione, che sconvolge la visione del mondo tradizionale. La follia diviene per la prima volta portatrice di una forza conoscitiva straordinaria che rivela come la vera mancanza di senno sia da cercare piuttosto tra i cosiddetti “savi”, dotati di certezze incrollabili e di punti di vista univoci, che non presso i “pazzi”, in grado di assecondare in modo più naturale la propria coscienza e le proprie pulsioni.

Un autore chiave su questo punto è Erasmo da Rotterdam.

Erasmo da Rotterdam (1466/69 - 1536) vive a cavallo fra Medioevo e Rinascimento, in un’epoca caratterizzata da numerose rivoluzioni su diversi ambiti: egli nasce poco dopo l’invenzione della stampa (1455), viene scoperta l’America quando ha circa 23-26 anni (la data di nascita è incerta) ed è testimone di un periodo di grande frammentazione cristiana. Tutti questi elementi influenzano il suo pensiero umanista, che si riflette specialmente nell’Elogio della Follia, ispirato, secondo Giovanni Papini, dal lavoro di un umanista italiano, Faustino Perisauli, ‘’De triumpho stultitiae”.

L’opera si presenta come un monologo della Follia, la quale parla in prima persona, di se stessa. Essa viene rappresentata come una dea in vesti di donna. Si proclama figlia di Pluto, dio della ricchezza, e della ninfa Neotete, la Giovinezza, dice di essere nata nelle Isole Fortunate «dove tutto cresce senza seme e senza aratro» e che le ninfe Apedia, l’Ignoranza, e Mete, l’Ebbrezza, sono state le sue nutrici. I suoi più fedeli compagni sono Philautia (Vanità), Kolakia (Adulazione), Lethe (Dimenticanza), Misoponia (Accidia), Hedonè (Piacere), Anoia (Demenza), Tryphe (Licenziosità), Komos (Intemperanza) ed Eegretos Hypnos (sonno mortale).

Chiarite le origini, la Follia si descrive: è una divinità portatrice di allegria e spensieratezza, ed è l’origine di ogni bene sia per l’umanità, sia per gli stessi dèi che riceverebbero al pari dei mortali i suoi doni. Si riportano numerosi esempi e citazioni a favore della grandezza della Pazzia e della sua utilità per la felicità dell’essere umano: essa si rivela infatti insita in esso fin dall’atto stesso della nascita, che non potrebbe avvenire senza la sua presenza, e ci accompagna durante tutta la vita, aiutandoci nelle relazioni interpersonali e nell’autocompiacimento fino alla vecchiaia. I vecchi sono simili ai bambini: entrambi non hanno senno, ma riescono con la loro leggerezza e allegria ad allontanare il tedio della vita. I rapporti umani, dal matrimonio all’amicizia, resistono felicemente per merito della Follia: ugualmente i rapporti sociali, e quindi l’esistenza stessa della società, dipendono dall’ausilio della Follia. Ma più di tutto la Follia rappresenta l’unica guida per accedere alla vera sapienza: poiché infatti tutte le passioni, tutti gli umani errori e tutte le umane debolezze, rientrano nella sfera della Follia, saggio è colui che si lascia guidare dalle passioni. Di conseguenza non può considerarsi saggio colui che si fa guidare soltanto dalla ragione, essendo «sordo ad ogni naturale richiamo, incapace di amore e di pietà»: un uomo cui non sfugge nulla e che non sbaglia mai, ma senza amici e critico verso tutto ciò che un uomo qualunque fa nella vita. È preferibile quindi l’uomo qualunque, il quale non ritiene estraneo a sé niente di ciò che è umano.

Nell’ultima parte il testo si concentra sulla realizzazione di un esame critico degli abusi della dottrina cattolica e di alcune pratiche corrotte della Chiesa cattolica romana (alla quale peraltro Erasmo era stato sempre fedele). La posizione critica si estende però solo ai religiosi - senza tuttavia risparmiare nessuno, dagli ordini mendicanti ai pontefici - e mai a Dio, che è l’unico essere perfetto e che nella sua perfezione ha in sé anche un pizzico di follia.

La Follia conclude il suo elogio comunicando che, coerentemente alla sua stessa natura, ha dimenticato tutto ciò di cui ha precedentemente parlato ed invita gli stessi ascoltatori a scordare l’orazione, spronandoli piuttosto ad applaudire, vivere e bere.

Religione, filosofia e donne

Bisogna tenere in considerazione che questo testo fu scritto da Erasmo al ritorno di un deludente viaggio da Roma, dove aveva rifiutato di essere promosso gerarchicamente nella curia papale. Tutto il testo si può leggere quindi come un’accesa critica alla corruzione della Chiesa. Ironizzando sulla stoltezza delle diverse categorie sociali, Erasmo prende di mira la gerarchia ecclesiastica, le speculazioni dei teologi e la vita religiosa ridotta a pratiche rituali. Richiamandosi all’insegnamento di San Paolo, il quale allo stesso Dio attribuisce un pizzico di follia, pone la vera sapienza nella follia della croce, accolta da chi segue radicalmente Cristo, nella genuinità del suo messaggio.

Erasmo, umanista cristiano, è infatti desideroso di ricavare il significato originale dai testi sacri. Questa posizione è sottolineata nella critica agli ordini mendicanti, satireggiando sulla loro ricerca della povertà apostolica affiancata dall’inosservanza dei veri valori cristiani come quello della carità. Tessendo le lodi di quella superiore “follia” (tale solo agli occhi del mondo, essendo in realtà suprema saggezza) che spinge il cristiano a fare della fede esercizio di vita, condanna così la demenza del mondo ecclesiastico che, spinto dall’avidità, rincorre falsi valori.

L’autore nomina più volte anche le indulgenze, con accezione negativa, trovandosi su questo punto d’accordo con Martin Lutero, coevo di Erasmo (nonostante questo Erasmo non condivide la posizione del riformista tedesco e scrive, sempre con tono satireggiante, il “De libero arbitrio”, a cui Lutero risponde un anno dopo con il trattato “De Servo Arbitrio”).

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Il Cinquecento e tutto il periodo rinascimentale sono caratterizzati dalla riscoperta della classicità greca e romana, per questo ritroviamo in “Elogio della Follia” costanti allusioni ad importanti scrittori latini e a filosofi greci, fra i quali il più citato è Platone ed in particolare il mito della caverna. Il richiamo alla filosofia è però usato contro la stessa, a favore invece dell’insipienza: i filosofi, dedicando tutte le loro energie alla ricerca della verità e della trascendenza, consumano la vita in dubbi e preoccupazioni, invecchiando così precocemente, senza nemmeno godere delle gioie della vita. La polemica antistoica è molto sentita da Erasmo: egli condanna tutti coloro che considerano la rinuncia e la mortificazione come segno di virtù.

Erasmo infine, nomina più volte la donna con accezione sì positiva, ma satireggiante: la donna è felice in quanto folle, è «un animale, sì stolto e sciocco, ma deliziosamente spassoso». Erasmo esprime esplicitamente la misoginia dell’epoca - è in questo periodo, infatti, che si consolida la caccia alle streghe - e testimonia in “Elogio della Follia” la mentalità rinascimentale in questo ambito.

Si può riassumere il contenuto del testo affermando che nell’uomo non c’è nulla di assolutamente razionale, e che la follia è connessa con la vita umana.

Inoltre si possono individuare due tipi di follia: una positiva, che distende l’uomo dalle preoccupazioni e lo distrae dal dolore, l’altra negativa, in quanto porta l’uomo al delitto e a compiere azioni scellerate. I conflitti insanguinano la storia, ma allo stesso tempo la muovono: essi sono inevitabili, in quanto inevitabile è la follia che li genera. Il saggio, che tenta di riportare la pace, diventa così un folle, poiché lotta inutilmente per porre fine ai conflitti.

La vita è un «dramma», tutti gli uomini recitano delle parti che, consiglia la follia, è bene non smascherare. A cosa serve conoscere la verità? La pazzia distoglie dalla sapienza, perché questa non farebbe altro che avvelenare ed aggravare l’esistenza dell’individuo che la possiede.

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L’Elogio della follia è un’opera estremamente moderna, in quanto, facendo un notevole salto temporale, a proposito della vita vista come un «dramma» troviamo un’analogia con un importantissimo autore del Novecento, che ha anch’egli elaborato un’idea tutta sua di follia, in linea con la sua concezione del mondo e della società.

«Trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica, la logica di tutte le vostre costruzioni!»

(Luigi Pirandello)

Pirandello (Giugno 1867 – Dicembre 1936), insieme al quasi coetaneo Svevo, impresse una svolta radicale al corso della letteratura italiana del Novecento: superò la narrativa naturalistica ed elaborò una concezione del mondo e dell’uomo che lo distinse dagli autori

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Sintesi

Introduzione follia interpretazione, tesina

Non potendo definire precisamente la follia in quanto argomento vario e complesso, ho presentato una rassegna di autori che ne hanno elaborato diverse definizioni. Il mio obiettivo è metterle a confronto.

Collegamenti

  • Italiano: Decadentismo, Pirandello, Baudelaire
  • Latino: Seneca
  • Filosofia: Erasmo da Rotterdam, Freud
  • Storia dell'arte: Gericault, Dubuffet
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