Estratto del documento

Liceo Classico “G. Leopardi” di Recanati

Anno scolastico 2011/12

Lavoro di:

Federica Lavagna

Classe III Liceo sez. A

Indice

Prefazione pag. 2

1. Definizione del titolo pag. 3

1.1 Significato di φιλοτιμία pag. 3

1.2 L’uomo e la morte: un legame tormentato pag. 6

1.3 Chiarimenti circa l’etimologia pag. 11

2. La scelta della guerra pag. 12

2.1 Il campo di battaglia: palcoscenico di grandi imprese pag. 12

2.2 L’illusione della gloria ai giorni nostri: la prima guerra mondiale e la nuova concezione della guerra pag. 15

3. Esiti e confronti pag. 18

3.1 Alessandro e Cesare: opposti modelli di φιλοτιμία pag. 18

pag. 20

3.2 La gloria come “ambizione all’ideale” e “ambizione al concreto”

3.3 Conclusioni pag. 25

Bibliografia pag. 26

1

Prefazione

La scelta di un tema quale quello dell’aspirazione alla gloria eterna è stata dettata dalla visione e dall’analisi, maturata durante questi cinque anni, della società e del mondo che ci circondano: ovunque si percepisce mero materialismo, superficialità, attaccamento a valori, se così li si può definire, che concernono il solo ambito economico e pecuniario, unica dimensione di realizzazione dell’uomo di oggi. Impossibile concepire altri settori in cui l’essere umano trovi piena soddisfazione e possa esercitare tutte le sue innumerevoli doti. Quello in cui consiste la vera essenza della vita, ovvero la ricerca di qualcosa, il perseguimento di un obiettivo, è compresso in una dimensione unitaria a cui non si pongono alternative, e al di fuori della quale un uomo non ha ormai alcun valore.

Lo studio di epoche storiche passate, in particolare dell’età classica, mi ha svelato un orizzonte di valori e di ideali non più rintracciabili nella nostra società. Nonostante il denaro abbia sempre avuto il suo valore, è possibile entrare in contatto, attraverso l’opportunità unica dello studio di testi antichi, con concezioni di vita del tutto differenti, che permettono un’apertura mentale e una maggiore consapevolezza in un mondo dove viene auspicata solo l’omologazione e la soppressione dell’individualità.

Tra i vari pensieri che mi hanno colpito, proprio perché non più presenti o comunque non prioritari ai nostri giorni – tra cui l’importanza degli studi letterari e della parola in sé, ad esempio, contro un mondo attuale basato e incentrato sulla scienza –, è maturata la scelta sulla quasi ossessiva ricerca di una sorta di immortalità nella dimensione del ricordo attraverso il compimento di grandi imprese belliche proprio perché è questa un’idea oggi non solo non più attualizzabile, ma nemmeno lontanamente concepibile e concepita. Mentre altri ideali riescono a sopravvivere, sebbene calpestati dalla superficiale mentalità dell’uomo moderno, quello della gloria si è completamente perso, e non è ormai rintracciabile nemmeno in altre forme.

Di qui, l’intento di voler riportare alla luce ciò che è seppellito nelle nostre coscienze, che andrebbero rieducate – nel senso etimologico del termine – e stimolate nuovamente a idee più alte e profonde di quelle che regnano al giorno d’oggi. Non ritengo certo di poter risvegliare il mondo con una trattazione sintetica come quella di seguito riportata, ma nelle mie intenzioni volevo semplicemente offrire un piccolo spunto di riflessione.

Federica Lavagna

2

1. Definizione del titolo

Φιλοτιμία

1.1 Significato di φιλοτιμία

Φιλοτιμία è un termine greco che indica il “desiderio di gloria”. È una vox media che ben esprime quello che è stato per secoli il maggiore tormento dell’uomo: la conquista dell’immortalità attraverso il perdurare del ricordo delle proprie azioni. La gloria infatti non è il banale successo temporaneo, parola con la quale viene spesso definita nei dizionari, ma, nella sua accezione originaria – deriva infatti dalla radice indoeuropea klu, che è legata al significato di “udire”, “sentir parlare di qualcosa o qualcuno” – richiama il “riecheggiare”, il “risuonare” di un’azione o di una grande personalità nei secoli a venire.

La scelta di una vox media è stata volutamente operata per sottolineare ambo gli estremi cui essa può condurre, sia secondo la sua accezione positiva, sia secondo quella negativa: l’adempimento a una rigida etica di valori che esalta la nobiltà d’animo di chi si adopera per conseguire la gloria eterna, o l’ostinazione tormentosa dovuta a una sfrenata mania di potere che porta alla corruzione e alla mancanza di scrupoli.

Achille Funi, “La Gloria”, 1940, Milano, Palazzo Colonna, Sala Funi

Lascio esprimere un concetto così vasto e spesso frainteso, quale quello che dà il titolo a questa trattazione, a una frase, tratta dalla sceneggiatura del film di Wolfgang Peterson, che – al di là di tutte le critiche mosse al lungometraggio circa l’incongruenza con i fatti narrati nell’Iliade di Omero – ben chiarisce quale sia l’idea di gloria che abbiamo intenzione di esaminare.

«L’uomo è ossessionato dalla dimensione dell’eternità, e per questo si chiede: le mie azioni riecheggeranno nei secoli a venire? Gli altri, in gran parte, sentono pronunciare i nostri nomi quando siamo già morti da tempo, e si chiedono chi siamo stati, con quanto valore ci siamo battuti, con quanto ardore abbiamo amato…». [“Troy”, 2004]

3

È quella gloria che Honoré de Balzac definì «le soleil des morts», quella gloria che permette all’uomo di sopravvivere alla morte, al di là di ciò che le varie religioni promettono, anche in questo mondo terreno, grazie al miracolo del tempo: la memoria. Salvador Dalí, “La persistenza della memoria”, 1931, New York, Museum of Modern Art

Scrive a proposito Nino Gulisano, riprendendo il concetto del “Tempel des Ruhms” di Goethe:

«Vi è un’altra forma di immortalità, che Goethe chiama “il tempio della gloria”. Si tratta di un’altra immortalità, tutta umana. L’immortalità di coloro che dopo morti restano nella memoria dei posteri. Costoro vivono nella nostra memoria la loro immortalità».

[fonte: http://www.riflessioni.it/lettereonline/immortalita.htm]

Quello della memoria è un concetto paragonabile al suggestivo sfasamento spazio-temporale che si verifica in campo astronomico: la luce emanata dai corpi celesti che noi osserviamo non descrive in realtà lo stato attuale degli stessi, poiché i fotoni che giungono fino a noi sono stati irradiati nello spazio tanti anni fa quanti quelli che questi oggetti celesti distano da noi – espressi appunto in anni luce. Ciò che ci viene descritto è, quindi, un evento passato e mai contemporaneo, conservato attraverso e grazie a un lasso spaziale e temporale quasi infinito.

4

È l’idea di lasciare ai posteri un ricordo di se stessi, di ciò che si è stato, spesso attraverso il compimento di gesta gloriose. Ed è, questa, una prospettiva della quale l’uomo, al di là delle correnti di pensiero che hanno dominato le diverse epoche storiche, in quanto essere la cui vita è circoscritta entro il limite della morte, non può non subire il fascino.

Ma per comprendere a fondo la ricerca della gloria eterna da parte dell’uomo, bisogna analizzare il rapporto che intercorre tra il concetto di morte e il conseguente evolversi del pensiero nella storia della letteratura e della filosofia in merito alla questione. 5

1.2 L’uomo e la morte: un legame tormentato

L’unica certezza su cui possiamo basarci e da cui partiremo, infatti, è che l’uomo è un essere mortale – come ci ha insegnato Heidegger nella sua opera “Essere e Tempo”, «La morte è un modo di essere che l'Esserci assume da quando c'è» –, e in quanto tale ha sempre cercato una spiegazione a un evento tanto misterioso quanto incomprensibile.

In epoca antica, il centro del tutto era l’uomo, e proprio in funzione di tale concezione antropocentrica la morte poteva essere interpretata in due modi, come precisa un celebre grecista e storico quale Vernant.

La prima, come si può ben comprendere dal saggio di F. M. Pontani, che scrive:

«[…] la tempra eroica si manifesta, nella più cospicua misura, nell’accettazione della realtà evanescente dell’uomo-ombra, a cui balena come unico scampo la gloria nel compimento impavido della vicenda d’ognuno e, di là dalla morte, nella memoria degli avvenire»,

[“La morte degli eroi”]

era la concezione di essa come mezzo per l’eroe di ottenere la gloria eterna, sottraendosi all’oblio di un oltretomba in cui non rimangono altro che ombre.

Ade, dio degli inferi

Di qui il concetto di “bella morte”, fondata sull’idea di una vita breve ma gloriosa, che protragga in eterno l’immagine di giovinezza e vigore dell’eroe. Dice infatti Iperide nell’epitafio per i caduti a Lamia:

«Se non sono stati partecipi di vecchiezza mortale, hanno però acquistato gloria immune da vecchiezza e sono diventati felici in tutto». [“Epitafio per i caduti della guerra lamiaca”, 42]

L’altra visione possibile è quella che concepisce la morte come privazione malvagia della vita, un torto nei confronti dell’uomo, quasi un omicidio – si pensi al tedesco, lingua in cui “morte” si dice “Tod”, termine che deriva dal verbo “töten”, che significa “uccidere”, come fa notare Natoli, professore di Filosofia Teoretica all’Università di Bari. 6

In ogni caso, la morte era vista come qualcosa di non naturale, non appartenente alla sfera della vita terrena, e per combatterla la comunità si riuniva nel celebrare la memoria del defunto – di qui l’importanza del rito funebre. È proprio in questo contesto che si recava omaggio alla memoria dei morti, con discorsi commemorativi pronunciati da uomini illustri. Tra questi, quello celeberrimo di Pericle, trasmessoci da Tucidide:

«[…] le nobili azioni di questi uomini e di quelli a loro simili abbellirono i fatti che ho raccontato a gloria della città, e non per molti Greci come per costoro il discorso d'elogio apparirebbe così proporzionato ai fatti. E mi sembra che la morte di costoro, ora sopraggiunta, dimostri il valore dell'uomo, sia che ne dia testimonianza come prima, sia che ne dia conferma come ultima. Infatti, anche per coloro che, in altri aspetti, sono peggiori, è giusto anteporre a tutto il coraggio impiegato contro i nemici per la patria: cancellato il male con il bene, recarono pubblico vantaggio più di quanto abbiano fatto del male da privati cittadini». [“La guerra del Peloponneso”, II, 42]

Emerge quindi un’altra caratteristica della società antica: la vita si svolgeva in una dimensione collettiva, e qualsiasi evento era visto non in un’ottica individualistica e personale, ma riflesso sulla condizione dell’intera cittadinanza. Questo il significato di discorsi commemorativi come quello sopra riportato, che fondessero il sacrificio e l’eredità etica dei morti con l’esperienza di vita di coloro che li compiangevano.

Keramikòs, Cimitero di Atene

Con l’avvento di regimi assolutistici e il conseguente isolamento dell’uomo nella vita privata, dovuto al forzato allontanamento dall’ambito politico-sociale in cui prima era protagonista, questa dimensione collettiva viene sempre più disgregandosi, e l'uomo comincia a concepire le sue esperienze di vita, e di morte, come personali e individuali: ciò porta a una completa trasmutazione dei valori, che vedono nella morte non più qualcosa di innaturale, ma un processo necessario e comunque ininfluente sulla vita umana, come si può comprendere dall'epicureo «quando noi viviamo la morte non c'è, quando c'è lei non ci siamo noi» [“Lettera a Meneceo”, 125]. L'uomo non deve più combattere contro qualcosa che si oppone alla sua stessa essenza vitale, e questo perché:

7

«l'esatta coscienza che la morte non significhi nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, senza l'inganno del tempo infinito che è indotto dal desiderio dell'immortalità».

[Epicuro, “Lettera a Meneceo”, 124].

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Sintesi
  • Italiano - Ungaretti
  • Latino - Tacito
  • Francese - Balzac
  • Arte - Dalì, Balla
  • Scienze astronomiche - Anni luce
  • Filosofia - Heidegger, Epicuro, Nietzsche, Bergson, Freud, Socrate
  • Greco - Omero, Iperide, Tucidide, Euripide, Plutarco
  • Storia - Napoleone, Prima Guerra Mondiale
  • Inglese - Joyce
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