Claudia Carnuccio
Liceo Scientifico A. Guarasci Soverato
Sezione B Corso P.N.I. A.S. 2011-2012
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Fra cento anni, d'altronde, pensavo giunta sulla soglia di casa, le donne non saranno più il sesso protetto. Logicamente condivideranno tutte le attività e tutti gli sforzi che una volta erano stati loro negati. La balia scaricherà il carbone. La fruttivendola guiderà la macchina. Ogni presupposto basato sui fatti osservati quando le donne erano il sesso protetto sarà scomparso; ad esempio (in strada stava passando un plotone di soldati) l'idea che le donne, i preti e i giardinieri vivano più a lungo. Togliete questa protezione, esponete le donne agli stessi sforzi e alle stesse attività, lasciatele diventare soldati, marinai, camionisti e scaricatori di porto, e vi accorgerete che le donne muoiono assai più giovani e assai più presto degli uomini; cosicché si dirà: "Oggi ho visto una donna", come si diceva "Oggi ho visto un aereo". Può accadere qualunque cosa quando la femminilità cesserà di essere un'occupazione protetta, pensavo, aprendo la porta.
Virginia Woolf, “Una stanza tutta per sé”
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L’evoluzione della figura femminile nella prosa tra ‘800 e ‘900
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1.1 Giovanni Verga: quando il meridione è donna.
1.2 “Madame Bovary” di Gustave Flaubert e la vita tra il sogno e la realtà.
1.3 Gabriele D’Annunzio: ritratti di donne fatali.
1.4 Italo Svevo: dalla donna stilnovista a quella emancipata.
1.5 “L’Esclusa” di Luigi Pirandello e il dramma dell’adulterio.
1.6 Filippo Tommaso Marinetti: la rottura con la visione convenzionale della donna.
Il dramma della monacazione forzata
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2.1 “Storia di una capinera” di Giovanni Verga.
2.2 Alessandro Manzoni: l’eroina cristiana longobarda.
2.3 Durante Alighieri: quando l’amore è per il chiostro.
La misoginia ai tempi della Roma imperiale
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3.1 Decimo Giunio Giovenale: la spietata critica alle donne.
3.2 Marco Valerio Marziale: figure grottesche delle matronae di Roma.
3.3 Publio Cornelio Tacito: l’onestà della donna germanica.
Voci di donne nella Gran Bretagna tra ’800 e ’900
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4.1 Ampio sguardo alla questione femminile.
4.2 Jane Austen, la scrittrice delle donne per le donne.
4.3 “Becoming Jane”, come si diventa Jane Austen?
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4.4 “Emma”, un’eroina austeniana emancipata.
4.5 Virginia Woolf e il suo appello ne “Una stanza tutta per sé”.
Soggetti nell’arte ottocentesca
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5.1 “Giuditta I” di Gustav Klimt.
5.2 “Il Vampiro” di Edvard Munch.
5.3 “L’Olympia” di Edouard Manet.
I passi verso l’emancipazione
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6.1 Il movimento delle Suffragette.
6.2 Sibilla Aleramo e la condizione femminile in Italia.
Le donne dimenticate nella storia della scienza
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7.1 Amalie Emmy Noether, la mamma dell’algebra.
7.2 Sophie Germain e la teoria dei numeri.
7.3 Henrietta Swan Leavitt, colei che misurò l’universo.
7.4 Lise Meitner, verso l’energia nucleare.
La donna nella televisione italiana
8.1 Vanessa Incontrada e la sua guerra.
Conclusione
9.1 Tirando le somme.
9.2 Bibliografia e fonti.
N.B. In questo percorso mi sono proposta di analizzare il problema dell’emancipazione femminile sotto vari aspetti, analizzando il ruolo della donna nella storia, nella scienza e nella letteratura. L’emancipazione di cui ho intenzione di parlare non riguarda solo quella ottenuta con le leggi, in merito agli straordinari interventi di tante protagoniste femminili, ma specialmente di quella intellettuale. La concezione della donna, del suo ruolo e delle sue capacità è cambiata nei secoli nella mentalità maschile, ed è per questo motivo che nelle prime parti del mio percorso ho ritenuto necessario dare voce ai grandi letterati italiani per capire al meglio questa evoluzione.
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Parte prima
L’evoluzione della figura femminile nella prosa tra ‘800 e ‘900
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La donna
La donna fin dai tempi antichi è stata posta in una condizione di inferiorità rispetto a quella dell’uomo. Fu costretta, nella storia dell’umanità, a crescere in una società essenzialmente misogina. E molti pregiudizi che vivono ancora oggi nell’immaginario collettivo, hanno radici molto lontane e sono stati influenzati dal pensiero di molti filosofi, letterati e politici.
Idea di quanti libri si scrivono sulle donne in un anno? Avete idea di quanti sono scritti da uomini? Sapete di essere l'animale forse più discusso dell'universo?“ Virginia Woolf
1.1 Giovanni Verga: quando il meridione è donna
Analisi delle figure femminili di Nedda, Mena e Diodata.
Se dunque fino ai nostri giorni alla donna è toccato un posto marginale e di secondo piano a partire dal nucleo più semplice, quello familiare, fino a quello più complesso dell’intera società mondiale, ci si deve spiegare come sia giunta a diventare il soggetto per eccellenza di ogni letterato. Prendendo in considerazione la tradizione letteraria italiana, la donna risulta essere un tema ricorrente che evolve: dalla donna angelo per gli stilnovisti, alla donna fatale dei decadenti. In questa prima parte, vorrei soffermarmi su tutti quegli autori italiani del Novecento, che hanno scelto di avere al centro delle loro opere delle donne, o che hanno riservato loro dei ruoli non centrali ma comunque fondamentali per comprendere la condizione femminile dai loro occhi, sotto numerosi punti di vista.
Un autore che non si è mai dimenticato delle sue origini è Giovanni Verga e consapevole sia dell’insuccesso delle sue opere, sia dell’importanza della materia trattata, non si lasciò mai scoraggiare nel descrivere storie di donne e uomini del meridione italiano. La prima opera presa in considerazione è “Nedda”. “Nedda” venne pubblicata per la prima volta nella «Rivista italiana di scienze, lettere ed arti» nel giugno 1874 ed ebbe grande successo, così fu ristampata in diverse edizioni, questa volta con il sottotitolo di “Bozzetto siciliano”, ciò perché l’intento primo di Verga per questa novella consisteva nel recupero nostalgico del mondo rurale siciliano, ben lontano dalla vita frenetica dei primi anni milanesi. I lettori mostrarono di apprezzare l’opera per la novità del contenuto e per la capacità di soddisfare sia l’interesse sociale sia la curiosità per le nuove regioni italiane. Il Sud era infatti terra sconosciuta, perlopiù costituita da diseredati e miserabili. La protagonista di questa novella è appunto Nedda, una giovane donna raccoglitrice di olive, di cui non si conosce di preciso l’età, ma è di bell’aspetto così come ce la descrive Verga nei pochi righi:
“Era una ragazza bruna, vestita miseramente, dall'attitudine timida e ruvida che danno la miseria e l'isolamento. Forse sarebbe stata bella, se gli stenti e le fatiche non avessero alterato profondamente non solo le sembianze gentili della donna, ma direi anche la forma umana. I suoi capelli erano neri, folti, arruffati, appena annodati con dello spago, avea denti bianchi come avorio, e una certa grossolana avvenenza di lineamenti che rendeva attraente il suo sorriso”
Gli stenti, le fatiche e i cenci che la ricoprono ci inducono a pensare a quello stato di profonda povertà e miseria in cui viveva, non solo lei, ma anche la madre e per giunta gravemente malata. Della famiglia, morta la madre, non rimane che uno zio di cui Nedda si fida, che la aiuterà nei momenti più tragici della storia, ma nonostante questo soffre lo stato di povertà e di emarginazione sociale in cui è immersa, attribuendo a se stessa la colpa delle sue disgrazie. Nedda è costretta a lavorare ogni giorno per guadagnare quel poco che le consenta di sopravvivere, ma ciò non placa le chiacchiere della gente, perfino quelle del parroco che, non vedendola arrivare alle messe domenicali in chiesa, la rimprovera.
La giovane donna inizia ad avvicinarsi sempre di più al contadino Janu, un suo compagno nel lavoro di raccolta, con cui vivrà un amore breve ma intenso. Qualche mese dopo infatti, Janu si ammalerà di febbre malarica, che lo condurrà alla morte in pochi giorni. Per Nedda ricomincia un periodo di solitudine ed emarginazione, ma non può più curarsi dei giudizi della gente perché si scopre incinta e ciò non le consente di lavorare come prima. La novella si conclude tragicamente perché la bambina che partorirà è molto gracile, incapace di sopravvivere agli stenti della fame. La madre saluta la sua piccola creatura per l’ultima volta dopo averla adagiata sul letto dove aveva dormito sua madre, e..
“..cogli occhi asciutti e spalancati fuor di misura. - Oh, benedetta voi, Vergine Santa! esclamò - che
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La donna
mi avete tolto la mia creatura per non farla soffrire come me!”
La novella porta alla luce l’amara condizione popolare del Sud nel secondo Ottocento e ancora meglio notiamo la condizione della donna negli strati bassi della società, condannata al proprio destino di lavoro e di sofferenza, di cui è certa anche la protagonista per se stessa, perché:
“così è stato di sua nonna, così di sua madre, così sarà di sua figlia”
Tra le donne che decidono sia meglio rassegnarsi alla propria condizione e fare dunque il bene della famiglia e del prossimo, sacrificando se stesse, Verga delinea il personaggio di Mena appartenente al celebre romanzo “I Malavoglia” del 1881, prima opera del “Ciclo dei Vinti”, ossia di tutti quelli che “piegano il capo sotto il piede brutale dei sopravvegnenti”, risultando dunque sconfitti, “vinti”, dal corso degli eventi. “I Malavoglia” sono la storia di una famiglia di pescatori di Aci Trezza, che conducono una vita relativamente felice, fin quando per una serie di sventure l’equilibrio familiare si rompe e tutto va alla deriva.
Della famiglia, abbastanza numerosa, Mena è la figlia maggiore di Bastianazzo ed è da sempre innamorata e ricambiata dal compare Alfio Mosca; ma in seguito ad un’annata pessima per la pesca e al fallimento della nuova attività commerciale del nonno, la famiglia decide di combinare un matrimonio di convenienza con Brasi Cipolla, il figlio del benestante della città. Mena è intelligente e volenterosa, sempre pronta a contribuire nei momenti di difficoltà, così nella speranza di arrecare il minor danno possibile alla famiglia, rinuncia al sogno di sposare compare Alfio e reprime le lacrime e le proteste, nello stesso modo in cui fa l’innamorato che decide di lasciare il paese nella speranza di migliorare la propria condizione economica. L’addio tra i due è ricco di sentimento, sapientemente nascosto sotto la consapevolezza di star facendo il giusto per necessità:
“Sono venuta a salutarvi” disse lei, e ci aveva il pianto nella gola. “Perché ci andate alla Bicocca se ci è la malaria?” Allora Alfio si mise a ridere, anche questa volta a malincuore, come quando era andato a dirle addio. “O bella! Perché ci vado? E voi perché vi maritate con Brasi Cipolla? Si fa quel che si può, comare Mena. Se avessi potuto fare quel che volevo io, lo sapevate cosa avrei fatto! […] Ma ormai questi discorsi sono inutili, e bisogna fare quel che si può.”
Alfio tornerà ad Aci Trezza solo 8 anni dopo la sua partenza, profondamente cambiato perché, in seguito a numerosi sacrifici, è finalmente riuscito a migliorare la propria condizione; ne è la prova il mulo grosso e lucente che sostituiva l’asino di una volta. Al suo ritorno Alfio troverà Mena ancora nubile perché il matrimonio con Brasi Cipolla era andato a monte e per ripagare il forte debito, i Toscano dovettero vendere la Casa del Nespolo. La giovane donna, all’epoca ventiseienne, si occupava tristemente di badare ai suoi piccoli nipoti e a tessere e filare come una volta. Per Alfio si ripresenta l’occasione di sposare Mena, ma nulla è più come prima a causa dei pettegolezzi che circolano in paese sulla sorella Lia, e che costituiscono un altro ostacolo al loro amore. La mentalità retriva del paese costringe Mena a rinunciare a quella proposta di matrimonio che da tanto tempo attendeva, in quanto lei sente che il disonore della sorella minore Lia, divenuta prostituta di città, ricade anche sulla famiglia. I condizionamenti dovuti ai pregiudizi e alle convenzioni sociali si presentano anche in Alfio, quando tristemente approva i timori di Mena e a malincuore si rassegna.
“Avete ragione, comare Mena!” rispose compare Mosca; “A questo non ci avevo mai pensato. Maledetta la sorte che ha fatto nascere tanti guai!”
Di donne che sono costrette a rassegnarsi, accettando loro malgrado la condizione di povertà e sottomissione a cui sono condannate per la mentalità dei tempi, troviamo il personaggio di Diodata che all’interno del romanzo in cui è inserita, “Mastro Don Gesualdo” di Giovanni Verga, rappresenta una magnifica nota lirica. Così come venne concepito, “Mastro Don Gesualdo” fa parte del cosiddetto “ciclo dei vinti”, di cui rappresenta il secondo capitolo e ha come protagonista un certo Gesualdo Motta, un uomo tenace e ricco d’energia, che riesce a migliorare la propria condizione economica e sociale perseguendo ciò che nel linguaggio della critica prende il nome di “religione della roba”. Benché esteriormente possa sembrare un personaggio ammirevole, poiché da solo, con la sua intelligenza e intraprendenza, Gesualdo è riuscito ad accumulare una fortuna e a plasmare da sé il proprio destino, in realtà egli appare uno sconfitto, un “vinto” a livello morale. Dalla sua lotta sfrenata per il possesso della “roba” Gesualdo non ha fatto altro che generare odio, amarezza e dolore in tutti coloro che lo circondano, a partire dalla moglie, Bianca Trao, un’aristocratica che lo disprezza per le sue umili origini e lo respinge con orrore nello stesso modo in cui agisce sua figlia Isabella. Solo una donna, Diodata, non scanserà mai il povero protagonista, nonostante le offese che ha dovuto sopportare, sia per amore di quell’uomo che tante volte soleva chiamarla “Bestia”, che non aveva nessun riguardo per i suoi sentimenti e si limitava a considerarla solo una piccola goccia nel mare dei suoi averi, sia per amore dei figli che ebbe con lui, non riconosciuti come tali, perché secondo le parole dello stesso Gesualdo:
“Ciascuno viene al mondo colla sua stella..”
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La donna
Diodata, Mena e Nedda, è una donna povera della realtà contadina del Sud Italia che Verga ci vuole mostrare e fungono da esempio perfetto per farci rendere conto del ruolo marginale che la figura femminile rivestiva nelle classi più basse della società e in che modo ella poteva venire sfruttata, umiliata e offesa.
1.2 “Madame Bovary” di Gustave Flaubert, la vita tra il sogno e la realtà
Dalla lettura dell’opera si delinea l’immagine di Emma Rouault.
Tra gli scrittori che si impegnano a tracciare un’immagine rappresentativa della condizione reale della donna nel corso dei secoli, troviamo il francese Gustave Flaubert, autore del celebre romanzo “Madame Bovary”.
L’opera, terminata nell’ottobre del 1855, riportava nel sottotitolo la frase: “Costumi di provincia”, poiché lo scopo dell’autore era in primo luogo quello di mostrare il disfacimento della società borghese, scenario della storia individuale di Emma Bovary, protagonista principale. Flaubert accetta di far pubblicare il romanzo in sei episodi sulla rivista “Revue de Paris”, consapevole che a non molti sarebbe interessata la storia di una ragazza provinciale; ma ciò che non si aspettava di certo era una reazione ostile da parte degli abbonati al giornale che insorgono contro lo scandalo e l’immoralità del romanzo e lo accusano di calunniare la Francia e di svilirla agli occhi degli stranieri. Lo scrittore dovette così affrontare un processo che, conclusosi positivamente, non fece rimanere altro che l’amarezza e il disgusto di una fama acquisita per vie diverse dal puro riconoscimento artistico. Nonostante ciò il romanzo riscuote moltissimi favori tra il pubblico femminile che vede in Emma la rivendicazione della libertà della donna: in un mondo che prescrive la sottomissione, lei tenta di sottrarsi alla schiavitù del ruolo.
Il romanzo è stato riadattato molte volte per il grande schermo. Qui una delle locandine.
12 Claudia Carnuccio
Emma Rouault è la figlia di un contadino abbastanza agiato della campagna francese. Fu allevata in convento dove ottenne un’ottima educazione, oltre a coltivare segretamente una grande passione per la letteratura cavalleresca che la avrebbe accompagnata per tutta la vita. Ritornata nella fattoria con il padre, conosce per una casualità un medico di base di nome Charles Bovary, che sposerà subito per sfuggire alla noiosa vita di campagna. Terminata la magia del matrimonio, tutto le appare deludente e si dispera per la monotonia del quotidiano e perfino di suo marito che, seppur amandola, non riesce a comprendere le sue aspirazioni.
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- Italiano: G. Verga, G. D'Annunzio, I. Svevo, G. Flaubert, L. Pirandello, F. Marinetti, A. Manzoni, Dante.
- Latino: Giovenale, Marziale, Tacito.
- Inglese: Jane Austen, Virginia Woolf.
- Storia: il movimento delle suffragette, Sibilla Aleramo.
- Arte: E. Munch, Manet, G. Klimt.
- Scienze: le grandi donne della scienza.
- Attualità: la donna nella televisione italiana.