I sette peccati capitali
Chi è senza peccato scagli la prima pietra!
Luca Drazza 5 A T ST Anno scolastico 2010/2011
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I sette peccati capitali
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A. Premessa
Ho voluto prediligere un tema molto attuale per presentare la mia tesina.
La scelta dell’argomento è nata dalla consapevolezza che siamo tutti vittime o carnefici dei sette peccati capitali, ma per noi peccare è diventata quotidianità, abitudine e non ci facciamo caso né tanto meno poi l’ammettiamo!
Nella società moderna, spesso l’uomo si sente protagonista del mondo, invincibile, non accorgendosi che in realtà è solo una pedina. L’uomo tende a puntare il dito sugli altri prima che a se stesso, accusando e condannando.
Il peccato nasce quindi nelle convinzioni sbagliate che l’uomo considera e accetta come giuste.
Se ci si riflette un po’, ci accorgeremo tutti che almeno una volta abbiamo peccato nel sentirci non adatti né preparati al ritmo incessante che la vita impone, nel non saper resistere a quel dolce che sembra chiamarci da dietro una vetrina, nel restare impigliati nella trappola dei piaceri del corpo, a tutti sarà capitato di invidiare qualcuno non per quello che l’altro possiede ma nel non avere ciò che l’altro ha, quante volte ci sentiamo superiori non rendendoci conto che nessuno è inferiore e quanti non hanno mai perso il controllo lasciando spazio alla rabbia o hanno preferito tenere chiuso il portafogli…
I seguenti collegamenti chiariranno ogni dubbio sull’argomento sopraccitato… 2
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A. Italiano
Avarizia: Mastro Don Gesualdo / Giovanni Verga
Storia dell’arte
Geografia
I sette peccati capitali
Lussuria: Gustav Klimt e la pittura lussuriosa
Ira: la natura si scatena nell’area caraibica (terremoto)
Giuditta I e II
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A. Inglese
Accidia: Samuel Barclay Beckett
Storia
Superbia: Adolf Hitler
Economia aziendale
Invidia: Concorrenza (analisi) - Marketing
Seconda guerra mondiale
Tecniche di comunicazione e relazione
Gola: Bisogni e motivazione
Eccessivo desiderio di non spendere
Che cos’è?
L’avarizia è la scarsa disponibilità a spendere e a donare ciò che si possiede. 4
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A. Mastro Don Gesualdo e la voglia irrefrenabile di ricchezze
- Mastro Don Gesualdo, un uomo avaro che vive una vita di privazioni per accumulare ricchezze e per entrare nel mondo dell’aristocrazia.
- La morte di Mastro Don Gesualdo, il dialogo con la figlia e la preoccupazione per le sue ricchezze che andranno sperperate.
- Il ciclo dei vinti di Verga, (I Malavoglia, Mastro Don Gesualdo, La duchessa di Leyra, l’Onorevole Scipioni e l’Uomo di lusso).
“Roba” e l’inevitabile caduta nella “fiumana del progresso” e l’importanza di non allontanarsi dalla famiglia: “l’ideale dell’ostrica”.
- Verga, il contesto storico-sociale, l’importanza dell’intellettuale come “fotografo” ed opportune differenze con il naturalismo zoliano.
“Mastro Don Gesualdo” di Giovanni Verga 5
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A. Mastro-don Gesualdo
In Mastro-don Gesualdo Verga abbandona la visione “corale” de “I Malavoglia” per concentrarsi su un soggetto individuale e scavare nella sua vita e nella sua interiorità. Gesualdo è il personaggio più complesso mai creato dall’autore. È una persona povera che riesce ad arricchirsi enormemente, per poi fragorosamente cadere nell’anonimato; a lui tocca, nel mondo verghiano, assieme a Mazzarò della Roba, il triste destino di solitudine e di sconfitta che è insito nel meccanismo dell’arricchimento.
L’opera si struttura in quattro parti, ognuna delle quali è composta da diversi capitoli:
- Parte prima: 7 capitoli
- Parte seconda: 5 capitoli
- Parte terza: 4 capitoli
- Parte quarta: 5 capitoli
La più ampia è la prima, quasi un “romanzo nel romanzo”: Verga vi ricostruisce, come in un lungo antefatto, la “biografia” di Gesualdo, con una precisione analitica che è un chiaro residuo del romanzo naturalista francese. L’attenzione si concentra via via sull’ascesa del protagonista, che “era sulla strada di farsi riccone”. Il racconto procede intorno al duplice asse “roba”/amore. Il matrimonio tra Gesualdo e Bianca, con cui si conclude la prima parte dell’opera, diviene per lui una trappola, in quanto i due sposi si rivelano, l’uno per l’altro, degli antagonisti, presenze estranee e reciprocamente sconosciute.
La seconda parte del nuovo romanzo racconta l’ascesa sociale di Gesualdo. Egli cerca d’inserirsi in un contesto per lui del tutto nuovo.
Il povero che diviene ricco – da mastro, cioè umile lavoratore manuale, diventa don – viene raffigurato, nella terza parte, come un re nel suo regno: il podere di Mangalavite rappresenta il suo potere incontrastato.
Ma proprio al culmine di tale ascesa, comincia il declino di Gesualdo, un declino psicologico e affettivo, ma anche fisico. Nel frattempo si introduce la storia di Isabella, figlia di Bianca e Gesualdo, che sarebbe dovuta diventare la protagonista della Duchessa de Leyra, il terzo romanzo del “Ciclo dei vinti”. Il padre non riesce a farsi accettare dalla ragazza, in tutto simile alla madre.
Ciò che resterà a Gesualdo è il titolo di mastro-don. Il finale, che giunge con un ritmo veloce, è tragico: Gesualdo morirà nella casa della figlia e del genero, solo e disprezzato.
Riassunto Mastro-don Gesualdo
Scritta da Giovanni Verga nel 1889, la vicenda è ambientata a Vizzini, una località della provincia di Catania, nel periodo compreso tra il 1819 e il 1848.
Protagonista è Gesualdo Motta, un uomo del popolo, umile lavoratore, tenace ed accorto che dedica la vita al lavoro per accumulare terre, denari e ricchezze.
La fortuna raggiunta lentamente è stata veramente sudata e meritata, anche 6
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A. se non cambia il carattere di Mastro Don Gesualdo che rimane onesto e generoso, sempre pronto ad aiutare parenti ed amici. Per aumentare ulteriormente il suo potere, Gesualdo sposa Bianca Trao, ragazza di nobile famiglia in decadenza. Purtroppo il matrimonio si rivela un cattivo affare per l’uomo. Tutti gli sono contro: i familiari, benché da lui aiutati, lo ritengono un traditore perché li ha abbandonati per un mondo diverso; i parenti nobili lo disprezzano. Anche Bianca, che ha accettato il matrimonio solo per salvare l’onore macchiato dopo i suoi amori con il baronetto, suo cugino, Ninì Rubiera, non riuscirà mai a vincere un’istintiva freddezza nei confronti del marito. Anche la figlia Isabella, in realtà nata dalla relazione di Bianca con Ninì, risulta essere molto ostile al padre. La ragazza, infatti, innamorata del cugino Corrado La Gurna, poeta e spiantato, è ostacolata dal padre nel suo amore e finirà per cedere al suo volere sposando il Duca di Leyra, un uomo spietato, che non la amerà mai, ma dissiperà tutta la dote della ragazza in ricevimenti. Dopo la partenza di Isabella per Palermo, parenti, amici, vicini, tutti si accaniscono a gettar fango sulle ricchezze di Gesualdo. La moglie, Bianca, muore poco dopo consumata da un male inesorabile, la tisi, e dalla lontananza dalla figlia. Don Gesualdo rimane solo, sofferente e torturato da atroci dolori di stomaco. Il genero, che lo detesta e lo disprezza, ma che vuole a tutti i costi venire in possesso dell’eredità, lo costringe a seguirlo a Palermo. Morirà di cancro qualche tempo dopo nell’indifferenza generale, solo e abbandonato, accompagnato nelle ultime ore dalle parole malevole di un servitore, unico testimone della sua agonia.
La roba di Giovanni Verga
Mazzarò era un uomo che aveva tratto la sua ricchezza dalle terre dove una volta zappava e su cui avevo faticato, e nonostante i suoi possedimenti non si era insuperbito. Egli dava lavoro a moltissime persone e andava molto spesso nei campi per avere tutto sotto il suo controllo personale.
Aveva imparato il significato della “roba” quando faticava quattordici ore al giorno per guadagnare tre tarì; proprio per questo, aveva impiegato tutta la vita per metterla insieme ed ora le sue terre non erano delimitate da nessun confine, erano infinite. Tutta la sua “roba” quindi l’aveva guadagnata con le sue sole forze.
I possedimenti terrieri dapprima appartenevano al barone che “per carità” aveva dato lavoro a Mazzarò, un barone che però non sapeva badare alla sua “roba” e che veniva derubato da tutti i suoi dipendenti.
Mazzarò andava in giro sempre senza soldi, perché riteneva che avessero un’importanza poco rilevante o quasi nulla, non erano “roba”! Se metteva da parte una somma abbastanza 7
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A. cospicua, la investiva nell’acquisto di nuovi lotti. Era un uomo che si lamentava solo del fatto che cominciava ad essere vecchio, e nel momento in cui gli fu detto di lasciare la “roba” perché era tempo che pensasse alla sua anima, Mazzarò uscì nel cortile e come un pazzo cominciò ad uccidere gli animali che capitavano sotto il tiro del suo bastone, urlando: “Roba mia, vientene con me!”
Giovanni Verga (1840-1922)
La vita
Verga nacque il 31 agosto del 1840 a Catania da una famiglia di nobili di Vizzini. La sua formazione scolastica fu affidata a un parente, Antonino Abate. Tra il 1856 e il 1857, Verga scrisse il suo primo romanzo storico, Amore e patria. Il primo romanzo di Verga fu I carbonari della montagna, nel 1861-62. Intanto cominciava a uscire a puntate, nelle appendici del periodico fiorentino “La Nuova Europa”, un altro romanzo, Sulle lagune.
Il suo primo viaggio risale al maggio 1865 a Firenze, allora capitale d’Italia; qui Verga compose Una peccatrice (1866), romanzo che non gli procurò successo. Nel 1869 si stabilì a Firenze dove compose due nuovi romanzi: Storia di una capinera (1871), suo primo romanzo di successo, ed Eva. Si legò intanto d’amicizia con Luigi Capuana, teorico del Verismo, e s’innamorò di Gisella Fojanesi, con la quale compì il viaggio di ritorno in Sicilia, dove lo narrò 10 anni dopo nella novella Fantasticheria.
Nel 1874 Verga scrisse in soli tre giorni Nedda: un “bozzetto siciliano” ambientato nella natia Sicilia e perché tesa a risollevare la povertà di vita della sua gente. Si avviò in tal modo la “conversione” di Verga al Verismo. Pochi mesi dopo iniziò a ideare il “bozzetto marinaresco” Padron ’Ntoni, che si amplierà via via fino a diventare il romanzo I Malavoglia. Nel 1880 uscirono in volume le novelle veriste di Vita dei campi. Verga lavorava intanto ai Malavoglia, di cui inviò a Treves i primi capitoli; il libro uscì nel 1881, ma senza successo.
Intanto Verga cominciava la stesura di un nuovo romanzo, Mastro-don Gesualdo, seconda opera del progettato “ciclo dei vinti”. Tra il 1882 e il 1883 uscirono a stampa il romanzo Il marito di Elena, ultima opera dell’antica maniera “mondana”, e altri due volumi di racconti veristi: le Novelle rusticane e Per le vie.
Nel maggio 1883 Verga incontrò Émile Zola. Dal 1886 cominciò a trascorrere lunghi periodi a Roma. Nel 1888 uscì a puntate sulla rivista letteraria “Nuova Antologia” il Mastro-don Gesualdo, che poi fu profondamente revisionato e pubblicato in volume da Treves nel 1889; fu il suo ultimo capolavoro. Nel 1893 Verga rientrò stabilmente a Catania. Dopo alcuni mesi si mise a lavorare alla Duchessa di Leyra, terzo romanzo del “ciclo dei vinti”.
Gli ultimi riconoscimenti vennero nel 1920, grazie alla nomina a senatore del Regno d’Italia e grazie all’intenso discorso pronunciato da Luigi Pirandello al Teatro Massimo di Catania per il suo ottantesimo compleanno. Morì a Catania il 27 gennaio 1922. 8
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A. Il termine, nel greco classico, designa la negligenza, l’indifferenza, la mancanza di cure e di interesse per una cosa. Designa inoltre l’abbattimento, lo scoraggiamento, la prostrazione, la stanchezza, la noia e la depressione dell’uomo di fronte alla vita.
È lo smarrimento estremo: si produce uno stato d’animo che intacca e rischia di disorientare tutto ciò che raggiunge.
Due conseguenze tipiche sono l’instabilità e il disprezzo per gli impegni della propria vita.
L’uomo non padroneggia più la vita; le vicende lo avviluppano inestricabili, ed egli non sa più 9
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A. Samuel Barclay Beckett
Samuel Barclay Beckett (1906–1989) was an Irish avant-garde writer, playwright, theatre director, novelist and poet. He wrote both in English and French. His work offers a bleak, tragicomic outlook on human culture, often coupled with black comedy and gallows humour.
Beckett is widely regarded as among the most influential writers of the 20th century. Strongly influenced by James Joyce, he is considered one of the last modernists. As an inspiration to many later writers, he is also sometimes considered one of the first postmodernists. He is one of the key writers, perhaps the leading figure, in what Martin Esslin called the “Theatre of the Absurd”. His work became increasingly minimalist in his later career.
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Adolf Hitler (la seconda guerra mondiale)
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