La Donna:
Figura Angelica o Demoniaca?
L’evoluzione della figura femminile e le sue sfaccettature
Salvi Patrizia – VAP – Anno scolastico 2014/2015
Indice
- Prefazione 3
- Letteratura 4
- Dante 13
- Storia 15
- Inglese 19
- Diritto 20
- Economia pubblica 24
- Economia aziendale 27
- Matematica 30
- Informatica 31
- Fonti 33
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Prefazione
La donna è stata fin dall’antichità una figura importante sotto vari punti di vista: la donna è
simbolo di fertilità, di bellezza, di leggerezza e d’amore, tanto che innumerevoli poeti e scrittori si
sono ispirati a donne o muse per scrivere i propri lavori. Bisogna anche ricordare che la donna può
simboleggiare l’accidia, la lussuria, l’indivia e tante altre definizioni.
È qui che il mio discorso ha inizio: la donna ha infinite sfaccettature, infinite personalità, infiniti
stati d’essere; la donna è amore, è perdizione, la donna è intelligenza e stupidità al tempo stesso,
la donna è saggezza ed ingenuità.
Questo lavoro sarà un excursus temporale di come le donne sono state viste da vari autori
letterari, come hanno influito nella storia, come hanno ottenuto i loro diritti e molto altro,
sperando di rendere omaggio a tutte le donne che hanno lottato e che stanno ancora lottando per
poter vivere libere e in maniera dignitosa, in ogni parte del mondo.
Ho deciso di portare come filo conduttore della mia tesi la figura femminile perché fin da quando
sono nata sono stata ispirata da grandi donne: tutte le parenti femminili che ho sono forti, furbe,
intelligenti e non si sono mai fatte scoraggiare da nulla e, forse per mancanza d’umiltà, mi sento
caratterialmente anch’io una donna forte come loro.
Vorrei dedicare questo lavoro alle donne più importanti della mia vita:
Mia madre: colei che, insieme a mio padre, mi ha dato la vita e mi ha amata e cresciuta fin dal
mio primo respiro; è la mia roccia, il punto fermo nella mia vita, spero un giorno di diventare
una madre meravigliosa come lei
Mia zia Ambra: sorella di mia madre, ci ha lasciati l’anno scorso; una Donna inarrestabile, che
ha combattuto per anni contro una malattia che l’ha messa a dura prova durante tutto il suo
decorso ma che si è addormentata con il sorriso, sapendo di aver portato avanti la sua visione
del mondo e della spiritualità, non facendosi MAI fermare né dal dolore né dalla paura
Mia Nonna Maria Ave: nonna paterna, che anche lei ci ha lasciati l’anno scorso; penso che al
mondo una Donna forte e indipendente come lei non si troverà più molto facilmente; sempre
sorridente, con la sua fede e la sua famiglia come unica gioia e ragione di vita; anche se non c’è
più, io la sento sempre vicino a me ed ai miei genitori, pronta a guidarmi nel mio futuro come
solo una gran Donna potrebbe fare
Mia Nonna Marcella: nonna materna, ha cresciuto quattro meravigliosi figli e li ha educati nel
migliore dei modi; sempre presente nella vita dei suoi cari, è sempre disponibile e pronta ad
imbarcarsi in nuovi progetti proposti da ogni singolo figlio o nipote, con la dolcezza e la
pazienza che l’hanno sempre contraddistinta
Le mie maestre e professoresse, a partire dalle elementari con la maestra Foglia e Innocenti di
Torre Boldone, fino alla maestra Valeri, passando poi alla professoressa Rossanese ed alle
professoresse che mi hanno accompagnato fino alla fine dei miei studi scolastici,
ringraziandole di tutto l’impegno e la pazienza che hanno avuto nei miei confronti e per avermi
dato la possibilità di pensare con la mia testa, agire come meglio credo e saper vivere nel
mondo odierno. 3
Letteratura
Oriana Fallaci – La donna come figura autoritaria ed intraprendente
Oriana Fallaci (Firenze, 29 giugno 1929 –Firenze, 15
settembre 2006) è stata scrittrice, giornalista
e attivista italiana.
Partecipò giovanissima alla Resistenza italiana e fu
la prima donna in Italia ad andare al fronte come
inviata speciale. Durante gli ultimi anni di vita
fecero discutere le sue dure prese di posizione
contro l'Islam, in seguito agli attentati dell'11
settembre 2001 a New York. Come scrittrice, con i
suoi dodici libri tradotti in 30 lingue, ha venduto venti milioni di copie in tutto il Mondo.
Il padre fu un attivo antifascista, talmente convinto delle sue scelte da coinvolgere Oriana, a soli 10
anni, nella resistenza con compiti di vedetta. Adolescente, Oriana si unì al movimento clandestino
di resistenza, diventando un membro del corpo dei volontari per la libertà contro il nazismo. È agli
avvenimenti di questo periodo della sua vita che viene fatta comunemente risalite la sua celebre
tempra. Terminato il conflitto decide di dedicarsi alla scrittura in maniera attiva e continuativa.
Inizia così, giovanissima, la sua carriera giornalistica: da principio come cronista per vari giornali,
ma presto cominciano incarichi di maggiore responsabilità, come le interviste a importanti
personalità della politica o il resoconto di avvenimenti internazionali. La sua eccezionale bravura la
porta all’«Europeo», e al Corriere della Sera, come inviato speciale e poi come corrispondente di
guerra: dal 1967 in Vietnam, poi nella guerra Indo-Pakistana, in Sud America, in Medio Oriente. In
seguito si è dedicata alle interviste a importanti personalità della politica, le analisi dei fatti
principali della cronaca e dei temi contemporanei più rilevanti. Tra i suoi intervistati: Henry
Kissinger, il generale Giap, Golda Meir, Yasser Arafat, re Hussein di Giordania, Indira Gandhi, Alì
Bhutto, Pietro Nenni, Giulio Andreotti, Giorgio Amendola, l'arcivescovo Makarios e Alekos
Panagulis. Un confronto spesso a muso duro con il Potere incarnato negli uomini che lo detengono
e che facendo la Storia determinano le vite di molti. Tra gli exploit più memorabili è da ricordare la
sua infiammata intervista all'ayatollah Khomeini, leader del regime teocratico iraniano e poco
incline a riconoscere diritti e dignità alle donne, in contrasto con la Fallaci, che è sempre stata
all'avanguardia in questo genere di rivendicazioni.
Seppure di origini fiorentine, Oriana Fallaci ha abitato a lungo a New York, definendole come «le
mie due patrie»: è proprio dal grande attaccamento per gli Stati Uniti, dalla grande ammirazione
che la Fallaci sente per questo Paese, che è nata la sua reazione all'attentato terroristico dell'11
settembre 2001 alle Twin Towers. Con una lettera inviata all'allora direttore del «Corriere della
Sera», Ferruccio De Bortoli, Oriana Fallaci ha rotto il silenzio che durava da tempo. Lo ha fatto nel
suo stile, uno stile viscerale e potente che non lascia mai indifferenti e che ha sollevato una vasta
eco in tutto il mondo. Da quell'articolo è nato il libro «La rabbia e l'orgoglio», che ha provocato
polemiche a non finire e anche denunce alla scrittrice per istigazione all'odio razziale contro i
musulmani.
L'atteggiamento di fondo di Oriana Fallaci si può comprendere da una sua dichiarazione che si
riferisce al suo modo di condurre le interviste: «Su ogni esperienza personale lascio brandelli
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d'anima e partecipo a ciò che vedo o sento come se riguardasse me personalmente e dovessi
prendere una posizione (infatti ne prendo sempre una basata su una precisa scelta morale)».
Tra il 1991 e il 1992 entrano di prepotenza nella sua vita due elementi che l’accompagneranno fino
alla morte. Il primo è il cancro, o meglio «l’Alieno», come Oriana preferisce chiamarlo.
Il secondo, che lei definisce «il mio Bambino», è un’impresa memorabile cui meditava di dedicarsi
da tempo: la stesura di una grande saga sulla sua famiglia che attraversasse i secoli a partire dalla
storia di Ildebranda, lontana ava condannata per stregoneria nel Seicento, fino ad arrivare alla
propria infanzia, alla prima metà del Novecento. Il romanzo, anch’esso davvero monumentale e di
notevole complessità strutturale, punta a focalizzare tutti i «passaggi nel Tempo» che hanno fatto
sì che lei potesse nascere, ponendo particolare attenzione ai momenti della storia che rischiarono
di interrompere la catena. Ma il settembre del 2001 avrebbe messo gravemente a repentaglio la
gravidanza del suo «bambino di carta», facendole temere «l’aborto».
-Lettera ad un bambino mai nato
Lettera a un bambino mai nato è un libro scritto da Oriana Fallaci nel 1975. Il libro tratta temi quali
l'aborto, la famiglia e l'amore.
Il libro fu scritto per l'allora direttore dell'Europeo Tommaso Giglio, che commissionò alla Fallaci
un'inchiesta sull'aborto. Le diede tempo quattro mesi dandole carta bianca sui contenuti. Anziché
con l'inchiesta, dopo sei mesi la giornalista tornò con un fascio di fogli contenenti il libro.
Il libro è un monologo drammatico fatto da una donna che vive la maternità non come un dovere
ma come un atto responsabile. È una donna contemporanea e misteriosa, priva di nome, volto e
notizie sulla sua età. Le domande fondamentali che la donna si pone sin dal concepimento
riguardano la legittimità e l'accettazione della nascita da parte del bambino in un mondo ostile,
violento e disonesto. Al bambino verrà concesso il diritto di scegliere se nascere o no e attraverso
un processo istituito con la presenza di sette giurati eccellenti, tra i quali i genitori, il medico, la
dottoressa, il datore di lavoro, si arriva alla sentenza che prevede la condanna della donna.
Vincenzo Cardarelli Vincenzo Cardarelli (Corneto Tarquinia, 1º maggio 1887 – Roma, 18
giugno 1959), pseudonimo di Nazareno Cardarelli, nacque a Corneto
Tarquinia, dove suo padre, Antonio Romagnoli, d'origine marchigiana,
gestiva il buffet della stazione ferroviaria e qui trascorse la sua infanzia
e la sua adolescenza. Figlio illegittimo, ebbe un'infanzia travagliata,
privata sin dall'inizio della presenza materna (Giovanna Caldarelli
abbandonò la famiglia quando Vincenzo era un bambino piccolo).
Compì studi irregolari, prevalentemente da autodidatta. A diciassette
anni fuggì di casa e approdò a Roma dove, per vivere, fece i più
svariati mestieri, fra i quali il correttore di bozze per l’“Avanti!”.
Sull'Avanti!, del quale divenne redattore, ebbe inizio, nel 1909, la sua carriera giornalistica.
Collaborò a Il Marzocco, La Voce, la rivista Lirica, Il Resto del Carlino e, dopo gli anni della 1° Prima
guerra, rientrò a Roma e insieme ad un gruppo di intellettuali fondò la rivista La Ronda attraverso
la quale espresse il suo programma di restaurazione classica.
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Fu direttore della Fiera letteraria, insieme al drammaturgo forlivese Diego Fabbri. Nel 1918 prende
a collaborare a Il Tempo, dove stringe amicizia con Giovanni Papini, che lo presenta all'editore
Vallecchi per il nuovo volume Viaggi nel tempo.
Nell'aprile dello stesso anno nasce La Ronda, rivista improntata al culto del passato e dei classici.
Cardarelli abbandona Il Tempo per occuparsi personalmente della redazione della rivista, che
incarnò il movimento letterario da essa detto rondismo. Nel febbraio del 1920 esce Viaggi nel
tempo. Nel 1925 inizia a collaborare al quotidiano Il Tevere, inizialmente come critico teatrale, in
seguito occupandosi di letteratura. Tra settembre e dicembre pubblica sul medesimo giornale
diverse prose liriche (confluite in seguito nel Sole a picco). Dall'agosto del 1926 scrive di frequente
sul Corriere padano di Ferrara. Nel 1928 si reca in Russia, inviato dal Il Tevere: le corrispondenze
russe troveranno spazio nel quotidiano dal novembre sino all'aprile del 1929. Nel 1930 di ritorno
dalla Russia, scrive su Il Bargello di Firenze.
Nel 1931 escono tre volumi: la ristampa, con alcune variazioni, di “Prologhi. Viaggi. Favole”; i due
testi critici “Parole all'orecchio” e “Parliamo dell'Italia”. Nel gennaio 1934 esce la prima edizione di
sole poesie, “Giorni in piena”. Nel 1939 esce “Il cielo sulla città”. Nel 1942 si dedica alla
sistemazione delle Poesie, in vista di pubblicazione, che avviene nello stesso anno, dando inizio
alla collezione poetica “Lo Specchio”. Il 21 aprile riceve il Premio Poesia 1942; XX, dell'Accademia
d'Italia. La sua fama resta legata alle numerose poesie e prose autobiografiche di costume e di
viaggio, raccolte in Prologhi (1916), Viaggi nel tempo (1920), Favole e memorie (1925), Il sole a
picco (1929), Il cielo sulle città (1939), Lettere non spedite (1946), Villa Tarantola (1948).
Fu un conversatore brillante ed un letterato polemico e severo, avendo vissuto una vita
vagabonda, solitaria e di scontrosa dignità. Suoi maestri sono stati Baudelaire, Nietzsche, Leopardi
e Pascal, che lo hanno portato ad esprimere le proprie passioni con un senso razionale, senza
troppe esaltazioni spirituali. La sua è una poesia descrittiva lineare, legata a ricordi passati di
qualunque tipo, siano paesaggi, animali, persone e stati d'animo, che vengono espressi con un uso
di un linguaggio discorsivo e nello stesso tempo impetuoso e profondo.
Vincenzo Cardarelli è morto a Roma il 18 giugno 1959 nell'Ospedale Policlinico, solo e povero;
riposa nel cimitero di Tarquinia di fronte alla Civiltà etrusca secondo la sua volontà espressa nel
proprio testamento. La Civiltà etrusca, frequentemente evocata nelle sue poesie e nelle sue prose
aveva ai suoi occhi il valore di un simbolo morale, oltre che tema autobiografico, in quanto era
stata il faro che lo aveva guidato durante il suo periplo tra le difficoltà della vita.
Poetica
L’esperienza poetica di Cardarelli si pone a cavallo tra l’avanguardia degli anni Dieci e la
restaurazione degli anni Venti. Ad ogni modo l’esperienza avanguardistica si rivede nell’opera
cardarelliana anche successivamente al distacco da essa e al rigetto di ogni trasgressione
espressiva. La collaborazione alla rivista “La Voce” è il punto di maggiore tangenza al clima
avanguardistico, dato che le opere di quegli anni ne rivelano influssi: espressionismo linguistico,
frammentismo, temi come lo sradicamento, il viaggio, l’adolescenza, la perdita di identità.
Parallelamente l'arte cardarelliana risulta segnata da una ricerca costante di compostezza, di tono
colloquiale e di atteggiamento ragionativo e distaccato. Nella poesia di Cardarelli sono
individuabili due tendenze opposte che entrano solitamente in tenzone: una pulsione trasgressiva
e una volontà di autocontrollo. In genere prevale la seconda, che porta l'accentuazione della
compostezza formale senza far venire meno l'elemento di derivazione avanguardistica. Il ritorno
all'ordine che si attesta a partire dagli anni Venti, come per altri scrittori, è la logica conseguenza di
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un'insicurezza psicologica frutto della crisi della funzione sociale dell'intellettuale. In tal senso è da
leggersi il passaggio dall'avanguardismo vociano al clima restaurativo della Ronda, ma anche al
recupero della funzione tradizionale dell'intellettuale. Tale transizione è accettata con entusiasmo
da Cardarelli, che vi legge la possibilità di un rilancio dell'identità del letterato e dell'intellettuale.
Distacco – Da Poesie(1942)
Una bella ed amara poesia dedicata ad una compagna di vita da cui il poeta si è separato: torna qui
il tema del distacco, frequente e caro nell'opera di Cardarelli, così come quel silenzio trasmette il
senso di una malinconia autunnale che accomuna l'io ed i luoghi esterni, che diventano specchio di
un rimpianto e di un senso di solitudine e di abbandono. Come il cuore del poeta è solo dopo la
fine di una more importante, così la terra tutta si fa, per esteso, cimitero di ricordi, luogo deserto e
desolante, senza più neppure l'attesa o la speranza di colmare un vuoto troppo grande. Il tempo
scorre irreversibilmente, fa accadere ciò che prima era impensabile, senza un ritorno indietro della
"navigazione", mentre la vita stessa sembra non promettere più "alcun bene".
Eugenio Montale – Le tre donne di Montale
Eugenio Montale (Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 Settembre
1981) è il sesto figlio di Giuseppina Ricci e di Domenico, che è titolare,
con i cugini, di una piccola ditta commerciale. Frequenta le scuole
tecniche, ottenendo nel 1915 il diploma di ragioniere. Prende intanto
lezioni di canto, che interromperà alcuni anni più tardi, rinunciando a
una carriera per la quale era dotato, ma continuando a nutrire una
profonda passione per la musica. Dopo aver partecipato alla Prima
guerra mondiale con il grado di sottotenente, stringe rapporti di
amicizia con i poeti liguri Angelo Barile, Adriano Grande e Camillo
Sbarbaro, di cui recensisce Trucioli nel 1920. Tra il 1922 e il 1923
frequenta, nella villa di Monterosso (La Spezia) dove trascorreva le
vacanze, la giovane Anna degli Uberti, che canterà nelle poesie con il nome di Annetta-Arletta. Nel
1922 Eugenio Montale esordisce anche come poeta su “Primo tempo”, la rivista fondata da
Giacomo Debenedetti. Sul primo numero della rivista da lui fondata, “Il Baretti” (gennaio 1925),
pubblica il saggio Stile e tradizione, importante non solo come testo programmatico, ma anche per
capire i fondamenti della sua poesia. L’attenzione per le esperienze più vive della letteratura
contemporanea si rivela nell’Omaggio a Italo Svevo (1925), un articolo apparso sull’“Esame” che
segnala per la prima volta in Italia l’importanza dello scrittore triestino, sino ad allora da noi
praticamente ignorato. Il giovane Montale aveva conosciuto i libri di Svevo. Il 1925 registra, nella
biografia di Montale, altri importanti avvenimenti: presso le edizioni di Pie
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Percorso interdisciplinare
- Italiano – Oriana Fallaci, Vincenzo Cardarelli, Eugenio Montale
- Dante – La figura purificatrice di Beatrice e della Madonna
- Storia – Eva Braun e Claretta Petacci: le donne dei dittatori, tra fedeltà e lussuria; analogie tra le due dittature
- Inglese – La donna sottomessa, “paralizzata”: Eveline (Dubliners)
- Diritto – La donna come figura politica; le 21 donne dell’Assemblea Costituente; differenze tra Statuto Albertino e Costituzione Italiana
- Economia pubblica – La tutela della donna e del cittadino: lo Stato Sociale
- Economia aziendale – La donna come figura imprenditoriale; la legge sull'imprenditoria femminile
- Matematica – Marie-Sophie Germain