Tesina di letteratura:
Confronto D’Annunzio
e Montale
Alunna: Magi Giulia
Classe: 3°
A.S.: 2013/2014
Decadentismo
Con il termine decadentismo si fa riferimento a un movimento artistico e
letterario sviluppatosi in Europa a partire dalla seconda metà dell’Ottocento
fino agli inizi del Novecento che si contrappone alla razionalità del
positivismo scientifico. Parola derivante dal termine francese décadent ha
due significati: quello negativo riferito ai poeti maledetti che davano
scandalo attraverso il loro comportamento e quello positivo inteso come
nuovo modo di pensare, di sentirsi diversi rispetto alla società
contemporanea. In Italia significò uno stato d’animo, caratterizzato da un
senso di smarrimento, crisi dei valori. Il poeta si sente in contrasto con la
società che lo circonda, insensibile alle sue esigenze ed entra in crisi
vedendo fallire i propri obiettivi di guida. Si sente emarginato e si chiude in
sé, incapace di reagire al cambiamento della società (rivoluzione
industriale). Nel Decadentismo il poeta non è più il poeta vate che guidava il
popolo ma un artista solitario che guarda al mistero dell’ignoto (Pascoli).
Gabriele D’Annunzio
Gabriele D’Annunzio (1863-1938) lo scrittore italiano di fine
Ottocento più famoso e discusso e al tempo stesso l’unico
che abbia saputo «costruire» la sua vita, imponendosi
all’attenzione del pubblico con gesti clamorosi e
comportamenti che suscitavano, a seconda degli ambienti,
scandalo, sfrenata ammirazione, desiderio di emulazione.
Nato a Pescara nel 1863, da una famiglia agiata, compie gli
studi liceali nel prestigioso collegio Cicognini di Prato e
ancora giovanissimo compone le prime poesie che
suscitano grande interesse.
Nel 1881 si trasferisce nella capitale per compiere gli studi universitari che
però non porterà mai a termine. Risalgono a questo periodo alcune delle sue
più importanti opere: Il piacere, L’innocente, il Trionfo della morte, Le vergini
delle rocce. Nel 1897 viene eletto deputato nelle file dell’estrema destra, ma
nel 1900, con un gesto clamoroso, passa alla sinistra. Intanto ha iniziato una
relazione amorosa con la famosa attrice Eleonora Duse, alla quale resterà
legato per diversi anni. Con lei si trasferisce nel 1898 in una sontuosa villa
detta «La Capponcina» a Settignano presso Firenze. Ha così inizio il periodo
fiorentino che si prolunga fino al 1910.
Nel 1915 torna in patria e partecipa attivamente alle manifestazioni degli
interventisti. Quando l’Italia entra in guerra, si arruola distinguendosi per atti di
valore e imprese audaci. Compie un volo su Vienna lanciando dall’aereo
manifestini tricolori. Alla fine della guerra, nel 1919, messosi a capo di un
gruppo di soldati da lui chiamati «legionari», prende con la forza la città di
Fiume che il trattato di pace non aveva assegnato all’Italia e proclama la
repubblica del Carnaro, ma l’anno successivo il governo italiano invia l’esercito
e lo fa sloggiare da Fiume per ottemperare a quanto stabilito negli accordi
internazionali. Dal 1920 ha inizio l’ultimo periodo della vita di D’Annunzio
contrassegnato da ambigui e contrastanti rapporti con il fascismo che egli
appoggia attivamente, senza però ricevere, almeno in un primo momento,
adeguati riconoscimenti.
Dopo l’impresa di Fiume D’Annunzio si trasferisce in una villa a Gardone
Riviera dove trascorre gli ultimi anni senza più occuparsi attivamente di
politica e dedicandosi a ingrandire e arredare la villa, chiamata «Vittoriale
degli italiani», che diviene un vero e proprio museo della vita e dell’arte
dannunziane. A Gardone muore, stroncato da un’emorragia cerebrale, nel
1938. D’Annunzio si misura con la cultura europea e si appassiona alla
letteratura di Nietzsche, dei cui temi (superuomo, volontà di potenza) si
appropria in maniera superficiale e sommaria. Ai suoi occhi solo l’arte
consentiva un’aristocratica distinzione dalle masse e un segno di
eccezionalità. Diversamente dai decadenti europei (Baudelaire, Verlaine), egli
avvertì la solitudine dell’artista nella società industriale non con sofferenza e
frustrazione, ma come una condizione di superiorità.
Pioggia nel pineto
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
Taci. Su le soglie su i ginepri folti
del bosco non odo di coccole aulenti,
parole che dici piove su i nostri volti
umane; ma odo silvani,
parole più nuove piove su le nostre mani
che parlano gocciole e ignude,
foglie su i nostri vestimenti
lontane. leggieri,
Ascolta. Piove su i freschi pensieri
dalle nuvole sparse. che l’anima schiude
Piove su le tamerici novella,
salmastre ed arse, su la favola bella
piove su i pini che ieri
scagliosi ed irti, t’illuse, che oggi
piove su i mirti m’illude,
divini, o Ermione.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
Odi? La pioggia cade d’arborea vita viventi;
su la solitaria e il tuo volto ebro
verdura è molle di pioggia
con un crepitío che dura come una foglia,
e varia nell’aria e le tue chiome
secondo le fronde auliscono come
più rade, men rade. le chiare ginestre,
Ascolta. Risponde o creatura terrestre
al pianto il canto che hai nome
delle cicale Ermione.
che il pianto australe Ascolta, ascolta.
non impaura, L’accordo
nè il ciel cinerino. delle aeree cicale
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