Estratto del documento

La donna imprenditrice

Esami di Stato a.s. 2012/20123

Classe V°A Mercurio “I.T.E.S. Pitagora”, sede di Via Mascherpa

Scrima

“Questo è un mondo che è sempre appartenuto al maschio”, scrive Simone de Beauvoir ne “Il secondo sesso”.

Questa frase mi fa un po' riflettere... lei la vedeva così nel '900 e adesso che siamo nel 2013 è cambiato qualcosa?

Quando si parla di lavoro femminile ci si ferma in genere a indagare due segmenti, le dipendenti e le manager, quasi mai l’attenzione si focalizza sulle lavoratrici autonome e in particolare sulle imprenditrici, cioè al vertice del sistema lavorativo.

Il percorso che ho scelto di presentare è connesso ad un argomento che ritengo fortemente importante per me e spero interessante per voi. Ho deciso d’affrontare come la donna, partendo dal movimento femminista, sia riuscita ad affermare i propri diritti ed assumere un ruolo importante nella società attuale.

Il tema trattato vuole evidenziare il processo discriminatorio a cui la donna è stata sottoposta nel corso dei secoli e, credo, di non errare affermando che ancora oggi, anche se in misura inferiore, essa ne è soggetta.

La mia è una critica ad una società che ha considerato l'emisfero femminile inferiore, che più volte, durante gli anni, ha dimenticato il ruolo chiave che le stesse avevano e che tutt'oggi hanno all'interno della società. Prima dell'evoluzione che l'ha vista protagonista, la donna, è sempre stata subordinata all'uomo: le differenze fra i sessi hanno portato sempre a far prevalere la figura maschile.

“La donna”, da sempre considerata un essere poco importante, si è evoluta in una società sostanzialmente maschilista, razzista, oppressa dalle convenzioni sociali. Per liberarsi da questa gabbia, la donna sembrava che dovesse quasi abbandonare il suo ruolo di madre e perdere la sua femminilità avvicinandosi a quegli atteggiamenti riconosciuti solo all'emisfero maschile, come scendere in piazza, animare scioperi e rivolte anche usando violenza.

…Ed è questo l’inizio del suo percorso verso la parità dei diritti. Tale coraggio è da riconoscere a tutte quelle donne che con la loro forza e i loro sacrifici hanno dato la possibilità alle nuove generazioni femminili (quindi anche a me) di vivere in un altro tipo di società godendo a pieno della libertà e di tutti i diritti, che prima erano riservati esclusivamente agli uomini.

Il femminismo

Il termine “femminismo” indica il movimento ideale e politico che esiste e viene usato in Europa da poco prima del XX secolo; ha rivendicato e rivendica l’emancipazione della donna in tutte le sfere della vita (economica, sociale, civile e culturale).

Tipologie politiche di femminismo

Sulla scena mondiale politica il movimento femminista si è distinto in quattro correnti principali:

  • Liberale.
  • Marxista.
  • Radicale.
  • Socialista.

La prima corrente nasce dall’interesse creatosi nell’’800 per i diritti e le libertà umane individuali. La tesi fondamentale del femminismo liberale è che le donne, in quanto esseri umani, hanno naturalmente diritto di godere delle stesse opportunità e libertà accordate agli uomini.

Questo approccio si espresse in una lotta per il raggiungimento di diritti e libertà, il femminismo liberale si batté per l’acquisizione di diritti riservati ai soli uomini (come nel movimento per il suffragio femminile).

Il femminismo marxista sostiene che il sistema sociale si basa sulla famiglia eterosessuale in cui alle donne spetta il compito di ripristinare le capacità di lavoro del marito prendendosi cura dei suoi bisogni fisici. L’altro compito assegnato alle donne è quello di “produrre” lavoratori attraverso le nuove nascite, la cura e l’allevamento della nuova generazione di operai.

Per questo lavoro le donne non ricevono alcun compenso. La posizione delle donne nella sfera domestica e i limiti relativi posti al loro accesso al lavoro retribuito dipenderebbero quindi dall’economia del capitale.

Dunque secondo il femminismo marxista, solo l’eliminazione del capitalismo consentirebbe alle donne di ottenere la parità.

Il femminismo radicale pone al centro della propria teorizzazione il concetto di “patriarcato”. La classe femminile sarebbe stata sempre dominata e controllata dalla classe maschile.

L’oppressione femminile si manifesta non soltanto nella sfera del lavoro, ma anche nelle relazioni private con il mondo maschile, nelle relazioni personali, nell’allevamento dei figli e nella conduzione della famiglia.

Il femminismo socialista indica l’incapacità del capitalismo di spiegare da soli le diseguaglianze. Secondo il femminismo socialista, il modo particolare con cui la classe maschile esercita il proprio potere sulla classe femminile dipende dal sistema economico in quel momento operante in una data società.

Per i teorici socialisti occorre prestare attenzione alla divisione del lavoro secondo il genere. In modo particolare bisogna considerare gli impedimenti che la vita matrimoniale e familiare creano rispetto all’accesso femminile al lavoro retribuito.

Gli anni ’60-’70, gli anni della rivolta femminile

Il ruolo delle donne della Seconda Guerra Mondiale è stato di un’importanza vitale. Gli uomini, impegnati al fronte, non potevano svolgere le loro funzioni abituali. Mussolini, da sempre contrario al lavoro femminile, accordò alle donne il permesso di lavorare.

Queste diventarono postine, impiegate, fornaie, conducenti di tram o coltivatrici. Non c’era una posizione lavorativa che non poteva essere occupata da una donna.

Fino al 1941 tutto sembrava andare bene. Le donne erano finalmente riscattate dopo tutti gli anni in cui nessuno credeva che potessero farcela. Quando la guerra iniziò a prendere sviluppi decisamente più critici, anche le donne smisero di combattere. Il razionamento di cibo e la scarsità dei prodotti rendevano impossibile la vita. Mancavano gli indumenti, i beni di prima necessità, mancava il burro, lo zucchero, il caffè. Non c’era rimasto più nulla da coltivare.

Dopo una pausa, dalla liberazione di Roma in poi inizia una guerra nascosta in cui le donne hanno un ruolo fondamentale. Non solo diventano infermiere, cuoche e tuttofare, ma iniziano a prendere parte alla guerra aiutando gli uomini. Diventano partigiane; distribuiscono armi e stampano in modo clandestino.

Il movimento delle donne in Italia nasce nel secondo dopoguerra, solo più tardi, negli anni ’60, nasce il femminismo italiano, caratterizzato da un conflitto tra emancipazione e liberazione. La spinta femminile per l’emancipazione si esaurisce con il raggiungimento del diritto al voto nel 1946 conquistato nel 1945 non ottenendo però il diritto ad essere elette, con cui si era conclusa l’epoca della dittatura fascista e della seconda guerra mondiale.

Il concetto di “liberazione” non sottintendeva solo il diritto allo studio, al lavoro, alla parità di salario; si trattava di rimettere in gioco i diritti civili. La riflessione sul tema della liberazione dall’oppressione di una società maschilista non si esplicava solamente in assemblee e manifestazioni, ma in pratiche di organizzazione originale, che valorizzavano la fondamentale autonomia e vivacità della donna: riunioni, gruppi di autocoscienza, cortei per l’8 Marzo.

Il 3 settembre 1943 l’Italia firmava l’armistizio con le Forze Alleate. Mentre l’Italia meridionale era occupata già dagli Alleati, le regioni centrali e del nord erano rimaste sotto il controllo dei tedeschi. Non disposti ad aspettare l’arrivo degli Alleati per essere liberati dai nazi-fascisti, gli italiani cominciarono ad organizzare un movimento di Resistenza di massa, fra loro vi era un grande numero di donne: oltre 35.000 donne italiane furono impegnate direttamente nel combattimento accanto agli uomini.

Proprio in quegli anni (1943-1945) venivano fondate le maggiori associazioni di donne italiane, il CIF (cattolico) e l’UDI (schierato con la Sinistra).

Precisamente nel settembre del 1944 a Roma, un gruppo di combattenti della Resistenza composto di donne comuniste e socialiste formarono l’UDI (Unione Donne in Italia), proponendo così la creazione di una grande associazione di donne unificata e democratica basata sulla loro esperienza antifascista durante la guerra.

Nell’ottobre del 1944, sempre a Roma, volendo promuovere la partecipazione di donne cattoliche, un gruppo dei leader della Resistenza si incontrarono per formare il CIF (Centro Italiano Femminile).

Per acquisire il diritto di voto, le donne dell’UDI e del CIF dovettero rivolgersi, per averne il sostegno, ai partiti. In una mozione presentata al Comitato di Liberazione Nazionale nel novembre 1944, i gruppi femminili chiedevano al governo di garantire alle donne il voto nelle vicine elezioni. Solo dopo un intenso periodo di campagne e dispute, finalmente il voto fu garantito nelle elezioni del 1946.

Le elezioni politiche del 2 giugno 1946 furono le prime elezioni della storia italiana dopo il periodo di dittatura fascista.

Ebbero diritto di voto tutti gli italiani, maschi e, per la prima volta, le femmine di almeno 21 anni d’età. Gli aventi diritto al voto rappresentavano il 61,4% della popolazione.

In seguito l’UDI e il CIF lavorarono insieme per il sostegno e la protezione delle lavoratrici, dentro e fuori la casa, e ciò fu strumentale per l’ottenimento della legge del 1950 che definì illegale il licenziamento della donna durante la gravidanza e successivamente, nel 1963, venne emanata una legge che proclamava illegale il licenziamento nel caso del matrimonio.

Entrambe le associazioni promossero la battaglia per ottenere fondi necessari per erogare pensioni alle casalinghe, che risultò nella creazione di Mutualità Pensioni nel 1963 (un’assicurazione pensionistica volontaria). Inoltre, lottarono per i servizi sociali garantiti dallo Stato, come asili nido, scuole materne e servizi per il tempo non-scuola, l’uguaglianza entro il nucleo familiare e molte altre cause.

Ma il punto di vera svolta fu indubbiamente segnato dal movimento collettivo del 1968, allorché studenti, operai, artigiani e donne appartenenti ai più svariati livelli occupazionali e sociali si trovano uniti nel rivendicare diritti fino ad allora calpestati; gli studenti chiedevano la riforma scolastica e il diritto allo studio, i lavoratori condizioni migliori di lavoro e di salario, le donne dimostravano a favore di una maggiore e definitiva emancipazione.

Nuovo e importante risultò il fatto che il femminismo, aggregandosi al movimento studentesco del Sessantotto, ne abbia condiviso la carica rivoluzionaria.

Il boom economico, l’avviata industrializzazione avevano mutato l’assetto sociale delle famiglie e le nuove necessità, nel frattempo, avevano portato anche la donna nel mondo del lavoro, riscattandola in parte dai ruoli tradizionali all’interno della famiglia.

I movimenti degli anni ’60-’70 in Italia

Negli anni Sessanta e Settanta, le donne cominciarono, quindi, ad ottenere posti di responsabilità nel campo del lavoro e delle professioni, nell’industria privata e nel pubblico impiego.

Il femminismo, dunque, non si propose più come movimento globale di rivendicazioni estremistiche o generalizzate, ma appuntò le sue iniziative su specifiche richieste, intese alla conquista di una legittima e dovuta “pari opportunità”, sul lavoro, nelle professioni, nella società e all’interno stesso della famiglia.

Nel 1970 nascevano i primi collettivi femministi, all’interno dei gruppi che facevano parte del cosiddetto “Movimento Studentesco”.

Nel 1972 i collettivi delle donne crescevano in tutta la penisola: il “Movimento di Liberazione della Donna” (M.L.D), vicino al partito radicale; il “Fronte Liberazione Donna”, nato all’interno dei sindacati; “Rivolta Femminile”, un gruppo teorico a cui aderivano donne avvocato per studiare la riforma delle vecchie leggi e le proposte di leggi nuove.

Il movimento delle donne cominciava ad essere propositivo. Anche se ogni gruppo agiva in perfetta autonomia, il filo che li univa era il medesimo.

In questi anni ci furono diverse innovazioni.

Nel 1970 era stata approvata la legge che introduceva anche in Italia il divorzio, ma i gruppi cattolici reagirono con una alzata di scudi e chiesero immediatamente l’istituzione di un referendum popolare per abrogarla. Tutto questo portò a un chiaro fallimento del referendum, nel quale quasi il 60% degli italiani votò per non abrogare la legge.

Nel 1972 si cominciò a pensare di riscrivere alcune vecchie leggi che risalivano ai primi anni del fascismo, e questo impegno portò alla approvazione del Nuovo Diritto di famiglia, avvenuta nel 1975.

Questi furono i cambiamenti più importanti:

  • Separazione nel matrimonio fra rito religioso e rito civile.
  • Riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio.
  • Depenalizzazione dell’adulterio femminile.
  • Comproprietà dei beni acquisiti dopo il matrimonio.
  • Patria potestà anche alla madre.

Molto più travagliata e sofferta fu la legge per la legalizzazione dell’aborto, che era già in vigore in altri stati europei.

La prima stesura venne presentata nel 1970. Nuovamente il mondo cattolico, specialmente femminile, si ritrovò tutt’altro che compatto: la grande piaga dell’aborto clandestino, che colpiva le donne meno abbienti, semplicemente non poteva essere ignorata. Chi aveva possibilità economiche andava ad abortire in Inghilterra oppure approfittava di cliniche private dove l’intervento veniva registrato come aborto spontaneo.

Anche in questo caso ci volle un referendum, nel 1978 l’aborto viene introdotto per legge.

La Costituzione italiana

“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.

Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre ed al bambino una speciale ed adeguata protezione.

La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.

La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.” Art. 37

Comma 1. La norma sancisce il principio dell’assoluta parità tra i lavoratori uomo e donna e più in generale tratta del divieto di discriminazione in base al sesso, sancito dall’art. 3. In attuazione del dettato costituzionale, molte leggi speciali tutelano, in primo luogo, la parità di trattamento per quanto riguarda l’accesso e le opportunità di lavoro (indipendentemente da qualunque sia il settore o il ramo di attività), nonché la parità di retribuzione.

Il legislatore, nell’intento di garantire l’eguaglianza sostanziale fra uomo e donna, può anche prevedere a favore delle donne, azioni positive volte a garantire un trattamento preferenziale rispetto all’altro sesso.

A livello sovranazionale la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, all’art. 23 tutela, nell’ambito del più generico principio di parità tra uomini e donne, anche l’applicazione di questo diritto nel campo del lavoro, dell’occupazione e della retribuzione. In particolare la Carta europea, al fine di conciliare la vita familiare e professionale degli individui, tutela all’art. 33, in maniera esplicita, i diritti delle lavoratrici legati alla maternità.

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Sintesi

Materie e argomenti

  • Storia: tipi di movimenti femministi, diffusione del femminismo nella Seconda guerra mondiale e nel secondo dopoguerra;
  • Italiano: "A Silvia" di Giacomo Leopardi, pensiero di Giacomo Leopardi, "Il Paradiso" (Divina Commedia) di Dante;
  • Diritto: commento comma per comma dell'articolo 37 della Costituzione Italiana;
  • Scienze delle finanze: prestazioni previdenziali, soffermandomi sulle prestazioni a sostegno del reddito (la cui gestione è affidata all'INPS);
  • Economia Aziendale: "L'Imprenditoria Femminile" (business plan, budget e legge 215/92 "Azioni positive sull’imprenditoria femminile");
  • Inglese: "Devil wears Chanel" (Business organization: sole trader, partnership and limited company), Microloan;
  • Matematica: relazioni statistiche (interpolazione, correlazione e regressione) e esercizio svolto in Excel;
  • Informatica: La comunicazione in rete (LAN, WAN e le loro origini);
  • Attualità: Le quote rosa nelle CDA e nella Politica.
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