La distruzione creatrice
1. Superare la crisi del 2013 e accenni storici sulle sue origini
1.1 Il crollo dei mutui sub-prime
Dopo il terremoto finanziario che ha investito gli Stati Uniti, a causa della crisi dei mutui sub-prime, e che si è propagato in tutto il mondo, anche in Italia si avvertono oggi forti segnali di crisi economica.
Non si tratta di un fatto nuovo. Sono alcuni decenni che il nostro Paese attraversa una congiuntura economica difficile, principalmente a causa dell'ingente debito pubblico accumulato a partire dagli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. E, tuttavia, attualmente la situazione sembra essersi aggravata. Precarietà, licenziamenti, cassa integrazione, disoccupazione, famiglie in difficoltà costituiscono ormai esperienza quotidiana per milioni di italiani.
La crisi è iniziata approssimativamente nella seconda metà del 2006, quando cominciò a sgonfiarsi la bolla immobiliare statunitense e, contemporaneamente, molti possessori di mutui subprime divennero insolventi a causa del rialzo dei tassi di interesse.
La crisi diventa palpabile nel febbraio-marzo 2007 e nel settembre-ottobre 2008, bimestre in cui scompaiono le banche d'affari più note.
All'esplosione della crisi dei mutui subprime, ha fatto seguito la decisione di alcune banche di “congelare” le quote dei propri fondi di investimento, sospendendone la compravendita per impedirne un deprezzamento.
In altri casi, i creditori hanno dichiarato le loro insolvenze e vi sono stati casi di fallimento, che hanno portato ad un calo dei titoli in Borsa generalizzato nei vari settori.
Questo è riconducibile al ruolo del sistema creditizio per l'intera economia, al fatto che in varie Borse i titoli bancari sono quelli a massima capitalizzazione e più scambiati giornalmente, per cui un loro calo pesa molto sull'indice complessivo di Borsa, al fatto che l'insolvenza del creditore si ripercuote su tutti i suoi debitori, con la difficoltà di rinnovare prestiti in scadenza a tassi agevolati e a concedere dilazioni di pagamento, a molte industrie che hanno un debito che è un multiplo del loro capitale sociale.
15 settembre 2007: file di risparmiatori davanti ad una sede della Northern Rock per ritirare i propri depositi.
1.2 Ma, perché nasce la crisi economica?
Si parla di crisi finanziaria quando si forma un “gap tecnologico” tra il software e l'hardware, ovvero l'uno, rappresentante il motore produttore di ricchezze, non è più compatibile con il progresso evolutivo dell'altro, della società.
Il software è il “sapere e saper fare” che funge da trampolino di lancio per una ripresa finanziaria.
La società olistica, complessa e articolata del post-moderno è paragonabile, come suggerisce Piero Angela, ad un ecosistema artificiale, fatto di produttori e consumatori, del quale non si ha una reale consapevolezza e che può essere visto come l'insieme nel quale ritroviamo il software e l'hardware all'impresa con la catena sociale-economica che collega ogni settore a quello precedente e al successivo.
Per poter uscire da questa situazione bisogna, perciò, investire in quei settori che possano permettere una rinascita economica.
E proprio per questo, la crisi economica, che sta mettendo in ginocchio l'Italia, nel quadro globale di uno sviluppo senza occupazione, potrebbe costituire un'opportunità per rifondare la nostra economia.
Sebbene proprio gli economisti rivelino ancora una volta che la loro disciplina è un'arte più che una scienza esatta, proprio ad un economista, Joseph Schumpeter, dobbiamo il concetto di “distruzione creatrice”. Secondo lo studioso tedesco l'economia procede per crisi che vedono morire le imprese meno competitive ed obsolete e trionfare le aziende competitive e innovative.
Secondo la visione di alcuni marxisti, le crisi economiche che si manifestano periodicamente sono la logica e ineluttabile conseguenza del modo in cui è organizzato e funziona il sistema capitalistico, affermatosi in Europa e poi nel resto del mondo a partire dal XVIII secolo.
In effetti la crisi economica, che tormenta il mondo intero da sei anni e che accenna qua e là a qualche miglioramento che dovrebbe farci sperare in una prossima risoluzione definitiva, ha richiamato l'attenzione di tutti gli studiosi dei due Continenti ed ha destato la preoccupazione di tutti gli uomini di governo; se ne sono ricercate le cause, se n'è fatta l'analisi economica e politica, si è confrontata con le crisi di altri tempi, se ne sono suggeriti i rimedi.
Joseph Schumpeter.
Il fenomeno è stato deplorato da alcuni sensi di disperazione e con la visione dolorosa che possa prolungarsi per tutto il secolo; un vecchio agricoltore italiano, che fu pure un uomo politico, non ha esitato ad affermare che anche le crisi sono provvidenziali, perché “esse sono lo scotto che l'umanità deve pagare per progredire”, ed ha aggiunto, da buon coltivatore, che, “come le arature estirpano la gramigna e tutte le erbacce che infestano le colture redditizie, le crisi eliminano in buona parte i parassiti, i faccendieri, gli inerti, gli arrivisti, i fanfaroni, affinché la buona sementa possa poi germogliare feconda, e possa l'umanità, migliorata, procedere oltre, sul cammino segnato da Dio”.
Esaminando la suddetta crisi e rifacendosi alle sue origini bisogna parlare dell'Ottobre 1929 quando scoppiò la clamorosa perturbazione della Borsa di New York, che sconvolse tutta la vita della grande repubblica e si diffuse nel mondo intero. Essa portò immediatamente a chiusura di banche, a fallimenti disastrosi di grosse industrie, a milioni di disoccupati, a marce di affamati.
La Confederazione americana aveva adottato, nell'immediato dopoguerra, una politica monetaria che doveva portarla fatalmente alla crisi: assorbì ingenti quantità d'oro e, invece di utilizzare questa merce preziosa in imprese produttive e in opere di rendimento, la distribuì largamente in operazioni di prestito senza richiedere quelle garanzie che costituiscono la base di sicurezza dell'economia creditizia.
Si ebbe, così, quella inflazione del credito che voleva avere l'aspetto formale di una esuberante prosperità economica, e che era in aperto contrasto con la politica monetaria deflazionistica esercitata sul mercato internazionale.
Crollo di Wall Street!
Che ne derivò? I prezzi all'ingrosso delle materie prime discesero sensibilmente, perché gli Stati Uniti erano divenuti i dominatori del mercato mondiale, o tali si ritenevano, e tutti i paesi erano legati al sistema monetario nord-americano del gold exchange standard; i prezzi al minuto sul mercato interno, a causa della inflazione creditizia che metteva il denaro a disposizione di tutti, erano saliti notevolmente.
Si registravano alti profitti, alti dividendi, alti salari e, nella illusione che questa condizione economica dovesse permanere, non si sentiva il peso dell'alto costo della vita.
Scoppiata la crisi di borsa, le banche americane, che sono gli organi del credito, si trovarono con le casse piene di titoli, che erano stati loro consegnati in cambio dell'oro; le società industriali e commerciali ebbero un arresto nel movimento degli affari, e le loro azioni diminuivano di valore; i crediti concessi all'estero in misura insolita, specialmente in Germania, si erano congelati. E fu il tracollo di imprese industriali e di banche.
Anche nella proprietà immobiliare urbana e rustica, si ebbero i sintomi gravi della crisi. Nelle città si era diffuso il facile e comodo sistema di acquistare a credito la casa di abitazione, il quartiere di ritrovo, il fabbricato per l'esercizio del commercio; in campagna si comprava la fattoria a credito; e le banche, le società di assicurazione, altri istituti sovvenzionatori accendevano ipoteche sui fabbricati e sulle fattorie.
La crisi generò il malessere dovunque: stipendi e salari ridotti o cessati, guadagni venuti meno, i prezzi delle derrate agricole avviliti resero tutti i debitori morosi, e le banche furono costrette alle esecuzioni immobiliari.
In tutte le classi sociali si ebbe la distruzione di patrimoni, milioni di lavoratori furono gettati sul lastrico. In quell'immenso mercato si era sognata la vetta del benessere e si precipitò nel baratro del disordine economico.
Le prime conseguenze si riscontrarono nel movimento commerciale d'esportazione. Gli Stati Uniti erano divenuti fornitori dei mercati di tutto il mondo; tutta questa esportazione si contrasse subito, anche perché la Confederazione Americana credette di poter risolvere la crisi adottando un provvedimento che si è concretato in un grossolano errore: elevò con le tariffe proibitive, una muraglia doganale quasi insormontabile per porre un freno all'importazione delle merci, e questo provocò una legittima reazione nei vari paesi importatori delle merci americane.
La riduzione della esportazione, per un paese che ha un eccesso di produzione, diventa una stasi della produzione, e la crisi, che si credeva di poter attenuare, si aggrava, trascinando nella marea limacciosa le correnti più torbide di tutti gli altri paesi.
La tragica crisi, che travaglia tutta quanta l'umanità, per quanto si possa considerare sui generis, presenta qualche carattere di somiglianza con le crisi anteriori. È stato dimostrato che, da quasi un secolo e mezzo, le grandi crisi si ripetono a periodi regolari di tempo, oscillanti intorno al decennio.
Jevons disegnò questa serie di crisi scoppiate nel secolo scorso: 1815, 1825, 1836, 1847, 1857, 1866, 1874; e noi possiamo completare la serie con queste altre: 1883-85, 1890-92, 1900-01, 1907-08, 1914, 1920-21, 1929.... Come si vede, la crisi attuale è un anello di una grande catena: assume una forma titanica di spessore, ma è una fase di un ciclo.
Non è superfluo accennare ad un confronto con la crisi del 1920-21. La guerra aveva arrestato gli scambi e creato dei monopoli di approvvigionamenti; il brusco ritorno all'economia di pace rovesciava questa forzata costituzione dei mercati isolati, e si ebbe la crisi che culminò nel 1921.
A questi fattori economici dobbiamo aggiungere la depressione fisica e psichica degli individui, il disordine degli spiriti, che noi ritroviamo nel periodo finale della guerra e all'indomani dell'armistizio in tutte le categorie sociali: è un malessere comune, generato dalle fatiche, dalle privazioni, dalle sofferenze dell'immane conflitto, aggravato dal fatto di una alimentazione insufficiente e da cattive condizioni igieniche generali.
Dopo la guerra, nei paesi più profondamente provati è stata accompagnata da fenomeni specifici: nella classe operaia si rileva un disgusto del lavoro, la ripugnanza a chiudersi dentro una officina, la diffidenza verso il padrone, la brama quasi irrequieta di spendere tutto il salario; nella classe industriale e commerciale si afferma un bisogno sempre più acuto, quasi furioso, di guadagnare molto denaro, di speculare, d'interporsi come intermediari lautamente retribuiti fra il produttore e il consumatore, esagerando l'altezza dei prezzi senza misura né pudore.
Le origini della Grande Crisi sono riscontrabili, perciò, nel periodo del primo dopoguerra e da questo è andata evolvendosi alternando riprese e cadute.
La guerra spaventosa del 1914-1918 ha veramente sconvolto il mondo intero, modificandone la struttura economica; l'Europa ne è stata particolarmente colpita per una immane distruzione di ricchezza: molte industrie hanno dovuto mutare l'attività per la quale si erano sviluppate allo scopo di provvedere il materiale richiesto dalla guerra; il sistema monetario ha subito la fatale sregolatezza, obbedendo alla legge disordinata dell'inflazione e contribuendo a moltiplicare i debiti pubblici di tutti gli Stati.
Da Adam Smith in poi tutti gli economisti si sono occupati di questo rapporto fra la guerra e la depressione economica. È stato, però, anche osservato che subito dopo le guerre si manifesta sempre una forte attività per riparare il materiale, ma qualche anno più tardi questa attività subisce un rilassamento.
Ecco perché dopo la guerra mondiale del 1914-18 si è avuta una crisi parziale nel 1920-21, un tentativo di ricostruzione negli anni successivi, la crisi immane e universale del 1929 in poi.
In verità, dopo la grande guerra tutti gli studiosi hanno formulato nettamente il problema della ricostruzione economica, dall'intensa preparazione ad un ritorno graduale dell'ordinamento normale, ma gli uomini di governo, turbati da altre preoccupazioni, perché in altri Paesi alla guerra militare aveva fatto seguito la guerriglia civile, trascurarono i fondamentali rapporti che devono sussistere tra la produzione e la distribuzione e il consumo.
Abbiamo assistito inizialmente ad un'attività febbrile, che sembrava volesse riparare i danni causati dal flagello, ma questa speranza degenerò nei disordini del 1920-21; si ebbe l'illusione di un miglioramento nel 1923-24 per ritornare a una tendenza regressiva nel 1925 anno in cui l'economia di vari paesi risentì il contraccolpo della deflazione, della stabilizzazione della moneta.
1.3 La rinascita finanziaria
Ad oggi per permettere una rinascita finanziaria dovrebbe servire la capacità manageriale dei centri monopolistici dell'investire in ambiti fruttuosi come quello dei servizi, azione che solitamente coincide con un aumento del Pil.
Quando si parla di servizi ci si riferisce a quel settore denominato come terziario e che si è formato solo grazie ad un investimento nell'istruzione, nella formazione e nella cultura.
È per questo che nell'attuale difficile momento di crisi economica tutti devono far sì che la cultura non sia considerata un peso per la società, bensì un'opportunità in più su cui far leva. La storia ci insegna che gli investimenti nella cultura sono il vero volano di sviluppo e di crescita di un territorio e che, anzi, sono questi che ne rafforzano l'identità.
Basti pensare al caso decisamente impressionante rappresentato dalla ripresa economica della Germania della Repubblica di Weimar (negli anni fra la fine della prima Guerra Mondiale e il 1923).
La Germania, sconfitta, doveva pagare elevatissimi debiti di guerra agli stati vincitori. Per poterlo fare, scelse di stampare una quantità sempre maggiore di carta moneta. Il risultato fu un'inflazione mai vista.
Un dollaro valeva nel 1921 65 marchi tedeschi; un po' più di due anni dopo, nel novembre del 1923, per ottenere un dollaro occorreva pagare 4.200.000.000.000 di marchi.
In altre parole, la moneta tedesca aveva praticamente perso ogni valore e con essa si erano ridotti a zero i risparmi di ogni famiglia e di ogni cittadino tedesco.
Sempre nel novembre del 1923 per comprare un kilogrammo di pane occorreva spendere un kilogrammo di banconote.
La situazione migliorò quando con il cancelliere Gustav Stresemann incentivò una straordinaria vivacità in campo culturale; cominciarono a fiorire il cinema, il teatro, la letteratura, la pittura, la musica, i cabaret permettendo a Berlino di diventare così la capitale europea della cultura, della creatività e del divertimento.
La pesante inflazione durante la Rep. di Weimar.