Il Decadentismo non è riducibile a un movimento letterario o filosofico, ma indica piuttosto un periodo preciso della vita spirituale e storico-culturale dell’Europa che può collocarsi tra gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi albori del Novecento: segna un periodo di profonda crisi della società e per tale motivo prende anche il nome di “cultura della crisi”. Norberto Bobbio, nel suo saggio del 1944 intitolato “La filosofia del decadentismo”, scrisse: <<Il Decadentismo è, assai più che un gusto letterario o uno stato d’animo, un atteggiamento di vita: implica quindi una concezione del mondo e si ripercuote su tutti gli atti della vita spirituale(…)Il Decadentismo rappresenta un ripiegamento irrevocabile dell’uomo su sé stesso>>.
Collocazione storica
La stagione del decadentismo può essere compresa fra due eventi simbolici: la Guerra franco-prussiana del 1870, che conclude il processo di formazione dell’impero tedesco e rende possibile, con la conquista della città di Roma (20 settembre 1870), il completamento dell’unificazione italiana, e la Prima guerra mondiale (1914-1918), che, sconvolgendo l’Europa non solo sul piano militare ma anche a livello sociale, politico ed economico, esaurisce un’epoca e apre un periodo nuovo nella storia della civiltà occidentale.
Il mezzo secolo racchiuso tra questi estremi lascia una traccia profonda sulla scena europea: si afferma definitivamente la società industriale, in cui l’industria diventa non solo la principale fonte di ricchezza e di potenza, ma anche un fattore di mutamento nei modi di vita, nella mentalità collettiva, nei comportamenti politici, nelle relazioni fra gli Stati.
Le macchine producono sempre più beni, più di quanti il mercato riesca ad assorbire, provocando così una prima grande crisi di sovrapproduzione, che durerà più di un ventennio; gli Stati europei abbandonano la politica liberista, adottando sempre più spesso una politica protezionista.
Il protezionismo non era solo orientato a una politica economica, ma verteva anche su un’ideologia sempre più nazionalistica che portò i vari Stati a una competizione reciproca, spesso sfociata in conflitti.
Si affermarono sempre di più posizioni che giustificavano il diritto della razza bianca di predominio sulle altre razze, poiché essa era ritenuta la più evoluta, la più “civilizzata”: si gettarono con queste premesse le basi dell’imperialismo e, di conseguenza, le basi per la Prima guerra mondiale.
Cause culturali
Il sorgere della sensibilità decadente è anzitutto da mettere in relazione con il progressivo deteriorarsi del Positivismo che aveva caratterizzato gran parte dell’Ottocento, sistema che a partire dagli anni 1880-90 era entrato in crisi.
Il Positivismo, facendosi portatore di una forte fiducia nel progresso e nella ragione, non fu tuttavia in grado di dare un ordine razionale al mondo, ma anzi la scienza si dimostrò incapace di dare risposte sulle domande ultime dell’uomo, e allo stesso tempo spazzò via qualsiasi approccio di tipo spirituale.
Il progresso scientifico che caratterizzò il Positivismo portò con sé un forte sviluppo tecnologico che determinò la nascita delle grandi città industriali, della società di massa, in cui trovarono sempre più spazio la solitudine e l’alienazione.
La corsa all’accumulazione capitalistica, così come le guerre degli Stati per l’accaparramento delle materie prime, misero sempre più a dura prova la fede nel progresso, che ora appariva come una strada che avrebbe portato a una grande catastrofe.
In contrapposizione al razionalismo e allo scientismo che aveva caratterizzato l’epoca positivista, durante il decadentismo si ha lo sviluppo di correnti filosofiche sintetizzabili sotto l’irrazionalismo, che svalutano la conoscenza razionale della realtà: la sola piccola quadrata ragione, come si è visto, non è sufficiente, poiché la realtà appare come misteriosa, inquietante e profonda.
Per questo motivo la forma conoscitiva privilegiata è irrazionale, e s’identifica soprattutto nella musica e nella poesia; la realtà viene descritta, in ambito letterario, attraverso un largo uso di simbolismi, ovvero immagini che non hanno in sé un significato preciso, ma sono polisemiche, aperte a più significati ed evocazioni.
In opposizione alla crescente massificazione della società industriale, si diffonde sempre di più tra gli artisti un atteggiamento di individualismo esasperato, in cui si esaltano gli slanci istintivi e l’attivismo, in un fermo rifiuto dell’appiattimento a cui l’industrializzazione aveva portato.
Il Decadentismo è caratterizzato inoltre dal crollo dei valori che avevano costituito i pilastri della società occidentale, delle norme, della morale: gli artisti di questa epoca si fanno portatori invece di un valore supremo, cioè la Bellezza, slegato da ogni grigia morale.
L’origine del termine Decadentismo è da ricercare in campo letterario: il primo a dare questa definizione fu Paul Verlaine, poeta simbolista francese, in un suo sonetto del 1883, intitolato “Languer”, nel quale egli afferma: “Je suis l’empire à la fin de la décadence”.
Verlaine compara la sua condizione esistenziale alla decadenza del tardo impero romano, esprimendo un senso di disagio, di noia e di rifiuto verso la società contemporanea.
Successivamente, molti intellettuali francesi soliti a riunirsi nei caffè della rive gauche fondarono il giornale “Le Décadent”. Essi, eredi del padre della poesia moderna, Charles Baudelaire, si fecero portatori del Simbolismo.
I poeti simbolisti affermarono il valore conoscitivo della poesia: in quest’ottica il poeta diventa un veggente, colui che è dotato di una sensibilità superiore grazie alla quale riesce a cogliere le corrispondenze, a interpretare i simboli e a decifrare l’analogia universale, cioè quel legame profondo che unisce cose tra loro apparentemente molto diverse.
La poesia si serve di una parola evocativa, musicale, che offre intuizioni pure e pre-razionali.
Contemporaneamente al Simbolismo francese, si sviluppa un aspetto del Decadentismo inaugurato nel 1884 dal romanzo di Huysmans, “A Ritroso”, definito anche “Bibbia del Decadentismo”, nel quale la risposta all’appiattimento e alla mediocrità della società industrializzata si traduce nell’esasperazione preziosistica, nel culto del Bello, del raffinato, e che propone un nuovo modello di eroe: l’esteta, dotato di una personalità eccentrica, spregiudicata e narcisista, che, rifiutando ogni morale, pone al di sopra di essa il valore supremo della Bellezza.
Vita e opere
Nasce nel 1844 a Röcken, nei pressi di Lipsia, dove il padre è pastore protestante. Studia filologia classica a Bonn e a Lipsia sotto la guida di Friedrich Ritschl, che gli procura una cattedra di lingua e letteratura greca all’Università di Basilea, dove insegna per dieci anni, fino al 1879 (qui conosce Richard Wagner diventandone presto amico).
Nel 1872 Nietzsche pubblica il suo primo libro, La nascita della tragedia (respinto dall’ambiente accademico). I rapporti con Wagner si deteriorano e in Umano, troppo umano, scrive il suo distacco da Wagner e da Schopenhauer.
Nel 1882 pubblica La gaia scienza, dove si legge la speranza del filosofo di insegnare all’umanità la strada verso un nuovo destino.
Nello stesso anno si innamora ingenuamente di un’emigrata russa, Lou Salomé, che però respinge la sua proposta di matrimonio.
Tra il 1883 e il 1884 scrive Così parlò Zarathustra e nel 1885 Al di là del bene e del male.
Nel 1889, mentre si trova a Torino, Nietzsche è colto da un attacco di pazzia, che lo porterà a vagare da una clinica all’altra, fino a quando troverà la morte a Weimar, nel 1900.
Dal punto di vista del pensiero filosofico possiamo suddividere la sua vita in tre periodi: nel primo, delle opere giovanili, in cui scrive La nascita della tragedia, egli risente dell’influsso irrazionale di Schopenhauer e dell’innovazione musicale di Wagner; nel secondo, detto illuminista, del pensiero genealogico o decostruttivo avviene la rottura dai modelli iniziali e l’annuncio della Morte di Dio, ne La Gaia Scienza; il terzo è caratterizzato dalla filosofia dell’eterno ritorno e vede la nascita di una nuova prospettiva, quella dell’Oltreuomo, annunciata dal profeta Zarathustra, in cui Nietzsche s’identifica.
Dio è morto
In un celebre passo della Gaia Scienza, un folle annuncia al mercato che Dio è morto.
Il responsabile di questo delitto è l’uomo, che ora è come smarrito: non c’è più un sole al centro dell’universo, e dunque l’uomo rischia di cadere nel baratro di una notte sempre più lunga.
Secondo l’interpretazione di Martin Heidegger, la morte di Dio è una grande metafora che indica la morte della metafisica platonico-cristiana, in cui Nietzsche individua la principale causa della crisi occidentale.
La metafisica, nata con Socrate e affermatasi con Platone, insieme alla religione cristiana, hanno mirato alla svalutazione del mondo terreno, considerato inautentico e hanno posto la realtà nel mondo metafisico, nell’aldilà.
L’anima è stata esaltata a scapito del corpo, che è stato mortificato, così come tutti gli istinti, le pulsioni, la vitalità insita all’essere umano per natura; il senso dell’esistenza è stato posto al di fuori dell’esistenza stessa; è stata creata una morale che dice “no” alla vita, una morale della rinuncia.
Tutte queste grandi costruzioni del sapere tradizionale, dai principi della metafisica, dell’arte e della morale, ai valori della società, alle norme della condotta degli individui e dei gruppi umani, consentono di rendere sopportabile la vita, cioè sono gli strumenti fondamentali con cui l’uomo ha cercato di raggiungere il piacere e di fuggire dal dolore.
Strumenti che hanno consentito all’uomo di sopravvivere, ma che sono stati mascherati da Verità, mentre non erano altro che menzogne e illusioni.
Per Nietzsche, il tempo di questa metafisica, della morale e dei valori supremi che ne derivano (di Dio, della Verità e del Bene) è giunto al suo termine.
Tali valori sono crollati, e Nietzsche s’identifica nel loro distruttore, insieme a tutti gli altri uomini che però sono ancora inconsapevoli di ciò che è accaduto.
L’annuncio della morte di Dio rivela quindi non solo la morte della metafisica, ma anche l’assenza di ogni fondamento.
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