I.I.S. “Silvio Lopiano” A.S. 2014-2015
De belli verbis:
I ferri vecchi e l’etica
Del vero
“Quando hai una storia,
la prima cosa che devi fare
è lasciartela entrare nel sangue
e seguirla fin quando la puoi raccontare.
Poi devi raccontarla in modo tale
che nessuno la possa dimenticare.”
Paco Ignacio Taibo II
Il candidato:
Stefania Mari
1
Indice
Introduzione p. 2
- Ungaretti e la poetica delle parole 4
- Veglia
- Soldati
- Fratelli
Montale e la poetica degli oggetti 6
- Non chiederci la parola
La decadenza dell’eloquenza 8
- Tacito
- Quintiliano
Πραγματική Ιστορία 10
Polibio (Storie 1.1)
- L’indagine storica
L’indagine scientifica 12
Galileo e Polibio a confronto
- Definizione matematica di algoritmo e applicazione
- Alla crittografia di guerra
Orwell: the power of the language 14
- The censorship
- The nightmarish world in “1984”
L’arte della libertà d’espressione 17
Eugene Delacroix: La libertà guida il popolo
- Delacroix vs Charlie Hebdo
La querelle “Je suis qui?” 19
Alessandro Gilioli “Essere Charlie, per davvero”
- Amedeo Ricucci, opinioni in contrordine
22
Le bufale dei media e la spettacolarizzazione della guerra
“Perdere la testa con l’Isis” A. Ricucci – C. Tinazzi
Conclusione
I ferri vecchi e la cultura della disinformazione 23
2
Introduzione
Una guerra è sempre una guerra, al di là delle cause che la scatenano:
concetto astratto quando letto sui libri di storia o sulle cronache dei
giornali, troppo distante e irreale perfino quando si vede in televisione
ma, nella quotidianità dei fatti di chi la vive, assolutamente reale, con i
suoi morti, i feriti, le case distrutte, la mancanza di cibo, la perdita delle
proprie sicurezze, la perdita della propria libertà di essere umani. E proprio
παρρησία
in nome della rivendicazione di l’intellettuale ha reagito e
continua a reagire contrattaccando il fronte nemico con l’unica arma
efficace a sua disposizione: la parola.
Parole di guerra, parole di sangue, parole immortali anche sotto le mine, che
raccontano, che si diffondono per la pura necessità di “far sapere”, nel vero
e proprio significato del verbo latino “informo”, ossia “dare forma alla
mente, istruire, insegnare”.
Un ruolo, quello di detentori della cultura globale, che ci fa ricordare gli aedi
greci perché da sempre appartiene a uomini di
cultura, poeti, storici, giornalisti e scrittori che si assumono la responsabilità
di formare la coscienza sociale mediante la trasmissione di dati e notizie.
Un compito che diventa sempre più scomodo nel momento in cui le stesse
informazioni sono d’intralcio a chi detiene il potere.
Il passaggio da divulgazione a deformazione della parola e delle notizie
appare oggi una conseguenza naturale le cui radici sono da ricercare nella
profondità della storia.
A partire dall’età del IV sec. a.C. in Grecia e del principato a Roma, in cui
l’intellettuale si lega personalmente al sovrano in cambio della libertà
Quintiliano, Tacito e Polibio
d’espressione fino a che si scagliano contro
corruzione, tradizione e ogni forma di dominatio che avrebbe potuto
ostacolare l’obiettività e la scientificità dell’indagine storica a favore di un
quadro universale e non illusorio dei ed etico dei
Πράγματα
personaggi che hanno caratterizzato la storia.
Ed ancora dalla propaganda nazista e fascista in cui si diffondono i mezzi di
comunicazione di massa manipolati dai partiti per il consenso nazionale,
fino ai giorni nostri in cui si predilige la tendenza ad asservire la parola agli
interessi, mentre il popolo è ormai completamente soggiogato dai media
Orwell
così per come aveva prospettato.
L’individuo è inconsapevolmente divenuto vittima della propaganda poiché
essa non viene analizzata in modo razionale, influenza l’opinione pubblica e
induce a considerazioni sbagliate un’intera nazione.
3
La stragrande maggioranza degli intellettuali di oggi, gli storici, i
professionisti del verbo e dunque i giornalisti non comprendendo che
“belle parole”
scrivendo si fa la storia preferiscono mettere in scena
piuttosto che descrivendo gli eventi bellici con una
“Belli verbis”
tale enfasi che surclassa la veridicità dei fatti.
Amedeo Ricucci
In virtù di tale concetto, come scrive nel libro “La
guerra in diretta”, pur essendo la guerra “il più grande evento
mediatico dei nostri tempi”, quella in diretta “è sempre meno vincolata
alle regole del giornalismo e sempre più assoggettata alle leggi dello
spettacolo” poiché la televisione elimina ogni divario tra realtà e
finzione. Ed è in questo che intervengono i citati nel
Ferri vecchi
Ricucci
titolo: nel suo blog omonimo li definisce “quelli del mestiere:
la curiosità, l’onestà, la passione, la competenza, il rispetto degli altri e
valori che pesano come il ferro in tasca ma
“L’etica del vero”
che “aiutano a risolvere le situazioni più difficili”.
Dunque in questa tesina si presentano scrittori, poeti, artisti, scienziati e
giornalisti che parlano di realtà diverse nel tempo e nei luoghi ma
sempre uguali nelle rispettive conseguenze, nelle coscienze di chi le
subisce con il comune scopo di condividere il vero.
4
Ungaretti e la poetica delle parole
Giuseppe Ungaretti fu
soldato, giornalista e diretto testimone della
prima guerra mondiale: gli orrori vissuti in prima
persona al fronte segnarono la poesia di Ungaretti e influirono
linguaggio poetico
pesantemente sulla scelta e sulla creazione di un che egli
stesso volle scarno ed essenziale. La guerra, dunque, mettendo l’uomo
senza protezione e senza diaframmi di fronte al suo destino, lo rivela nella
sua nudità primordiale, nella sua fragilità, nella sua solitudine, nella sua
innocenza. Da qui la frantumazione della metrica tradizionale, la
soppressione di ogni segno di interpunzione, l’uso accentuato dell’analogia,
l’inserzione degli spazi bianchi che creano l’impressione di un emergere
della parola dal silenzio. Nasce in tale contesto la raccolta “Allegria di
naufragi” nella cui introduzione il poeta scriveva così:
“Se la parola fu nuda; se si fermava a ogni cadenza del ritmo, a ogni battito
del cuore, se si isolava momento per momento nella sua verità, era perché
in primo luogo l’uomo si sentiva uomo, religiosamente uomo; e quella gli
sembrava la rivoluzione che necessariamente dovesse in quelle circostanze
storiche muoversi dalle parole. Le condizioni della poesia nostra e degli altri
paesi allora, non reclamavano del resto altre riforme se non questa
fondamentale.”
Ungaretti fu capace, pur con un linguaggio essenziale privo di cadenze
crepuscolari e modi discorsivi e prosastici, di fotografare immagini toccanti e
incredibilmente realistiche volte all’esaltazione – afferma il poeta –
quell’esaltazione quasi selvaggia dello slancio vitale, dell’appetito di
vivere, che è moltiplicato dalla prossimità e dalla “quotidiana frequentazione
con la morte” 5
Veglia
Un’intera nottata. Scritta nel 1915 e basata sul tema centrale della guerra e
buttato vicino, in particolare su un evento biografico avvenuto sul
a un compagno campo, la riflessione del poeta è incentrata sulla
massacrato mediazione tra la sua esperienza e la parola depurata da
con la sua bocca qualunque possibile riconducibilità ideologica come
digrignata poteva essere per la polemica tra interventisti e non
volta al plenilunio interventisti prima dell’ingresso dell’Italia in guerra; la
con la congestione guerra si incarna, si manifesta senza alcuna possibilità di
delle sue mani sfuggirne nell’immagine molto truce e violenta del
penetrata compagno di trincea massacrato e l’autore stesso
nel mio silenzio reagisce “attaccandosi” morbosamente alla vita.
ho scritto
lettere piene d’amore
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita
Soldati
Esempio magistrale dell’essenzialità con cui Ungaretti
riesce a rendere l’atmosfera di incertezza e di amarezza
Si sta come in cui vivevano lui e i suoi compagni. Il titolo generico
d’autunno senza alcun accenno al colore di una divisa allude alla
sugli alberi condivisione di un comune destino: la vita dei soldati è
le foglie precaria come quella delle foglie di autunno che sono
destinate a cadere al primo colpo di vento
Fratelli
Di che reggimento siete Il poeta cerca di esprimere il senso della fragilità della
fratelli?
2 vita sconvolta dalla follia della guerra. E’ notte. L’aria è
Parola tremante 3 squarciata da lampi di battaglia. Due reparti combattenti
nella notte si incrociano sulla linea del fronte: mentre si scambiano
Foglia appena nata 4 notizie ecco nel buio risuonare la parola che il mondo
impazzito sembra aver dimenticato: fratelli! Come un
Nell’aria spasimante grido di rivolta della guerra “Fratelli!” ecco il termine
involontaria rivolta 5 chiave che apre e chiude il componimento
dell’uomo presente alla sua
fragilità
Fratelli 6
Montale e la poetica delle cose
Eugenio Montale, primo
grande scrittore contemporaneo che si fa
portavoce di un pensiero
negativo, ponendosi in netta
contrapposizione con il pensiero Ungaretti dimostra che la poesia
è la forma di vita di chi veramente non vive.
E’ la dolorosa meditazione di un uomo che sente intimamente il
inconciliabilità tra la vita e la parola,
dramma dell’ tra la sensibilità di
cogliere gli aspetti più nascosti dell’esistenza e l’impossibilità di
tradurre le sensazioni in parole a cui rimedia tramite l’impiego di
oggetti che le sostituiscano (tecnica del correlativo oggettivo).
È questo il significato della raccolta di liriche “Ossi di Seppia”, il cui
stile fondamentalmente antiletterario diviene simbolo del poeta
della non partecipazione al flusso della storia, ricollegandosi alla
poetica sia pascoliana che crepuscolare delle piccole cose.
Oggetti, immagini e voci della natura sono per l’autore emblemi del
male di vivere che nasce dalla mancanza di certezze e dalla
negazione di ogni illusione.
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Introduzione De belli verbis tesina
La seguente tesina descrive il tema della parola. Una guerra è sempre una guerra, al di là delle cause che la scatenano: concetto astratto quando letto sui libri di storia o sulle cronache dei giornali, troppo distante e irreale perfino quando si vede in televisione ma, nella quotidianità dei fatti di chi la vive, assolutamente reale, con i suoi morti, i feriti, le case distrutte, la mancanza di cibo, la perdita delle proprie sicurezze, la perdita della propria libertà di essere umani. E proprio in nome della rivendicazione di παρρησία l’intellettuale ha reagito e continua a reagire contrattaccando il fronte nemico con l’unica arma efficace a sua disposizione: la parola. Parole di guerra, parole di sangue, parole immortali anche sotto le mine, che raccontano, che si diffondono per la pura necessità di “far sapere”, nel vero e proprio significato del verbo latino “informo” ossia “dare forma alla mente, istruire, insegnare”. Un ruolo, quello di detentori della cultura globale, che ci fa ricordare gli aedi greci perché da sempre appartiene a uomini di cultura, poeti, storici, giornalisti e scrittori che si assumono la responsabilità di formare la coscienza sociale mediante la trasmissione di dati e notizie. Un compito che diventa sempre più scomodo nel momento in cui le stesse informazioni sono d’intralcio a chi detiene il Potere. Il passaggio da divulgazione a deformazione della parola e delle notizie appare oggi una conseguenza naturale le cui radici sono da ricercare nella profondità della storia. A partire dall’età del IV sec a.C. in Grecia e del principato a Roma, in cui l’intellettuale si lega personalmente al sovrano in cambio della libertà d’espressione fino a Quintiliano, Tacito e Polibio che si scagliano contro corruzione, tradizione e ogni forma di dominatio che avrebbe potuto ostacolare l’obiettività e la scientificità dell’indagine storica a favore di un quadro universale e non illusorio dei Πράγματα ed etico dei personaggi che hanno caratterizzato la storia. Ed ancora dalla propaganda nazista e fascista in cui si diffondono i mezzi di comunicazione di massa manipolati dai partiti per il consenso nazionale, fino ai giorni nostri in cui si predilige la tendenza ad asservire la parola agli interessi, mentre il popolo è ormai completamente soggiogato dai media così per come aveva prospettato Orwell. L’individuo è inconsapevolmente divenuto vittima della propaganda poiché essa non viene analizzata in modo razionale, influenza l’opinione pubblica e induce a considerazioni sbagliate un’intera nazione. La tesina permette i collegamenti con le varie materie scolastiche.
Collegamenti
De belli verbis tesina
- Italiano - Ungaretti e la poetica delle parole, Montale e la poetica delle cose.
- Latino - La decadenza dell'eloquenza: Tacito + cenni su Quintiliano e riferimenti all'anonimo del Sublime (greco).
- Greco - Polibio - la storiografia pragmatica.
- Scienze - Metodo scientifico e indagine storica a confronto.
- Matematica - Gli algoritmi di guerra.
- Inglese - Orwell and the power of the language.
- Arte - La libertà che guida il popolo Vs Charlie Hebdo.
- Attualità - Approfondimenti su Isis, mattanza a Charlie Hebdo, bufale e chiarimenti con riferimenti ad articoli di giornale e libri sul giornalismo.
- Conclusione - Giornalismo in guerra vs guerra in diretta.