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Italiano: “Lettera a G.”

Giovanni Pascoli e il tema della morte

“che non eri mica stanco, che nessuno mai è pronto quando c’è da andare via.”

Giovanni Pascoli nasce il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna (Forlì).

Appena dodicenne, il 10 agosto 1867, si verifica la tragedia che segnerà per sempre la sua vita: il padre è assassinato da sconosciuti mentre ritorna a casa portando due bambole in dono alle figlie. Durante tutta la vita adulta, i suoi sentimenti rimarranno sempre dolosamente rivolti al passato in cui la famiglia era un nido felice e unito. L’anno successivo alla morte del padre, muoiono la sorella Margherita e la madre; in seguito, il fratello Luigi e, cinque anni dopo, il fratello Giacomo.

Nonostante questi lutti facciano ricadere su Giovanni la responsabilità della famiglia, il poeta termina gli studi laureandosi in letteratura greca all’università di Bologna nel 1882. Insegna quindi greco e latino nei licei, prima di iniziare la carriera universitaria (tra l’altro ottiene la cattedra di letteratura che era stata di Carducci). Muore nel 1912 a Bologna, a causa di un tumore al fegato.

L’uomo e la personalità

La personalità di Pascoli è assai complessa. Alcuni aspetti contraddittori e difficili della sua personalità possono forse essere meglio compresi alla luce delle vicende drammatiche che caratterizzarono l’infanzia e la prima giovinezza del poeta, in seguito alle quali egli operò delle scelte esistenziali che avrebbero segnato tutta la sua vita.

La morte del padre spezza in due la sua vita: se prima della tragedia il nido familiare gli garantiva protezione e calore, dopo la tragica uccisione tutto si disgrega ed egli si trova solo, davanti a un mondo tanto incomprensibile quanto crudele. Il giovane Pascoli cade nell’angoscia, assalito da un profondo disorientamento di fronte ad una realtà oscura e impenetrabile. Per un breve periodo cerca di sfogare la propria angoscia attraverso l’impegno politico ma, in seguito, si rinchiude nella propria sfera privata.

Uno dei nodi più problematici della biografia pascoliana è quello della rinuncia all’amore, legata non solo alla scelta di non sposarsi, ma anche ad un atteggiamento enigmatico nei confronti della sessualità. La sua poesia non ha mai come tema l’amore o la donna. La figura e la presenza femminile sono interamente occupate dalle due sorelle, Maria e Ida.

La convivenza con le stesse è vissuta da Pascoli non solo come una ricostruzione del nido familiare perduto, ma anche come un ambiguo sostituto di una normale relazione amorosa con l’altro sesso: lo dimostra l’angoscia che egli prova nel momento del matrimonio di Ida, da lui interpretato come un tradimento. Si può capire che Pascoli scelse di non sposarsi: il matrimonio gli sarebbe sembrato un tradimento di quel nido che faticosamente aveva voluto ricostruire, dove del resto aveva modo di ricoprire un ruolo quasi di padre. Una radicale censura del desiderio sessuale lo spinge ad una castità forzata e autoimposta, spesso causa di sofferenza e ansia.

Il poeta patisce il progressivo declino del Positivismo: resa vana la pretesa di riportare tutto alla misura della scienza e di ridurre il progresso sociale a semplice progresso tecnologico, Pascoli si rende presto amaramente conto che il Positivismo non ha potuto sostituire le certezze tradizionali con una fede nuova ed anzi ha lasciato l’uomo più solo. Il rifiuto della civiltà contemporanea è denominatore comune di molti intellettuali, mentre altri cercano vie di fuga nella ribellione o nell’edonismo. Pascoli manifesta il proprio disagio ripiegandosi in se stesso.

Il mondo dei simboli

La poesia pascoliana ha un valore connotativo, cioè un significato più complesso, più indeterminato e più ricco: da semplici segni, si trasformano in simboli. La figura simbolica centrale e più ricorrente è quella del nido, che allude al microcosmo degli affetti domestici e quindi è sinonimo di casa, amore.

Il nido è il ritorno ad una condizione protetta e inconsapevole, dove non è necessario lottare per la vita: richiama dunque l’infanzia, di cui la culla è figura dominante. Al tema del nido si legano anche simboli di chiusura protettiva, come quello della siepe: è espressione di ciò che circonda, difende la casa-nido.

Una funzione analoga ha l’immagine della nebbia, che fascia la casa-nido e così protegge dal mondo esterno e dalla morte. Un altro simbolo importante è quello della strada che unisce la casa al cimitero e sta a significare quella sorta di cordone ombelicale che mantiene un collegamento fra il mondo dei vivi e quello dei morti.

Assai prossimo all’immagine della casa-nido è infatti il tema dei morti: la loro presenza non è viva solo nel ricordo, ma è reale, perché i morti nella casa piangono, toccano, parlano; essi ritornano soprattutto la sera, per incontrare i vivi. Al nido sono sempre contrapposte immagini di minaccia, ad esempio il buio, simbolo assoluto della condizione di oscurità in cui l’uomo si trova. Si crea una così fondamentale opposizione fra interno ed esterno.

Anche i fiori non offrono sempre uno spettacolo sereno di bellezza. Il loro fascino è ambiguo: sono i simboli della solitudine e di sessualità rimossa. I fiori sono associati all’idea della morte, in quanto sono lasciati sulle tombe o perché si aprono misteriosamente di notte. Il cielo si presenta quasi come un’estensione protettiva del nido a tutto l’universo.

Myricae e i Canti di Castelvecchio

Myricae e i Canti di Castelvecchio: entrambe le raccolte sono frutto di vicende compositive molto lunghe e in gran parte parallele. La stesura di Myricae dura oltre vent’anni e l’edizione del 1900 consta di 156 liriche. Ma ciò che accomuna entrambe le opere è una sostanziale identità di contenuti e di caratteri linguistici e stilistici.

Myricae è il nome latino delle tamerici, che Pascoli trae da un verso della IV ecloga di Virgilio per indicare gli argomenti bassi e umili, le piccole cose. Il titolo Canti di Castelvecchio ha un significato analogo: si tratta di una silloge di componimenti lirici ambientati in un piccolo antico mondo contadino.

Arbusta iuvant humilesque myricae

Le due raccolte hanno la medesima epigrafe:

(piacciono gli arbusti e le umili tamerici), una frase tratta da un verso virgiliano.

Molto simili sono anche le dediche, dichiarate nelle prefazioni dell’autore alle due opere: Myricae è dedicata alla memoria del padre, i Canti di Castelvecchio a quella della madre.

Le liriche che compongono Myricae sono testi di varia ampiezza, ma generalmente brevi o brevissimi, suddivisi in 15 sezioni. Dai primi componimenti improntati a serenità e freschezza, nei quali la fantasia si perde in paesaggi di sogno legati alla suggestione della lontananza, si passa a quelli di natura più intima, dove il senso della morte si fa poi presente e profondo.

I temi che ricorrono con maggiore frequenza in Myricae sono, da una parte, quello della morte del padre, con le conseguenti sciagure familiari, e dall’altra quello della natura, come fonte di pace e di consolazione. I Canti di Castelvecchio riprendono sostanzialmente i temi di Myricae, ampliando i riferimenti al nido perduto, all’angoscia per la morte e alla nostalgia per l’infanzia e per la famiglia distrutta. La raccolta è costituita da 69 componimenti.

Il gelsomino notturno

E s’aprono i fiori notturni,

nell’ora che penso a’ miei cari.

Sono apparse in mezzo ai viburni

le farfalle crepuscolari.

Da un pezzo si tacquero i gridi:

là sola una casa bisbiglia.

Sotto l’ali dormono i nidi,

come gli occhi sotto le ciglia.

Dai calici aperti si esala

l’odore di fragole rosse.

Splende un lume là nella sala.

Nasce l’erba sopra le fosse.

Un’ape tardiva sussurra

trovando già prese le celle.

La Chioccetta per l’aia azzurra

va col suo pigolio di stelle.

Per tutta la notte s’esala

l’odore che passa col vento.

Passa il lume su per la scala;

brilla al primo piano: s’è spento...

È l’alba: si chiudono i petali

un poco gualciti; si cova,

dentro l’urna molle e segreta,

non so che felicità nuova.

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Sintesi

Introduzione Cultura e musica, Ligabue tesina

La seguente tesina di maturità descrive come possa avvenire un incontro tra cultura e musica con la figura di Luciano Ligabue. La tesina permette i seguenti collegamenti: in Italiano il tema della morte in Giovanni Pascoli, in Filosofia Schopenhauer e "la vita è un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia", in Storia la Resistenza, in Latino la concezione del tempo in Seneca e il "Carpe Diem" Oraziano, in Greco le metamorfosi di Luciano, in Scienze i terremoti, in Storia dell'arte Guernica di Picasso e in Inglese Jane Eyre.

Collegamenti

Cultura e musica, Ligabue tesina

  • Italiano - Il tema della morte in Giovanni Pascoli.
  • Filosofia - Schopenhauer "la vita è un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia".
  • Storia - La Resistenza.
  • Latino - La concezione del tempo in Seneca e il "Carpe Diem" Oraziano.
  • Greco - Le metamorfosi di Luciano.
  • Scienze - I terremoti.
  • Storia dell'arte - La Guernica di Picasso.
  • Inglese - Jane Eyre.
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