Estratto del documento

“Certi anni, come certi poeti e uomini politici e certe belle donne, si distinguono nettamente per fama dai loro simili: il 1929 fu evidentemente un anno del genere”.

Queste parole scritte da John Kenneth Galbraith danno inizio al libro “Il Grande Crollo” o “The Great Crash”, nel quale l’autore tratta la crisi finanziaria che si verificò negli Stati Uniti nel 1929, analizzandone le dinamiche socio-economiche e riportando una cronaca giornaliera degli avvenimenti salienti, con la descrizione e il commento del punto di vista di vari economisti dell’epoca.

La tesi dell’autore è che: finché la Borsa di Wall Street si sviluppò mantenendo qualche relazione con la realtà delle imprese, il fenomeno speculativo non fu di larga entità; quando invece il mercato perse il contatto con la realtà del sistema economico, ovvero con le imprese, si verificò l’entrata di chi voleva godere dell’aumento dei prezzi dei titoli: speculazione.

La grande crisi

La grande crisi fu il risultato di una serie di avvenimenti dei primi anni Venti:

  • Alla fine della Grande Guerra gli Stati Uniti erano divenuti primo paese produttore, ma soprattutto primo paese esportatore di capitali verso il vecchio continente. La Germania doveva pagare i debiti di riparazione e questo comportò un notevole afflusso di oro dalle casse tedesche a quelle americane.

Il dollaro era la nuova moneta forte dell’economia mondiale e, accanto al mercato finanziario di Londra, cresceva d’importanza quello di New York.

Con la fine della depressione postbellica del 1920-1921 e con il ritorno al Gold Exchange Standard, ovvero con la decisione presa all’interno della conferenza di Genova del ’22, per la quale le riserve delle banche centrali potevano essere costituite non solo da lingotti d’oro, ma anche da divise pienamente convertibili quali il dollaro e la sterlina, il sistema economico statunitense godette di una grande prosperità.

La diffusione della produzione in serie e della razionalizzazione del lavoro in fabbrica favorì notevoli aumenti di produttività. Salì la produzione industriale e con essa il reddito nazionale, anche se contemporaneamente diminuiva il numero di occupati nell’industria, poiché gli sviluppi della tecnica comportarono una diminuzione della quantità di lavoro manuale necessaria a ottenere un determinato prodotto.

Crebbe invece l’occupazione nel settore dei servizi e si diffusero le automobili e gli elettrodomestici, che trasformarono gli Stati Uniti in un laboratorio dove per la prima volta veniva sperimentato un nuovo modo di vita, caratterizzato da una standardizzazione dei consumi.

  • La classe dirigente repubblicana, che rimase al potere per tutti gli anni ’20, alimentò le più ottimistiche aspettative sui destini della prosperità americana, senza troppo preoccuparsi dei gravi squilibri sociali che si manifestavano nel paese: la diseguale distribuzione dei redditi comportò l’emarginazione di consistenti fasce della popolazione.

Si diffuse un’ondata di conservatorismo ideologico che investì in primo luogo le minoranze etniche e vennero introdotte leggi limitative dell’immigrazione, per impedire la contaminazione dei caratteri etnici della popolazione yankee e la diffusione di ideologie sovversive di origine europea.

Il punto culminante di questa reazione fu il processo ai due anarchici italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, accusati di omicidio e condannati a morte nel ’27, in spregio a tutte le prove della loro innocenza.

Si inasprirono le pratiche discriminatorie nei confronti della popolazione di colore e la setta del Ku Klux Klan raggiunse negli Stati del Sud le dimensioni di un’organizzazione di massa.

  • Questa realtà sociale così contraddittoria non intaccava il sostanziale ottimismo della borghesia nordamericana e la sua fiducia in una continua moltiplicazione della ricchezza e in un indefinito processo di crescita.

La conseguenza più vistosa di questo clima fu la frenetica attività della Borsa di New York: incoraggiati dalla prospettiva di facili guadagni, i risparmiatori acquistavano azioni per rivenderle a prezzo maggiorato, facendo leva sulla continua ascesa delle quotazioni sostenuta dalla crescente domanda dei titoli.

  • Dal 1927 il mercato azionario americano cominciò ad aumentare a causa della politica economica attuata dal presidente americano Coolidge, il quale rese disponibili ingenti fondi per gli investimenti in azioni ordinarie o per finanziare i privati nella compravendita delle azioni stesse.

D’ora in poi la situazione divenne fuori controllo: questa incontenibile euforia speculativa poggiava infatti su fondamenti assai fragili.

La domanda sostenuta di beni di consumo durevoli aveva fatto sì che nel settore industriale si formasse una capacità produttiva sproporzionata alle possibilità di assorbimento del mercato interno: possibilità limitate sia dalla particolare natura dei beni di consumo durevoli, che tendevano a saturare il mercato, sia dalla crisi del settore agricolo, che teneva bassi i redditi dei ceti rurali.

1928-1929

Il volume dei prestiti erogati agli operatori di borsa aumentò in modo smisurato: il 1° novembre del 1928 raggiungeva quota 5.000.000.000 di dollari. Anche il nuovo presidente Hoover non fece niente per frenare la febbre speculativa.

Nell’estate del ’29 il mercato dominava anche la cultura e nella mentalità comune era diventato strumento personale di uomini misteriosi ma onnipotenti.

Ottobre 1929

Dal 19 ottobre s’iniziò a parlare di “sostegno organizzato”, ovvero di quelle attività che gli uomini potenti dovevano mettere in atto al fine di sostenere i titoli di Wall Street; gli speculatori corsero a liquidare i loro pacchetti azionari.

Il 24 ottobre, il giovedì nero, furono venduti 13 milioni di titoli.

La corsa alle vendite determinò una caduta del valore dei titoli, distruggendo in pochi giorni i sogni di ricchezza dei loro possessori.

Il crollo del mercato azionario colpì in primo luogo i ceti ricchi e benestanti, ma, riducendo drasticamente la loro capacità di acquisto e d’investimento, finì con l’avere conseguenze disastrose sull’economia di tutto il paese e sull’intero sistema economico mondiale, che ormai dipendeva in larga parte da quello statunitense.

Gli effetti planetari furono aggravati dal fatto che gli Stati Uniti cercarono di difendere la propria produzione inasprendo il protezionismo e contemporaneamente ridussero, fino a sospenderla, l’erogazione dei crediti all’estero.

Il protezionismo statunitense indusse gli altri paesi ad adottare misure analoghe a difesa della propria bilancia commerciale: tra il 1929 e il 1932 il valore del commercio mondiale si contrasse di oltre il 60% rispetto al triennio precedente.

La recessione economica si diffuse in tutto il mondo: crollarono le imprese, crebbe il numero dei disoccupati e l’agricoltura attraversò una crisi senza precedenti, dovuta all’instaurazione dei regimi protezionistici. Nei soli Stati Uniti i disoccupati raggiunsero quota 14 milioni e in Europa 15 milioni.

Il New Deal

Nel novembre 1932 si tennero le elezioni presidenziali.

Il presidente uscente Hoover fu sconfitto dal democratico Franklin Delano Roosevelt, governatore dello Stato di New York.

Quando presentò la sua candidatura, Roosevelt non aveva un programma organico da contrapporre ai repubblicani, ma fin dal momento della campagna elettorale seppe instaurare con le masse un rapporto basato su notevoli doti comunicative e capì che la condizione preliminare di un’azione politica stava nella capacità di infondere speranza e coraggio nella popolazione.

Celebri divennero le conversazioni al caminetto, trasmissione radiofonica che teneva spesso per illustrare ai concittadini la sua attività.

Roosevelt annunciò di voler iniziare un “New Deal” – nuovo patto – nella politica economica e sociale: un nuovo stile di governo che si sarebbe caratterizzato soprattutto per un più energico intervento dello Stato nei processi economici.

Il New Deal fu avviato immediatamente nei cosiddetti cento giorni, con una serie di provvedimenti che dovevano servire da terapia d’urto per arrestare il corso della crisi: fu ristrutturato il sistema creditizio, fu svalutato il dollaro per rendere più competitive le esportazioni, furono aumentati i sussidi di disoccupazione e furono concessi prestiti per garantire ai cittadini indebitati di estinguere le ipoteche sulle case.

A questi provvedimenti di emergenza il governo affiancò dei provvedimenti più organici e qualificanti:

A.A.A.

Agricultural Adjustment Act, che si proponeva di limitare la sovrapproduzione nel settore agricolo, assicurando premi di denaro a coloro che avessero ridotto coltivazioni e allevamenti.

N.I.R.A.

National Industrial Recovery Act, che imponeva alle imprese operanti nei vari settori dei codici di comportamento volti a evitare le conseguenze di una concorrenza troppo accanita, ma anche a tutelare i diritti e i salari dei lavoratori.

T.V.A.

Tennessee Valley Authority, un ente che aveva il compito di sfruttare le risorse idroelettriche del bacino del Tennessee, producendo energia a buon mercato a vantaggio degli agricoltori ed essendo anche impegnato in opere di sistemazione del territorio e di conservazione della natura.

Negli anni successivi il governo potenziò ulteriormente l’iniziativa statale, varando vasti programmi di lavori pubblici, destinati a creare nuovi posti di lavoro e a offrire nuovi sbocchi agli investimenti industriali, e ampliando al di là di ogni consuetudine il flusso della spesa pubblica: il tutto nella convinzione che le difficoltà derivanti dalla crescita del deficit potessero essere ampiamente compensate dal contemporaneo aumento della produzione e del reddito.

Parallelamente furono varate una riforma fiscale, una legge sulla sicurezza sociale e una nuova disciplina dei rapporti di lavoro.

La fine del laissez-faire

Nel 1936 un economista inglese, John Keynes, pubblicò il suo volume Occupazione, interesse e moneta. Teoria generale, che aprì un nuovo capitolo nella storia della scienza economica.

Keynes confutò alcune proposizioni fondamentali della teoria economica classica, in particolare quelle secondo cui il mercato tenderebbe spontaneamente a produrre l’equilibrio fra domanda e offerta e a raggiungere la piena occupazione delle unità di lavoro disponibili (Adam Smith e la “mano invisibile”).

Egli riteneva invece che i meccanismi spontanei del capitalismo non fossero in grado di consentire da soli un’utilizzazione ottimale delle risorse, per cui attribuì allo Stato il compito di accrescere il volume della domanda effettiva, manovrando in senso espansivo la spesa pubblica.

Questa poteva essere finanziata anche con il ricorso ai deficit di bilancio e con l’aumento della quantità di moneta in circolazione. Gli effetti inflazionistici di queste procedure sarebbero stati compensati dai benefici che le spese statali avrebbero arrecato al reddito e alla produzione.

Keynes teorizzò perciò le politiche di manovra della spesa pubblica, come quella realizzata in parte dallo stesso Roosevelt, dichiarando il nuovo ruolo di soggetto attivo dello Stato nel sistema economico e perciò dando inizio al capitalismo diretto, programmato dall’alto.

La Scapigliatura

La Scapigliatura non è una scuola o un movimento organizzato, con una poetica comune precisamente codificata all’interno di scritti teorici.

Gli Scapigliati erano un gruppo di scrittori vissuti tra gli anni ’60 e ’80 dell’800 a Milano e che erano accomunati da un’insofferenza per le convenzioni della letteratura romantica, in particolare quella di Manzoni, per i principi e i costumi della società borghese, e mossi da un impulso di rifiuto e di rivolta che si manifestò nell’arte così come nelle loro vite.

Il termine “scapigliatura” fu proposto per la prima volta nell’opera di Cletto Arrighi, pseudonimo di Carlo Righetti, “La Scapigliatura e il 6 febbraio”, a designare un gruppo di ribelli alla loro classe di appartenenza, che amavano vivere in maniera eccentrica e disordinata.

Scapigliato è anche il termine italiano usato per tradurre la bohème:

parola francese, ovvero abitante della Boemia, terra dalla quale si pensava provenissero gli zingari.

Per la prima volta con gli Scapigliati appare in Italia il conflitto tra scrittore e società: se prima gli intellettuali avevano ancora un preciso ruolo sociale, in quanto propugnatori di valori e celebratori delle glorie del passato, con la modernizzazione economica e sociale e con l’affermazione di un vero e proprio mercato letterario e artistico, l’intellettuale è respinto ai margini della società ed egli stesso, come tutti gli altri, ha il dovere di produrre della merce che poi procurerà un determinato profitto.

Di fronte a questa modernità gli Scapigliati reagiscono con uno stile di vita ribelle e anticonformista, rifiutando radicalmente le norme morali e le convenzioni sociali.

In realtà l’atteggiamento degli Scapigliati può essere definito come un dualismo: da un lato il loro impulso originario è di repulsione e orrore, dall’altro però essi si rassegnano, delusi e disincantati, a rappresentare il vero, gli aspetti più materiali e turpi della stessa esistenza.

Essi si sentono divisi tra Ideale e Vero, bene e male, virtù e vizio, bello e orrendo, senza possibilità di conciliazione.

Questo stato di incertezza domina non solo la loro produzione, ma anche le loro stesse vite.

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Sintesi

Storia:

La crisi del 29'

Filosofia:

K. Marx (Il Capitale)

Arte:

Dorothea Lange (The migrant mother)

Matematica:

Il rapporto incrementale e la velocità istantanea

Fisica:

Il principio di indeterminazione di Heisenberg

Latino:

Marziale e il clientelismo

Italiano:

La scapigliatura ed Emilio Praga

Ed. Fisica:

Proibizionismo - alcolismo e tabagismo

Inglese:

John Steinbeck and The grapes of wrath

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