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Introduzione

Il nucleo iniziale attorno cui ho iniziato a costruire questo mio lavoro è l’idea che molte sono le interazioni tra realtà apparentemente lontane, ovvero che campi profondamente diversi del sapere e dell’azione umana rispondono, talvolta, a leggi profondamente simili. Esistono moltissime correlazioni, infatti, tra il funzionamento della società umana e altre realtà apparentemente distanti, come il sistema stradale o ferroviario di uno Stato, internet, la comunicazione, la catena alimentare, persino realtà di natura biologica o chimica come il sistema nervoso o la propagazione di un virus.

Questa idea si è sviluppata nel corso del XX secolo sotto il nome di complessità, come sinonimo di sistemistica, oppure di cibernetica oppure di mera interdisciplinarità, oppure ancora di un non meglio precisato “pensiero complesso”. La complessità è innanzitutto una caratteristica dei sistemi; per sistema si intende una totalità organizzata, le cui parti sono connesse in una rete di relazioni entro la quale ciascuna di esse ha particolari proprietà.

La crisi economica, di portata mondiale, nata negli Stati Uniti, diffusa per contagio poi in Europa e, in maniera non uniforme, anche altrove, ha fatto nascere in me una nuova idea di economia come sistema complesso, in cui molti sono i temi in discussione (aggiungi), che, a mio parere, rendono pienamente l’idea di globalizzazione.

In questo lavoro vorrei allora provare a declinare il personale interesse per la storia proponendone un approccio che considera l’ambito economico delle relazioni umane. L’economia è definita come la disciplina che considera l’impiego di risorse limitate, che possono avere usi alternativi, allo scopo di produrre vari tipi di beni e servizi, nonché le scelte volte a distribuirli tra gli individui e i gruppi sociali equamente, o secondo giustizia, vale a dire per soddisfare al meglio i bisogni individuali e, per quanto possibile, collettivi. L’idea originaria era quella di un raffronto tra le cause e le modalità di sviluppo e manifestazione della suddetta crisi odierna e quella, ancor più drammatica, che si è resa manifesta a partire dal 1929. Durante la realizzazione ho tuttavia modificato il progetto iniziale, inserendovi l’idea di analizzare l’influenza che l’economia può avere sulla politica e sui fenomeni sociali.

Per esempio, in Grecia il partito neofascista “Alba Dorata” ha ottenuto un notevole successo e una crescita esponenziale. Alba Dorata chiede la cancellazione del debito pubblico greco, ma al centro del suo successo c’è soprattutto una durissima campagna contro gli immigrati illegali, con la proposta di minare il confine ed espellere tutti gli irregolari. Accusati di spedizioni punitive contro gli immigrati, i militanti del partito hanno cercato di conquistare consensi nei quartieri più disagiati con distribuzioni di pacchi di aiuti alimentari e l’organizzazione di ronde di sicurezza e servizi di scorta per gli anziani. Una strategia che ha avuto successo in un paese dove un recente sondaggio apparso sul quotidiano “TO Vima” segnala che l’83,4% della popolazione considera l’immigrazione un problema di importanza fondamentale per la Grecia.

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La Grecia è un paese in crisi profonda, in cui un’economia a rotoli sembra essere la principale priorità da risolvere. Il movimento di espressione neofascista, incanalando la rabbia della popolazione sugli immigrati o su altre valvole di sfogo, ottiene un consenso basato non sul necessario risanamento da compiere e sui modi per farlo, ma su rivendicazioni di carattere populistico e propagandistico, sebbene di ispirazione pericolosamente xenofobica. Ciò ha la conseguenza di creare una crescente instabilità politica del paese che di certo non agevola il suddetto risanamento economico. Allo stesso modo, i nazisti in Germania sfruttarono le conseguenze della crisi del ’29 per agevolare la loro salita al potere. Un esempio di come ciò possa essere avvenuto è un libro pubblicato nel 1965 dallo storico americano William Sheridan Allen: “Come si diventa nazisti”.

In esso è ricostruita la storia di una media cittadina tedesca nel periodo dell’ascesa del nazismo.

Non si tratta di uno studio sulle cause o le origini del Terzo Reich, ma di una ricerca per spiegare il processo attraverso il quale i tedeschi di una piccola città diventarono seguaci del nazismo.

Allen tiene a precisare, lo scrive nella prefazione, che “Una singola unità non può mai rispecchiare adeguatamente l’intero [...] Tuttavia in essa si riscontrano caratteristiche rappresentative”.

Il libro prende in esame un periodo di tempo ben delimitato, dal 1930 al 1935, lascia sullo sfondo i grandi personaggi e i grandi eventi della storia gettando invece luce sul mondo della quotidianità e della vita reale. Il territorio della ricerca è ben delimitato. Viene infatti presa in esame una cittadina chiamata Thalburg. I grandi capi nazisti, da Hitler a Göring, Himmler, Goebbels e gli altri, rimangono sullo sfondo, mentre tutta l’attenzione di Allen è concentrata su uomini e donne comuni, gli abitanti della piccola città.

Thalburg era, all’inizio degli anni ’30, un piccolo centro che all’epoca della Repubblica di Weimar contava circa diecimila abitanti. Una cittadina tranquilla, assolutamente “rispettabile”, che godeva di una solida ricchezza dovuta soprattutto alla presenza da un lato di molti uffici pubblici e dall’altro per il suo importante snodo ferroviario: due fattori che garantivano ai suoi abitanti impieghi fissi alle dipendenze dello Stato.

Il libro inizia col fornirci tutta una serie di informazioni sull’ambiente e sulla città. Tracciando insomma quello che chiama “Anatomia di una città”, Allen ci fornisce il quadro della situazione che ci consentirà di comprendere la situazione di partenza, per arrivare, nel giro di pochissimi mesi, ad una situazione in cui il partito NSDAP (Nazionalsocialistische Deutsche Arbeiterpartei – Partito nazionalsocialista dei lavoratori) riesce a diffondersi in una città in cui l’SPD (il Partito Socialdemocratico) è già ben radicato. I nazisti sono, all’inizio, uno sparuto gruppetto. Eppure, giorno dopo giorno, il partito di Hitler riesce ad impadronirsi della città sfruttando la paura della depressione e la disoccupazione dilagante, strumentalizzando il forte sentimento nazionalistico e l’amor di patria, manifestando contro il trattato di Versailles, utilizzando i giornali per la propaganda, mescolando sapientemente violenza e propaganda mentre l’SPD vede ridursi la sua base di consenso.

La seconda parte, “L’introduzione della dittatura”, inizia con le elezioni del 1933, anno in cui Hitler divenne cancelliere e l’NSDAP inizia a lavorare per instaurare una dittatura in cui la città è, come la nazione, totalmente soggiogata al partito e nella quale ormai soltanto pochissime persone, totalmente emarginate, militano ancora nell’SPD o in altri movimenti politici.

Il colpo di stato che trasformò la democrazia di Weimar in una dittatura avvenne soltanto dopo che gli elettori ebbero spianato la strada, sia attraverso il voto, sia, soprattutto, attraverso l’accettazione dei principi proposti dal nazismo, ad Hitler ed al suo progetto.

Quando i cittadini, gli elettori, si resero conto di ciò che era accaduto era ormai troppo tardi.

Erano ormai tutte vittime. Ma anche tutti complici.

Nel libro, è descritto il fenomeno per cui anche persone ragionevoli e moderate, come i commercianti del ceto medio, possano perdere il lume della ragione e diventare irrazionali di fronte alle ristrettezze economiche e soprattutto all’incertezza del futuro. Vi è la necessità di qualcosa cui appigliarsi, qualcosa verso cui incanalare la propria paura. La crisi economica, l’instabilità politica o sociale sono fattori che impauriscono la popolazione, predisponendola ad accettare una riduzione della propria libertà in cambio di una parvenza di sicurezza.

I fenomeni sociali e politici hanno infatti cause complesse che non sempre sono di immediata comprensione. Sono, talvolta, anche il risultato di scelte individuali che attingono a sfere non razionali dell’essere umano.

La trattazione ha inizio con l’analisi dei fattori che hanno portato alla crisi del ’29 negli USA e sul piano di risanamento operato (“New Deal”), nonché con un confronto con la crisi che è nata nel 2008.

La crisi del 1929

Contesto politico

Woodrow Wilson, democratico ’12-’20: 14 punti per mantenere una pace duratura. Istituzione del sistema delle banche centrali di riserva (FED) nel 1913.

Warren Harding, repubblicano ’20-’22: elezioni presidenziali 1920, isolazionismo. Rifiuto di ratificare il Trattato di Versailles. Gli USA non entrano a far parte della Società delle Nazioni.

Calvin Coolidge, repubblicano ’22-’28: imposizione di una rigida moralità puritana.

Immigration Act, 1 luglio 1924: legislazione restrittiva sull’immigrazione (Italia: 3˙848 cittadini l’anno). Condanna a morte degli italiani Sacco e Vanzetti, giustiziati il 23 agosto 1927 a Dedham. Episodi di razzismo, atteggiamenti xenofobi e aumento degli iscritti al Ku Klux Klan. Mantenimento del proibizionismo (18° emendamento e Prohibition Act del 1919). Lotta fra gang mafiose: Alphonse Gabriel “Al” Capone contro North Side Gang di George “Bugs” Moran (irlandese), Massacro di San Valentino, 14 febbraio 1929, Chicago.

Herbert Hoover, repubblicano ’28-’32: politica deflazionistica. Grain Stabilization Corporation e Cotton Stabilization Corporation, 1930, per sostenere i prezzi dei cereali e del cotone. Pressioni sugli industriali affinché non riducessero gli stipendi, ma non vi fu un piano di pubblica assistenza, preferendo fare affidamento sulla carità privata e sull’intervento dei governi locali (molte famiglie impossibilitate a pagare i mutui si videro espropriate della propria casa). Cercò di ristabilire la fiducia nel mercato con discorsi rassicuranti (sosteneva che solo una riduzione del numero di lavoratori avrebbe riportato la prosperità). Ortodossia finanziaria, bilancio statale in pareggio e rifiuto di svalutare la moneta per rendere competitive le esportazioni.

Contesto storico

“The Roaring Twenties”, i ruggenti anni ’20:

La Grande Guerra aveva trasformato gli USA da debitori in creditori, infatti, tra il 1923 e il 1929 il reddito nazionale aumentò del 23% e la popolazione, in virtù delle leggi restrittive sull’immigrazione, aumentò solo del 9%, e la forza lavoro dell’11%; questa maggior disponibilità di capitali consentì agli USA di diventare il paese più prospero al mondo e di poter concedere cospicui prestiti alle nazioni europee, ma anche all’America Latina, al Canada e ad altri paesi asiatici, per permettere una loro ripresa economica, soprattutto nei confronti della Germania, dove si confidava nel ritmo di crescita del mercato statunitense, che avrebbe fatto in modo che i prestiti non fossero richiamati entro poco tempo.

Questo periodo di prosperità, sorprendente soprattutto nel settore automobilistico con Ford, General Motors e Chevrolet, vide il proliferare delle industrie che, talvolta, aggiravano le leggi anti-trust riguardo al diritto concorrenziale.

In generale vigeva un clima di fiducia nello sviluppo, così che anche le banche concedevano prestiti, facendo poca attenzione alle garanzie offerte, poiché convinte che i debitori avrebbero comunque estinto il debito, anche se non erano in grado di farlo, grazie al generale sviluppo dell’economia. Agricoltori e industriali si indebitavano per aumentare la produzione delle proprie imprese grazie ad investimenti, che si accompagnavano alle nuove forme di produzione, su tutte la catena di montaggio, adottata da Henry Ford per la produzione del Modello T e teorizzata dal taylorismo (Frederick Winslow Taylor, “L’organizzazione scientifica del lavoro”); tra il 1922 e il 1929 la produzione industriale aumentò del 64%, contro il 12% del decennio precedente.

Negli Stati Uniti, gli anni venti sono stati definiti ruggenti perché, al miglioramento delle condizioni di vita, si accompagnò una spregiudicatezza dei costumi ed un’euforia che si espresse in tutti i campi. Fu l’epoca della sete di divertimento, dei balli sfrenati, dei guadagni facili in borsa, del jazz e dei consumi superflui, ma anche del proibizionismo, che funzionò poco e male, ma arricchì non poco la malavita organizzata, e dei gangster (si pensi alla strage di San Valentino e al film Scarface, del 1932).

L’economista J. K. Galbraith analizzò i motivi di fondo della crisi del 1929 e trovò alcuni motivi di fondo per cui l’economia era malsana, in cui il liberismo sfrenato degli anni ’20 aveva fallito:

  • La cattiva distribuzione del reddito: nel 1929 il 5% della popolazione riceveva 1/3 del reddito nazionale.
  • Il mondo degli affari era popolato da un enorme numero di imbroglioni, arrivisti e rapinatori, che creavano enorme danno, a lungo andare, all’economia.
  • La cattiva struttura bancaria, che rendeva le banche estremamente interdipendenti tra loro e causò la catena di fallimenti successiva al martedì nero.

A ciò si aggiunge il problema della sovrapproduzione, che era divenuto molto grave, perché riguardava beni, come le automobili, la cui domanda difficilmente poteva crearsi sia nel mercato interno, ormai prossimo alla saturazione, sia nel mercato estero, che ancora non aveva la possibilità di acquistare su larga scala, e beni agricoli, il cui calo dei prezzi rovinava molti produttori.

La crisi

Nell’estate del 1929, a causa di un calo della domanda interna americana, la produzione industriale ebbe un rallentamento generalizzato. Tuttavia, le quotazioni dei titoli continuavano a salire e il loro valore non rispecchiava più lo stato economico delle aziende; infatti, non era conseguenza di un aumento dei dividendi delle azioni, ossia dei profitti delle società, ma era solo il frutto di un intenso movimento speculativo riguardante la previsione di crescita. L’indice Dow Jones raggiunse il picco di 381,17 punti il 3 settembre 1929. Il DJIA, “Dow Jones Industrial Average”, è un indice del NYSE, creato dal fondatore del Wall Street Journal, Charles Dow, per valutare il ritmo di crescita dell’economia; esso si riferisce al valore dei principali 30 titoli di Wall Street. Tale valore sarà nuovamente raggiunto solo nel 1954.

L’euforia speculativa declinò improvvisamente nell’autunno del 1929, quando il timore che le quotazioni azionarie gonfiate fossero destinate ad un calo imminente spinse molti operatori a liquidare i propri titoli e il panico si diffuse sul mercato. La crisi inizialmente si manifestò come un rallentamento momentaneo della crescita economica e martedì 22 ottobre il presidente della National City Bank dichiarò: “Non mi risulta ci sia nulla di fondamentalmente negativo nel mercato azionario, nelle imprese e nella struttura creditizia ad esso relativa”.

Questa lieve recessione causata dalla lungimiranza di alcuni investitori assunse le proporzioni di una grande crisi nel cosiddetto “Giovedì nero”, il 24 ottobre 1929, quando furono scambiate 12,9 milioni di azioni, cedute a prezzi nettamente inferiori a quelli d’acquisto. Lunedì 28, altri investitori decisero di uscire dal mercato e il giorno seguente, il 29 ottobre 1929, detto “Martedì nero”, furono scambiate 16,4 milioni di azioni, un numero che superò il record stabilito cinque giorni prima e che resterà ineguagliato fino al 1969. Il mercato perse 14 miliardi di dollari di valore, portando la perdita della settimana a 30 miliardi.

Ci fu così lo scoppio della bolla speculativa, del mercato finanziario che si era autoalimentato tralasciando i valori reali dei titoli in oggetto. Un minimo relativo nell’indice fu toccato nel novembre 1929, con il Dow Jones che chiuse a 238,61; poi, da quel momento, il mercato recuperò per diversi mesi e fu raggiunto un picco di 274,03 punti nell’aprile del 1930, grazie soprattutto a grandi imprenditori come William Crapo Durant, fondatore di General Motors nel 1908 e di Chevrolet nel 1911, insieme a Louis Chevrolet, e John Davison Rockefeller, fondatore della Standard Oil, che comprarono grosse quantità di azioni in modo da dimostrare al pubblico la loro fiducia nel mercato.

I loro sforzi non riuscirono a fermare la discesa, che riprese ad essere costante fino all’8 luglio 1932, quando il Dow chiuse a 41,22 punti, concludendo un declino dell’89% rispetto al massimo raggiunto nel settembre del 1929; questo fu il valore più basso che l’indice abbia mai toccato nel XX secolo.

Ai continui investimenti e al conseguente aumento della produttività non corrispose una reale crescita del potere d’acquisto, ma lo sviluppo degli anni ’20 era stato favorito dai risparmi accumulati durante la guerra e dai bassi tassi d’interesse, abbassati in modo insolito dalla banca centrale, la Federal Reserve (FED), e che rendevano conveniente l’indebitamento. Le banche operavano senza regole, concedendo un eccesso di credito. Inoltre, il sistema finanziario non aveva posto limiti alla speculazione dei detentori di titoli di Borsa, che li acquistavano per rivenderli senza tenere conto della loro qualità. Infatti, ciò che importava non era ottenere i dividendi della società per fare profitto, ma aumentare il proprio capitale grazie alla crescita delle quotazioni.

Parte della responsabilità di questa situazione va attribuita agli uomini d’affari, che, essendo detentori di azioni, avevano interesse affinché il loro valore crescesse; perciò rilasciavano dichiarazioni ottimistiche spingendo i risparmiatori all’acquisto.

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Sintesi

Materie e argomenti

  • Italiano - Pirandello, la crisi dell'io
  • Filosofia - Friedrich Nietzsche, Karl Popper
  • Storia - avvento del Nazismo, la crisi del '29, il New Deal
  • Storia dell'arte - Van Gogh, l'espressionismo. Opere: E. Munch, "Passeggiata sulla via Karl Johann". V. Van Gogh "Volo di corvi su un campo di grano"
  • Latino - Seneca: "recede in te ipse"
  • Inglese - George Orwell, 1984
  • Scienze - i modelli di universo, le leggi di Keplero, il sistema solare, la gravitazione universale
  • Fisica - La teoria newtoniana di attrazione gravitazionale, la forza elettrica, il concetto di campo e il campo elettrico
  • Matematica - il concetto di derivata e i teoremi del calcolo differenziale
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