Liceo classico Galileo
Firenze
Essere o avere
Anno scolastico 2014/2015
Niccolai Giulia
Vo C
Have be
To or to? 1
Avere o essere? Questa sarebbe la domanda che si porrebbe oggigiorno l’Amleto di Shakespeare al posto del famoso “to be or not to be”.
Secondo lo psicanalista e sociologo tedesco Erich Fromm, che, nel saggio “avere o essere?” pubblicato nel 1976 con il titolo “to Have or to Be?”, ha ampiamente trattato questo argomento, sono proprio queste due realtà che dividono la coscienza e l’agire dell’uomo moderno. A decidere quale modalità avrà il sopravvento è la struttura sociale con le sue norme ed i suoi valori.
Fromm a questo proposito afferma che lo stesso inconscio individuale è creato e determinato dalla società per la quale l’uomo si trova a reprimere la sua coscienza per il vivere sociale.
Nel saggio sopra citato Fromm prende in esame l’essere in quanto modalità esistenziale, come essenza prima di ogni esistenza umana, che tuttavia si trova ad essere soffocata dai suoi opposti: in tal caso si distinguono due forme di essere, una contrapposta all’avere, e l’altra all’apparire.
L’essere è per definizione il non-avere.
Alla base della modalità dell’avere si trova principalmente l’istinto di sopravvivenza:
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L’uomo ha dovuto sempre sopperire alle proprie mancanze o alle difficoltà climatico-atmosferiche mediante il possesso di cose che siano stati vestiti, ripari o cibi. Questo istinto normale si è sviluppato attraverso il confronto tra individui diversi, mediante la formazione di piccoli gruppi a carattere difensivo e protettivo -archetipi di società- e attraverso la condivisione comune dei beni, ben presto superata.
Da ciò l’inevitabile spinta di autoaffermazione è sorta prevalentemente a causa della differenza di possedimenti: chi aveva di più si poteva permettere più cose, ricopriva una posizione di potere governando gli altri che non possedevano quanto lui. La conseguenza più logica di questa analisi socio-civile nel primo arco temporale dello sviluppo degli ominidi è una banale equazione:
Avere = possesso = potere
Se questa corrispondenza è riscontrabile nelle società antiche dove i principali scambi commerciali avvenivano tramite il baratto e il concetto di denaro era ancora un abbozzo, nelle società più nuove si scorge un enorme incremento di tale equazione.
Nel medioevo l’autoaffermazione personale si realizzava attraverso il possedimento di una marca o di una contea reale o l’ostentazione di cultura attraverso le biblioteche private, fase iniziale della mercificazione del sapere. Quel periodo fu caratterizzato da una fervente attività amanuense con la quale si sono ricondotte alla sfera del possesso anche le lingue antiche come il greco o il latino, traducendo a dismisura gli eeee e ee
stati d’essere mihi est o con io ho.
Fra il XVI e il XIX secolo, negli anni cioè del massimo sfruttamento degli schiavi africani, il potere si misurava con il controllo della tratta Africa-America, andandosi così ampliando l’equazione precedente in
Avere = possesso = potere = dominio sugli altri
L’uomo ha convissuto con queste due realtà da sempre, e si potrebbe definirle pertanto connaturate alla nostra stessa esistenza, se non fosse che, con l’avvento dell’era moderna, una di queste, quella dell’avere, si è sviluppata in grado esponenziale a discapito di quella dell’essere. La società occidentale industrializzata e capitalistica, in cui appunto vigono le leggi del capitale e dello sviluppo industriale, ha ingigantito il primordiale bisogno di autoaffermazione e l’istinto di sopravvivenza facendoli
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diventare un bisogno di superiorità e un istinto di sopraffazione.
L’affermare la propria superiorità, che deriva da una causa che in termini psicologici moderni potremmo definire di debolezza psichica e dell’autostima e che trova la sua matrice nell’egoismo individuale, si realizza nell’ostentazione di beni e averi.
Il possesso di tali beni e averi per l’uomo rappresenta poi motivo di un insano senso di piacere: si deve avere delle cose per poterne godere. Mentre per Epicuro il piacere era il sommo bene da ricercare, nell’era moderna invece rappresenta avere successo, avere fama o avere molti soldi.
Inoltre verso questi possedimenti, che siano materiali come una ditta, un conto in banca o un animale domestico o che siano astratti come l’affetto di una persona o la salute o il lavoro o qualità individuali (tutt’oggi ci si rivolge a questi stati di essere con “ho una malattia” oppure “ho un bel lavoro” e “ho molta pazienza”) l’uomo è stato spinto dalla volontà di sicurezza. Si tratta di una volontà che, dimostrata seguendo le orme di Shopenhauer, ingloba in sé un senso di privazione e quindi diviene mancanza: l’uomo cerca di avere (cose) perché non ha (sicurezze).
Come mostra Fromm, la dimensione dell’avere costituisce una sicurezza in quanto l’uomo per natura è incerto nell’affrontare l’ignoto dal momento che “conosciamo ciò che abbiamo”. Ed è proprio quest’ultimo principio che ha scatenato il desiderio di avere cose con cui “lottare” con l’altro.
L’istinto di sopraffazione poi è strettamente legato all’esigenza di superiorità, ne condivide la stessa matrice psichico-attitudinale e costituisce la sua realizzazione nel concreto: il bisogno intimo di superiorità si manifesta nella sopraffazione materialistica di altri uomini attraverso gli acquisti e il denaro. I così chiamati uomini di affari però si sentono padroni del denaro ma non lo sono in realtà: Fromm dimostra che è una realtà capovolta perché gli uomini credono di controllare il denaro e invece è proprio quest’ultimo che controlla loro.
Introduzione: avere essere, tesina
La tesina è un approfondimento sulle due modalità della vita dell'uomo, l'avere e l'essere. In conclusione affermo che l'avere è connaturato all'uomo così tanto da non poter riscattare la sua natura.
Collegamenti
- Filosofia - Marx
- Excursus filosofico di altri autori
- Filosofia - Freud
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