Essere e apparire
“Cercando di sembrare ciò che non siamo, cessiamo di essere quel che siamo.”
Indice
- Introduzione e motivazione
- Storia dell’arte: Edvard Munch e il suo disagio
- Italiano: Pirandello, analisi del romanzo “Uno, nessuno e centomila”
- Filosofia: lo studio dell’inconscio di Freud
- Inglese: The double life of Dorian Gray: between reality and desire to appear
- Storia: La propaganda fascista: manipolazione della massa
A cura di Ludovica Frattesi
Liceo artistico Adolfo Apolloni, sezione architettura e ambiente.
Anno scolastico 2014/15 VB.
Introduzione
“La mia arte ha le sue radici nelle riflessioni sul perché non sono uguale agli altri… Sul perché sono stato gettato nel mondo senza poter scegliere… Qualche volta ho lasciato il sentiero per buttarmi nel vortice della vita, ma sempre ho dovuto ritornare su questo sentiero, sul ciglio di un precipizio.”
È una delle tante riflessioni dell’artista Edvard Munch che scrisse nel suo diario, la quale non mi ha lasciato per nulla indifferente.
Volevo partire nello spiegarvi subito la motivazione di questo tema; molto appassionata dell’interiorità, della psicologia e dei suoi risvolti in ogni mente umana ho deciso di trattare questo argomento.
Ho voluto parlare di questo binomio dell’essere umano perché oltre che interessante lo trovo molto contemporaneo, credo sia un ottimo spunto per una riflessione critica anche sulla società attuale. Considero infatti che mai come negli ultimi anni la società si sia trasformata in un organismo in cui ciò che conta è soprattutto l’apparenza, il modo in cui si appare agli occhi degli altri mentre l’essenza cade in secondo piano.
L’aspetto peggiore è sentirsi soffocati dai nostri stessi ruoli, ma allo stesso tempo non avere il coraggio di contraddirli, fino ad identificarsi con essi, alienandosi da ciò che siamo.
Tutto ciò sembra essere una rassegnazione dell’uomo ad apparire invece che essere, forse perché siamo troppo complicati anche per noi e per non impazzire ci ripieghiamo su noi stessi, intrappolando la nostra vita dietro a una maschera molto più semplice da gestire.
Caratteristica dell’uomo contemporaneo è quello di celarsi dietro ad un finto essere, per nascondere il proprio, fatto di debolezze e difetti che non si vogliono mostrare agli altri.
Spesso e volentieri viviamo la nostra vita senza porci troppe domande, forse perché irrisolvibili, forse perché ci fanno pensare a cose che non vorremmo e che potrebbero recarci dolore, però ad un certo momento della nostra esistenza, chi più consciamente chi meno, vede riaffiorare angosce, paure e dubbi.
Non ci sentiamo capiti, come se fossimo soli in mezzo a tante persone sorde.
Siamo incapaci di comunicare con una società ottusa che non ci appartiene, ma che imponiamo di farci andar bene.
Indossiamo maschere convenzionali per ogni situazione, senza mai, o quasi essere noi stessi.
Ma se invece fossimo capaci di gettare quelle maschere che tanto ci soffocano?
Beh, allora ci butteremo a capofitto in quello stato umano di completa follia.
Durante la nostra lunga e breve vita siamo costantemente posti sotto sorveglianza, dalla morale sociale, dalla famiglia, dalla nostra coscienza… così tanto sotto sorveglianza che rischiamo di non vivere davvero, ma di osservare, guardare uno spettacolo la cui storia è la nostra.
Dobbiamo perdere noi stessi, per capire che non siamo veramente quel che crediamo di essere, ma altro; inebriamoci di vita, abbandoniamoci, camminiamo sull’orlo di un burrone, rischiamo la vita che non siamo noi, spingiamoci oltre noi stessi.
Edvard Munch e il suo disagio
Edvard Munch, pittore norvegese nato a Loten nel 1863, ebbe un’infanzia contrassegnata da una serie di vicende dolorose che marcarono la già sensibile personalità dell’artista.
Egli, profondamente suggestionato dalla filosofia di Kierkegaard, ha una visione della realtà profondamente permeata nel senso d’angoscia e di morte, alimentato dalle vicende personali.
Nel suo diario scrisse: “Senza paura e malattia la mia vita sarebbe una barca senza remi”, testimoniando il suo stato permanentemente negativo.
Tuttavia è proprio qui che sta la sua grandezza: non tutte le cose belle nascono dalle esperienze positive, ma sono gli ostacoli a formarci.
L’amore, la morte e la vita sono i temi presenti in tutta la sua pittura.
I dipinti di Munch offrono descrizioni drammaticamente crude della realtà, infatti il dramma che caratterizza lui e i suoi personaggi non è solo individuale, ma l’artista si fa interprete di un dolore cosmico attraverso simboli universali (visi cupi, occhi fissi, guance scavate, colori terrosi).
Munch è da considerarsi un precursore dell’espressionismo, i suoi quadri furono presi a modello per la loro intensa forza espressiva dai futuri pittori espressionisti che lo invitarono senza mai successo ad unirsi alle nuove avanguardie. Da qui capiamo ancora meglio come l’arte per Munch sia un’attività intima, quasi catartica.
L’artista stesso conferma come dipingere lo abbia aiutato a ricordare, continuando a sostenere la sua tesi secondo cui le cose devono essere dipinte per come si vedono e non per come sono, dipinte a seconda delle necessità dell’anima.
Ogni suo quadro si riferisce ad una sensazione del suo passato, le sue opere sono costantemente tinteggiate dal dolore.
Munch fu molto criticato e deriso dalla società di allora, che concepiva l’arte come sinonimo di armonia tra le forme e non riusciva dunque a cogliere la bellezza e l’intensità delle sue opere, ma si soffermava solamente sulla superficie. L’arte non poteva essere infatti testimonianza o rappresentazione di angoscia e dolore.
(Oltretutto Hitler ordinò il ritiro di ben 82 sue opere, considerandole degenerate).
Il grido
Il grido è il dipinto dove il simbolismo di Munch si fa più maturo e angosciante. Questo dipinto è una delle più celebri e inquietanti opere dell’artista che rappresenta forse al meglio il proprio disagio.
Munch realizzò diverse versioni di quest’opera, che fa parte di una grandiosa narrazione ciclica intitolata “Il fregio della vita”, suddivisa in quattro grandi temi: il risveglio dell’amore, la fioritura, la paura di vivere (di cui fa parte il Grido) e la morte.
Il dipinto raffigura un ponte che attraversa in diagonale da sinistra a destra la tela, questo rappresenta metaforicamente i mille ostacoli che ciascuno di noi deve superare nella vita. Una figura in primo piano (l’artista stesso) esprime nella solitudine della sua individualità il dramma collettivo, la forma perde qualsiasi tratto realistico: l’uomo dalla sagoma serpentinata porta le mani sulle orecchie per non sentire il suo stesso urlo straziante, che muove fiordi e paesaggio, un urlo di chi si è perso dentro se stesso e si sente inutile, solo anche in mezzo a tanta gente.
Al posto della testa vi è un gigantesco cranio senza capelli, narici come due fori, occhi sbarrati come se avessero guardato qualcosa che non volevano vedere, inoltre le labbra nere rimandano ancora una volta al tema della morte.
Dietro di lui, in secondo piano vediamo due figure maschili (probabilmente due suoi “amici”) che continuano a camminare incuranti del turbamento di Munch stesso: qui con cruda verità egli rappresenta la falsità dei rapporti umani.
A destra del ponte si scorge un paesaggio collinare ansiogeno dalle pennellate filamentose, come il fiume che scorre e il cielo sovrastante che incombe con le sue nubi simili a lingue di fuoco sopra l’uomo.
Questo grande artista nordico interpretò in anticipo le inquietudini di una generazione che avrebbe vissuto l’orrore della prima guerra mondiale e delle sue conseguenze.
“…camminavo lungo la strada con due amici-quando il sole tramontò- il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue – mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad un recinto- sul fiordo nero azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco – i miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura- e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura”.
La sera nel corso di Karl Johann.
Edvard Munch era solito rappresentare soprattutto stati d’animo e anche “La sera nel corso di Karl Johann”, dipinto nel 1892, ne è un esempio.
Introduzione: essere o apparire, tesina
La seguente tesina di maturità per liceo artistico si concentra su l'essere o l'apparire, ovvero su questo binomio dell’essere umano che oltre ad essere molto interessante è anche molto contemporaneo e può essere anche un ottimo spunto per una riflessione critica sulla società odierna. Considerando infatti che, mai come negli ultimi anni, la società si sia trasformata in un organismo in cui ciò che conta è soprattutto l’apparenza, il modo in cui si appare agli occhi degli altri mentre l’essenza cade in secondo piano.
L’aspetto peggiore è sentirsi soffocati dai nostri stessi ruoli, ma allo stesso tempo non avere il coraggio di contraddirli, fino ad identificarsi con essi, alienandosi da ciò che siamo.
Tutto ciò sembra essere una rassegnazione dell’uomo ad apparire invece che essere, forse perché siamo troppo complicati anche per noi e per non impazzire ci ripieghiamo su noi stessi, intrappolando la nostra vita dietro a una maschera molto più semplice da gestire.
Collegamenti: essere o apparire, tesina
- Storia dell'arte: Munch e il suo disagio esistenziale.
- Italiano: Pirandello, analisi del romanzo "Uno, nessuno e centomila".
- Filosofia: lo studio dell'inconscio di Freud.
- Inglese: The double life of Dorian Gray: between reality and desire to appear.
- Storia: la propaganda fascista: manipolazione della massa.