Violenza di genere e mass media: dai casi mediatici alla potenza delle rappresentazioni
Università degli Studi di Urbino Carlo Bo
Dipartimento di Scienze della Comunicazione, Studi Umanistici e Internazionali
Corso di laurea in Informazione, Media e Pubblicità
Relatrice: Chiar.ma Prof.ssa Sabrina Moretti
Tesi di laurea di: Guenda Bugli
Anno accademico 2021-2022
“Per tutte le violenze consumate su di Lei, per tutte le umiliazioni che ha subìto, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l’ignoranza in cui l’avete lasciata, per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le ali che le avete tagliato, per tutto questo: in piedi signori, davanti a una Donna!”
(William Shakespeare)
Introduzione
- Che cos’è la violenza di genere
- 1.1.1. Matrici culturali della violenza di genere: cultura patriarcale e stereotipi
- 1.2. Definizioni e forme di violenza
- 1.3. Dati statistici
- 1.4. Norme e protocolli per il contrasto
- 2. Stigmatizzazione della vittima e casi mediatici
- Che cos’è la
- 2.1. Rape culture
- 2.1.1. Il caso mediatico del movimento #MeToo
- 2.2. Victim blaming e vittimizzazione secondaria
- 2.2.1. #ThisIsNotConsent e #WhatWereYouWearing
- Denunce e silenzi: un po’ di dati
- 2.3.
- 2.3.1. #WhyIDidntReport
- 3. La narrazione della violenza nei mass media
- L’importanza della narrazione
- 3.1. e della rappresentazione
- 3.2. La cronaca giornalistica
- 3.3. La cyberviolence e il ruolo del digitale nelle narrazioni
- 3.4. Le campagne pubblicitarie
- 4. La rilevanza statistica
- 4.1. Obiettivi, ipotesi
- 4.2. Campionamento, strumenti e procedure di raccolta dati
- 4.3. Analisi dei dati e risultati
- Conclusione
- Bibliografia
- Sitografia
Introduzione
La violenza di genere al giorno d’oggi è un fenomeno complesso, alimentato e, soprattutto, costruito dalla cultura patriarcale che predomina nelle nostre società; un fenomeno di portata mondiale che merita particolare attenzione da parte di ognuno di noi in quanto estremamente pericoloso sia per la salute fisica e mentale delle donne, sia per le conseguenze sociali e culturali che continua a portarsi dietro.
Fortunatamente con il tempo si sono fatti passi avanti e, ad oggi, possiamo dire che questo è un fenomeno riconosciuto e discusso a livello internazionale. Nonostante ciò, la violenza di genere è ancora molto diffusa e radicata nella nostra cultura; infatti, “alcuni modelli culturali influenzano le opinioni che le persone hanno nei confronti della violenza contro le donne e in particolare quelle relative ai ruoli di genere e ad alcuni stereotipi rispetto alle relazioni familiari” (Istat, nd).
La violenza di genere è talmente incagliata, affligge tutte le nostre società e tutti i paesi, nessuno, purtroppo, ne è immune. Ha ormai raggiunto forme endemiche e, secondo il Consiglio d’Europa, rappresenta oggi una delle più gravi violazioni dei diritti umani (Council of Europe, 2012).
La mia tesi intende quindi analizzare il fenomeno della violenza di genere e come stereotipi e pregiudizi, responsabili del fenomeno, vengano continuamente condivisi tramite i mass media.
Con il primo capitolo tratterò a grandi linee il problema della violenza di genere spiegandolo attraverso le origini che lo caratterizzano, le definizioni e le forme in cui viene perpetrato, le norme che lo “regolano” e alcuni dati statistici per aiutarci a capirne la grandezza, la frequenza e la sua radicalizzazione.
Nel secondo capitolo spiegherò quali sono gli effetti sociali e culturali della violenza di genere e come vengono vissuti dalla popolazione, nonché dall’opinione pubblica, ma anche dalle autorità incaricate di riconoscerla e punirla. Spiegherò il concetto della rape culture, del victim blaming e della vittimizzazione secondaria e di come questa sia intrinsecamente collegata a quella mascolinità tossica che caratterizza le nostre società e che contribuisce alla crescita e alla condivisione degli stereotipi e dei pregiudizi che normalizzano la violenza contro le donne e concorrono alla stigmatizzazione delle vittime.
Inoltre, analizzerò attraverso dei dati statistici di Istat le percentuali relative alle denunce da parte delle vittime e le azioni delle forze dell’ordine in merito. Per ogni tema saranno esposti dei movimenti, manifestazioni o iniziative adottate da parte del popolo, e soprattutto da parte delle donne e delle vittime, a seguito di alcuni eventi di violenze, diventati poi manifesti globali e virali anche nel digitale.
Il terzo capitolo riguarderà anch’esso la parte mediatica legata alla violenza di genere, la narrazione e la rappresentazione da parte dei mass media. In particolar modo prenderò in considerazione le narrazioni giornalistiche, analizzando qualche articolo di giornale su episodi di violenza di genere, generalmente stupro, tentato stupro, femicidi, poi mi concentrerò sul mondo del digitale e sull’autorevolezza di personaggi influenti e, infine, prenderò in analisi il ruolo delle campagne pubblicitarie che utilizzano stereotipi di genere e rappresentazioni violente per puri scopi di marketing.
Concluderò con il quarto ed ultimo capitolo in cui analizzerò le risposte del questionario da me realizzato per dare delle risposte su come la violenza di genere viene narrata dai mass media e su come la percezione degli individui viene influenzata da queste rappresentazioni distorte e colpevolizzanti.
Le parole di questa tesi sono volte ad informare e sensibilizzare su un tema tanto discusso quanto ignorato per contribuire a responsabilizzare sul tema chi la leggerà e per spronare a non tacere più, ma indignarsi quando violenza e ignoranza spuntano nella sfera pubblica per ledere la dignità delle donne ma anche contribuire alla condivisione dei falsi miti della rape culture.
Tutto questo è importante non solo per sensibilizzare, ma anche nei confronti di tutte quelle vittime che si vedono calpestate una seconda, terza, quarta volta e così via non solo dall’opinione pubblica ma anche da istituzioni più forti e fondamentali come i tribunali, le forze dell’ordine, i mass media e i governi.
La seguente tesi si propone quindi di indagare e approfondire le tematiche della violenza di genere connesse al mondo mediatico compresi i fenomeni, i casi mediatici che hanno portato a delle vere e proprie mobilitazioni di migliaia di persone, il ruolo dei mass media, sia in positivo che in negativo, tra sensibilizzazione e narrazioni stereotipate e colpevolizzanti nei confronti delle vittime e giustificanti nei confronti dei carnefici, per esaminare, infine, la percezione dell’opinione pubblica rispetto a queste tematiche e rispetto alla potenza ambivalente dei mass media.
Che cos’è la violenza di genere
1.1.1. Matrici culturali della violenza di genere: cultura patriarcale e stereotipi
“La violenza maschile è un fenomeno strutturale, basato su relazioni di potere diseguali tra i generi, e sostenuto da una cultura patriarcale che esprime, tramite l’azione violenta, l’apice di una discriminazione diffusa e generalizzata verso le donne.”
(Granelli, Ottaviani, 2011, pag. 67)
Gli aspetti culturali e gli stereotipi che vivono all’interno delle nostre società sono la principale causa degli episodi di violenza di genere che continuano a manifestarsi senza tregua. Sono proprio le disuguaglianze di potere tra i generi che sottolineano i modelli che il maschile e il femminile dovrebbero rappresentare nella società.
L’uomo è sempre stato visto e rappresentato come la figura forte del binomio delle due identità, sia corporalmente che culturalmente; la figura dell’uomo, secondo la cultura patriarcale che caratterizza la nostra società, dovrebbe manifestare azioni in contrapposizione al sentimentalismo e alla debolezza, come, soprattutto, la virilità predatoria, che cerca di affermare attraverso azioni di forza fisica e di indifferenza all’emotività.
Le caratteristiche che invece dovrebbero rappresentare la donna ideale agli occhi della nostra società sono l’empatia, il bisogno, la delicatezza, la comprensione, il senso di maternità e di remissività, e tanti altri. Tutte queste particolarità affibbiate alle due identità binarie che la nostra società riconosce non sono altro che stereotipi.
Uno stereotipo di genere è un insieme di credenze condivise, come ruoli, comportamenti, attributi, socialmente costruiti che una società considera appropriati per i due generi, cioè comportamenti e ruoli che un individuo deve avere in relazione al suo genere appartenente (Gipponi, n.d.).
Per riassumere, distinguiamo gli stereotipi sessisti in due tipi fondamentali. Da una parte esaminiamo gli stereotipi relativi all’attribuzione di caratteristiche psicologiche e comportamentali dove gli uomini si differenziano per essere attivi, forti, competitivi, indipendenti; al contrario, le donne dovrebbero essere passive, emotive, deboli, comprensive, affettuose, paurose.
Ad accompagnare questi stereotipi abbiamo quelli relativi alla spartizione dei ruoli in ambiti socioprofessionali e familiari dove l’uomo lavora, mantiene la famiglia e si occupa degli aspetti finanziari e pubblici; la donna, invece, si prende cura della casa, dei figli e si impegna a non fare pesare al marito le faccende dello spazio domestico (Biemmi, 2017).
Questi stereotipi sono parte della cultura e del senso comune, sono costruzioni sociali che non rispecchiano la realtà, sono pregiudizi appresi con la socializzazione e trasmessi di generazione in generazione; inoltre, tali credenze contribuiscono a mantenere le differenze di potere tra i gruppi, in questo caso tra i generi uomo e donna, e influenzano il pensiero e le opinioni di singoli individui nei confronti dei due generi.
Come abbiamo detto cultura patriarcale e stereotipi sono le matrici principali delle cause della violenza di genere, ma vediamole più nel dettaglio. Le radici della violenza sulle donne sono ancorate all’organizzazione patriarcale che è stata la forma storicamente predominante delle nostre società, ed è proprio in essa che si è concretizzato il dominio dell’uomo sulla donna (Gallino, 2014).
Si affermano infatti due correnti di pensiero per quanto riguarda la violenza di genere: una legata all’ordine patriarcale e l’altra connessa alle recenti trasformazioni delle relazioni di genere.
La prima spiega che più basso è lo status sociale delle donne in rapporto a quello degli uomini e più alta è la frequenza di forme di violenza maschile nei confronti delle donne. Infatti, è la struttura sociale, attraverso l’autorevolezza culturale, a garantire i presupposti della violenza maschile contro le donne.
Ad avvalorare questa tesi sono le parole di Connel che con il termine di “dividendo patriarcale” si riferisce ai benefici che gli uomini ricavano dall’esistenza di un ordine di potere tra i due generi costruito su patriarcato e disuguaglianza (Connell, 2002).
L’altra corrente, invece, fa riferimento all’incapacità degli uomini di accettare l’autonomia e la libertà acquisite e praticate dalle donne, sentendosi quindi minacciati dalle conseguenze, cioè una maschilità resa fragile dalle trasformazioni culturali e sociali dei nostri tempi.
Perciò, in questo caso, alla base di questo fenomeno non ci sarebbe la mancanza di potere femminile quanto piuttosto il contrario, cioè, il nuovo potere delle donne; infatti, con il tempo l’autonomia e la libertà delle donne è aumentata ed è cresciuta anche la capacità delle donne di definirsi da sé stesse per perseguire forme di autorealizzazioni pubbliche e private.
Tutto ciò viene vissuto dal genere ma non viene capito e assimilato, per questo gli uomini tenderebbero alla violenza sulle donne tanto più quanto il loro potere su di esse è considerato in pericolo.
Come ho fatto con la prima corrente di pensiero, cito un altro sociologo che mi aiuta a dare credito alla seconda linea di pensiero. Secondo il pensiero di Kimmel, episodi di violenza di genere sarebbero scaturiti dalla convinzione degli uomini di aver perso forza sociale.
Tutto ciò continua a prendere forza dalla decrescente dipendenza sociale delle donne dagli uomini e, viceversa, dall’aumento delle forme di dipendenza maschile, e si sa che la dipendenza dalle donne può essere vissuta dal genere maschile come negazione della virilità e come un elemento aggiuntivo sovversivo e destabilizzante per l’ordine di potere gerarchico che caratterizza i generi (Leccardi, 2013).
1.2. Definizioni e forme di violenza
Il termine violenza di genere fa riferimento a tutte le azioni violente e discriminatorie che vengono commesse nei confronti delle donne; più precisamente, le Nazioni Unite, nella Dichiarazione di Eliminazione della Violenza contro le Donne, definiscono il termine “violenza contro le donne” come
(…) qualsiasi atto di violenza fondata sul genere che comporti, o abbia probabilità di comportare, sofferenze o danni fisici, sessuali o mentali per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia che si verifichi nella sfera pubblica che in quella privata (ONU, 1993).
Sempre nella stessa dichiarazione le Nazioni Unite identificano e riconoscono diverse forme di violenza contro le donne che, in genere, può presentarsi in forma fisica, sessuale e psicologica. Tra queste troviamo le violenze che si consumano all’interno della famiglia tra cui: maltrattamenti, abusi sessuali sulle figlie, la violenza legata alla dote, stupri coniugali e non, mutilazioni genitali femminili, matrimoni forzati, violenza legata allo sfruttamento e femminicidio.
Nelle violenze che si verificano all’interno della comunità vengono inclusi stupri, abusi sessuali, molestie e intimidazioni sessuali sul lavoro e negli istituti di istruzione, la prostituzione forzata e la tratta di donne.
L’ultimo tipo di violenza, ma non meno importante, descritta dall’ONU è quella perpetrata o condotta dallo Stato, ovunque accada.
Un’altra importante definizione di violenza di genere a livello europeo viene descritta dalla cosiddetta Convenzione di Istanbul che, appunto, definisce la violenza di genere come qualsiasi atto di violenza contro una donna in quanto tale che provocano o potrebbero provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di tali atti, la coercizione e la privazione della libertà sia nella vita pubblica che privata (Consiglio d’Europa, art. 3, 2011).
Le due definizioni possono sembrare alquanto uguali ma la differenza fondamentale sta nella definizione della Convenzione di Istanbul che include tra i tipi di violenza anche quella psicologica ed economica.
Per quanto riguarda i tipi di violenza esercitati dagli uomini contro le donne possiamo fare riferimento alle definizioni riportate dai siti di Telefono Rosa e Istat che sono di grande utilità. Comprendono la violenza fisica, psicologica, sessuale, economica e, infine, lo stalking.
All’interno della violenza fisica si definiscono tutti quei comportamenti tesi a minacciare o ledere l’integrità fisica della vittima, come le minacce di essere colpite con oggetti, o essere minacciate o colpite con un’arma, coltello o pistola, essere malmenate, schiaffi, pugni, calci, morsi, strattoni, fino ad arrivare a tentativi di strangolamento, soffocamento, bruciature e all’omicidio.
Tutti comportamenti che nella legge italiana possono rispecchiare i reati di percosse, lesioni personali, maltrattamenti, omicidi colposi e/o volontari.
Nella violenza psicologica rientrano quei comportamenti tesi a sminuire l’autostima e il senso di autoefficacia della donna, oltre che ad isolarla, con l’obiettivo di mantenerla in uno stato di sottomissione. Sono compresi nella violenza psicologica atti di derisione e denigrazione, insulti, controllo, gelosia spropositata, minacce di isolamento, strategie di segregazione, intimidazioni, restrizioni.
Le forme di isolamento possono essere le limitazioni nel rapporto con famiglia o amici, o il tentativo di impedire di studiare o lavorare; tra le forme di controllo citiamo l’imposizione su come vestirsi, truccarsi o pettinarsi, l’essere seguite/spiate, il non poter uscire da sole fino ad arrivare alla segregazione; con i termini derisione e violenza verbale facciamo riferimento a umiliazioni, offese, denigrazioni pubbliche, critiche per l’aspetto, reazioni di rabbia se la donna parla con altri uomini; mentre, le forme di intimidazione comprendono i ricatti come, ad esempio, la minaccia di portare via i figli, di fargli del male o la minaccia del compagno stesso di farsi del male o togliersi la vita.
“Nella normativa nazionale la violenza sessuale si riferisce a chiunque, che, con la forza o con la minaccia o l’abuso di autorità, forzi un’altra persona a commettere o subire atti sessuali” (Codice penale, articolo 609bis, 2005); nella violenza sessuale rientrano, pertanto, quei comportamenti che vanno dalle molestie sessuali fino ad arrivare allo stupro, o tentato stupro, i rapporti sessuali indesiderati vissuti come violenza, la costrizione a rapporti con altre persone e le attività sessuali fatte per paura delle conseguenze e, infine, la più comune, la molestia fisica sessuale come l’essere toccate, abbracciate, baciate contro la propria volontà.
La violenza economica mira ad assoggettare o sfruttare economicamente la donna, ostacolando di lavorare, limitare l’accesso alle risorse
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.