3 - Capitolo violenza
- 3.1. Definizione del termine violenza
- 3.2. Breve excursus sulle teorie criminologiche
- 3.3. Aggressività e violenza sono sinonimi?
- 3.3.1 Tra aggressività sana e patologica
- 3.4. Reati violenti
- 3.5. Varie forme di violenza
- 3.6. Statistiche generali sui reati violenti
3.1. Definizione del termine violenza
Prima di addentrarci nelle considerazioni di carattere specifico circa l’associazione eventuale che intercorre tra infermità e violenza, è opportuno cercare di definire quest’ultima e soprattutto diversificarla da altri termini con cui spesso viene sostituita o addirittura confusa.
Il termine violenza deriva dal latino violentus, dove la radice vis - significa “forza” e la terminazione -ulentus si riferisce all’eccesso. 1 Il termine "violenza" è oggi molto comune e viene utilizzato in diverse situazioni; tuttavia, spesso viene confuso con altri termini e utilizzato a sproposito.
Il suo significato etimologico deriva dal verbo "violare", ovvero superare o infrangere dei limiti prestabiliti. La violenza può essere definita come un'azione, non un'emozione, che si manifesta attraverso atti fisici o verbali che mirano ad annullare l'altro o a distruggere la sua volontà. Quando si agisce con violenza, il desiderio di escludere, ridurre al silenzio o far scomparire l'altro diventa prioritario rispetto alla volontà di dialogare, confrontarsi e gestire il conflitto: la violenza porta alla negazione dell'altro, al suo annientamento e perfino alla sua uccisione, anche se non in senso letterale. 2 Lo scopo ultimo è quello di “dominare sugli altri, giudicati inferiori; quello di essere riconosciuto come essere unico e speciale; quello di evitare di essere alla mercè di altri e quello di evitare di apparire vulnerabile.” 3
Tuttavia, è importante notare che la definizione moderna di violenza va oltre l'idea di forza fisica, includendo anche il potere e la coercizione. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità e l'Organizzazione delle Nazioni Unite, la violenza è un atto intenzionale che può causare danni fisici, sessuali o psicologici, o minacciare la libertà di un individuo o di un gruppo. L’OMS nel 2002 la definisce come: “utilizzo intenzionale della forza fisica o del potere, minacciato o reale, contro se stessi, un’altra persona, o contro un gruppo o una comunità, che determini o che abbia un elevato grado di probabilità di determinare lesioni, morte, danno psicologico, cattivo sviluppo o privazione.” 4
1 Violenza: caratteristiche e tipologie <https://www.giuntipsy.it/informazioni/notizie/violenza-caratteristiche-e-tipologie>, 29 luglio 2020, consultato il 10 maggio 2023.
2 Patrizia ROMITO - Natalina FOLLA - Mauro Melato, La violenza sulle donne e sui minori. Una guida per chi lavora sul campo, Carocci Faber, Roma, 2018
3 Direttore responsabile Giovanni Maria RUGGIERO Assertività, State of Mind, <https://www.stateofmind.it/assertivita/>, 14 giugno 2023
L’ONU stabilisce che la violenza riguardi “qualsiasi atto che provoca, o può provocare, danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione e la deprivazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che privata”. 5
Per parlare di violenza sono quindi fondamentali i concetti di intenzionalità dell’atto o della minaccia dell’atto, di forza e di eccesso. È importante considerare che, “sebbene la violenza si distingua dagli atti non intenzionali che determinano lesioni, la presenza dell’intenzione di ricorrere alla forza non significa necessariamente che esista anche l’intenzione di causare un danno. In realtà, è possibile che esista una notevole disparità tra un comportamento voluto e una conseguenza voluta. È possibile che un individuo compia intenzionalmente un atto che, in base a parametri obiettivi, viene considerato pericoloso e con notevoli probabilità di determinare delle conseguenze sanitarie negative, ma che l’individuo stesso non lo percepisca come tale”. 6
Considerazioni diverse sull’intenzionalità vengono proposte da Giuliano Pontara, egli infatti, in riferimento all’accezione classica del termine, sostiene che “A usa violenza nei confronti di B se, e solo se, A uccide oppure infligge a B delle sofferenze o lesioni - fisiche o psicologiche - e fa ciò intenzionalmente e contro la volontà di B”. Viene quindi fornita una definizione di violenza secondo la quale essa si applica soltanto all'uomo, capace di scelta intenzionale, e non al resto del mondo animale. 7
Come si può notare nelle definizioni date da diversi autori vi sono diverse opinioni, una indirizza maggiormente verso le considerazioni sull’esistenza del vizio di mente inteso come incapacità di comprendere le conseguenze del proprio atto violento, o per lo meno non stimarne le conseguenze, l’altra invece indirizza verso una concettualizzazione più deterministica, che non lascia spazio alla componente soggettiva, ma solo a quella causa - effetto. In virtù delle considerazioni sul vizio di mente chiaramente quest’ultima ipotesi appare meno adatta alle considerazioni su un’ipotetica infermità, e per questo più riduttiva.
4 Traduzione di Elena FOSSATI, Violenza e salute nel mondo, in “Quaderni di sanità pubblica”, Rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (parte prima), CIS Editore, 2002.
5 ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE, No alla violenza, <http://www2.units.it/noallaviolenza/Violenza.html>, 2011, 10 maggio 2023
6 Traduzione di Elena FOSSATI, Violenza e salute nel mondo, op. cit.
7 Giuseppe BARBIERO, La violenza: il carattere patologico della combattività destrutturata, in E. Camino e A. Dogliotti Marasso (a cura di), Il conflitto: rischio e opportunità, Edizioni Qualevita, Torre dei Nolfi (AQ), 2004, pp. 147-163.
Anche secondo la sociologia “la violenza rappresenta un comportamento volontario e aggressivo contro determinate persone con l’intenzione di ferire o uccidere, arrecare danno o sottomettere al proprio dominio la volontà di un altro individuo.” 8
Secondo la prospettiva sociobiologica, nel regno animale si osserva che gli individui di specie diverse possono uccidersi reciprocamente come parte della legge della sopravvivenza, mentre le uccisioni all'interno della stessa specie sono rare. In questi casi, la lotta tra animali viene ritualizzata e si conclude quando il perdente emette un segnale convenzionale per comunicare al vincitore la sua resa.
Nel cuore degli esseri umani, scorre un'aggressività ancestrale, un'eredità del regno animale, che gli esperti definiscono come una "tensione competitiva". Sin dalle origini, questa spinta ha guidato l'umanità nella ricerca del nutrimento, nella conquista dei compagni desiderati e nella difesa del proprio territorio. Tuttavia, a differenza di molti altri vertebrati, le azioni aggressive tra gli esseri umani raramente portano alla morte. Da qui si è sviluppata una prima legge universale che restringe l'uccisione di individui della stessa specie, imponendo una sorta di freno naturale. Inoltre, una seconda legge ha introdotto "controindicazioni", meccanismi che riescono ad inibire le tensioni innate dell'aggressività, spingendo verso una convivenza più pacifica. 9
Contrariamente Recalcati ritiene che la violenza sia sempre esistita: “il crimine non è la regressione dell’uomo all’animale, ma esprime una tendenza propriamente umana”. 10
In effetti, nelle prime forme di società, la presenza della violenza era una costante diffusa, praticata dall'Homo Habilis che iniziò a creare utensili per la vita quotidiana, la caccia e gli scontri tribali. Ma con l'avvento dell'Homo sapiens, si iniziò a sviluppare una cultura che portò alla nascita di forme di pensiero e comunicazione più avanzate: fu così che emersero le prime forme di cooperazione attraverso relazioni sociali basate su regole e divieti. Si stabilirono norme che riguardavano l'allevamento dei figli, la difesa collettiva, l'attività sessuale all'interno delle coppie e la formazione delle prime strutture familiari. Tabù contro l'incesto e il cannibalismo si consolidarono, e la violenza all'interno del gruppo divenne proibita.
Con la scoperta dell'agricoltura, le società tribali iniziarono a delimitare i confini dei loro territori e a riconoscere l'autorità di un capo che impose le prime norme sociali per mitigare la violenza, anche se la pratica della vendetta e l'applicazione del principio del "occhio per occhio, dente per dente" continuavano a esistere. 11 Nell'antica Grecia, la violenza veniva sublimata attraverso la mitologia e la poesia epica, mentre nel teatro tragico si evidenziavano fondamentali tabù che vietavano l'infanticidio, il matricidio e il parricidio. Tuttavia, all'interno delle diverse culture, l'uso della violenza non è soggetto a un divieto assoluto. Ci sono situazioni in cui l'uccisione è considerata accettabile, come in guerra, nell'applicazione della pena di morte o nella legittima difesa. 12
8 Alberto PELLEGRINO, Violenza e società, in Lettere dalla Facoltà, <https://letteredallafacolta.univpm.it/natura-e-caratteristiche-della-violenza-nelle-societa-umane/>, 10 maggio 2023
9 Ivi
10 Massimo RECALCATI, A pugni chiusi. Psicoanalisi del mondo contemporaneo, Feltrinelli editore, Milano, 9 maggio 2023
11 Levitico 24, 19-20 in ‹‹La Sacra Bibbia››, Roma, 2008
12 Traduzione di Elena FOSSATI, Violenza e salute nel mondo, op. cit.
Fin dal principio, dunque, la violenza costituisce un fattore fondante della società stessa: proprio per questo diversi autori hanno formulato ipotesi sulla sua origine e le eventuali cause collegate alla manifestazione di agiti violenti. Dal punto di vista sociologico “le riflessioni scientifiche si sono focalizzate sul conflitto, sul concetto di potere, di ruolo, di relazione, di devianza. Nell’analisi storica i modelli interpretativi hanno ricondotto la violenza da un lato, all’interno di scenari di guerra, di terrorismo, di rivoluzione, di conflitti, di potere, e dall’altro, tenendo conto delle numerose forme inscritte nelle cause di matrice psicologica e/o psichiatrica.” 13
L’interesse da parte di queste discipline si è reso esplicito attraverso la descrizione di diverse teorie, che hanno riconosciuto in diversi fattori l’origine della violenza, posto, come è stato evidenziato, che essa sembra caratterizzare tutte le società in tutte le epoche storiche. Nel paragrafo successivo, quindi, sarà presente una breve analisi dei diversi paradigmi al fine di sottolineare la complessità del fenomeno e soprattutto la relazione che da sempre è stata riconosciuta tra infermità, pazzia, deficienza e violenza.
3.2. Breve excursus sulle teorie criminologiche
Nel corso dei secoli diversi autori si sono posti l’obiettivo di conoscere le cause collegate alla personalità violenta nella commissione di un reato. Ognuna delle diverse branche, in linea con la specifica filosofia di pensiero, si è focalizzata sull’esistenza di specifiche condizioni che incoraggiassero la manifestazione di tali agiti. Per quanto concerne la branca sociologica questa ha dato importanza assoluta o comunque prevalente a cause esterne e sociali, negando o attribuendo scarso valore ai fattori individuali. 14
In tale ottica, pertanto, il reato viene ad essere una diretta conseguenza delle molteplici condizioni sociali, ossia economiche, culturali, politiche e morali, che si ritrovano fra i popoli nelle loro vicende perennemente mutevoli di bene e di male, di progresso e di regresso, e cioè di quelle condizioni che sarebbero le sole a formare i caratteri individuali, in quanto gli uomini, nascendo uguali, diverrebbero “buoni” o “cattivi” a seconda soltanto dell’ambiente nel quale vivono e si sviluppano. 15
Gli interrogativi che la branca sociologica si pone sono diversi: che cosa caratterizza una società violenta? C’è una violenza universalmente riconosciuta? Quali sono le dinamiche che danno voce alle forze irrazionali della violenza? 16
Nell'esaminare le origini della violenza, quindi ci troviamo spesso a porci domande sulle cause scatenanti. Tuttavia, è altrettanto importante dedicare una riflessione alle forze che modellano e potenzialmente controllano questo comportamento distruttivo. In particolare, dobbiamo considerare l'influenza di un'ampia e diffusa tradizione violenta che si tramanda di generazione in generazione.
Per comprendere appieno la complessità umana, è indispensabile riconoscere le diverse caratteristiche e le diverse variabili che influenzano la violenza. L’individuo va sempre analizzato all’interno del ruolo che assume nel contesto sociale in cui si trova e del quale è naturalmente dipendente: infatti considerando sia i fattori individuali, ma anche quelli comunitari, forse si può dare un significato alle azioni violente.
Alle dottrine sociologiche si sono a lungo contrapposte quelle antropologiche - cliniche, per cui l'ambiente sociale modella semplicemente il reato e contribuisce a renderlo più o meno frequente. Tuttavia, la vera causa del crimine va sempre ricercata nella personalità individuale, che costituisce il terreno fertile su cui l'ambiente agisce. Questa prospettiva criminologica-clinica si basa sul concetto che il comportamento delinquenziale può essere attribuito a uno stato di disadattamento sociale, che a sua volta è influenzato da motivazioni di natura biologica, psicologica e sociale presenti nella personalità del soggetto. In sostanza questo paradigma cerca di spiegare perché alcuni individui, in condizioni e ambienti simili, si spingono a commettere atti criminali, mentre altri si astengono. Si valutano quindi le caratteristiche biologiche, psichiatriche e psicologiche che possono distinguere un individuo criminale. 17
Il primo a studiare il ruolo dei fattori biologici e le caratteristiche fisiche dei criminali fu Cesare Lombroso con la sua “antropologia criminale” che gli valse il titolo di padre della criminologia moderna. Egli attraverso l’autopsia sul cranio di un delinquente recidivo notò una strana depressione che chiamò “fossa mediana occipitale” simile a quella visibile nei vertebrati meno prossimi all’uomo e precisamente nelle scimmie inferiori: questa assieme ad altre anomalie suggerirono a Lombroso l’associazione tra il delitto e la pazzia.
Con questa convinzione egli intendeva indicare la natura primitiva del crimine. Tuttavia, seppur continuando a mettere in risalto le cause biologiche, riconosce l’esistenza di fattori ambientali presenti al di fuori dell’individuo. Il contributo più moderno per il tempo in cui visse Lombroso è da riconoscere nella sua convinzione che il reato è una manifestazione reale ed umana di un determinato individuo. 18 È fondamentale quindi studiare il delitto in rapporto alla personalità del suo autore. Di Tullio riprese proprio quest’ultimo concetto stabilendo l’indispensabilità di un’esatta e profonda conoscenza e valutazione di ogni atto criminoso.
Lo stesso autore, tuttavia, seguendo il filone biologico, si preoccupa di verificare se ci possa essere ereditabilità in determinate categorie criminali e riconosce che in colpevoli di reati particolarmente gravi, tare ereditarie morbose, degenerative o peggiorative sono state riscontrate con una media nettamente superiore rispetto ad individui normali. 19
13 Alessandra SANNELLA, La violenza tra tradizione e digital society. Una riflessione sociologica, Franco Angeli, 2017
14 Augusto BALLONI - Roberta BISI - Raffaella SETTE, Manuale di criminologia I: le teorie, CLUEB, Bologna, 2013
15 Michele CORRERA - Pierpaolo MARTUCCI, Elementi di Criminologia, Cedam, seconda edizione, 1° gennaio 2006
16 Alessandra SANNELLA, op. cit.
17 Michele CORRERA - Pierpaolo MARTUCCI, Elementi di Criminologia, op. cit.
18 Cesare LOMBROSO, L’uomo delinquente, (rist. anast. quinta edizione, Torino, 1897), Bompiani, Torino, 2013
Successivamente Introna, attraverso lo studio dei consanguinei, dei gemelli e degli adottati approfondisce i rapporti fra genetica e criminalità: le prime ipotesi sostenevano la trasmissione ereditaria diretta delle attitudini delinquenziali. Analisi subsequenti hanno falsificato queste ipotesi e ciò che Correra sottolinea è che non si può parlare di “causalità strettamente ereditaria della criminalità, ma soltanto di una predisposizione, intesa in termini meramente probabilistici, a certi comportamenti antisociali”. 20
Anche la ricerca sulle sindromi cromosomiche ha suscitato l'interesse di numerosi studiosi che hanno focalizzato l'attenzione su specifiche condizioni in cui è evidente una propensione significativa verso comportamenti impulsivi, violenti e aggressivi: in questo senso le aberrazioni cromosomiche svolgono un ruolo significativo come terreno predisponente al crimine, in quanto gli individui che ne sono portatori sembrano essere meno resistenti agli stimoli ambientali che promuovono il comportamento criminale. 21
Considerando gli eventi biologici che intervengono nella fase di gravidanza l’influenza maggiore è data dalle malattie infettive che possono danneggiare il feto con impatto sul sistema nervoso centrale: esse possono derivare da infezioni croniche oppure possono essere il frutto di comportamenti scarsamente salutari assunti dalla madre come alcolismo e consumo di stupefacenti, insufficienza
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.