La Banda Palombaro nella Resistenza abruzzese
Università degli Studi “G. D’Annunzio”
Chieti – Pescara
Dipartimento di Lettere, Arti e Scienze Sociali
Corso di laurea in Filologia, Linguistica e Tradizioni Letterarie
Titolo della tesi
La Banda Palombaro nella Resistenza abruzzese
Relatore Correlatore
Chiar.ma Prof.ssa Giusti Maria Teresa Chiar.mo Prof. Caccamo Francesco
Laureando/a
Maria Carla Di Giovacchino
Anno accademico 2015/16
La Banda Palombaro nella Resistenza abruzzese
La Banda Palombaro nella Resistenza abruzzese
Sommario
- Introduzione .............................................................................................. 1
- I. Primo semestre del 1943. Situazione in Italia ........................................ 7
- 1.1 Condizioni sociopolitiche ed economiche nel 1943 ............................ 7
- 1.2 L’Abruzzo nell’anno dell’armistizio .................................................. 24
- II. L’armistizio dell’8 settembre 1943 ...................................................... 30
- 1.2 Le conseguenze in Italia .................................................................... 43
- 2.2 Le conseguenze in Abruzzo ............................................................... 48
- III. La formazione delle bande partigiane ................................................ 56
- 3.1 Le bande partigiane in Abruzzo ........................................................ 64
- 3.2 La Brigata Maiella ............................................................................ 73
- 3.3 Caratteristiche della Brigata Maiella rispetto ad altre formazioni................................................................................................ 80
- IV. La Banda Palombaro .......................................................................... 85
- 4.1 Peculiarità e contesto della sua nascita ............................................ 85
- V. La storia di un protagonista: Nicola Cavorso .................................... 107
- VI. Memoria e ricordo attuale ................................................................ 120
- Conclusioni............................................................................................ 131
- Appendice.............................................................................................. 133
- Dichiarazione del Cappellano delle Carceri di Chieti ......................... 133
- Dichiarazione della Sig.na Vittoria Clama ........................................... 134
- Dichiarazione riguardante il Patriota Nicola Cavorso assassinato dai tedeschi l’11 febbraio 1944 ......................................... 135
- Dichiarazione di Luigi Cipolla ............................................................. 136
- La figura del patriota Nicola Cavorso .................................................. 139
- Dichiarazione ........................................................................................ 142
- Dichiarazione di Amalia D’Aloisio ....................................................... 143
- Ultime lettere di Nicola Cavorso alla madre ........................................ 152
- Intervista al Prof. Carlo Cavorso .......................................................... 154
- Intervista a Carlo Cavorso .................................................................... 159
- Intervista a Rita Fusco .......................................................................... 164
- Bibliografia............................................................................................ 166
La Banda Palombaro nella Resistenza abruzzese
Introduzione
Questo lavoro può esser diviso in tre parti, l’una fondamentale per comprendere l’altra. Si inizia da un anno chiave per il nostro paese, il 1943, assunto a punto di partenza perché proprio allora il clima di consenso intorno al regime e al duce iniziò a incrinarsi.
Nel primo capitolo cerco di ricostruire la situazione generale, soffermandomi inoltre sulle condizioni di vita della popolazione; di notevole aiuto a tale scopo il libro di Petacco, che analizza mese per mese l’andamento del conflitto, la situazione economica e le crescenti difficoltà del paese. Questo malcontento via via sempre più forte culminò nel colpo di stato dei gerarchi del 25 luglio del 1943: una destituzione che partì all’interno del regime stesso, ma che traeva forza dalle crepe sempre più evidenti, da un’insoddisfazione che andava dilagando.
L’arresto di Mussolini e l’armistizio dell’8 settembre furono date fondamentali per il nostro paese. Un regime che fino a quel momento sembrava incrollabile si sgretolò con una semplice votazione: nel giro di poche ore il paese intero volle rimuovere persino dalla propria memoria Mussolini e il ventennio precedente.
Utilizzando varie fonti, italiane e straniere, ho voluto mostrare la capacità tutta italiana di rinnegare il proprio trascorso, facendo finta che esso non sia mai esistito, emblematica la corsa alla distruzione dei simboli stessi del regime, cui non di rado parteciparono gli stessi fascisti.
Come avrò modo di spiegare, una mancata consapevole presa di coscienza sarà deleteria, impedirà uno sviluppo sociale maturo e porterà a delle estremizzazioni che, possiamo dire, ancora oggi non sono pienamente risolte.
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La Banda Palombaro nella Resistenza abruzzese
L’8 settembre è una data fondamentale e ambigua, con la duplice valenza che da sempre la accompagna. Un obiettivo chiave è mostrare come il paese si presentò totalmente impreparato, in preda al caos più totale, a questo fondamentale appuntamento. Se questo può essere comprensibile, a livello di popolazione, data anche la condizione di estrema difficoltà in cui il popolo si venne a trovare in quel periodo, non è ammissibile invece tra le più alte cariche dello stato.
Scorrendo le varie testimonianze credo sia palese il clima di confusione che caratterizzò quei convulsi giorni, l’approssimazione e la faciloneria con cui le massime autorità dello Stato si approcciarono alle trattative con gli Alleati e la superficialità con cui ci si preparò alle prevedibilissime reazioni tedesche. Traspaiono tutta l’incompetenza e l’arroganza di chi era convinto di poter avere dei margini di trattativa, non accettando l’idea di dover firmare una resa; la mancanza di coraggio quando ci si volle tirare indietro, a trattative ormai concluse e documentate, per paura di ritorsioni tedesche; e infine è palese l’indifferenza per le sorti del paese, abbandonato al proprio destino, l’egoismo che portò a occuparsi esclusivamente della propria salvezza e dei propri interessi.
In tutto il mio discorso ho cercato di sfatare alcuni pregiudizi, in primo luogo la mancata partecipazione della componente militare alla Resistenza. Nel nostro paese le Forze Armate non hanno mai goduto di particolare stima e fiducia; nei loro confronti vi è sempre stata una diffidenza difficile da scardinare e persino vedremo quest’ostilità in storici affermati, appartenenti a una specifica corrente politica.
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Questi hanno spesso negato il ruolo di soldati e ufficiali nella lotta resistenziale, sminuendo dunque contributi come quelli di Porta S. Paolo, dove militari e civili combatterono insieme, e Cefalonia, con il sacrificio di migliaia di militari italiani.
La giusta valorizzazione del contributo militare non è un elemento secondario, soprattutto in tempi come questi, così incerti e fragili, in cui si rende necessaria la riscoperta di ciò che ci unisce e che ci rende nazione.
L’Italia si è dunque ritrovata divisa in due. Al sud gli Alleati e i massimi vertici dello Stato a ricostruire una parvenza di governo; al nord invece i tedeschi, furiosi per il tradimento italiano e desiderosi di vendetta, con uno stato fascista fantoccio, la Repubblica di Salò, e un Mussolini ostaggio di Hitler piuttosto che suo alleato.
La famigerata linea Gustav, posizionata lungo le cime più aspre dell’Appennino centrale, a dividere in due la nostra regione.
Un’intera nazione dunque si ritrovò a essere terreno di scontro fra eserciti stranieri, con la popolazione in ostaggio, priva di punti di riferimento e completamente allo sbando.
Vedremo come le reazioni siano state ben diverse di quelle seguite alla destituzione del duce: dopo l’8 settembre la gioia fu di brevissima durata, rapidamente si affacciò la consapevolezza che il peggio doveva ancora arrivare. E immediata fu la nascita di varie forme di resistenza spontanee, di cui avremo un esempio drammatico nella battaglia di Porta S. Paolo, quando cittadini e militari si unirono in una disperata ed eroica battaglia per impedire la presa della città da parte tedesca.
Con questo capitolo ho cercato di ricostruire un quadro completo della situazione nel paese, in un momento che
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giustamente è stato definito cruciale per le sorti del conflitto e per lo stesso futuro nazionale; in questa fase furono gettate le basi dei decenni che verranno.
Tanti problemi che caratterizzeranno la storia italiana nacquero proprio da qui: la fuga delle autorità e, dunque, un rapporto con la popolazione che spesso sarà carente e debole, soppiantato da quello con il clero, le figure di sacerdoti martiri e combattenti al fianco dei partigiani furono spesso unico punto di riferimento per intere popolazioni, e favorirono quel solido legame con il mondo ecclesiastico che durerà decenni, impedendo spesso una crescita più consapevole, laica e matura; la contrapposizione feroce tra stessi italiani che troveremo poi nei decenni successivi, negli anni delle contestazioni e in quelli “di piombo”.
Con la nascita delle bande partigiane si arriva al punto di svolta della mia tesi, si inizia a entrare nel cuore del lavoro.
Il mio desiderio è stato quello di mostrare le origini stesse della nostra democrazia, troppo spesso dimenticate e trascurate. La Costituzione italiana infatti nacque dalla Resistenza: l’Assemblea Costituente fu il risultato del lavoro dei membri dei CLN, Comitati di Liberazione Nazionale, e i dogmi di libertà, democrazia e antifascismo espressi da questi furono poi trasmessi nella nostra carta costituzionale.
Parlare delle bande partigiane dunque non è solo funzionale alla mia opera e a introdurre la storia della Palombaro, ma è una presa di coscienza delle origini stesse della nostra democrazia, da preservare e curare in risposta a tendenze revisioniste o negazioniste: sono sempre presenti, sono sempre possibili, e vi assistiamo periodicamente, attacchi ai valori chiave della nostra società. È dunque imprescindibile sapere da dove la nostra
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democrazia trae origine, una maggiore consapevolezza ci renderà soggetti e cittadini migliori.
Dall’analisi della nascita del movimento resistenziale, sia a livello locale sia nazionale, mi sono addentrata poi nello specifico e nell’analisi della Palombaro, una formazione spesso sconosciuta agli stessi abruzzesi; ho voluto mostrare l’importanza che essa ebbe nella Resistenza, scoprendone inoltre il carattere di assoluta precocità, nata immediatamente dopo l’armistizio.
Nella mia ricerca sono stata aiutata da testi molto validi e particolareggiati, donati a mio nonno in segno di riconoscenza per il contributo dato alla loro realizzazione, in termini di interviste, memorie, testimonianze e documentazione. Al di là di questi, non è stato facile trovare informazioni sulla Banda: ciò sta a testimoniare quanta strada ci sia ancora da fare, prima di avere un effettivo riconoscimento del suo ruolo e della sua importanza.
Arrivo così al capitolo per me più importante, da un punto di vista meramente affettivo: quello sul mio prozio Nicola. Mio nonno, come poi avrò modo di spiegare, non è mai stato perfettamente a suo agio nel ricordare questa storia, mischiando il dolore di fratello al dispiacere di vedere come ben presto ci si sia dimenticati di questi martiri, e di uno in particolare.
Uno dei problemi della Resistenza è che essa è diventata ostaggio di due opposti schieramenti. Nel capitolo finale, dedicato alla memoria e al ricordo della stessa, ci si può render conto di quanto sia stata distorta sia da destra sia da sinistra.
Nel primo caso, i partigiani son stati definiti delinquenti, ladri, assassini; son stati presi come pretesto avvenimenti ambigui, regolamenti di conti a fine guerra, sempre possibile quando vi è una guerra civile, termine indigesto
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per decenni ma indicatore della reale situazione di quegli anni, e da ciò si è voluto far passare tutti i resistenti come banditi.
Da parte della sinistra, il Partito Comunista nel corso degli anni si è appropriato della lotta resistenziale: ciò ha fatto sì che coloro che non vi appartenevano fossero esclusi dalla Resistenza e dalla ricostruzione democratica del Paese. Dunque cattolici, militari, esponenti del Partito D’Azione, come il mio prozio, e di altri partiti diversi da quello comunista: costoro sono stati messi da parte, quasi che il loro sacrificio non sia mai esistito.
Per mio nonno, dunque, al dolore per la perdita di un fratello si è andato ad aggiungere quello per una condizione di secondarietà, un mancato riconoscimento del valore espresso nella lotta resistenziale.
Scrivere questa tesi dunque equivale a un modo tardivo per restituire una giusta dimensione, oltre divisioni politiche e rancori sociali, a uomini ed eventi, anche grazie a una distanza temporale che rende possibile e più agevole affrontare simili questioni.
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I. Primo semestre del 1943. Situazione in Italia
1.1 Condizioni sociopolitiche ed economiche nel 1943
L'8 settembre 1943, alle ore 19:45, risuonò dai microfoni dell’EIAR un comunicato che avrebbe cambiato la vita della nostra nazione per sempre:
Il governo italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.
Con questo messaggio, prima registrato da Badoglio e poi mandato in onda, si chiudeva la prima fase della guerra per il nostro paese ma se ne apriva un'altra, ben più drammatica, con durature conseguenze per la stabilità e la convivenza della popolazione. Per comprendere il percorso che condusse all’armistizio e per capire perché esso poi si rivelò così drammaticamente importante per l’Italia è necessario tornare indietro, ripercorrere i primi anni del conflitto a fianco dei tedeschi.
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La Banda Palombaro nella Resistenza abruzzese
Il 10 giugno 1940 il popolo reagì festoso e urlante alla dichiarazione di guerra di Mussolini dal balcone di palazzo Venezia. Imbevuti di sogni imperiali e desiderio di conquista, gli italiani sognavano di riscattare l'immagine di un paese da sempre secondario. Convinti che la guerra sarebbe stata rapida e indolore e avrebbe portato prestigio e potere, condivisero la decisione del duce di partecipare al conflitto a fianco dei tedeschi. Con la complicità dei mezzi di comunicazione, controllati dal regime, a lungo gli italiani vissero immersi nel sogno e nell'illusione della vittoria, ignorando l'impreparazione e la scarsità di mezzi delle forze armate nazionali e non avendo una reale conoscenza delle sconfitte e della difficoltà che le nostre truppe sperimentavano sui campi di battaglia.
Nel corso del 1942 primi segnali d’inquietudine attraversarono il paese, assieme al timore di un possibile sbarco anglo-americano, dopo quello respinto dai tedeschi a Dieppe, nel nord della Francia, a un centinaio di km verso est dal luogo dove avvenne lo sbarco in Normandia del 1944, il 19 agosto del 1942. Questo sbarco aveva due obiettivi sostanziali: dirottare parte dei combattimenti dall’Unione Sovietica sul suolo europeo, perché si temeva un crollo dell’Armata Rossa, in quel momento unica a combattere i tedeschi, e acquisire informazioni che poi vedremo utilizzate per i successivi sbarchi in Europa, fra cui quello in Sicilia del luglio 1943.
In realtà l’obiettivo di alleggerire il fronte russo non fu ottenuto, ma gli Alleati trassero preziosi insegnamenti da questa disfatta. Capirono l’importanza di un’efficiente comunicazione, assolutamente deficitaria invece in questo primo tentativo di sbarco; l’importanza di un preventivo bombardamento sulle difese nemiche; la necessità di dare sostegno alle truppe d’invasione con l’artiglieria navale.
È sempre nel 1942, precisamente nel mese di novembre, che spesso s’individua una svolta, un cambio di rotta nel generale entusiasmo che fino a quel momento aveva pervaso il paese:
Per la prima volta in tanti anni sono in discussione le certezze, le illusioni, i sogni di gloria. Un dubbio si insinua nell'animo della gente:
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