Gli italiani in Somalia, tra storia e memoria. Le missioni Ibis, 1992-1994
Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo
Corso di Laurea Magistrale in Teorie della Comunicazione
Tesi di Laurea Magistrale in Storia contemporanea
Candidata: Daniela Volpi
Relatore: Adriano Roccucci
Correlatrice: Sveva Magaraggia
Anno Accademico 2014/2015
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Indice
- Introduzione
- Cap. 1 – Tra storia e memoria
- 1.1. Un passato troppo recente
- 1.2. Una nuova concezione di storia
- 1.2.1 Memoria. O meglio, memorie
- 1.2.2 Storia
- 1.3 Le fonti orali
- 1.3.1 Usi e abusi
- 1.4 Un rapporto problematico
- 1.5 Memoria pubblica e uso della storia
- Cap. 2 – Somalia
- 2.1 Il «corno» d’Africa
- 2.1.1 La Terra di Punt
- 2.1.2 Nazione e clan
- 2.2 Per la terza volta in Somalia
- 2.3 Dalla rivoluzione socialista alla guerra civile
- 2.3.1 Il ruolo dell’Italia
- 2.4 Le missioni Ibis
- 2.4.1 La presa dell’Ambasciata
- 2.4.2 Guerra
- 2.4.3 “Pasta”
- 2.4.4 Dopo l’agguato
- 2.5 Il ritiro del contingente
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- Cap. 3 – Ombre e misteri
- 3.1 Guerra e peace-keeping
- 3.2 Il mito del buon soldato italiano
- 3.2.1 Torture e stupri?
- 3.2.2 Il colonnello Carlini
- 3.3 Due “strani” casi
- 3.3.1 Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
- 3.3.2 Vincenzo Li Causi
- Conclusioni
- Appendice
- Bibliografia
- Sitografia
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Introduzione
L’undici dicembre 1992 un ristretto gruppo di ufficiali e sottufficiali composto dagli incursori del IX battaglione Col Moschin, comandati dal tenente colonnello Marco Bertolini, partiva dall’aeroporto di Pisa a bordo di un C-130 dell’aeronautica militare alla volta di Nairobi; da lì, nell’arco di 48 ore, gli incursori avrebbero raggiunto Mogadiscio, capitale della Somalia.
L’ordine era di mantenere il riserbo sull’operazione; per tale ragione i militari furono costretti a non fornire alcuna indicazione sulla destinazione e lo scopo della partenza, nemmeno ai familiari più stretti. Questi, insieme all’intera nazione, ne vennero a conoscenza nel corso dell’edizione serale del Tg1, quando la giornalista Angela Buttiglione annunciò che il primo drappello di militari italiani era partito per la Somalia. Iniziava così l’operazione Ibis.
In realtà, a partire dal gennaio 1991, quando fu evacuata definitivamente l’ambasciata italiana a Mogadiscio, e per tutti i mesi che seguirono, gli incursori erano sempre stati presenti nel Corno d’Africa, affiancando gli agenti del Sismi nelle operazioni di intelligence e alternando il loro impegno tra Gibuti e Nairobi, punti di osservazione privilegiati per la pianificazione di un intervento in Somalia; intervento che, tra impedimenti di varia natura e inesorabili contraddizioni, si concretizzò l’anno successivo.
Il nostro contributo alla missione somala promossa dal segretario generale delle Nazioni Unite Boutros Boutros-Ghali e dagli Stati Uniti fu al centro di numerose polemiche e avversato da più parti; l’attacco più duro all’ipotesi di una presenza italiana in Somalia giunse proprio dal nostro più fidato e tradizionale alleato, gli americani.
Così, mentre il contingente Usa sbarcava sulla spiaggia di Mogadiscio sotto le luci dei riflettori delle televisioni di tutto il mondo, i nostri militari raggiunsero la Somalia alla spicciolata, quasi in sordina, e furono immediatamente esiliati a Balad, località a trenta chilometri dalla capitale, e nelle aree circostanti fino a Gialassi, città devastata dalla tubercolosi, dove ogni giorno per fame e malattie arrivavano a morire anche venti persone. 2
1 Al contingente italiano era stata assegnato il compito di controllare l’area del Medio Scebeli, fino alla regione dell’Hiran: «All’inizio, circa 44.000 chilometri quadrati di savana e deserto, che sarebbero poi diventati quasi 70.000 quando, il 1° giugno 1993, ci venne assegnata anche l’Aor (Area of Responsibility) lasciata dai canadesi. Un territorio grande quanto l’intera pianura padana, attraversato longitudinalmente da un’unica strada asfaltata, disseminata di buche (alcune molto ampie e profonde) e per lunghi tratti ridotta a poco più di una pista. Era la cosiddetta “Via Imperiale”, da Mogadiscio ad Addis Abeba (1500 km) costruita dagli italiani agli inizi degli anni ’30 […]» in Loi B., Peace-Keeping, pace o guerra? Una risposta italiana, l’operazione Ibis in Somalia, Vallecchi, Firenze, 2004, p. 28.
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Secondi solo al contingente Usa per mezzi e numero di uomini impiegati, gli italiani soccorsero la popolazione, distribuirono viveri e medicinali, costruirono ospedali e orfanotrofi.
Ma non solo.
I militari del nostro contingente furono intensamente impegnati nelle operazioni di rastrellamento delle armi e nel disarmo delle bande di predoni che da due anni imperversano in tutta la Somalia, paese completamente in balìa della guerra e della devastazione, nel quale non esistevano più leggi dello stato né riferimenti morali.
I contrasti con il Comando Usa non tardarono a manifestarsi e nei mesi successivi, all’indomani dei gravi fatti che provocarono la morte di numerosi caschi blu, tra i quali anche tre italiani, le differenti modalità operative intraprese da americani e italiani crearono gravi dissidi e profonde incomprensioni, che rischiarono di compromettere un rapporto consolidato da decenni di alleanza strategica. 3
La decisione Usa di lasciare la Somalia, annunciata nell’ottobre del 1993, alla quale seguì quella italiana, risultò provvidenziale per il mantenimento dei buoni rapporti tra i due paesi, poiché ebbe l’effetto di appianare automaticamente tutte le controversie.
La missione Ibis fu dunque un’operazione complessa e articolata, dagli esiti imprevedibili; la prima di una serie di missioni di seconda generazione, come sono state definite le operazioni di peace-keeping nell’era del post-bipolarismo, all’interno del nuovo scenario mondiale che si è delineato a partire dalla fine degli anni Ottanta, caratterizzato da mutevolezza e profonda instabilità, nel quale sono aumentati le tensioni e i conflitti planetari ma si sono anche moltiplicati gli interventi internazionali finalizzati a risolverli.
All’interno del sistema geopolitico multicentrico e frammentato che si è andato componendo dalla caduta del Muro ad oggi, i teatri operativi si connotano per un elevato livello di instabilità, tanto che «accanto ai compiti di interposizione e di Cfr. Porzio G., Simoni G., Inferno Somalia. Quando muore la speranza, Ugo Mursia, Milano, 1993, pp. 251-52. In particolare, gli americani e gli italiani avevano punti di vista differenti rispetto ai metodi da utilizzare 3 per il disarmo delle fazioni somale. Mentre gli americani erano fautori dell’uso della forza e della «caccia all’uomo», gli italiani erano convinti che si potesse perseguire la via della trattativa e del compromesso, giungendo anche a pagare, qualora fosse stato necessario al raggiungimento dello scopo. Cfr. «Panorama», Pasta, fagioli e tangenti, Porzio G., 3 ottobre 1993.
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monitoraggio tradizionalmente assolti dalle forze di pace, le missioni prevedono anche compiti di peace-making o, addirittura, di peace-enforcement». 4
Da concentrata che era in determinate zone e tra pochi protagonisti (l’Europa centrale, la Nato e il Patto di Varsavia) la minaccia bellica ha attenuato la propria potenzialità distruttiva in termini assoluti, ma si è fatta più diffusa, più ricorrente, più alla portata di mano di soggetti minori e non istituzionali. Tra i possibili attori di conflitto, infatti, vanno annoverati non soltanto gli Stati (nel frattempo passati in Europa da 34 a 50), ma anche micro-nazioni che aspirano a divenire tali, gruppi etnici, clan di varia natura, organizzazioni terroristiche. 5
La recrudescenza dei nazionalismi nel corso degli anni Novanta è stata alimentata dalla sovrapposizione dell’idea di popolo con quella di nazione, che si esplicita con una regressione a un concetto assolutizzato di popolo, astratto e idealizzato; un’entità indifferenziata di cui si postulano «caratteri nazionali» generali come di una globale identità mitica a cui ogni altro profilo identitario andrebbe subordinato. La presunta identità primaria, a seconda delle tendenze ideologico-politiche prevalenti, può essere riposta nella religione, nella lingua, nella tradizione e cultura, nel territorio, oppure nella nobiltà, nella purezza della razza ed etnia. Il ritorno a questa dimensione è inquadrabile come uno dei fenomeni più caratteristici dell’attuale epoca globale; l’emergere cioè di una modalità del conflitto di tipo identitario, che non è più lo «scontro di civiltà», ma è la tendenza, all’interno della compressione spazio/temporale data dalla globalizzazione, dei diversi gruppi umani a differenziarsi tra loro marcando i propri tratti identitari come se questi tratti fossero omogenei al loro interno. Ciò 6 comporta il moltiplicarsi delle forze in conflitto tra loro e un’incerta identificazione del «nemico».
Nella situazione bellica la controparte è, come ovvio, il nemico. Nella situazione di peace-keeping la controparte è costituita da stati o fazioni in lotta tra loro (anche se talvolta il conflitto può coinvolgere le stesse forze di pace, come ad esempio è accaduto in Somalia). Popolato di attori l’un contro l’altro armati, l’ambiente – pur altamente turbolento – non è univocamente ostile come nella classica situazione di guerra. Nel peace-keeping infatti si registra un ampio ventaglio di situazioni. Si va dall’ostilità armata al favore e alla cooperazione, passando per la neutralità più o meno benevola. 7
In un siffatto contesto, la capacità di operare nelle aree di crisi in maniera flessibile e aperta, per essere in grado di interagire in modo coerente con l’instabilità e la turbolenza dell’ambiente, si impone come una necessità, assegnando al fattore umano Battistelli F., Soldati: sociologia dei militari italiani nell'era del peace-keeping, Franco Angeli, Milano, 4 1996, p. 76. Ivi, p. 73. 5 Marramao G., Passaggio a Occidente. Filosofia e globalizzazione, Bollati Boringhieri, Torino, 2010. 6 Battistelli F., Soldati, cit., pp. 85-86. 7
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un ruolo impensabile nel passato, quando il paradigma di tipo meccanicistico era prevalente e si concretizzava in un sistema chiuso e auto referenziale, in cui tutta l’energia e le risorse erano orientate al funzionamento di un meccanismo immobile e predeterminato.
Nel nuovo «disordine» mondiale la soggettività degli attori, la capacità di mettere in atto comportamenti che, lungi dall’essere predefiniti e standardizzati, si caratterizzano per la loro duttilità ed empatia, risulta di vitale importanza per la riuscita delle operazioni, in grado di determinarne spesso il successo o il fallimento, restituendo a tali contesti una dimensione non solo storico-politica, ma anche sociale. 8
Tutto ciò sembra essere in sintonia con le tematiche affrontate nel primo capitolo di questa ricerca, dedicato all’analisi delle peculiarità della «nuova storia», che ha l’onere di raccontare lo svolgersi delle vicende umane nell’era delle società post moderne.
All’interno dell’inedita concezione della storia inaugurata alla fine degli anni Trenta del secolo scorso da Bloch e Febvre, il fattore antropologico assume una particolare 9 rilevanza, assegnando alle scienze umane un ruolo centrale nella ricerca storiografica.
È questa una storia interessata ai «fatti in profondità», agli eventi di lunga durata, che si affranca dalla storia definita evenemenziale, cioè dalla storia dei grandi avvenimenti, costruita solo su fatti e personaggi importanti.
Questa visione implica un approccio interdisciplinare, una cooperazione tra una pluralità di branche del sapere, che possono comprendere tanto l’archeologia e l’antropologia quanto la geografia e la demografia.
In quest’ottica innovativa le fonti tradizionali si rivelano spesso parziali e inadeguate, pertanto vengono riconsiderate le fonti di cui lo storico deve avvalersi nella sua ricerca, assegnando un importante valore documentario anche alle testimonianze non scritte, incluse le fonti orali, che per tale ragione assumono grande rilevanza non solo nell’ambito degli studi sulla memoria, ma anche in quelli riguardanti la pratica storiografica.
Aderendo in pieno a questa nuova prospettiva, per la mia ricerca ho fatto ricorso, oltre alla consultazione dei testi disponibili sull’argomento, anche ai contributi forniti dalle Ivi. 8 Nel 1929 Marc Bloch e Lucien Febvre fondarono la rivista dal titolo Annales d’histoire économique et 9 sociale apparsa poi con altri titoli: Annales d’histoire sociale (1939-41), Mélanges d’histoire sociale (1942-45), Annales. Économies. Sociétés. Civilisations (1946-93), Annales. Histoire, sciences sociales (dal 1994). La rivista (diretta prima dai due fondatori, poi, dopo la morte di Bloch, dal solo Febvre, quindi, dopo la morte di quest’ultimo da Ferdinand Braudel infine, dopo il 1969, da un comitato direttivo di cui hanno fatto parte tra gli altri Ferro, Le Goff, Ladurie, Revel e Valensi) fu alla base della fondazione da parte di Febvre, nel 1947, di un istituto di ricerca nel campo delle scienze umane e sociali, divenuto, nel 1975, «l’École des hautes études en sciences sociales».
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testimonianze di tre protagonisti delle vicende considerate, il generale Marco Bertolini, il dottor Carmelo Gentile e il maresciallo Carmine Zenga. Le interviste sono di genere discorsivo (intervista semi strutturata a risposta libera), e si svolgono in forma di conversazione, permettendo la raccolta di informazioni sotto forma di «risposte» anche molto ampie e articolate, per consentire all’intervistato di poter narrare a suo piacimento, seguendo la sua naturale disposizione e i suoi ricordi.
Le testimonianze sono rappresentative dei diversi incarichi e ruoli ricoperti dai militari nel corso della missione, e riportano le esperienze dirette di un ufficiale superiore di carriera, di un sottufficiale di carriera e di un ufficiale medico di leva volontario, tutti e tre appartenenti, non casualmente, al corpo dei paracadutisti, i quali si auto conferiscono uno statuto «speciale» rispetto agli altri corpi d’élite: «Alla decisiva auto-selezione iniziale, inoltre, il corpo unisce una forte socializzazione specifica, sostenuta psicologicamente dallo spirito di corpo e fondata ideologicamente sulla “unicità” del paracadutista (della quale il lancio è il simbolo più visibile)»10
Non perdendo mai di vista l’assunto principale, ovvero che le narrazioni autobiografiche non esauriscono il percorso di ricerca e di utilizzo delle altre fonti disponibili, nel secondo capitolo il mio obiettivo è stato dunque quello di raccontare, almeno in parte, le vicende riguardanti la missione Ibis in Somalia attraverso le narrazioni dei militari intervistati.
Non è stato un compito facile.
Nella fase preliminare di raccolta delle adesioni per sottoporsi all’intervista, ho collezionato diverse risposte affermative alcune delle quali, con il trascorrere dei giorni, si sono trasformate in dinieghi, riassumibili con queste affermazioni di due ufficiali che hanno partecipato alla missione Ibis.
Quel frangente della mia vita, sia personale che professionale, è mio e di coloro che con me lo hanno vissuto. Sono legato a quel periodo con ricordi e sentimenti molto forti e a volte contrastanti che non mi sento di condividere se non con coloro che ne furono partecipi.
Ho riflettuto a lungo e ho cambiato idea, poiché questi argomenti hanno natura delicatissima e toccano il profondo del mio cuore. 11
In rari casi non ho ricevuto alcuna motivazione per il diniego o il ripensamento, ma solo silenzio.
Il riscontro ottenuto mette in luce quanto intimo e personale sia questo tema per coloro che sono stati protagonisti delle vicende narrate in queste pagine, e come sia difficoltoso Battistelli F., Soldati, cit. p. 168. 10 I due militari vogliono conservare l’anonimato. 11
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condividere pubblicamente ricordi che, in molti casi, si riferiscono a fatti estremamente dolorosi, che non di rado hanno modificato il corso dell’esistenza di chi li ha vissuti.
E forse testimonia anche quanto scottante e controversa sia, ancora oggi, la costruzione della memoria collettiva della missione Ibis, e più in generale delle missioni di pace.
Tuttavia in alcuni casi, specie per i militari tuttora in servizio, il diniego è certamente attribuibile al divieto loro imposto di non divulgare informazioni che potrebbero essere considerate «riservate», soprattutto se riguardanti avvenimenti collegati a inchieste e procedimenti giudiziari non ancora giunti a esito definitivo.
Gli eventi oggetto di analisi nel terzo capitolo ci proiettano infatti in una dimensione fatta di sospetti e ambiguità, segreti ed enigmi, connessi a episodi inquietanti sui quali ancora oggi, dopo più di vent’anni, non è stata fatta piena luce e su cui, come su molte altre vicende riguardanti la storia recente della nostra Repubblica, aleggia lo spettro minaccioso del «segreto di stato».
In questo capitolo, i dati raccolti attraverso le interviste e la consultazione dei testi sono stati integrati dal confronto con gli elementi emersi da un’analisi degli schemi narrativi tramite i quali i media hanno riprodotto e trasmesso gli eventi oggetto della ricerca.
Il materiale consultato è rico
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