Università degli Studi di Siena
Scuola di Economia e Management
Corso di laurea in Scienze economiche e bancarie
ETF Smart Beta e factor investing
Relatore: Claudio Pacati
Anno accademico 2019/2020
Abstract
Questo testo ha l’obiettivo di spiegare nel modo più chiaro e completo possibile il mondo degli ETF Smart Beta e le cause del loro rapido sviluppo, nello svolgimento di tale compito l’elaborato è stato suddiviso in 3 differenti capitoli: il primo capitolo contiene informazioni riguardanti il funzionamento degli ETF in generale e i coefficienti di rischio e efficienza che permettono la valutazione del rischio di tali strumenti; il secondo capitolo introduce gli ETF Smart Beta parlando anche degli indici alternativi su cui tali ETF vengono basati in modo tale da poter avere un’esposizione diversa rispetto a quella tradizionale del benchmark, mentre il terzo capitolo contiene un’analisi empirica sui rendimenti nel periodo che va dal 2010 al 2019 degli indici fattoriali MSCI legati all’indice tradizionale MSCI World Index.
Introduzione
Con il recente sviluppo degli ETF Smart Beta si è assistito ad un costante aumento dei capitali soggetti a gestione semi-passiva poiché, con l’evolversi della disciplina, sono stati elaborati numerosi modelli tra cui il CAPM, il modello trifattoriale Fama-French e il modello Carhart tramite i quali è possibile sovraperformare il benchmark attraverso nuovi fattori di ponderazione, tali fattori permettono di ottenere extra-rendimenti evitando le elevate commissioni della gestione attiva, le cosiddette alpha fees. Infatti, attraverso l’acquisto di tali strumenti è possibile affidarsi a strumenti a gestione passiva con l’obiettivo di replicare indici fattoriali ed ottenere di conseguenza un extra-rendimento rispetto il benchmark tradizionale ponderato secondo la capitalizzazione, evitando però i costi della gestione attiva. Inoltre, a differenza delle performance degli indici di capitalizzazione, le quali sono piuttosto simili tra loro, le performance degli indici fattoriali possono divergere anche in modo sostanziale in base a quale fattore si utilizzi all’interno della ponderazione, per cui, la scelta può determinare notevoli differenze nelle performance degli ETF.
Indice
- 1. Exchange Traded Fund ..................................................................... 1
- 1.1. Sviluppo storico ...................................................................................... 5
- 1.2. Coefficiente β ........................................................................................... 6
- 1.3. CAPM ................................................................................................................ 7
- 1.4. Modello trifattoriale di Fama French .................................... 8
- 1.5. Modello Carhart .................................................................................. 8
- 1.6. Coefficienti di rischio ......................................................................... 9
- 1.7. Indici di efficienza .............................................................................. 12
- 2. Confronto tra le diverse tipologie di Smart Beta ....... 15
- 2.1. Smart Beta ............................................................................................... 15
- 2.2. Factor Investing ................................................................................. 16
- 2.3. Indici multifattoriali ..................................................................... 28
- 3. Confronto dei fattori .................................................................... 29
- 3.1. Performance degli indici monofattoriali ....................... 29
- 3.2. Confronto indici uni e multi fattoriali ............................ 35
- Conclusioni ................................................................................................... 38
- Indice dei grafici ....................................................................................... 39
- Indice delle tabelle ................................................................................ 40
- Bibliografia .................................................................................................. 41
1. Exchange Traded Fund
1
Secondo la definizione offerta da Borsa Italiana gli Exchange Traded Fund, più comunemente noti come ETF, sono fondi comuni d’investimento o SICAV caratterizzati dall’obiettivo di replicare passivamente determinati indici azionari, obbligazionari o di materie prime. Tali fondi hanno visto un rapido sviluppo sin dal 1993 con la nascita del primo ETF negli USA denominato SPDRs, uno strumento finanziario che riproduceva esattamente l’andamento dell’indice S&P 500, il patrimonio gestito è cresciuto dai 716 miliardi di fine 2008 ai 6181 miliardi gestiti del 2019.
2
AUM in ETF espressi in miliardi di € 6181 4690 4683 3423 2898 2674 2014 2015 2016 2017 2018 2019
3
Grafico 1.1
Questi strumenti passivi offrono numerosi vantaggi rispetto agli strumenti tradizionali: innanzitutto permettono agli investitori retail di diversificare meglio il proprio portafoglio senza dover affrontare spese di turnover elevate e soprattutto di ridurre i costi di gestione in quanto trattandosi di replica passiva non è necessaria una particolare partecipazione attiva da parte del manager per ottenere un rendimento più elevato rispetto a quello di mercato.
1 www.Borsaitaliana.it
2 Laurent Deville. C. Zopounidis, M. Doumpos, P. Pardalos (2008).
3 I dati contenuti all’interno del grafico sono stati forniti da statista.com
1
La circolazione delle quote viene gestita da un soggetto, l’ETF manager, il quale grazie all’ausilio di investitori istituzionali denominati Authorised Partecipant negozia tali quote sia sul mercato primario che sul mercato secondario.
4
La circolazione di quote di ETF avviene allo stesso modo delle azioni, cioè scambiate al loro prezzo di mercato; essendo però gli ETF strumenti differenti dalle azioni questa pratica potrebbe comportare fenomeni di disallineamento di tale prezzo rispetto al valore netto del portafoglio sottostante NAV, e quindi creare possibilità di arbitraggio; per ovviare a questo problema gli ETF manager ricorrono al processo di Creation/Redemption in Kind in quanto, trattandosi di fondi aperti, sono caratterizzati dalla variabilità del patrimonio e quindi dalla continua possibilità di sottoscrizione e rimborso di quote.
5
Grazie a questa particolare attività l’ETF Manager è in grado di controllare la quantità di quote in circolazione sui mercati grazie alla collaborazione degli Authorised Partecipant, i quali, sulla base della mera convenienza economica e quindi del disallineamento tra valore di mercato e NAV, speculano su questo disallineamento acquistando sul mercato primario quote di nuova emissione per poi rivenderle sul mercato secondario, realizzando in questo modo profitti in condizioni di arbitraggio; ipotizzando una situazione in cui il prezzo di mercato sia superiore al NAV gli AP consegnano all’ETF manager un basket di titoli contenuti nell’indice di riferimento in cambio di nuove quote di ETF in modo tale da aumentare l’offerta di quote in circolazione ristabilendo l’uguaglianza tra prezzo di mercato e NAV, questo fenomeno viene appunto definito Creation in Kind; al contrario invece, in situazione di bassa domanda di tali quote di ETF e quindi con un disallineamento del prezzo dove il valore di mercato risulta essere inferiore al NAV si attuerà il procedimento inverso, definito Redemption in Kind dove l’AP acquisterà quote di ETF vendendo i titoli sottostanti alla quota in modo tale da registrare un profitto, questo comporterà la riduzione delle quote presenti sul mercato e quindi un aumento del valore di mercato della stessa fino a condurlo ad un allineamento con il NAV.
4 Bennet W. Fereconi M. Madharan A. Ulitsky A. (2018)
5 Net Asset Value= prezzo di mercato*quantità+liquidità. Misura il valore complessivo netto del patrimonio del fondo. 2
La replica del sottostante distingue gli ETF in due grandi categorie, infatti a seconda della metodologia adottata potranno essere distinti tra: ETF “cash based” all’interno del quale la replica avviene attraverso l’acquisizione dei titoli componenti il benchmark sottostante (full replication) o solo di un campione di questi (sampling) oppure ETF “swap based” dove la replica avviene sinteticamente, cioè attraverso la stipulazione di contratti swap con controparti selezionate, il che comporta l’assunzione del rischio di default della controparte a carico dell’ETF Manager.
6 che
I costi da sostenere investendo in un ETF vengono calcolati tramite il TER comprende i costi di gestione che remunerano l’ETF manager, le commissioni della banca depositaria e i costi di distribuzione; ma non tutte le voci di costo sono calcolate al suo interno, infatti per quanto riguarda i costi esclusi dal TER di un ETF occorre distinguere 2 tipi di oneri a carico dell’investitore: i costi di proprietà e i costi di transazione; i primi si riferiscono a tutti quei costi derivanti dalla detenzione di tali quote e comprendono una varietà di fattori che influiscono sul rendimento relativo del benchmark tra cui: i costi di sampling qualora l’indice venga replicato seguendo una strategia “Cash Based“, dove l’ETF manager opta per una selezione di titoli sufficientemente simili rispetto all’indice replicato in modo da ridurre i costi di turnover e ottimizzare la liquidità a discapito di un crescente Tracking Error poiché la composizione del fondo si discosta maggiormente rispetto ad un ETF replicato secondo una strategia full replication, mentre se il metodo di replica è “swap based” vi saranno commissione relative alla stipulazione di contratti swap.
Inoltre come precedentemente accennato il turnover dell’indice incide notevolmente sullo scostamento del rendimento del fondo rispetto all’indice in quanto, nel caso di variazione nella composizione dell’indice di riferimento, l’ETF manager dovrà riallineare la composizione del fondo a quella dell’indice. Ulteriore fonte di disallineamento dei rendimenti è dovuto al trattamento dei dividendi in quanto qualora gli ETF decidano di pagare dividendi agli investitori, a differenza delle società componenti l’indice, questi deterranno tali somme sotto forma di liquidità fino alla data di stacco della cedola creando così uno scostamento dei rendimenti, tuttavia l’operazione di prestito titoli potrebbe comportare una variazione positiva all’interno del bilancio dell’ETF, la quale potrebbe anche in parte compensare tutti costi precedentemente illustrati.
6 Total Expense Ratio 3
La somma tra i costi di proprietà e i costi caricati all’interno del TER formano la Tracking Difference, ovvero la differenza tra il rendimento dell’ETF e il rendimento dell’indice ed è dovuta a tutta questa serie di costi che l’ETF manager deve sopportare.
Con riferimento ai costi di transizione questi sono riferiti agli oneri sostenuti al momento dell’operazione di acquisto/vendita di tali strumenti, tali costi si sostanziano nella commissione dovuta al broker per effettuare tali operazioni o il bid-ask spread, cioè la differenza tra il miglior prezzo d’acquisto e il miglior prezzo di vendita, che finisce nelle mani dei market maker ovvero i soggetti che rendono possibile l’incontro tra domanda e offerta.
Grafico 1.2
- Costi di campionamento/swap
- Turnover dell’indice
- Trattamento dei dividendi
- Holding cost
- Prestito titoli
- Commissione di gestione
- Commissioni della banca depositaria
- Diritti TER
- Costi di distribuzione e marketing
- Commissioni al broker
- Bid-ask spread riconosciuto ai market makers
- Costi di transizione
- Imposte
- Costo totale dell’ETF
4
In Italia gli ETF vengono scambiati all’interno del mercato ETFplus, cioè un mercato regolamentato di Borsa Italiana interamente dedicato alla negoziazione di tali strumenti.
7
1.1. Sviluppo storico
Il primo ETF venne introdotto inizialmente alla Borsa di Toronto nel 1990 con la denominazione di TIPs (Toronto Index Partecipation) il quale era caratterizzato da bassissimi costi commissionali; ai TIPs nel 1994 seguirono gli HIPs ovvero strumenti legati all’indice TSE-100, la cui negoziazione terminò nel 2000. nei 3 anni successivi all’introduzione di tali strumenti nel mercato canadese vennero introdotti anche nel mercato statunitense, nello specifico nell’AMEX (American Stock Exchange) venne introdotto il primo SPIDER ovvero uno strumento finanziario che replicava fedelmente l’andamento dell’indice S&P500.
8
Nel 1999 con il lancio di Cubes, un ETF replicante l’indice Nasdaq 100 si assistette ad un rapido sviluppo dell’industria con un raddoppio degli strumenti finanziari gestiti che passarono nel 2000 da un valore complessivo 70 miliardi fino a raggiungere quota 102 miliardi nel 2002.
In Europa lo sviluppo di questi strumenti finanziari arrivò con ritardo in quanto occorre aspettare fino al 2000, anno nel quale le borse di Londra e Francoforte li ammisero alla negoziazione, da li a pochi anni questi strumenti vennero ammessi anche nelle altre maggiori borse europee come quella olandese e francese nel 2001, belga e italiana nel 2002. Tale diffusione avvenne cosi velocemente che solamente 5 anni dopo dall’introduzione del primo ETF il mercato europeo contava ben 160 ETF quotati nelle varie borse europee con un patrimonio totale di 45 miliardi di euro.
7 Laurent Deville. Exchange Traded Funds: History, Trading and Research. C. Zopounidis, M. Doumpos, P. Pardalos (2008)
8 Nel 1999 S&P acquistò i diritti degli indici TSE e raggruppò gli indici TSE-30 e TSE-100 all’interno del S&P/TSE-60, per cui i proprietari dei due indici acquisiti dovettero scegliere tra il rimborso delle quote o la conversione di queste in quote dell’indice I60
5
1.2. Coefficiente β
Essendo considerati al pari degli OICR, gli ETF svolgono essenzialmente la funzione di fondo d’investimento passivo. offrendo cioè all’investitore un ritorno del capitale investito in funzione dell’andamento dell’indice sottostante; per poter determinare l’effettiva replica del sottostante occorre utilizzare alcuni coefficienti, in finanza, lo scostamento tra l’andamento dell’ETF e l’andamento dell’indice sottostante viene misurato dal coefficiente β (BETA), infatti per definizione il BETA dell’indice è sempre pari a 1 e in base al rendimento del titolo potrà risultare:
- β>1 o β < -1 fondo attivo, le oscillazioni del prezzo del titolo sono maggiori rispetto a quelle del sottostante, amplificandone i movimenti
- β=1 fondo passivo, le oscillazioni del prezzo del titolo sono identiche a quelle del sottostante, senza nessuna amplificazione o attenuazione del movimento
- -1<β<1 fondo difensivo, le oscillazioni del prezzo del titolo sono minori rispetto a quelle del sottostante, attenuandone i movimenti.
Tale coefficiente si calcola nel seguente modo:
( )!, #$%&'= ( ℎ6( , Dove ) è la covarianza tra il rendimento del fondo e il rendimento! #$%&' ( ℎ del benchmark, mentre è la varianza del benchmark.
Tale valore misura inoltre il rischio sistematico di ogni titolo, cioè il rischio non diversificabile tramite l’asset allocation.
1.3. CAPM
La relazione che intercorre tra i due rendimenti (fondo, benchmark) può essere rappresentata dalla formula del CAPM (Capital Asset Pricing Model), dove il rendimento atteso di un titolo è dato dalla somma tra il rendimento risk free e il premio per il rischio (calcolato come la differenza tra il rendimento atteso del benchmark e quello risk free) moltiplicato per il coefficiente Beta: = +
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