Indice
Introduzione ........................................................................................................... 1
Capitolo 1 - La crisi d’impresa: aspetti introduttivi .............................................. 2
1.1 La definizione di crisi d’impresa ......................................................................... 2
1.2 Gli stadi evolutivi della crisi ............................................................................... 4
1.3 Le cause e le tipologie della crisi d’impresa ........................................................ 5
Capitolo 2 - I modelli di previsione della crisi d’impresa ..................................... 10
2.1 Definizione e classificazione dei modelli di previsione delle insolvenze .......... 10
2.2 I modelli empirici semplici ............................................................................... 11
2.3 L’analisi di bilancio come modello empirico complesso ................................... 12
2.3.1 La lettura del bilancio d’esercizio ....................................................... 12
2.3.2 La riclassificazione degli schemi di bilancio ....................................... 13
2.3.3 Gli indici di bilancio e i segnali di difficoltà ....................................... 17
2.4 I modelli empirici evoluti: l’analisi univariata ................................................. 22
2.4.1 Il modello di Beaver ............................................................................ 22
2.5 I modelli empirici evoluti: l’analisi multivariata ............................................... 24
2.5.1 Il modello Z-Score di Altman .............................................................. 25
2.5.2 Il modello di Alberici .......................................................................... 28
2.5.3 Il modello di Appetiti .......................................................................... 31
2.6 Il modello logit .................................................................................................. 32
2.7 I modelli empirici innovativi ............................................................................. 33
Capitolo 3 - Un’applicazione del modello logit ..................................................... 37
3.1 Il campione di riferimento ................................................................................. 37
3.2 Le variabili selezionate ..................................................................................... 37
3.3 La metodologia applicata .................................................................................. 39
3.4 I risultati ............................................................................................................ 39
Conclusioni ............................................................................................................ 42
Bibliografia ........................................................................................................... 43
Sitografia ............................................................................................................... 44
Introduzione
La crisi d’impresa rappresenta un fenomeno di estrema attualità a causa delle conseguenze della crisi globale diffusasi nell’ultimo decennio.
Le imprese più deboli affrontano spesso situazioni di difficoltà economica e finanziaria che, in assenza di opportuni e tempestivi interventi, si trasformano in insolvenza ed, infine, dissesto.
Da qui emerge la necessità di prevedere il fenomeno della crisi d’impresa, così che la tempestività nella previsione possa prevenire la crisi e, addirittura, favorire un’occasione di sviluppo.
Il fattore tempo gioca, infatti, un ruolo fondamentale nel processo di diagnosi e accertamento dello stato di antifunzionalità. Più si è tempestivi nell’individuazione dei sintomi e dei segnali di crisi, più è agevole porre in essere le azioni correttive volte a ripristinare l’equilibrio economico-finanziario che il processo dinamico della crisi ha deteriorato.
L’individuazione e l’analisi dei primi sintomi di una crisi aziendale risultano un’attività necessaria sia per i soggetti interni, che per i soggetti esterni all’impresa che hanno interesse nel valutare le performance e le prospettive di sviluppo dell’impresa.
Per fare ciò, l’analista sia interno che esterno, può avvalersi di diversi strumenti capaci di far emergere i segnali di una situazione di squilibrio in modo attendibile ed efficiente. Tra questi, assumono particolare rilevanza i modelli di previsione delle insolvenze.
Alla luce delle considerazioni effettuate, il presente elaborato si pone l’obiettivo di analizzare i diversi strumenti in grado di prevedere l’approssimarsi di una crisi, per poi stimare un modello predittivo.
Nel primo capitolo viene affrontato il tema della crisi d’impresa, analizzandone gli stadi evolutivi e descrivendone le possibili cause e tipologie.
Il secondo capitolo descrive i modelli utilizzati nella previsione delle crisi aziendali, ponendo particolare attenzione ai modelli di analisi univariata e ai modelli di analisi multivariata.
Il terzo ed ultimo capitolo prevede un’applicazione del modello Logit ad un campione di società di capitali italiane appartenenti al settore industriale. Attraverso questa applicazione si è voluto misurare la capacità predittiva di quattro indici di bilancio, selezionati tra quelli maggiormente rappresentativi dei principali profili della gestione aziendale, ovvero la capacità degli stessi di discriminare tra imprese sane ed imprese anomale.
1
Capitolo 1 - La crisi d’impresa: aspetti introduttivi
1.1 La definizione di crisi d’impresa
Nel corso degli anni il fenomeno della crisi d’impresa è stato oggetto di numerosi studi, sia in ambito nazionale che internazionale, i quali non hanno portato, però, ad una definizione univoca ed oggettiva del concetto di crisi. La crisi d’impresa, infatti, è stata spesso definita attraverso l’analisi delle cause e dei relativi effetti, nonché delle eventuali opzioni di risanamento.
Prima degli anni Settanta, la crisi d’impresa era considerata un fenomeno a carattere di eccezionalità, esule da qualsiasi possibilità di controllo o prevenzione, e le cui principali cause erano da ricercare nel macroambiente politico, economico e sociale. Solo a partire dagli anni Ottanta il concetto di crisi assume la connotazione di “componente permanente dei sistemi industriali con cui le imprese devono costantemente confrontarsi” 1.
La dottrina italiana di riferimento ha fornito variegate interpretazioni del concetto di crisi. La maggior parte delle definizioni derivano dall’osservazione delle modalità attraverso cui la crisi d’impresa si rende manifesta.
Secondo alcuni studiosi, infatti, lo stato di crisi si identifica essenzialmente in una situazione di insolvenza aziendale, ovvero di incapacità dell’azienda di far fronte regolarmente alle obbligazioni assunte a causa delle difficili condizioni di liquidità o di credito in cui versa. In altri casi, il termine “crisi” è impiegato per indicare condizioni aziendali caratterizzate da declino delle performance, assenza di profitti, mancanza di economicità.
Bastia definisce la crisi come “un grave stato patologico dell’azienda, tale da comprometterne la stessa sopravvivenza e da richiedere impegnativi interventi risanatori per ripristinare il perduto stato di equilibrio” 2. In questo modo l’autore separa il fenomeno della crisi aziendale dalle situazioni temporanee che, nel corso della vita dell’impresa, si alternano a fasi di benessere e successo. Momentanei intervalli di calo delle prestazioni costituiscono, infatti, un fatto fisiologico e ricorrente. Al contrario, le crisi aziendali producono alterazioni dello stato di equilibrio così forti da essere ritenute veri e propri “stati morbosi”, le cui ripercussioni coinvolgono l’assetto proprietario, il management, la struttura organizzativa e l’assetto tecnico.
Bastia, inoltre, analizza il concetto di crisi aziendale ricollegandolo alle diverse teorie aziendalistiche avvicendatesi negli anni.
La teoria istituzionalista dell’impresa, definita da Gino Zappa, concepisce l’azienda come un istituto economico duraturo dotato di propria soggettività, per cui essa entra in crisi quando vengono meno i presupposti necessari quali stabilità di governo, autonomia imprenditoriale, orientamento di lungo termine e autosufficienza economica.
La teoria sistemica considera l’azienda come un insieme di elementi tra loro interrelati e coordinati secondo un disegno unitariamente rivolto al fine da conseguire. Si tratta, dunque, di un sistema aperto, complesso, dinamico e autopoietico, per cui la crisi è definita come il non corretto funzionamento di almeno una di queste caratteristiche identificatrici.
In base alla teoria contrattualistica, riconducibile al pensiero di Fabio Besta, l’azienda è un insieme di contratti o rapporti giuridici posti in essere per realizzare una data attività economica e raggiungere il fine prefissato. In tale ottica, un’impresa entra in crisi quando l’insieme delle transazioni effettuate non è definito e condotto in vista dell’obiettivo da perseguire.
1 Podestà S., La crisi d'impresa in Italia: efficacia e limiti delle forme di intervento adottate, Finanza marketing e produzione, (1), 1984, p. 9.
2 Bastia P., Pianificazione e controllo dei risanamenti aziendali, Torino, Giappichelli, 1996, pp. 21-41.
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Di particolare interesse è anche la teoria degli ordini affrontata da Giannessi, e successivamente da Caramiello, secondo cui il successo dell’azienda risiede nella sua capacità di preservare il corretto funzionamento dei tre seguenti ordini:
- Combinatorio, intercorrente tra i fattori produttivi;
- Sistematico, riguardante il coordinamento esistente tra il complesso delle operazioni poste in essere per raggiungere gli obiettivi aziendali;
- Di composizione, riferito all’armonia tra le forze interne ed esterne, sempre in conformità con il fine perseguito.
A tal proposito, la crisi si manifesta col venir meno di uno dei suddetti ordini, provocando una frattura nella forza autogeneratrice dell’azienda e quindi nella sua capacità di gestire i cambiamenti ambientali con le proprie risorse e strategie 3.
Di maggior rilievo è l’interpretazione della crisi d’impresa che si ricollega al sistema dei principi dell’Economia Aziendale “pura” definito da Aldo Amaduzzi 4. In tale prospettiva, l’azienda, nel continuo svolgimento della sua attività, persegue in modo dinamico un tendenziale equilibrio prospettico a cui concorrono tre condizioni fondamentali:
- Equilibrio economico, inteso quale capacità dell’azienda di produrre, con continuità e in un arco temporale di lungo periodo, un flusso di reddito adeguato a remunerare tutti i fattori produttivi impiegati;
- Equilibrio finanziario, inteso quale solvibilità aziendale, ovvero capacità di fronteggiare le obbligazioni nel breve periodo (equilibrio monetario) e coprire, nel lungo periodo, il fabbisogno di capitale scaturente dallo sviluppo dell’impresa (equilibrio finanziario in senso stretto – correlazione tra investimenti e finanziamenti aziendali);
- Equilibrio patrimoniale, inteso quale attitudine dell’azienda a mantenere una solidità patrimoniale necessaria a garantire l’esistenza, lo sviluppo e la crescita della stessa.
In conformità a tale impostazione, la crisi, dunque, si identifica in quel fenomeno patologico di decadenza graduale delle condizioni di gestione, connesso all’esistenza di perdurare e a portare all’insolvenza e al pesanti squilibri economico-finanziari destinati a dissesto in assenza di opportuni interventi di risanamento 5.
Nonostante i tre equilibri costituiscano aspetti differenti di un fenomeno unitario, e il degenerare di anche uno solo di essi può innescare la crisi aziendale, l’equilibrio fondamentale risulta quello economico. L’aspetto finanziario, in termini di crisi di impresa, infatti, assume rilievo in via primaria solo di rado. Fintanto che la capacità reddituale rimane preservata le eventuali difficoltà finanziarie appaiono risolvibili, in quanto essenzialmente legate a sfasamenti temporali tra entrate ed uscite di carattere transitorio. Di conseguenza, l’azienda è in crisi quando la gestione non produce risultati economici tali da garantire la remunerazione dei fattori produttivi, disattendendo le aspettative dei partecipanti alla vita aziendale per un tempo non breve.
Il perdurare di risultati negativi determina da un lato uno squilibrio monetario, dovuto all’eccedenza dei costi rispetto ai ricavi e, dall’altro, un depauperamento patrimoniale, precludendo la possibilità di colmare tale deficit ricorrendo a fonti esterne aggiuntive, di debito o di rischio. In conclusione, l’elemento primario da valutare è il cosiddetto stato di economicità, da definire non tanto sulla base dei risultati conseguiti, ma sulla tendenza futura degli stessi.
3 Giannessi E., Considerazioni critiche intorno al concetto di azienda, citato da Poddighe F., Madonna S., I modelli di previsione delle crisi aziendali: possibilità e limiti, Milano, Giuffrè, 2006, pp. 28-29.
4 Amaduzzi A., Il sistema d’impresa nelle condizioni del suo equilibrio e del suo andamento, citato da Bastia P., Pianificazione e controllo dei risanamenti aziendali, Torino, Giappichelli, 1996, pp. 43-51.
5 Sciarelli S., La crisi d’impresa: il percorso gestionale di risanamento nelle piccole e medie imprese, Milano, CEDAM, 1995, p. 4.
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Lo stato di crisi, infatti, può essere ancora definito come il risultato di un lento ma costante deteriorarsi delle condizioni di gestione che determina col tempo un accumularsi di risultati economici sfavorevoli, a cui non si è saputo porre rimedio 6.
Una definizione più analitica del concetto di crisi è stata fornita dallo studioso Luigi Guatri e si ricollega alla “teoria di creazione del valore”, la quale individua nell’accrescimento del valore del capitale economico il fondamentale obiettivo aziendale 7. In tale ottica, l’obiettivo che l’impresa persegue e che consente di misurare la sua performance è la creazione di nuovo valore 8.
Se, a seguito di tale misurazione, si evidenziano accrescimenti nulli o negativi, significa che l’impresa sta distruggendo valore nel tempo, palesandosi la situazione di declino. In questa fase i flussi economici tendono a subire un sensibile decremento nel tempo, pur non assumendo necessariamente segno negativo. Questa condizione diviene irreversibile qualora non vengano prontamente posti in essere i necessari interventi correttivi.
In tal senso la crisi d’impresa è definita come una degenerazione della condizione di declino, che sfocia in uno stato di grave instabilità originato da rilevanti perdite economiche, squilibri dei flussi finanziari, diminuzione della capacità di accesso al credito, drastica riduzione delle dilazioni di pagamento concesse dai fornitori, tensioni nel rapporto con i dipendenti e perdita di fiducia da parte degli stakeholders.
1.2 Gli stadi evolutivi della crisi
La dottrina aziendale è concorde nel definire la crisi d’impresa come un fenomeno che si sviluppa progressivamente su più stadi, attraverso un percorso lungo il quale sorge, si sviluppa e giunge ad un epilogo.
Le fasi lungo le quali può evolversi una crisi aziendale sono state, però, oggetto di diversa definizione.
Secondo l’approccio adottato da Guatri, la crisi è una manifestazione di tipo patologico, che si sviluppa su quattro stadi 9. I primi due stadi corrispondono al declino, gli altri due alla crisi vera e propria.
Il primo stadio è quello di incubazione, che si manifesta con i primi segnali di squilibrio ed inefficienza. In tale stadio, la crisi è facilmente risolvibile, in quanto non ha ancora generato perdite economiche, ma è caratterizzata dalla difficoltà di cogliere i sintomi che preparano la seconda fase.
Il secondo stadio è quello della maturazione, in cui il perdurare delle condizioni di squilibrio ed inefficienza nel tempo, genera perdite economiche di varia gravità, tanto nei flussi reddituali, quanto nel valore del capitale. In questa fase la ricchezza aziendale viene erosa gradualmente. Le manifestazioni formali sono rappresentate dall’assorbimento delle riserve di bilancio e di quote di capitale; quelle sostanziali sono la riduzione della liquidità, l’incremento dell’esposizione debitoria, la riduzione delle risorse a disposizione delle varie aree funzionali e la mancata distribuzione dei dividendi. Fermare la crisi in questo stadio è certamente più difficile. Maggiore è l’intensità e la durata delle perdite, maggiore è la difficoltà di arrestare la crisi.
Il terzo stadio è quello delle ripercussioni gravi sui flussi finanziari e sulla fiducia. In tale fase i flussi di cassa si riducono, per poi diventare negativi. L’azienda riduce la sua
6 Vergara C., Disfunzioni e crisi d’impresa. Introduzione ai processi di diagnosi, risanamento e prevenzione, Milano, Giuffrè, 1988, p. 50.
7 L’accrescimento del valore del capitale economico è indicato con ΔW, inteso quale variazione del capitale economico W, calcolato con la nota formula W = R/i, dove R è il reddito normale annuo atteso ed i è il tasso di capitalizzazione.
8 Guatri L., Turnaround. Declino, crisi e ritorno al valore, Milano, Egea, 1995 pp. 106-108.
9 Guatri L., Turnaround. Declino, crisi e ritorno al valore, Milano, Egea, 1995.
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