Storia della politica estera americana post-Guerra Fredda
Facoltà di Scienze politiche, Sociologia, Comunicazione
Dipartimento di Scienze politiche
Corso di laurea in Scienze politiche e Relazioni internazionali
Gionathan Robles
Matricola 1986642
Relatore Maurizio Zinni
A.A. 2023-2024
Indice
- Introduzione………………………………………………………………………… 3
- Fine della Guerra Fredda e l’inizio del Nuovo Ordine Mondiale
- 1. 1.1 Il crollo dell’Unione Sovietica e le sue conseguenze globali……..5
- 1.2 La politica estera dell’amministrazione di George H.W. Bush…. 12
- 2. Gli anni ’90 e l’Egemonia Americana sotto l’amministrazione Clinton
- 2.1 La visione di Clinton: politica economica globale e promozione della democrazia………………………………………………………………. 21
- 2.2 L’interventismo umanitario…………………………………………… 27
- 3. Dalla “Guerra al Terrore” al Conflitto in Iraq
- 3.1 L’11 settembre 2001: un punto di svolta nella politica estera americana……………………………………………………………………… 32
- 3.2 L’intervento in Iraq e la Dottrina Bush……………………………… 37
- Conclusione……………………………………………………………………… 43
- Bibliografia………………………………………………………………………… 47
Introduzione
2
Questo lavoro intende delineare l’evoluzione della politica estera degli Stati Uniti dalla fine della Guerra Fredda fino alla presidenza di George W. Bush, analizzando l’approccio adottato dalle amministrazioni americane in un contesto internazionale in profonda trasformazione. La motivazione alla base di questa ricerca risiede nell’importanza di comprendere la politica estera statunitense e il modo in cui gli Stati Uniti, nel corso della propria storia, hanno modulato le loro strategie in risposta ai cambiamenti globali.
La politica estera statunitense dopo la fine della Guerra Fredda è stata oggetto di ampi dibattiti accademici, volti a interpretare e spiegare il ruolo degli Stati Uniti in un contesto globale trasformato. Questi studi hanno generato diverse teorie sull’approccio americano, con i principali punti di dibattito che vertono su temi quali interventismo o isolamento, multilateralismo o unilateralismo e l’emergere di nuove potenze e del multipolarismo.
Per questa tesi sono stati utilizzati i lavori di Fraser Cameron e James M. Scott, rispettivamente Us Foreign Policy after the Cold War (2003) e Making U.S. Foreign Policy in the Post-Cold War World (1998). Entrambe le opere offrono un'analisi approfondita della politica estera americana e delle sue trasformazioni dovute alla fine della Guerra Fredda, evidenziando le nuove sfide che gli Stati Uniti si trovarono ad affrontare.
Un contributo essenziale è stato fornito da O. Bergamini con il suo Storia degli Stati Uniti (2021), un testo che, pur offrendo una visione più generale della storia americana, permette di inquadrare i cambiamenti sociali ed economici che influenzarono le scelte dei vari presidenti in ambito internazionale.
Anche il lavoro di O. Barié, Dalla guerra fredda alla grande crisi. Il nuovo mondo delle relazioni internazionali (2013), si è rivelato cruciale: descrive l'evoluzione delle relazioni internazionali dalla fine della Guerra Fredda, fornendo una prospettiva ampia e globale.
Infine, l'opera di M. Flore, Il mondo contemporaneo (2021), che copre la storia dal termine della Seconda Guerra Mondiale fino al 2020, è stata importante per contestualizzare la politica estera americana all'interno del panorama mondiale e degli eventi che hanno caratterizzato quegli anni. 3
Nel primo capitolo, intitolato, Fine della Guerra Fredda e l’inizio del Nuovo Ordine Mondiale, vengono approfondite le dinamiche che portano al crollo dell’Unione Sovietica e all’inizio della ricerca di un nuovo paradigma per la politica estera americana. Segue una descrizione dei principali impegni internazionali assunti dagli Stati Uniti in questa fase di transizione. La seconda parte del capitolo è dedicata alla politica estera di George H. W. Bush, con un’analisi, basata su autori come Fraser Cameron e James M. Scott, della sua dottrina del Nuovo Ordine Mondiale e degli eventi che segnano l’inizio dell’era post-Guerra Fredda.
Il secondo capitolo, intitolato, Gli anni ’90 e L’Egemonia Americana sotto l’Amministrazione Clinton, esamina gli anni Novanta e la politica estera di Bill Clinton, caratterizzata da un cambio di approccio verso gli affari esteri, con un maggiore focus sulla politica interna, la promozione della democrazia e le questioni economiche, tra cui la creazione del WTO. La seconda parte del capitolo si concentra sugli interventi umanitari, come quelli in Somalia e nei Balcani, e sull’impatto di queste operazioni, soprattutto della prima, sull’approccio americano all’interventismo umanitario. Sarà inoltre introdotto un primo interesse verso la minaccia rappresentata dal gruppo terroristico Al Qaeda.
Il terzo capitolo, intitolato Dalla “Guerra al Terrore” al Conflitto in Iraq, si apre con gli eventi dell’11 settembre, analizzando la reazione dell’amministrazione di George W. Bush e il cambio di direzione della politica estera americana, ora orientata verso un approccio unilaterale a scapito della cooperazione internazionale e del multilateralismo. Si esamina le azioni intraprese senza l’appoggio della comunità internazionale, come gli interventi in Afghanistan e Iraq, e le difficoltà incontrate nella ricostruzione di questi due paesi, che hanno profondamente minato l’influenza americana in Medio Oriente.
In conclusione, il testo descrive la posizione unica e predominante degli Stati Uniti nel mondo post-Guerra Fredda, dove sono emerse nuove sfide geopolitiche ed economiche. Con la fine del confronto bipolare, gli Stati Uniti si trovano a definire una nuova politica estera in un contesto globale più complesso e multipolare, con nuovi attori regionali e la necessità di bilanciare la propria potenza militare e l’opinione pubblica. Sotto Bill Clinton, il focus iniziale fu l’economia interna, ma le crisi internazionali, come quelle nei Balcani e in Somalia, spinsero l’amministrazione a preferire il multilateralismo per un approccio più legittimo e condiviso. Al contrario, George W. Bush, con una linea più unilaterale, concentrò la presidenza sulla guerra al terrorismo, trovando un equilibrio tra l’opinione pubblica e il Congresso anche durante la difficile occupazione dell’Iraq. Questo nuovo ordine mondiale richiede agli Stati Uniti un approccio selettivo, evitando un impegno eccessivo ("overstretching") e riservando l'intervento solo alle crisi essenziali per la sicurezza. Per mantenere il loro ruolo, gli Stati Uniti devono bilanciare difesa e sostenibilità economica, in un contesto di crescente competizione tecnologica ed economica.
1. Fine della Guerra Fredda e l’inizio del Nuovo Ordine Mondiale
1.1 Il crollo dell’Unione Sovietica e le sue conseguenze globali
La fine della Guerra Fredda non avvenne con un trattato formale tra vincitori e vinti, quanto con la fine di una delle due superpotenze, l’Unione Sovietica. Quest'ultima riconobbe l’impossibilità di sostenere ulteriormente il logorante confronto sull’ampia scacchiera globale 1. L'iniziativa sovietica mirava a una nuova distensione che superasse la Guerra Fredda. Queste erano le intenzioni del segretario Mikhail Gorbaciov, il quale, nel suo discorso alle Nazioni Unite nel 1988, dichiarò che l'Unione Sovietica aveva deciso di ridurre «su base unilaterale» le proprie forze armate di 500.000 uomini, insieme alle sue armi convenzionali. Annunciò, inoltre, il ritiro dell'Armata Rossa da alcuni Paesi del Patto di Varsavia: Repubblica Democratica Tedesca, Cecoslovacchia e Ungheria 2. Questa dichiarazione rifletteva la dottrina del "Nuovo Pensiero" di Gorbaciov, fondata su tre principi chiave: la sicurezza dell'URSS sarebbe stata garantita tramite la cooperazione con gli Stati Uniti; la sostituzione della politica di deterrenza, dominante durante la Guerra Fredda, con una politica di rassicurazione per eliminare l'uso della forza; e la subordinazione della lotta tra socialismo e capitalismo ai "valori universali dell'uomo", per inaugurare un nuovo ordine internazionale basato su valori condivisi 3.
Dalla guerra fredda alla grande crisi. Il nuovo mondo delle relazioni internazionali, 1 O. Barié, Il Mulino, 2013, p. 61 2 Si veda discorso Mikhail Gorbachev alle Nazioni Unite, Apnews, 8 dicembre 1988, https://apnews.com/article/1abea48aacda1a9dd520c380a8bc6be65
Gorbaciov intendeva riformare l'Unione Sovietica liberando l'economia dai retaggi degli anni Trenta, con l'obiettivo di trasformare il sistema di controllo economico attraverso una maggiore apertura sociale ed economica. I nuovi pilastri furono la glasnost (libertà di espressione) e la perestrojka (ristrutturazione del sistema) 4. Tuttavia, la perestrojka incontrò un percorso irregolare e mutevole, oltre a scontrarsi con le contraddizioni interne a lungo celate dalla stagnazione del periodo Breznev, a causa dell'inclinazione di Gorbaciov a trovare compromessi tra varie fazioni: da un lato i sostenitori di riforme accelerate, guidati da Boris Eltsin, e dall'altro i sostenitori di una politica riformatrice più allineata all'ortodossia ideologica, capeggiati da Egor Ligaciov 5. All'inizio degli anni Novanta, il programma di riforme appariva incoerente, incagliato in una contestazione sociale e nazionalista liberata proprio dalla glasnost.
La glasnost, infatti, mise in luce la profonda estraneità dell'ideologia dominante e l'emergere di una produzione culturale già in atto o in via di realizzazione tramite canali alternativi. Le forme che assumeva questo processo di delegittimazione della verità ufficiale e di espressione di energie represse erano mutevoli, anarchiche e improvvisate, 6 rendendo impossibile il controllo da parte delle autorità. Questo avviò un processo di emancipazione per le società dell'Europa centro-orientale, accompagnato dai primi movimenti nazionalisti, come quelli sorti nelle repubbliche baltiche con manifestazioni di massa. Si reclamarono il riconoscimento ufficiale della propria lingua, il diritto all'indipendenza e il ritorno nei propri territori, come nel caso dei tatari di Crimea deportati nel 1944. Gorbaciov tentò di frenare queste forze centrifughe creando il Plenum del Comitato Centrale per la questione delle nazionalità, ma la sua mancanza di una chiara 7 direzione accelerò ulteriormente il processo di disgregazione dell’Unione Sovietica.
3 Cameron G. Thies, The Roles of Bipolarity: A Role Theoretic Understanding of the Effects of Ideas and Material Factors on the Cold War, University of Iowa, 2012, p. 15
Le metamorfosi dello Stato-civiltà in Russia tra tradizione e rivoluzione. Impero russo, 4 R. Valle, Unione Sovietica, Federazione Russa, Nuova Cultura, 2021, p. 193 5 Ivi, p. 195 Il mondo contemporaneo, 6 M. Flores, Il Mulino, 2021, p. 280 6
In politica estera, l'ideologia doveva essere sostituita dal pragmatismo, con un duplice obiettivo: ridurre i costi degli armamenti, divenuti insostenibili dopo l'aumento delle spese militari statunitensi sotto l’amministrazione Reagan, culminate nel progetto SDI del 1983, 8 noto come "Star Wars" o "scudo spaziale". Sebbene irrealizzabile, il progetto intensificò la pressione sull'URSS. Inoltre, la coesistenza pacifica era necessaria per ottenere crediti 9 dall’Occidente, fondamentali per la modernizzazione dell'URSS. In tale contesto, l’industria civile rimase trascurata, mentre l'inflazione galoppava e le merci scarseggiavano. L’autonomia delle imprese, sancita da una legge del 1987, si scontrò con 10 l’inerzia di un apparato burocratico riluttante a cedere potere. L'assenza di una liberalizzazione necessaria per introdurre un'economia di mercato e la mancata attenzione alle condizioni ambientali ebbero gravi conseguenze, evidenziate dall'esplosione del 11 reattore di Chernobyl nel 1986, simbolo dell'inaffidabilità tecnologica sovietica.
Nel 1988, Eduard Shevardnadze divenne ministro degli Esteri, con il compito di promuovere il pragmatismo e allentare la tensione Est-Ovest, principalmente attraverso il 12 disarmo negoziato e la risoluzione dei conflitti regionali. Nello stesso anno iniziò la "desovietizzazione" dell'Europa comunista, già annunciata da Gorbaciov nel suo discorso all'ONU. L'anno seguente, l'Ungheria aprì i confini con l'Austria, facendo cadere la cortina di ferro che aveva diviso l’Europa per quarant’anni e favorendo l’esodo di migliaia di tedeschi orientali verso la Germania occidentale. Il coronamento della desovietizzazione dell’Europa centro-orientale si ebbe con la caduta del muro di Berlino nel 1989, dando 13 inizio al processo di riunificazione delle due Germanie nel 1991.
Le metamorfosi dello Stato-civiltà in Russia tra tradizione e rivoluzione. Impero russo, 7 R. Valle, Unione Sovietica, Federazione Russa, Nuova Cultura, 2021, pp. 198-199 Storia degli Stati Uniti, 8 Olivieri Bergamini, Editori Laterza, 2021, p.197 Le metamorfosi dello Stato-civiltà in Russia tra tradizione e rivoluzione. Impero russo, 9 R. Valle, Unione Sovietica, Federazione Russa, Nuova Cultura, 2021, p. 203 Il mondo contemporaneo, 10 M. Flores, Il Mulino, 2021, p. 281 La guerra fredda globale. Gli Stati Uniti, L'Unione Sovietica e il mondo. Le 11 O. A. Westad, relazioni internazionali del XX secolo, Il Saggiatore, 2022, p. 689 Le metamorfosi dello Stato-civiltà in Russia tra tradizione e rivoluzione. Impero 12 R. Valle, russo, Unione Sovietica, Federazione Russa, Nuova Cultura, 2021, p. 203 13 Ibid, p. 204 7
Nelle aree calde e di tensione della scacchiera globale, l’URSS abdicò alla difesa automatica e continua dei partiti e dei governi che si richiamavano al socialismo. Cercando, così, di superare la contrapposizione della guerra fredda. Nel 1988 cominciò il ritiro definitivo dall’Afghanistan, teatro di un conflitto devastante per l'URSS, con oltre 14 13.000 morti e 40.000 feriti sovietici. Con Mosca incapace di gestire le forze centrifughe interne e le libertà generate dalla perestrojka, l'URSS si dissolse. Il fallito colpo di stato del 19 agosto 1991 fu un evento cruciale nella storia dell'Unione Sovietica, accelerando la sua disintegrazione. Un ristretto gruppo di alti funzionari sovietici proposero a Gorbaciov di dichiarare lo stato di emergenza. Gorbaciov, che si trovava in vacanza in Crimea al momento del colpo di stato, rifiutò di proclamare lo stato di emergenza. Nonostante questo rifiuto, il gruppo decise comunque di procedere con il tentativo di colpo di stato, formando il Comitato per lo stato di emergenza. I leader del colpo imposero la legge marziale e inviarono carri armati nelle strade di Mosca per imporre il coprifuoco e controllare la situazione. Tuttavia, il tentativo di colpo di stato si rivelò un disastro. La resistenza popolare, guidata dal presidente della Repubblica russa Boris Eltsin, fu determinante nel fallimento dell'operazione. Eltsin, salito su un carro armato fuori dal Palazzo del Parlamento Russo, divenne il simbolo della resistenza contro il colpo di stato.
Le forze armate, invece di reprimere i manifestanti, cominciarono a ritirarsi. Il 21 agosto, i soldati vennero allontanati da Mosca e il tentativo di colpo di stato fu annullato. Gorbaciov tornò a Mosca lo stesso giorno e immediatamente ordinò l'arresto dei membri 15 del Comitato per lo stato di emergenza. Questo evento segnò il declino definitivo del potere centrale sovietico e rafforzò la posizione di Eltsin, che con la scusa del presunto sostegno dei comunisti ai congiurati golpisti, mise fuori legge il Partito Comunista e sciolse il Soviet Supremo. L'8 dicembre 1991, i presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia siglarono l'Accordo di Minsk, sancendo la fine dell'Unione Sovietica e la nascita della 16 Comunità degli Stati Indipendenti. La Russia ufficializzò la propria indipendenza dall'URSS nel 1992, segnando la vera e propria fine di quest'ultima. Più importante ancora, questo evento decretò la fine del mondo bipolare. Tale svolta rappresentò la scomparsa di una serie di punti di riferimento affidabili e riconosciuti a livello internazionale, che i paesi 17 avevano utilizzato per elaborare le loro strategie di politica estera. In primis, la superpotenza vincitrice, gli Stati Uniti, si trovò a dover ripensare al
Il mondo contemporaneo, 14 M. Flores, Il Mulino, 2021, p. 283 Le metamorfosi dello Stato-civiltà in Russia tra tradizione e rivoluzione. Impero 15 R. Valle, russo, Unione Sovietica, Federazione Russa, Nuova Cultura, 2021, p. 207 16 Ibid, p. 208 8
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