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La resistenza al cambiamento: un’analisi empirica

Dipartimento di Scienze Formative, Psicologiche e della Comunicazione

Corso di Laurea Psicologia: risorse umane, ergonomia cognitiva, neuroscienze cognitive

Tesi di Laurea in Psicologia delle emozioni nei contesti lavorativi

Relatore Ch.mo Prof.ssa Camilla Catalano

Candidato Roberta Vacca Matricola 222000934

Indice

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  • Introduzione
  • Capitolo 1: Resistenza e cambiamento: cosa sono e come sono connesse
  • 1.1 La resistenza
  • 1.2 La resistenza in Psicologia Sociale
  • 1.3 Il cambiamento
  • 1.4 Atteggiamento di resistenza e cambiamento organizzativo
  • 1.5 La leadership come guida al cambiamento
  • Capitolo 2: Analisi della resistenza al cambiamento organizzativo
  • 2.1 Le principali distorsioni cognitive
  • 2.2 Bias dello status quo e avversione alla perdita
  • 2.3 Bias del pensiero dicotomico
  • 2.4 Il paradosso dell’effetto Dunning – Kruger
  • 2.5: L’effetto del falso consenso
  • 2.6: L’impatto dei bias sul cambiamento organizzativo
  • Capitolo 3: Gestione strategica del cambiamento: le caratteristiche organizzative
  • 3.1 Clima Organizzativo e Cultura Organizzativa
  • 3.2 Il conflitto organizzativo
  • 3.3 Le caratteristiche del lavoro
  • 3.4 Il Change Management
  • Conclusioni
  • Bibliografia
  • Sitografia

Introduzione

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Oggi più che mai le imprese devono adattarsi ai repentini cambiamenti generati da un mondo sempre più dinamico e complesso. Pertanto, il rinnovamento è diventato un punto critico per ogni azienda. L’apertura al cambiamento è fondamentale per il successo aziendale, ma la maggior parte delle iniziative organizzative falliscono. Questo perché il successo dei cambiamenti richiede solitamente la gestione delle aree hard definite nel piano di progetto, l'implementazione di software e l'installazione di nuove reti, e le aree soft legate al fattore umano, attraverso il quale è possibile apportare modifiche ai dipendenti. In varie circostanze, però, il lato soft viene ignorato a scapito del lato hard, perché considerato meno importante, l’effetto di quest’ultimo è più sottile e difficile da rilevare, rendendolo più difficile da misurare e valutare.

La resistenza al cambiamento messa in atto dai dipendenti è tipicamente una caratteristica umana e comprende un insieme di atteggiamenti e comportamenti individuali o collettivi che riflettono una mancanza di sostegno al cambiamento in corso. La resistenza indebolisce l'efficacia dell'organizzazione e le possibilità di sopravvivenza dell'azienda. Gli atteggiamenti di resistenza si manifestano, ad esempio, negli scioperi e nelle manifestazioni pubbliche, gli atteggiamenti di resistenza passiva nella rassegnazione, nell'assenza o nell'indifferenza.

La resistenza individuale al cambiamento è legata ai sentimenti di insicurezza, alla selezione delle informazioni percepite e alla forza delle abitudini. Le persone tendono a resistere al cambiamento quando vedono una minaccia alla loro sicurezza e temono di trovarsi in una situazione difficile. L’insicurezza si riferisce alla paura di cambiare compiti o ruoli di routine. Viene messo in discussione anche il senso di autoefficacia e quindi il benessere psicologico.

Il lavoro di tesi si struttura in tre capitoli che hanno l’obiettivo di identificare gli elementi caratterizzanti la resistenza dei soggetti ai cambiamenti implementati in ambito organizzativo.

Il primo capitolo si concentrerà sull’analisi in letteratura della resistenza, intesa come tutto ciò che nelle azioni e nelle parole dell'analista si oppone all’accesso del soggetto al proprio inconscio. Per comprendere in maniera totalitaria cosa si intende per resistenza ci si concentrerà sugli studi di Kurt Lewin e sui meccanismi socioaffettivi dei gruppi; affinché un’azienda possa gestire con successo il cambiamento, deve implementare tre fasi, Kurt Lewin distinse tre fasi: scongelamento, spostamento e congelamento. La prima fase prevede la fusione della situazione attuale, la seconda opera il vero cambiamento e quindi di passaggio dal vecchio al nuovo. Infine, Lewin descrive il congelamento, quindi rafforzare i cambiamenti nella cultura aziendale e l’integrazione a lungo termine. Sarà poi affrontato il cambiamento, da intendersi come qualsiasi evento che richiede ad un'organizzazione di raggiungere i propri obiettivi o suggerisce modi per raggiungerli agendo in modo coerente a tutti i livelli dell'organizzazione.

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Nel secondo capitolo saranno affrontate le principali distorsioni cognitive che impediscono il cambiamento. Le distorsioni cognitive sono da intendersi come distorsioni della dinamica decisionale degli individui, i quali devono prendere decisioni basate esclusivamente su euristiche, ossia scorciatoie del pensiero, che permettono di ridurre la complessità delle azioni e delle decisioni. Queste euristiche in genere consentono alle persone di fare scelte informate, ma di fronte a situazioni non familiari, alla minaccia di grandi perdite o al tempo insufficiente per raccogliere informazioni aggiuntive, questi giudizi vengono sistematicamente distorti. Saranno trattate le seguenti distorsioni cognitive: bias dello status quo e avversione alla perdita, bias del pensiero dicotomico, il paradosso dell’effetto Dunning – Kruger e l’effetto del falso consenso.

Il terzo capitolo analizzerà come è possibile implementare il cambiamento attraverso le tecniche del change management, affrontando i paradigmi principali della composizione di un’organizzazione. Partendo dal clima organizzativo, da intendersi come lo stato di salute dell’ambiente delle persone che in esso lavorano; il clima, quindi, influenza l’andamento delle operazioni aziendali e il comportamento delle persone, creando un circolo virtuoso o vizioso a seconda dei casi. Speculare al concetto di clima organizzativo, vi è il concetto di cultura organizzativa, ossia valori, credenze, principi, idee, modi di pensare, opinioni e presupposti dei membri dell'organizzazione. Tutto ciò determina il modo in cui il gruppo percepisce, valuta ed elabora l'ambiente. Il Change management è la metodologia più applicata alla gestione del cambiamento, le iniziative di change management mirano ad attivare strategie e metodi che portino ad un cambiamento efficace e supportino al meglio le persone coinvolte.

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Capitolo 1: Resistenza e cambiamento cosa sono e come sono connesse

La resistenza al cambiamento è una caratteristica tipicamente umana e implica un insieme di atteggiamenti e comportamenti individuali o collettivi che riflettono una mancanza di sostegno al cambiamento in corso. La resistenza indebolisce l'efficienza dell'organizzazione e le possibilità di sopravvivenza dell'azienda. Gli atteggiamenti di resistenza attivi si manifestano, ad esempio, negli scioperi e nelle manifestazioni pubbliche, gli atteggiamenti di resistenza passivi si manifestano nel disimpegno, nell'assenza o nell'indifferenza.

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La resistenza individuale al cambiamento è legata ai sentimenti di insicurezza, alla selezione delle informazioni percepite e alla forza delle abitudini. Le persone tendono a resistere al cambiamento quando vedono una minaccia alla loro sicurezza e temono di trovarsi in una situazione difficile. L'insicurezza si riferisce alla paura di cambiare i propri compiti abituali o il proprio ruolo. Viene messo in discussione anche il senso di autoefficacia e quindi il benessere psicologico.

1.1 La resistenza

In psicoanalisi la resistenza è tutto ciò che nelle azioni e nelle parole dell'analista si oppone al suo accesso al proprio inconscio. Per estensione, Freud descrisse l'opposizione alla psicoanalisi come una manifestazione di ostilità verso le sue scoperte che rivelano desideri inconsci e fanno sì che una persona sia psicologicamente umiliata.

1 Gennaro Iorio, Riccardo Pulzoni, II concetto di resistenza secondo un modello cognitivo: la teoria razionale-emotiva.

Secondo il modello cognitivo, la resistenza non è altro che una tendenza alla stabilità delle strutture di significato centrali. Sebbene una revisione graduale dell'organizzazione cognitiva del paziente consenta solitamente di diminuire le resistenze, queste riappaiono nel corso della relazione psicoterapeutica come espressioni della vibrazione costante che si può riscontrare in qualsiasi sistema complesso durante il cambiamento.

Per esprimere opposizione il soggetto mette in atto modi differenti, tra questi abbiamo: screditare le interpretazioni del terapeuta; il paziente esprime sentimenti ostili, diffidenza e paura nei confronti del terapeuta; il paziente mostra sentimenti di eccessivo attaccamento al terapeuta con cui richiede una relazione al di fuori della terapia; il paziente non segue i suggerimenti e le istruzioni del terapista; il paziente è troppo collaborativo e desideroso, non crea mai problemi, sembra acquisire gli strumenti della terapia, ma non ne trae effettivamente beneficio; il paziente è riservato, silenzioso su alcuni argomenti, salta le sedute o arriva in ritardo.

2 Gennaro Iorio, Riccardo Pulzoni, II concetto di resistenza secondo un modello cognitivo: la teoria razionale-emotiva.

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La resistenza è un fenomeno cruciale in tutte le procedure psicoterapeutiche. Le difficoltà che compaiono nel corso della relazione terapeutica, solitamente inconsce ma più o meno facilmente riconoscibili, e che costituiscono un ostacolo al progresso della terapia stessa, fanno parte del vissuto comune di ogni terapeuta.

Scrittori di ispirazione psicoanalitica hanno esplorato chiaramente il concetto di resistenza, sebbene non tutte le pratiche psicoterapeutiche possano ignorare l’impatto di un simile problema. Correttamente concepita e ben interpretata, la resistenza risulta essere utile ai fini terapeutici, perché ciò che esprime non è altro che l'architettura strutturale dell'organizzazione cognitivo-emotivo-comportamentale di una persona.

3 Barber B.: Resistance by scientists to scientific discovery. Science, 134, 596-601, 1961.

La resistenza alla lettura offre così al terapeuta indicatori utili per comprendere il problema psicologico e al paziente un mezzo attraverso il quale può avanzare nel percorso di autoconsapevolezza e ridefinire così il suo sistema relazionale. Nella peggiore interpretazione, il Terapeuta utilizza la resistenza per giustificare il proprio fallimento o i risultati negativi, che possono essere dovuti a mosse psicoterapeutiche errate. Nonostante ciò, se la resistenza conduce non solo alla riflessione sui problemi del paziente, ma anche alla continua revisione dell'atteggiamento relazionale del terapeuta, offre importanti occasioni di conferme per migliorare e rendere più affidabili le modalità di intervento psicoterapeutico.

Il modello RET, Rational Emotive Therapy, considera tre forme di resistenza:

  • 1) Resistenza a rivelarsi
  • 2) Resistenza al cambiamento
  • 3) Ostacoli complessi dovuti a problemi di ordine gerarchicamente superiore.

4 Ellis, A., & Dryden, W. (1987). The practice of rational-emotive therapy (RET). Springer Publishing Co.

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Nel primo caso il paziente si mostra riluttante a rivelare i propri problemi o difficoltà legati al rapporto con sé stesso o con la realtà esterna; sembra che si sia recato dallo psicoterapeuta contro la sua volontà; è ostile, risponde in modo incoerente, evita certe domande, falsifica o travisa le informazioni, cambia argomento, guarda spesso l'orologio, si siede sul bordo della sedia.

Tutto ciò complica il lavoro del terapeuta e gli impedisce di seguire la corretta metodologia di ricostruzione prospettica cognitiva. Emotivamente, il paziente può provare ansia e ostilità. L'ansia è legata principalmente al pensiero che il terapeuta lo giudicherà negativamente. Questi pazienti rafforzano costantemente l’idea di aver bisogno degli altri, il che crea quindi la paura del rifiuto. La loro resistenza è quindi inserita nel contesto della situazione del colloquio, che viene valutata come una condizione di studio, dove non intendono deludere.

Questa resistenza può manifestarsi non solo all'inizio, ma anche durante le successive sedute di psicoterapia, quando il paziente comincia a sviluppare una visione critica delle sue disfunzioni. In questo caso, la consapevolezza della banalità delle idee distorte può aumentare la paura di una valutazione negativa da parte del terapeuta. Oltre all’ansia, la resistenza può essere accompagnata anche da sentimenti di ostilità, vissuti sotto forma di rabbia, sfiducia, disprezzo.

In questo caso si possono osservare valutazioni globali negative del terapeuta, che derivano da una forte convinzione che il terapeuta debba essere un esempio di perfezione. In casi estremi, se il paziente è particolarmente diffidente, può percepire il terapeuta come una personalità pericolosa, pronta addirittura a utilizzare il contenuto della relazione terapeutica come ricatto.

Il carattere del terapeuta può quindi cambiare da santo a persecutore, a seconda delle aspettative del paziente. Questa forma di resistenza può verificarsi non solo quando il paziente non contatta spontaneamente il terapeuta, ma anche quando vi è spontanea riluttanza, quindi un’incompatibilità, come può accadere nella vita di tutti i giorni.

Per non aumentare l'ansia del paziente nel prosieguo degli incontri di psicoterapia, si deve cercare di evitare un'interpretazione immediata delle resistenze, affrontare il problema, cercare di attirare l'attenzione su come la categoria interpersonale generale possa riflettersi particolarmente nella relazione terapeutica.

Nel secondo caso, anche se il paziente ha già appreso le connessioni tra pensiero, sentimento e comportamento durante la psicoterapia, potrebbe non essere in grado di mantenere un impegno costante nella pratica dell'attività psicologica. Ciò può essere dovuto a una serie di ragioni, tra cui la paura dell'ignoto e la perdita di punti di riferimento e di definizione della propria identità.

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5 Ellis, A., & Dryden, W. (1987). The practice of rational-emotive therapy (RET). Springer Publishing Co.

Nel primo caso il paziente presuppone la comprensione che cambiare significa perdere il controllo sulla realtà che aveva fino a quel momento. Assumere un nuovo approccio logico e quindi un comportamento diverso gli causerebbe possibili paure, difficoltà catastrofiche per risolvere i suoi problemi futuri. Imparare ad evitare tale tendenza può significare che il paziente si ritrovi vulnerabile alla possibilità che si verifichi un evento catastrofico.

Cambiare significa anche immaginare che cambieranno le relazioni, soprattutto le risposte, i giudizi e le opinioni degli altri nei propri confronti, e potranno prevalere atteggiamenti negativi.

In questo caso, la resistenza al cambiamento può essere dovuta a una comprensione disfunzionale del bisogno assoluto di amore e accettazione degli altri, oppure a una mancanza di fiducia nella propria capacità di riorganizzare le proprie relazioni con gli altri.

Nel secondo caso, invece, il paziente pensa che il cambiamento significhi un cambiamento di tutta la sua personalità e ciò alimenta la paura di perdere sé stesso, la propria identità. La richiesta del paziente al terapeuta può allora ridursi alla rimozione del sintomo senza esaminare il contesto strutturale del proprio stile di vita in cui il sintomo si colloca. Altri timori di perdita possono contribuire a tale resistenza. Tali timori possono nascere, ad esempio, da pregiudizi ben noti sulle terapie cognitive, secondo cui imparare a ragionare in modo più logico ed economico significa perdere o escludere i sentimenti. La resistenza al cambiamento può essere causata da qualche teoria psicologica poco sviluppata sull’origine della sofferenza.

6 Ellis, A., & Dryden, W. (1987). The practice of rational-emotive therapy (RET). Springer Publishing Co.

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Alcuni pazienti credono che i loro disturbi siano direttamente causati da eventi esterni o dall'infanzia. Ciò porta all’idea che non si possa fare o cambiare nulla riguardo a questi motivi. Questa possibilità deve essere attentamente valutata dal terapeuta, il cui compito è assicurarsi che il paziente abbia una sufficiente comprensione del concetto di integrazione funzionale di pensieri, sentimenti e comportamenti prima di entrare in terapia.

7 Ellis, A., & Dryden, W. (1987). The practice of rational-emotive therapy (RET). Springer Publishing Co.

Tissot ha sviluppato un'ipotesi per spiegare la scelta dei sintomi nevrotici e ha confermato il concetto di un cambiamento nell'equilibrio assimilazione-accomodamento a favore dell'uno o dell'altro polo in alcune categorie di soggetti. In particolare, la superiorità di assimilazione caratterizzerebbe lo stile cognitivo di alcune persone, il cui processo di adattamento sarebbe ostacolato dalla difficoltà nel modificare i propri sistemi mentali secondo le caratteristiche della realtà esterna.

Il risultato sarebbe una visione chiaramente soggettiva del mondo esterno e la difficoltà di risolvere i conflitti interni a causa della scarsa mobilità dei piani cognitivi.

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Lo sviluppo di un possibile sintomo nevrotico in questi soggetti non può che interessare il proprio corpo che, come l'Io, è considerato il centro della realtà e quindi il luogo principale dove risolvere i propri conflitti. Secondo Tissot la sindrome isterica sarebbe una delle principali manifestazioni di un sintomo nevrotico in persone i cui processi cognitivi sono caratterizzati dalla superiorità dell'assimilazione.

Nella pratica clinica non è raro osservare soggetti il cui rapporto con la realtà esterna e le cui caratteristiche relazionali sembrano fortemente pr

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher camillacatalano di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia del linguaggio e della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli o del prof Vacca Roberta.
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