Introduzione
[...] potei finalmente rimettere piede in Italia, dopo quarantatré anni di assenza.
Ero salito in treno a Mosca, diretto a Roma. Un viaggio di vari giorni. Alla fine, dopo Firenze, cominciò ad albeggiare e dal mio finestrino vidi le meravigliose colline della Toscana. Rividi poi il Tevere, la campagna romana e, finalmente, la mia città. A Tivoli potei riabbracciare le mie vecchie sorelle e tutti gli altri amici e parenti che da anni mi aspettavano. In quel primo viaggio mi trattenni in Italia un mese e fu denso di commozione e di ricordi.
Il secondo viaggio lo feci nel 1967 con mia moglie. Oltre a Roma, la portai a vedere la costa amalfitana, e la riviera tirrenica fino a Varazze. “È molto bella l’Italia e ci si sta anche bene - disse mia moglie. - Capisco inoltre che qui tu hai i tuoi parenti. Però io non potrei rimanerci. Preferisco il mio Paese”. Così, la terza volta, nel marzo del 1970 sono tornato in Italia da solo, definitivamente.
Nel chiudere queste pagine di ricordi, in cui la rappresentazione rimane sempre molto al di sotto della realtà vissuta, il mio pensiero va a compagni e amici come Edmondo Peluso, Arnaldo Silva, Vincenzo Baccalà, Clementina Perone, Lino ed Elodia Manservigi, Luigi Calligaris, Francesco Ghezzi, Otello Gaggi e tanti altri, vittime italiane dello stalinismo che da anni aspettano di essere ricordate.
1 Dante Corneli, Milano, La Il redivivo tiburtino. 24 anni di deportazione in Urss. Pietra, 1977, p. 160.
Questa, che sto per raccontare, è la storia di Edmondo Peluso: quel comunista scomparso “senza lasciare traccia”.
2 Paolo Spriano, Storia del Partito Comunista italiano 3. I fronti popolari, Stalin, la Torino, Einaudi, 1970, p. 243. guerra.
3 Renato Mieli, Togliatti 1937. Come scomparvero i dirigenti comunisti europei, Milano, Rizzoli, 1964, p. 92.
È stata “la perdita più dolorosa”
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Peluso era un uomo di valore che univa, a quanto dicono gli amici che lo ricordano, una profonda fede rivoluzionaria ad una forte preparazione culturale.
Fu l’unico a sentire il profumo d’Oriente, a capire che la Cina poteva essere vicina, a visitare il Paese di Sun Yat-sen, capo della rivoluzione nazionale cinese. Dall’Oriente riportò un simbolico chimono che egli tenne per sé, anche nelle circostanze più drammatiche, come vestaglia. Per queste sue ingenuità egli fu spesso l’oggetto di frecciate da parte di noi compagni.
4 Ibidem
5 Alfonso Leonetti, “Italiani vittime dello stalinismo in Urss - Edmondo Peluso”, Il XXXI, 6, Giugno 1975, p. 655. ponte.
Peluso, ricorda Luigi Longo, era un tipo strano, questo compagno, sempre abbigliato in modo originale, con una bella barbetta scura, molto curata, con occhi vivacissimi, scintillanti, sopra pomelli di un bell’incarnato. Ci teneva a fare il bell’Antonio e naturalmente si attirava tutte le frecciate, non sempre benigne, soprattutto di noi giovani. Veniva a Mosca credo per restarci poi come traduttore e “referente” sulle cose italiane.
6 Luigi Longo - Carlo Salinari, Tra Reazione e rivoluzione. Ricordi e riflessioni sui Milano, Edizioni del Calendario, 1971, p. 194. primi anni di vita del PCI.
Peluso è stato, dunque, un comunista che, al di là dell’impegno politico, aveva poche affinità con il clima che si respirava nel Partito, tanto da essere considerato un tipo stravagante, sempre fuori posto.
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Peluso portò le ragioni del socialismo in tutti e cinque i continenti. Militante di tutti i movimenti operai, è stato in Portogallo, Spagna, Francia, Svizzera, Austria, Germania, Belgio, Inghilterra, URSS, Cina, Giappone, Filippine, Australia, Nuova Zelanda, Sud-America, Messico, USA, Canada.
In Spagna ha terminato la scuola primaria; negli Stati Uniti quella secondaria; ha frequentato corsi all’Università di Heidelberg in Germania e a Zurigo in Svizzera.
Oltre l’italiano, parlava correttamente il francese, lo spagnolo, l’inglese, il tedesco, il russo, il giapponese ed il cinese.
Un uomo dai mille mestieri: tipografo, fuochista navale, corrispondente-stenografo, impiegato di banca, stampatore, ascensorista, quindi giornalista e funzionario di Partito.
In America sulla costa del Pacifico è stato irregolare compagno di ideali di Jack London.
A Parigi frequentò la figlia di Marx, Laura, e suo marito Paul Lafargue, che si suicidarono un mese dopo avergli spiegato che quando si diventa vecchi è meglio morire.
Di lui parlò Lenin: prima male, poi bene.
Interessò Silone, nel suo ruolo di informatore della Polizia, poiché “su di lui riferisce in diverse occasioni”.
7 Cfr. Biocca Dario, Canali Mauro, L’informatore: Silone, i comunisti e la polizia, Milano-Trento, Luni, 2000.
Per lui intervenne Togliatti: così restio ad avvicinarsi alle sabbie mobili di quelle ondate di arresti, scrisse una lettera a Dimitrov, numero uno del Comintern, pregandolo di intercedere per Peluso. Lo fece per lui e per quasi nessun altro.
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Peluso viene arrestato il 26 aprile 1938. Il 14 maggio 1940, è condannato, per spionaggio, a cinque anni di deportazione nel territorio di Krasnojarsk, in Siberia. Il 31 gennaio 1942, per agitazione e propaganda antisovietica, viene condannato dalla Commissione speciale dell’NKVD alla pena capitale. Fu fucilato il 19 febbraio. Aveva 60 anni.
Si difese con una tattica non ortodossa. Il suo fu un piccolo capolavoro che non riuscì a salvarlo.
La riabilitazione è decretata dal Collegio militare del Tribunale supremo dell’URSS il 7 luglio 1956 dopo che l’istanza di riabilitazione del 28 giugno giunse “alla conclusione che Peluso è stato condannato senza fondamento alcuno”.
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La vita di Edmondo Peluso è stata finora condensata in poche righe dei volumi che si sono occupati, dalla parte degli italiani, del terrore staliniano.
8 Sull’arresto, i verbali del processo e la riabilitazione, cfr. Didi Gnocchi, Odissea Torino, Einaudi, 2001; Giancarlo rossa. La storia dimenticata di uno dei fondatori del Pci, Lehner, con La tragedia dei comunisti italiani. Le vittime del Pci in Unione Sovietica, Francesco Bigazzi, Milano, Mondadori, 2000.
Invece la sua storia va ricostruita, per quanto è possibile, non solo come metafora del destino di altri comunisti italiani che andarono in Unione Sovietica per contribuire alla costruzione di un mondo nuovo per gli uomini nuovi e che morirono senza neanche capire il perché, ma soprattutto come un la storia di una sensibilità che ha condiviso le istanze di tutti i movimenti operai.
Il presente lavoro sottintende la ferma convinzione che questi rivoluzionari scomparsi nella tormenta della reazione staliniana, testimoniano per il socialismo, non contro il socialismo.
Ma questa, come si dice a volte, è tutta un’altra storia.
9 Alfonso Leonetti, p. 660 art. cit.
Capitolo 1
Da Jelus Guesde a Rosa Luxemburg
1.1 Da Jelus Guesde a Rosa Luxemburg
Edmondo Peluso nasce a Napoli, nel quartiere San Lorenzo, in Via Vico Vito 22, all’1,30 di notte, il 12 febbraio 1882, da Pietro Peluso, 30 anni, e Clemenza Assanti Gironda, 25.
Edmondo aveva quattro anni, quando i suoi genitori decisero di lasciare Napoli, dove la grave situazione di abbandono impediva loro di trovare un lavoro. La famiglia Peluso emigrò così a Barcellona.
Dopo Edmondo e la primogenita Ida nacque l’altra sorella, Ada. La vita era dura non meno che a Napoli e così, nel 1893, attraversarono i Pirenei e Pietro provò a cercare lavoro in Francia, a Tolosa. A dieci anni, Edmondo, oltre all’italiano, parlava già spagnolo e francese.
Edmondo, dopo la scuola, cominciò a frequentare le riunioni del Partito operaio. A soli 16 anni, cominciò a lavorare per il giornale del Partito, “Le Socialiste”. Jelus Guesde, fondatore del Partito insieme a Paul Lafargue, divenne il suo primo maestro.
A vent’anni, nel 1902, aiutava il padre, studiava inglese alle scuole serali, era iscritto al Partito operaio francese dal 1898, sperava di diventare giornalista. Guesde intanto gli aveva affidato l’incarico di compilare una bibliografia dei suoi lavori. Negli stessi giorni arrivò la chiamata alle armi e si ritrovò così a decidere se entrare nell’esercito italiano o in quello francese. Edmondo, convinto antimilitarista, “preferì emigrare piuttosto che vestire la divisa”.
10 Franco Andreucci, Tommaso Detti, Il movimento operaio italiano 4 (O - S). Roma, Editori Riuniti, 1976, p. 75. Dizionario biografico 1853 - 1943.
L’impatto con New York fu durissimo. Si arrangiò come lift d’albergo per qualche tempo e, con i soldi guadagnati, andò a Seattle. S’iscrisse all’“High School”, perché gli mancava un inglese corretto, e per mantenersi gli studi lavorò come stenografo. Nel 1905 era a San Francisco, nel 1906 tornò a New York.
Durante il viaggio, si fermò nella città di Ciudad Juarez “per conoscere la vita del popolo messicano e degli indios che lì vivono”. Tornò a vivere in California e vi rimase fino al terremoto del 1908.
11 Cit. in Giancarlo Lehner, p. 235. op. cit.
Cominciò a lavorare per conto dell’agenzia d’informazioni internazionali grazie alla quale si ritrovò per la prima volta in Oriente: Hong United Press, Kong, Shanghai, Macao, Manila, Nagasaki, Iofohma, Kyoto.
Visse in Cina a contatto con la nuova realtà di Sun Yat-sen, il padre della grande repubblica asiatica e fondatore del Partito Nazionale Popolare o Kuo-Min-Tang.
12 Cfr. quanto scritto dallo stesso Peluso nel cap. della sua Antro Celeste: dal mio diario autobiografia, cit. in Didi Gnocchi, pp. Il cittadino del mondo, memorie in lingua russa, op. cit., 79-81, p. 111, pp. 128-130.
Conobbe Jack London, divenendone amico, una notte del 1908, in un caffè di Oakland. Peluso fu presentato come membro del Partito socialista americano, cui si era iscritto nel 1905. A notte fonda, London cominciò a parlargli della sua conversione al socialismo.
13 Sulla conversazione tra Peluso e Jack London, cfr. Didi Gnocchi, pp. 130- op. cit., 132.
Nel 1909 decise di tornare in Europa: si fermò in Portogallo e in Spagna qualche mese frequentando i partiti socialdemocratici. Andò a Parigi, ricominciò a scrivere per la ma non proseguì a lungo. Prese contatto con i United Press, circoli politici ed operai, s’iscrisse al Partito socialista francese.
Un fine settimana vi fu l’incontro che segnò tutta la sua vita: quello con Laura Marx e suo marito Paul Lafargue.
14 Cfr. quanto scritto dallo stesso Peluso nel cap. Visita alla figlia di Karl Marx (dai della sua autobiografia, cit. in Didi Gnocchi, pp. 135-139. miei ricordi personali) op. cit.
L’idea di studiare il tedesco per leggere direttamente i testi di Marx, come gli aveva consigliato Laura, divenne un’ossessione. Edmondo si trasferì subito a Berlino dove, sempre su indicazione della figlia di Marx, conobbe Karl Kautsky. Chiuse ogni rapporto con quella che ormai considerava la “stampa borghese” e scrisse, da quel momento, unicamente con giornali socialisti.
A 28 anni, imboccò una strada senza ritorno.
Conobbe nel 1910 Klara Zetkin trovandosi coinvolto nella lotta che la giornalista tedesca, già cinquantatreenne, aveva intrapreso affinché le donne avessero una giornata internazionale, una data simbolo. La scelta del congresso delle donne socialiste a Copenaghen, da lei presieduto, cadde sull’8 marzo.
Fu proprio Klara Zetkin a presentargli Rosa Luxemburg. In Germania, per la prima volta, furono le donne a guidarlo nella politica.
Dal socialismo romantico e avventuroso di Jack London, Peluso passò a quello pratico e combattivo di Rosa Luxemburg.
Dal 1910, Edmondo divenne, con una sua espressione, un “rivoluzionario di professione”.
1.2 Il “rivoluzionario di professione”
Scriveva per due quotidiani socialisti, “Vorwarts” e “Humanité”, e prese a frequentare, spinto dalla Zetkin, l’Università di Heildelberg.
Peluso, insieme alla Luxemburg, conobbe Karl Liebknecht. I due nel 1911 gli presentarono Radek.
Trasferitosi nel 1912 da Berlino in Austria, venne in contatto con i movimenti più avanzati della II Internazionale, facendosi conoscere ed apprezzare per le sue doti di traduttore e di pubblicista della stampa operaia: iscritto al Partito socialdemocratico dell’Austria, cominciò a collaborare all’organo viennese della socialdemocrazia austrotedesca, “Arbeiter Zeitung”, insieme al coetaneo Otto Bauer.
Peluso nel ’15 finì in prigione a Vienna, per la prima volta nella sua vita, perché esortava gli operai austriaci a non combattere nella guerra “imperialistica”: rimase in carcere tre mesi.
Davanti al fallimento della Seconda Internazionale, Peluso, fedele al suo internazionalismo che gli impediva di condividere le posizioni dei partiti socialdemocratici, diede la sua attività di militante e pubblicista alla ricostituzione dell’organizzazione socialista internazionale, vivendo la rottura irrimediabile del movimento socialista e la fuga in avanti di Lenin: il momento di passaggio, di continuità, e quindi di discontinuità tra la Seconda e la Terza Internazionale.
Uscito dal carcere si stabilì a Berna divenendo redattore del giornale “Nationalites de Russie”.
Peluso rimase in Svizzera dalla primavera del 1915 fino al dicembre 1918, divenne membro del Partito socialdemocratico della Svizzera.
15 Cfr. Archivio Centrale dello Stato (ACS), Ministero dell’Interno (MI), Direzione Generale della Pubblica Sicurezza (Dir. gen. PS), Divisione Affari Generali e Riservati, Cat. bb. 4-5, f. Svizzera. K1 (Propaganda massimalista).
Cominciò a frequentare l’Università di Zurigo, uno dei centri più importanti per lo sviluppo del femminismo europeo perché tra le poche aperte al genere femminile. La frequentarono, oltre alla Zetkin, Anna Kuliscioff, Vera Figner, Louise Kautsky e Aleksandra Kollontaj.
Dal 5 all’8 settembre del 1915, partecipò alla conferenza socialista di Zimmerwald. C’erano i delegati tedeschi, polacchi, francesi, italiani, ungheresi, olandesi, ma soprattutto c’erano Lenin, Trockij, Zinov’ev, Rakovskij, Radek: tutto il futuro vertice bolscevico. A Zimmerwald, le tesi leniniste rimasero in minoranza. Anche Peluso si schierò con le posizioni centriste. L’anno seguente, alla conferenza di Kienthal, dal 24 al 30 aprile del 1916, alla quale partecipò come delegato del Partito socialista portoghese, restò, di nuovo, in una posizione neutrale. Non votò né per Lenin, né contro.
16 Cfr. quanto scritto dallo stesso Peluso nel cap. I giorni di Kienthal (impressioni e della sua autobiografia, cit. in Didi Gnocchi, pp. 143-149. ricordi) op. cit.
Giunse a Losanna nel luglio del 1917 lavorando come redattore tecnico dell’“Agence Ukrainen”. In questa agenzia ebbe modo di conoscere Dmitrij Manuil’skij.
Ma, “sembrandogli che detto giornale cambiasse bandiera o almeno non sembrandogli abbastanza spinto”, diede le proprie dimissioni divenendo redattore del ginevrino “Feuille”.
17 ACS, b. 104, f. MI, Dir. gen. PS, Ufficio Centrale di Investigazioni (1916-1919), 3242.
Cominciò a collaborare con “L’Avvenire del Lavoratore” di Zurigo, nel quale conobbe molti esuli italiani tra cui il redattore Francesco Misiano. Divenne uno dei suoi migliori amici. Da quel momento saranno inseparabili.
18 Cfr. Franca Pieroni Bortolotti, Francesco Misiano. Vita di un internazionalista, Roma, Editori Riuniti, 1972, pp. 51-88.
Sempre in quegli anni realizzò delle interviste per conto di Henrik Sinkievič per il suo quotidiano “The Evening Standard”, facendo conoscenza con Herbert White, dirigente dell’ufficio informazioni del giornale. Lavorò, inoltre, per il “Tagwaht” di Berna, lo svizzero “Bund”, il “Vox Rex” di Zurigo, il “Neue Zeit” di Berlino diretto da Kautsky. Fu in contatto anche con Romain Rolland tramite la rivista antimilitarista “Demain”, pubblicata in Svizzera, per la quale collaborò anche Lenin.
La sinistra svedese prese l’iniziativa di convocare una nuova conferenza di “zimmerwaldiani”. Zinov’ev lanciò la parola d’ordine di “impadronirsi di Zimmerwald”. Lenin, in realtà, non si proponeva una semplice ricostituzione della “morta” Internazionale, bensì la costituzione di una nuova Internazionale: la Terza.
Impadronirsi di Zimmerwald, scrisse Lenin in una lettera a Radek nel giugno 1917, significa accollarsi il peso morto del partito italiano (kautskiani degli svizzeri Greulich e c., e pacifisti), dell’americano S. P. e (ancora peggio!) dei vari Peluso, longuettisti, ecc.
Peluso non ebbe invece nessun dubbio: quando, nei primi mesi del 1918, arrivò in Svizzera la delegazione sovietica, collaborò con l’ufficio stampa a Berna per esaltare la vittoria bolscevica in Russia. Fu Misiano a presentarlo all’ambasciatore russo.
Dopo un’iniziale resistenza, credette fermamente al progetto leninista di trasformazione della “grande guerra” in guerra civile mondiale contro la “borghesia imperialistica” e “il capitalismo finanziario”. In
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