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Università del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" Dipartimento di studi umanistici Corso di laurea triennale in lettere

L'inefficacia dell'attesa nell'opera di Dino Buzzati

Relatrice: Prof.ssa Cecilia Gibellini

Candidata: Martina Marotta

Matricola: 20017157

Anno Accademico: 2018/2019

Introduzione

Il mio lavoro parte dall’analisi dell’attesa come tema centrale in alcune opere di Dino Buzzati e si pone come obiettivo quello di individuare il senso di inefficacia che traspare dall’azione dei personaggi principali.

Il primo capitolo si divide in tre parti. La prima si sofferma sugli eventi più significativi della vita dell’autore, con un accenno alle opere più importanti della sua produzione.

Il secondo paragrafo si concentra sul tema del tempo, ricorrente nelle opere dello scrittore bellunese. Per Buzzati lo scorrere del tempo è sfuggente, e l’uomo si ritrova incalzante e schiavo di attività ripetitive ed alienanti, nell’attesa di un’occasione che dia significato alla vita. Da questa riflessione nacquero romanzi come Il deserto dei Tartari e Bàrnabo delle montagne, nei quali il tempo sembra sospeso ed immobile, mentre i protagonisti sprecano le loro esistenze aspettando qualcosa che non giungerà mai. Nel racconto I giorni perduti, invece, il tempo sembra contrarsi, e nella sua brevità restituisce il senso della fugacità attraverso un finale spiazzante.

L’ultima parte si occupa di evidenziare i comportamenti svantaggiosi spesso messi in atto dall’uomo, che impiega una quantità considerevole di energie ma non riesce comunque a raggiungere i propri obiettivi. Il racconto Una lettera d’amore ne fornisce un chiaro esempio, attraverso la sconfitta del protagonista, un uomo d’affari schiavo della burocrazia. Nell’opera Uno che ti aspetta, invece, Buzzati sembra fornire un rimedio a tale condizione di svantaggio: la fede in Dio.

Il secondo capitolo è interamente dedicato all’analisi di uno dei romanzi più importanti dell’autore, Il deserto dei Tartari. Nella prima parte si considera l’opera presentandone la struttura e i caratteri generali, illustrando la trama e le principali vicende. In seguito, viene posta l’attenzione sul senso di attesa che permea l'intera opera e che segna fatalmente l’esistenza del protagonista Giovanni Drogo, ricercando le cause che lo spingono a rimanere nella Fortezza Bastiani nonostante questa risulti una scelta svantaggiosa e deleteria.

Nel terzo paragrafo, infine, riassumo l’analisi psicoanalitica dello psichiatra Luca Trabucco, che fornisce una sua personale interpretazione del Deserto dei Tartari. Egli concepisce l’intera vicenda narrata come un sogno di Giovanni Drogo, e la Fortezza come luogo mentale in cui rifugiarsi da esperienze traumatiche e scioccanti.

Il terzo ed ultimo capitolo è riservato ad alcuni racconti di Buzzati, nei quali l’inefficacia dell’attesa assume diverse sfumature. Le mura di Anagoor e I sette messaggeri pongono l’attenzione sul totale senso di spreco che l’attesa di un avvenimento può generare. I protagonisti ricercano la felicità impiegando le proprie energie in maniera improduttiva, ritrovandosi insoddisfatti e lontani dall’obiettivo finale.

Diverso, invece, è il risvolto del racconto L’uomo che volle guarire: il protagonista, dopo lunga attesa, riesce ad ottenere ciò che desidera, ma nel frattempo la sua percezione della realtà è cambiata. Ciò che pensava di volere perde improvvisamente valore, rendendo vani gli sforzi per ottenerlo.

L’ultimo aspetto da considerare riguarda le paure irrazionali e i pregiudizi, che possono spaventare al punto che l’uomo rinuncia alla felicità, fuggendo da ciò che lo terrorizza invece di affrontarlo. È il caso del racconto Il colombre, nel quale Stefano Roi rimanda per tutta la vita l’incontro con la creatura mostruosa che l’ha perseguitato.

L’attesa, dunque, risulta inutile e controproducente in tutte le opere analizzate: i personaggi sono segnati da un destino comune e nulla, a parte la morte, può liberarli dalla schiavitù di una vita frustrante.

Capitolo I Buzzati e la vita come attesa

Cenni bio-bibliografici su Dino Buzzati

Dino Buzzati Traverso nacque il 16 ottobre 1906 a San Pellegrino, in provincia di Belluno. La casa dell’infanzia, insieme alla valle che la circonda, rappresenta un chiaro esempio di come i luoghi della sua fanciullezza siano stati d’ispirazione per le ambientazioni fantastiche e surreali della sua produzione letteraria. Lui stesso affermò in un’intervista al Giorno nel maggio del 1959:

«Penso che in ogni scrittore i primi ricordi d’infanzia siano una fase fondamentale. Le impressioni più forti che ho avuto da bambino appartengono alla terra dove sono nato, la Valle di Belluno, le selvatiche montagne che la circondano e le vicinissime Dolomiti. Un mondo complessivamente nordico al quale si è aggiunto il patrimonio delle rimembranze giovanili e la città di Milano».

La villa, residenza estiva della famiglia Buzzati-Traverso che viveva stabilmente a Milano, consiste in un complesso di edifici, e la sua ubicazione nella Val Belluna, a ridosso del Piave e delle Dolomiti, le conferisce tutt’oggi un’aura di romanticismo e mistero, che ha influenzato profondamente l’universo buzzatiano. L’autore ricollegava a questi luoghi presenze fantastiche di spiriti e bestie, immagini alimentate e amplificate dalla suggestione che esercitava su di lui la grande casa, e in particolar modo la biblioteca del nonno Augusto, in seguito ampliata dal padre Giulio Cesare. Nella sua opera ritroviamo sovente animali mostruosi, frutto della sua immaginazione, come nei racconti L’uccisione del drago, I ricci crescenti e Il colombre.

Per la biografia dell’autore e per la sua bibliografia faccio riferimento ad Antonia Veronese Arslan, Invito alla lettura di Buzzati, Milano, Mursia, 1974 («Sezione Italiana», 23).

Anche la montagna, dove Buzzati affinò le proprie abilità di scalatore e sciatore, influenzò particolarmente la sua opera letteraria. Come afferma Antonia Arslan,

«Non è solo questione di passioni sportive: si stabilisce comunque in lui, assai presto, un curioso rapporto fra montagna, sogno e creazione letteraria, che in parte deriva, certo, da un complesso di fortissime sensazioni infantili che si concretizzarono in alcuni incubi ricorrenti, ma viene in seguito razionalizzato e perfino utilizzato come fonte di “trovate” narrative».

I sogni di Buzzati furono spesso d’ispirazione per il suo lavoro di scrittore. Ne è un peculiare esempio il racconto Il crollo della Baliverna, contenuto nella raccolta omonima del 1954 e di cui egli parlò in questi termini in un’intervista con Grazia Livi:

«Sogno anche delle catastrofi aeree di una bellezza inimmaginabile. A volte sono storie organizzate in modo così perfetto che le ho utilizzate per dei racconti. Il crollo della Baliverna non è altro che la registrazione di un sogno pari pari».

La passione per la scrittura si era manifestata nei primi anni di liceo classico, grazie all’amicizia, nata nel 1916, con il compagno di classe Arturo Brambilla, che perdurò fino alla morte di quest’ultimo. Ci sono pervenute le lettere che i due si scrissero per oltre trent’anni, molte delle quali composte in versi, altre in geroglifici, a testimonianza della condivisa passione per l’antico Egitto e la simbologia. Le più interessanti, tuttavia, rimangono quelle scritte sotto forma di cronaca sportiva e accompagnate da disegni e vignette, poiché ci danno una prima testimonianza della futura attività di Buzzati come pittore e illustratore delle sue stesse opere. Ne sono un esempio La famosa invasione degli orsi in Sicilia, Poema a fumetti e I miracoli di Val Morel, oltre alla produzione pittorica dell’autore che ricoprì gli anni dal 1923 a 1971.

Nonostante la propensione alla scrittura, Buzzati si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza per volere della famiglia, laureandosi nel 1928 con una tesi dal titolo La natura giuridica del Concordato.

Nello stesso anno, fu assunto come cronista al «Corriere della Sera», impiego che non abbandonò mai e a cui si dedicò con zelo e precisione. Non fu un lavoro di ripiego in attesa della grande occasione come scrittore, ma un mestiere per cui sentiva una sincera passione, e grazie al quale strinse importanti amicizie, come quella con Emilio Radius e Gaetano Afeltra. Sulla sua carriera da giornalista, Buzzati si pronunciò in questo modo:

«Il giornalismo, per me, non è stato un secondo mestiere, ma un aspetto del mio mestiere. L’optimum del giornalista coincide con l’optimum della Letteratura. E non vedo come la pratica del giornalismo, se si tratta di buon giornalismo, possa nuocere a uno scrittore. Certe esperienze cronachistiche, anzi, penso che siano nettamente vantaggiose agli effetti artistici».

L’idea di scrivere un romanzo maturò proprio in quegli anni. La stesura di Bàrnabo delle montagne, infatti, va dal 1930 al 1933, anno della sua pubblicazione. L’opera, che riprendeva temi favolistici e surreali, fu accolta favorevolmente, anche se non ebbe il successo sperato. Fu evidente sin da subito la difficoltà di trovarle una collocazione all’interno dello scenario letterario dell’epoca. Così afferma Antonia Arslan riferendosi agli autori (come Gadda, Vittorini e Montale) che cominciavano ad affermarsi in quegli anni: «La feconda attività del gruppo metterà in evidenza due filoni narrativi, uno di tipo saggistico-memorialistico, l’altro volto a una riscoperta di moduli realistici, ma né l’uno né l’altro si adattano a Buzzati».

Cominciò a farsi strada un’immagine dell’autore che si sarebbe poi consolidata negli anni successivi: quella dello scrittore atipico, isolato dalla società letteraria, lontano dalle mode o dalle correnti stilistiche più affermate e influenti; quella di una personalità chiusa e dall’elegante signorilità.

Nel 1935 scrisse un altro romanzo breve di impianto favolistico, Il segreto del Bosco Vecchio, anch’esso ambientato sulle amate montagne. Passò quasi inosservato. Il periodo storico, che lasciava presagire l’arrivo di un secondo conflitto mondiale, era poco favorevole ad accettare un’opera di evasione e di impostazione fiabesca.

Buzzati proseguì con la sua carriera giornalistica, passando lunghe nottate negli uffici della redazione del «Corriere della Sera», cominciando a maturare l’idea di un nuovo romanzo. Il deserto dei Tartari, pubblicato nel 1940 da Rizzoli, rifletteva nelle sue tematiche la drammaticità del periodo storico, che vedeva l’Europa impegnata nello scenario della Seconda Guerra Mondiale e un’Italia impotente di fronte all’oppressione fascista e all’alleanza con la Germania nazista.

Nel ’39, dopo aver consegnato il manoscritto a Leo Longanesi, Buzzati partì per Addis Abeba come inviato speciale. Dopo essersi ammalato di tifo, tornò in Italia per un periodo di convalescenza, e nell’agosto del ’40 si imbarcò come corrispondente di guerra su un incrociatore, prendendo parte alla battaglia di Capo Matapan e alla seconda battaglia della Sirte.

Nel 1942 pubblicò la sua prima raccolta di racconti, I sette messaggeri. Essa conteneva tutti i temi più cari allo scrittore, come la fuga del tempo e l’attesa, inseriti in scenari inquietanti e solitari.

L’ambientazione montana e le descrizioni della Val Belluna si ripresentarono come nelle precedenti opere, mentre per la prima volta comparvero i mostri e le creature fantastiche scaturite dalla sua fantasia.

Di ritorno dall’Africa ricevette diversi incarichi redazionali al «Corriere della Sera», tra cui quello di capo redattore alla «Domenica del Corriere». Impegnato nella carriera giornalistica, continuò il proprio mestiere di scrittore pubblicando nel 1945 La famosa invasione degli orsi in Sicilia, opera di carattere favolistico concepita per un pubblico di bambini e Il libro delle pipe, scritto in collaborazione con il cognato Giuseppe Ramazzotti. Entrambi appartenevano ad un genere ironico, a dimostrazione del fatto che Buzzati stesse vivendo un momento di intenso smarrimento.

Il ritorno alla quotidianità dopo l’esperienza di guerra aveva avuto un forte impatto su di lui, tanto che tentò di rifugiarsi in uno stile narrativo più leggero per evadere dalla realtà. Tale senso di smarrimento risulta ancora più marcato ed evidente in un’opera del 1950, In quel preciso momento, in cui raccolse appunti e brevi divagazioni. Ancora una volta Antonia Arslan ci restituisce un’immagine precisa dello stato d’animo di Buzzati, relativamente all’opera citata:

«Sì, rispecchia l’intimo smarrimento dello scrittore, unito alla sensazione che è cominciato ormai, per lui, il versante discendente della vita, che altri, più giovani, premono alle spalle e che comunque le scelte, magari senza accorgersene, sono già state fatte e il successo, che era così bello a sognarlo da lontano, una volta raggiunto non sa più di niente».

Nonostante lo stato d’animo irrequieto, quello fu il periodo di maggior successo letterario. Pubblicò Paura alla Scala nel 1948, Il crollo della Baliverna nel 1954, Esperimento di magia e Sessanta racconti nel 1958. Esse erano tutte raccolte di racconti, nelle quali rievocò nuovamente i temi già noti al suo pubblico, tuttavia con un tono più satirico e moraleggiante.

All’inizio degli anni ’60, Buzzati si avvicinò al tema amoroso con alcune opere, come Il grande ritratto, nel quale troviamo la descrizione dei desideri e delle passioni di una donna. Per la prima volta non si tratta di una figura materna e familiare, ma di un’immagine legata alla sensualità. In questo scenario Dino Buzzati pubblicherà Un amore, romanzo del 1963, considerato erotico e criticato da molti perché sembrava seguire le mode del periodo. In realtà, esso è fedelmente lineare agli avvenimenti della vita dell’autore, che nel 1966 sposò Almerina Antoniazzi, ragazza veneta molto più giovane di lui; nello stesso anno pubblicò un’altra raccolta di novelle, Il colombre.

Negli ultimi anni Buzzati scrisse sempre meno e si dedicò con più assiduità alla pittura, pubblicando nel 1970 I miracoli di Val Morel, una raccolta di trentanove tavole ex voto dedicate a Santa Rita, accompagnate da brevi didascalie. Fu la sua ultima opera.

Buzzati infatti, colpito dallo stesso tumore al pancreas che aveva ucciso il padre nel lontano 1920, morì nella clinica «La Madonnina» di Milano nel gennaio del 1972.

Il tema del tempo nell’opera buzzatiana

Uno dei temi più caratteristici della narrativa buzzatiana è sicuramente quello dello scorrere del tempo, elemento che egli ripropone costantemente in tutte le sue opere. Per l’autore la realtà non è statica, bensì un fluire continuo ed incessante di avvenimenti nel quale l’uomo si ritrova a dover affrontare la propria sorte senza possibilità di sfuggirle. Il surreale e il fantastico di cui sono pregne le sue pagine sono inglobati nella realtà stessa: i “luoghi metafisici” della sua narrativa, infatti, hanno tutti origine dall’esperienza personale, come nel caso della Val Belluna, di Milano e del deserto. È il tempo, insieme al senso di attesa che lo permea, l’elemento che permette di creare le atmosfere angoscianti e suggestive tipiche dell’autore.

È utile considerare, in primo luogo, il rapporto che lo stesso Buzzati ebbe con il tempo nel corso della sua vita. Dal 1933, lo scrittore cominciò a lavorare negli uffici della redazione del «Corriere della Sera». Passò lunghe nottate nella monotonia di un lavoro stancante, che non sembrava offrire molte speranze per l’avvenire. Buzzati vedeva scorrere i mesi senza che nulla cambiasse, e l’occasione per emergere e dare forma alle proprie ambizioni sembrava sfumare sempre di più. L’idea di impiegare tempo e capacità senza ricevere riconoscimento alcuno era una paura ossessiva che non lo abbandonava. Da qui nasce una riflessione sulla condizione universale dell’uomo, impegnato in attività sempre uguali e deleterie, che consumano tutte le sue energie senza che questo permetta di raggiungere dei risultati soddisfacenti. Il tempo, inizialmente concepito come una distesa infinita di possibilità, diventa a poco a poco sempre più sfuggente e incalzante, trascinando via con sé le speranze di gioventù e avvicinando inesorabilmente alla morte. I personaggi del mondo buzzatiano vivono esattamente questa condizione esistenziale, insofferenti e insoddisfatti, spesso sconfitti e rassegnati.

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Martina123a2 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Piemonte Orientale Amedeo Avogadro - Unipmn o del prof Gibellini Cecilia.
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