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Dino Campana

La poesia di Campana e la sua poetica sono molto attuali.

Campana è stato a lungo letto come un autore appartenente al Decadentismo, quindi a un filone

post-simbolista, decadente, o addirittura, nel caso della lettura che ne ha dato Gianfranco Contini,

di un “seguace di Carducci”, e quindi di uno scrittore visivo, e non “visionario”.

Le due chiavi di lettura dell’opera campaniana ci sono familiari: appartengono alla grande

tradizione classica, quella italiana ottocentesca (Carducci-Pascoli), la visività, la poesia delle cose

prima che delle parole, e poi la “poesia visionaria”, sulla scorta di Rimbaud ovviamente, di

Mallarmé, quindi di “poeta come veggente”.

Non tutto nelle poesie di Campana è interpretabile. C’è un vasto margine di indefinito, e di

indicibile, letteralmente, non tanto in un’ottica ontologica dell’ineffabilità (la poesia è ineffabile e

non può essere interpretata o definita). Non è così. Campana ha lasciato dei margini interpretativi

addirittura arrivando ad anticipare soluzioni che saranno dei dadaisti e dei surrealisti. Nelle ultime

poesie, penso a “Genova”, ci troviamo di fronte a dei vortici sonori, musicali, in cui ciò che più

conta è l’immagine e il suono, più che il significato. O meglio: i significati si ricostruiscono in una

specie di costellazione, che però dipende dalla dimensione incantatoria, fonica, del linguaggio

musicale.

Campana è un “poeta allo stato selvaggio”, non un mistico allo stato selvaggio come Claudel diceva

di Rimbaud, ma un selvaggio vero. Nel senso, che era un montanaro di Marradi, in Toscana, vicino

Firenze, in realtà di famiglia borghese, ma di una piccola borghesia abbastanza gretta.

Probabilmente all’interno della sua famiglia c’era una vena di patologia mentale, non sappiamo di

preciso quale… probabilmente la schizofrenia. Lo zio materno e la madre erano matti in famiglia…

Il destino tragico di Campana fu che in manicomio ci è finito lui. Mentre lo zio andava a molestare

le ragazze per i boschi di Marradi, la madre riversava su di lui e sul marito il suo istinto sadico…

In realtà poi il povero Dino, che aveva vissuto un’adolescenza, una gioventù da disadattato, ha

cominciato questa trafila di arresti, perché scappava dal paese senza risorse, senza soldi… Contava

sul foglio di via anche quando andava all’estero…

Faceva viaggi incredibili: riuscì ad arrivare in Germania, in Francia, in Belgio… Pare che sia

arrivato persino nell’attuale Ucraina, a Odessa, ma sul viaggio a Odessa non c’è unanimità di pareri.

Mentre invece il mitico viaggio in Argentina, che per lungo tempo è stato ritenuto una fantasia di

Campana, era invece un viaggio reale perché i genitori, che non lo amavano, avevano tentato di

sbarazzarsi di lui una prima volta a 15 anni, facendolo ricoverare definitivamente in manicomio…

La madre lo voleva internare a tutti i costi, il padre lo aveva accompagnato personalmente ma poi il

giorno dopo si era pentito e lo era andato a riprendere…

Poco tempo dopo, quando Dino era quasi maggiorenne, era sui vent’anni, i genitori hanno tentato di

sbarazzarsene mandandolo in Argentina. Quindi questo mitico viaggio in Argentina non solo era

reale, ma era stato organizzato dai familiari, in sostanza, per liberarsi di lui.

Doveva fare la vita dell’emigrante e portare il suo disagio esistenziale fuori dalla zona di Marradi e

dall’Italia.

Quella di Campana è una vera e propria vita tormentata. Un vero e proprio mito biografico che ha

però contribuito anche ai tanti fraintendimenti che sono stati, il fardello che ha pesato

sull’interpretazione della sua poesia. Sull’interpretazione della sua poesia ha sempre gravato l’idea

del “poeta folle”. Questo mito falsificante e mistificatorio ha gravato in due versioni: la versione più

nobile era quella del mito del “binomio poesia-follia”.

Da un lato ha pesato il mito romantico: la grandezza di Campana consiste nella sua follia, nel suo

essere un romantico, nel suo essere privo di razionalità. Quasi un veggente alla Rimbaud, ma in

termini più razionalistici, quasi nietzschiani.

L’altra versione falsificante del rapporto tra follia e poesia: è quella positivista. La malattia mentale

è un disturbo organico, che fa sì che il poeta sia una tipologia umana.

Campana non ha scritto un solo verso durante la malattia. Negli anni in cui è stato ricoverato a

Castelpulci, in questo manicomio-lager in provincia di Firenze, non ha scritto neanche una riga. Ha

solo rivisto le bozze dell’edizione, che un suo grande ammiratore, che ha anche contribuito

parecchio al fraintendimento dell’opera di Campana perché ha pubblicato un edizione piena di

errori, Bino Binazzi… Campana preoccupatissimo da questa seconda edizione, su cui non aveva

avuto alcun controllo, la rivede (questo succede nei primi anni del ricovero, quando era ancora

relativamente lucido) e riesce a correggerne gli errori, che erano tantissimi… che erano per lo più

fraintendimenti di Binazzi ed errori del tipografo. Un destino editoriale terribile.

“Il più lungo giorno” non vede mai la luce, mentre Campana era vivo, perché Soffici e Papini

lo smarriscono. Poi i “Canti orfici” vengono pubblicati a spese di Campana da un piccolo tipografo

di Marradi, Ravagli, e questa è un’edizione addirittirua mitologica, anch’essa non priva di errori…

E poi l’altra edizione è quella di Binazzi, piena di refusi e di errori, perché Campana non aveva

responsabilità su quel testo… Fortunatamente, durante gli anni del Fascismo, Campana viene

adottato da un grande critico, Enrico Falqui, maestro della prosa d’arte, che si dedica anche a

ricomporre il libro dei suoi inediti, e noi dobbiamo tantissimo a Falqui. Gli dobbiamo la

reintegrazione dei Canti orfici così come dovevano essere, e soprattutto gli dobbiamo l’edizione dei

Taccuini, e l’edizione delle Poesie inedite, disperse… materiali che per tanto tempo sono stati

irreperibili. Di Campana, per tanto tempo, si trovavano solo i “Canti orfici”.

Un importantissimo taccuino marradese di appunti di Campana, di riflessioni, era letteralmente

sotto sequestro perché Campana l’aveva donato a Sibilla Aleramo, la sua amante, con la quale ci fu

la brusca rottura nel ’17 che poi gli ha dato il colpo di grazia, lo ha portato in manicomio.

E Sibilla Aleramo ha messo in mano questo preziosissimo taccuino di Campana al suo ultimo

amante, Franco Matacotta, personaggio abbastanza discutibile, che voleva solo guadagnarci…

Questo testo importantissimo di Campana, fino alla morte di Matacotta, è stato praticamente

irraggiungibile... Poi, fortunatamente, nel corso degli anni ’70, c’è stato prima il ritrovamento

de “Il più lungo giorno” e poi le edizioni dei vari taccuini e delle lettere.

Uno dei libri di documenti più importanti, di “testi veri e propri” che è l’Epistolario di Campana,

non l’Epistolario con Sibilla Aleramo, l’Epistolario vero e proprio, è importantissimo il carteggio

con gli intellettuali fiorentini che lui criticava fortemente, il carteggio coi futuristi…

La cosa incredibile è che un autore del rilievo di Campana ha avuto il suo carteggio pubblicato non

da un critico italiano ma dal critico argentino Gabriel Cacho Millet, da un’italianista, critico

militante argentino, che aveva deciso di dimostrare che Campana era veramente stato in Argentina e

quindi ha iniziato a raccogliere le lettere, i materiali, fino a raccogliere tutte le sue lettere.

Nelle lettere, in maniera più organica, emerge la dimensione critica di Campana, emerge la

consapevolezza dell’autore, che dà giudizi su D’Annunzio, su Marinetti, sulla pittura di Fattori,

degli Impressionisti, sul Cubismo… emerge uno scrittore coltissimo che, anche se autodidatta…

Autodidatta fino a un certo punto. Perché lui, dopo essere tornato in Italia dall’Argentina, si è

iscritto all’università di Bologna, iscritto alla facoltà di Farmacia, che però non ha mai frequentato

concretamente, non ha sostenuto esami, non si è laureato… Ma lì seguiva anche le lezioni dei

professori di Lettere di Bologna.

La tradizione di Bologna era quella pascoliana e carducciana, di grande livello.

Cosa voleva fare questo poeta?

“Dino Campana è stato una vittima, una vittima di tutti quelli che aveva intorno”. Questo lo ha

scritto uno dei maggiori romanzieri italiani, Sebastiano Vassalli, che ha dedicato a Campana il suo

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher melville97 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura moderna e contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara o del prof Gialloreto Andrea.
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