CORSO DI LAUREA MAGISTRALE IN
ANTROPOLOGIA CULTURALE ED ETNOLOGIA
BANDEJA Y CERVEZA. LINEAMENTI DI
UN’ETNOGRAFIA DELLA PRATICA SPORTIVA
PADELISTICA NELLA PROVINCIA BOLOGNESE
Tesi di laurea magistrale in Metodologie della ricerca etnografica
Presentata da
Relatrice Leonardo Randellini
Professoressa Cristiana
Natali
Correlatrice
Professoressa Roberta
Bonetti Sessione marzo 2026
Anno Accademico 2024/2025
Indice
Introduzione .......................................................................................................... 3
sportive: lo stato dell’arte
Capitolo I. Sullo studio delle pratiche
dell’antropologia dello sport ................................................................................. 7
1. I “nostri” sport e i “loro” giochi: il paradigma evoluzionista e l’esposizione
internazionale di St. Louis ................................................................................ 9
2. A cosa serve il “gioco”? Il discorso funzionalista sulle pratiche ludiche tra
antropologia e sociologia ................................................................................ 16
3. La svolta simbolico-ermeneutica. Geertz, Bateson, Turner in un’antropologia
del gioco ......................................................................................................... 27
4. Dall’interpretazione al corpo. L’antropologia dello sport e i paradigmi
dell’incorporazione ......................................................................................... 43
Capitolo II. Abitare la soglia. Riflessività, corporeità e metodologie della
ricerca etnografica nel campo padelistico........................................................... 57
1. Oltre la neutralità dell’osservatore: la riflessività come pratica costitutiva
della ricerca antropologica .............................................................................. 57
2. Un campo, molti campi. Sulle traiettorie di posizionamento nello spazio
sociale del circuito padelistico ........................................................................ 68
3. A che gioco stiamo giocando? Apprendistato padelistico e apprendistato
etnografico tra partecipazione e osservazione .................................................. 82
4. Dare parola al gioco: le interviste semi-strutturate come spazio narrativo per
l’interpretazione dell’esperienza ludica ........................................................... 89
Capitolo III. Dentro al circolo. Tecniche del corpo, apprendimento e
“virilizzazione” nella pratica padelistica .......................................................... 101
1. Addestrare il gesto, incorporare il gioco. La fabbricazione del corpo
padelistico nello spazio sociale del circolo .................................................... 101
2. “Oggi giocano i veri uomini”: l’agone padelistico come tecnica di
virilizzazione locale ...................................................................................... 119
3. Dal sudore alla birra. Il terzo tempo padelistico e la ricomposizione della
comunità ludica ............................................................................................ 137
Conclusioni ........................................................................................................ 151
Appendici ........................................................................................................... 155
1. Immagini .................................................................................................. 155
2. Interviste ................................................................................................... 163
Bibliografia ........................................................................................................ 315
Introduzione
La seguente ricerca si pone, come obiettivo principale, quello di esplicitare gli orizzonti
di senso strutturanti, e al contempo strutturati da, il «corpo-in-movimento» (Nardini, 2020)
delle pratiche ludico-sportive, con particolare attenzione al padel, disciplina derivativa del
tennis e dello squash diffusasi in Italia a partire dagli anni ’90 del secolo scorso che, soprattutto
durante gli anni della pandemia da Covid-19, ha saputo affermarsi nel panorama sempre più
diversificato dello sport contemporaneo globalizzato e mediatizzato. Essendo lo sport un
contesto entro il quale i corpi risultano essere particolarmente salienti e rilevanti, si è scelto di
assumere come punto di riferimento le prospettive teoriche che, a partire sostanzialmente dalle
nozioni maussiane di «tecniche del corpo» e di «habitus» (Mauss, 1965; Bourdieu, 1986, 1989;
Wacquant, 2004b) sino ad arrivare alle più recenti applicazioni del paradigma
dell’incorporazione, concepiscono i corpi degli esseri umani non come fenomeni naturali bensì
come fatti, cioè prodotti, e al contempo produttori, di determinate modalità, storicamente e
culturalmente date, di essere-nel-mondo (Jackson, 1983; Scheper-Hughes, Lock, 1987;
Csordas, 1990, 2011; Lock, 1993). Come esemplificato da questi studi, il discorso
antropologico sulla corporeità si è sviluppato evidenziando come ogni gruppo umano socializzi,
plasmandole, determinate forme di corporeità, e questo attraverso insiemi di pratiche
ideologicamente informate in grado di «interpellare», in senso althusseriano, e dunque
soggettivare gli esseri umani che vi partecipano (Althusser, 2004). Tra queste pratiche è
possibile considerare anche quelle ludico-sportive, le quali, per quanto possano essere
intraprese per i più disparati motivi, anche apparentemente superficiali, non sono mai neutre,
in quanto in grado di attivare trasformativi processi di «re-incorporazione», cioè processi
attraverso cui è possibile apprendere nuovi (o anche performare vecchi) modi di “essere corpo”
e, dunque, di abitare il mondo (Howe, 2011, p. 280).
Date queste premesse, il primo capitolo si propone di delineare lo sviluppo storico di un
discorso antropologico sulle pratiche sportive, mostrando come esso sia inscindibilmente
connesso alla storia della disciplina antropologica e al suo radicamento nella modernità
occidentale, da intendersi anzitutto come un «progetto culturale» (Quaranta, 2001). A partire
dalla sua istituzionalizzazione nel XIX secolo, l’antropologia ha riservato alle pratiche sportive
un’attenzione alquanto marginale, considerate infatti più come uno strumento “buono per
pensare” altre questioni che non come oggetto teorico autonomo. Solo a partire dalla seconda
metà del secolo scorso, con la fondazione nel 1974 della The Association for the
Anthropological Study of Play (TAASP) e poi con la pubblicazione, nel 1985, del volume The
3
Anthropology of Sport: An Introduction (Blanchard, Cheska, 1985), si assiste a un primo
tentativo di sistematizzare un campo che, sino a quel momento, non aveva né una comunità
scientifica riconosciuta né un lessico teorico condiviso (Besnier, Brownell, Carter, 2018). Più
che tracciare una storia lineare dell’antropologia dello sport, il capitolo ricostruisce dunque una
genealogia dei momenti, delle intuizioni e delle cosiddette “svolte” che hanno portato le
pratiche ludico-sportive a emergere come oggetto dello sguardo antropologico, cercando, nel
fare ciò, di esplicitare i motivi politici e culturali dietro il suddetto ritardo e l’importanza
assunta, in questo divenire ambito di ricerca, dai discorsi sulla corporeità e sull’incorporazione.
Chiarito il discorso storico, e conseguentemente contestualizzata la presente tesi entro
un particolare campo di studi, il secondo capitolo si occuperà di presentare, e al contempo
riflettere su, il lavoro etnografico compiuto per la produzione dei dati successivamente
utilizzati. Nello specifico, attraverso l’impiego della nozione bourdieusiana di «campo»
(Bourdieu, 1986), si cercherà di riflettere anzitutto sull’accessibilità al campo di gioco e sul
posizionamento del ricercatore, esplicitando al contempo come la partecipazione alla pratica
sia stata un momento essenziale della ricerca in un contesto strutturato dalle pratiche sportive.
Dall’immersione pratica nel campo da gioco deriva inoltre la necessità di interrogare
criticamente il ruolo del ricercatore nel suo movimento da insider a outsider, soggetto che
partecipa alla “forma di vita” del gruppo sociale che vuole comprendere e che deve al contempo,
per mezzo della teoria e delle tecniche di oggettivazione dell’esperienza sul campo, come ad
esempio il ricorso alle note di campo, mantenere una postura riflessiva necessaria a non cadere
in una «complicità ontologica» con il campo oggetto di studio e i suoi valori (Wacquant, 2004a;
Kerr, Sturm, 2019). Accanto alla partecipazione e alla sua oggettivazione, si è scelto di
impiegare le interviste semi-strutturate come strumento in grado di estendere sul piano
discorsivo la relazione costruita corporalmente sul campo da gioco. Se la partecipazione, e la
sua oggettivazione, permettono di accedere al piano vissuto della pratica, le interviste
consentono invece di accedere ai significati e alle rappresentazioni attraverso cui i praticanti
elaborano, e vivono, la loro esperienza ludico-sportiva. In questa cornice metodologica, le
interviste devono quindi essere considerate come una continuazione dialogica del lavoro inter-
soggettivo e inter-corporeo svoltosi sul campo da gioco, una pratica attraverso la quale
l’esperienza sportiva vissuta e condivisa diventa oggetto di una elaborazione comune tra il
ricercatore e i diversi interlocutori.
Infine, il terzo e ultimo capitolo utilizza i dati (co-)prodotti durante il lavoro etnografico,
ponendosi come principale obiettivo quello di analizzare i principali momenti che articolano la
vita sociale del giocatore di padel, ossia le lezioni con il maestro, le partite informali con i
4
compagni, i tornei amatoriali e i ritrovi conviviali successivi agli eventi strettamente sportivi,
cercando di esplicitare alcune delle categorie culturali soggiacenti e la logica sociale che li
organizzano. Lo spazio sociale del circolo di padel emergerebbe allora come un micro-cosmo
dotato di proprie regole, gerarchie e valori, entro il quale gli agenti sociali mettono in gioco
differenti forme di capitale negoziando continuamente il proprio posizionamento
nell’interazione agonistica e post-agonistica (Bourdieu, 1986). Interrogata in questo modo, la
pratica padelistica, perlomeno nel contesto amatoriale frequentato, è emersa come una cornice
entro la quale alcune disposizioni “virili”, precedentemente sedimentatesi nel corso del lavoro
di «mascolinizzazione del corpo maschile» (Bourdieu, 2024b, p. 68) degli interlocutori, tutti
uomini spesso formatisi anche per mezzo della partecipazione a contesti sportivi percepiti come
“veri” soprattutto quando competitivi, possono trovare regolari occasioni di rigenerazione,
verifica e riconferma pubblica. Come si cercherà di chiarire nel corso della trattazione, in
particolar modo facendo riferimento alla significativa presenza di giocatrici di padel, l’ipotesi
interpretativa proposta riguarda solo uno dei possibili modi attraverso cui, per certe persone e
in determinati contesti, l’attività sportiva può diventare significativa, intrecciandosi la categoria
del genere con altre strutture vissute altrettanto presenti e rilevanti, come ad esempio quella
della “classe”, alle quali tuttavia non è stato possibile riservare, in questa ricerca, particolare
attenzione. 5
6
I. Sullo studio delle pratiche ludico-sportive: lo stato dell’arte
dell’antropologia dello sport
Le pratiche ludico-sportive sono state, per molto tempo, un ambito di studio marginale del
1
discorso antropologico, tanto che, almeno sino agli inizi del nuovo millennio, non è stato
propriamente possibile parlare di una “antropologia dello sport”, cioè di un campo di studio
strutturato intorno a un comune oggetto di indagine e dotato di una propria comunità scientifica,
di sedi editoriali dedicate e di un apparato teorico-concettuale condiviso (Besnier, Brownell,
Carter, 2018, p. 11).
Di fatto, tali pratiche sono state oggetto, sino a quel periodo, di un’attenzione sporadica,
indagate da singoli studiosi per “pensare” altri temi, come la religione, i nazionalismi e le
relazioni tra le classi sociali, senza però diventare esse stesse un ambito di ricerca pienamente
autonomo (Besnier, Brownell, Carter, 2018, p. 11). Questa situazione iniziò a cambiare solo nel
1974, con la fondazione della TAASP (The Association for the Anthropological Study of Play),
e successivamente nel 1985, con la pubblicazione del volume The Anthropology of Sport: An
Introduction da parte di Blanchard e Cheska (1985), eventi che posero le basi per una prima
sistematizzazione dei contorni del campo di ricerca (Besnier, Brownell, 2012, p. 445).
Da quanto detto deriva la difficoltà di formulare delle generalizzazioni in merito alla
ricostruzione storica del campo disciplinare oggetto di indagine, dal momento che ogni
tentativo in questa direzione deve necessariamente prendere in considerazione il fatto che
l’antropologia dello sport non è mai stata un ambito di ricerca unificato con un proprio sviluppo
teorico quanto, piuttosto, un ambito che ha seguito le traiettorie teoriche dominanti
dell’antropologia socioculturale (Besnier, Brownell, Carter, 2018, p. 11; Nardini, 2024, p. 22).
Più che tracciare una storia lineare della disciplina, questo capitolo intende dunque
ricostruire, senza alcuna pretesa di esaustività, una “genealogia” dei momenti, delle intuizioni
e delle “svolte” a partire dalle quali le pratiche ludico-sportive sono affiorate come oggetto dello
L’utilizzo della nozione “pratiche ludico-sportive”, anziché “pratiche sportive”, si rifà a una
1
prospettiva teorica che, consapevole della molteplicità dei significati e dei valori che la medesima pratica
può acquisire persino all’interno dello stesso micro-contesto sociale, rinuncia a qualsiasi tentativo di
dare una definizione monotetica delle attività fisiche umane, essendo queste, infatti, costitutivamente
“ibride” (Nardini, 2024, p. 21). In altri termini, vi saranno pratiche vissute come “sportive” dagli agenti
sociali che contengono, cionondimeno, tratti “ludici”, “teatrali” e persino “rituali”, e viceversa “riti” che
conterranno tratti più facilmente assimilabili ad altre categorie di azione e di interpretazione. Da ciò,
peraltro, deriva la possibilità di utilizzare, come termine comprensivo del continuum delle attività umane
che prevedono il movimento situato del corpo, quello di “performance”, come suggerito da diversi autori
e da diverse autrici (Nardini, 2020; Miller, Syring, 2024).
7
sguardo antropologico, seguendo i cambiamenti teorico-interpretativi più ampi
dell’antropologia socioculturale. Nel condurre questa ricostruzione, si cercherà, inoltre, di
mettere in evidenza le principali ragioni dietro al ritardo nello sviluppo di un discorso
antropologico sulle pratiche ludico-sportive rispetto ad altre scienze sociali che, al contrario, da
oramai più di un secolo hanno avuto modo di frequentare l’argomento, come, ad esempio, la
storia e la sociologia (Besnier, Brownell, Carter, 2018, p. 7; Porro, 2021, pp. 41-42).
Anticipando quanto verrà poi sviluppato nelle pagine seguenti, è possibile considerare
come una delle principali cause di tale ritardo il cosiddetto “dualismo cartesiano” strutturante
l’epistemologia e l’ontologia della modernità occidentale (Possamai, 2013). Sulla separazione
tra una mente soggettiva e attiva, dotata di razionalità, e una corporeità “estesa” concepita,
invece, come inerte e passiva, si sarebbe infatti fondata, nel corso dell’età moderna, la
costruzione dei saperi occidentali, organizzati secondo rigide opposizioni concettuali che non
solo hanno informato il pensiero filosofico, ma anche modellato la divisione sociale del lavoro
accademico, assegnando alle cosiddette “scienze dello spirito” il compito di comprendere i fatti
umani e alle scienze “naturali” quello di spiegare i fenomeni naturali, ivi inclusi quelli della
corporeità umana, sottratta, quindi, al campo umanistico (Cole, 2000, p. 439).
Questo stesso schema avrebbe inoltre alimentato una più ampia gerarchia
contrapponente un Occidente “razionale”, “scientifico” e “civilizzato” a un non-Occidente
“irrazionale”, ricondotto a uno stato di inferiorità “naturale” giustificante, al contempo, il
progetto coloniale. In tale prospettiva ideologica, le pratiche sportive, rappresentate dalla
storiografia ottocentesca in linea di continuità con gli antichi agoni greci e celebrate, per questo
stesso motivo, come simboli dell’ethos occidentale, risultarono incompatibili con lo statuto
epistemologico dell’antropologia classica, intenta a descrivere e comprendere i cosiddetti “usi
e costumi” delle popolazioni originariamente definite come “primitive”, le quali non potevano
che risultare estranee a quel tipo di attività fisiche “razionali” e “moderne” (Besnier, Brownell,
Carter, 2018, pp. 12-13; Barba, 2021, pp. 4-5).
Soltanto con l’emergere, nella seconda metà del Novecento, di un discorso
antropologico sull’Occidente e di approcci teorici che, riprese le riflessioni maussiane relative
alle nozioni di «tecniche del corpo» e di «habitus» (Mauss, 1965), le svilupparono entro il
2
Il concetto di habitus ha, in realtà, una lunga storia nel pensiero occidentale, affondando infatti le sue
2
radici nel pensiero di Aristotele e, più specificamente, nel termine hexis, cioè uno stato acquisito e
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Tutte le risposte test esame La pratica sportiva, a.s. 2022/2023
-
Sistema immunitario e la pratica sportiva
-
Riassunto esame Lineamenti di storia della musica, Prof. Simone Cristina, libro consigliato Musiche nella storia, C…
-
Appunti Il sistema immunitario e la pratica sportiva
- Risolvere un problema di matematica
- Riassumere un testo
- Tradurre una frase
- E molto altro ancora...
Per termini, condizioni e privacy, visita la relativa pagina.