DIPARTIMENTO DI SCIENZE DELLA FORMAZIONE
SCIENZE UMANE E DELLA COMUNICAZIONE
INTERCULTURALE
CORSO DI LAUREA IN SCIENZE DELL’EDUCAZIONE E
DELLA FORMAZIONE
Al Dynamo Camp niente è impossibile
“Insieme per dare un sorriso ai bambini”
Relatore Tesi di laurea di
Prof.ssa Marika Rullo Emily Carrubba
Anno accademico 2020/2021
Indice
Introduzione…..………………………………………………….…………………………………………………… n
L’inclusione sociale delle persone con disabilità……....………………………………………………….. n
1.1 Inclusione sociale………..………………..………………………………………………………………. n
1.2 Dall’integrazione all’inclusione nella società………………………………………………………. n
Storia del Dynamo Camp…………………………………………………….…………………………………… n
2.1 Missione e filosofia del Camp…………….….……………………………………………………….. n
2.2 Il bambino/ragazzo con malattia grave o cronica.…..…………………………………………. n
2.3 Figure presenti al Camp……….…………………………………………………………………………. n
2.4 Sessioni per minori non accompagnati….…………………………………….……………………. n
2.5 Sessioni per famiglie…………………….………………………………………………………………… n
La terapia ricreativa Dynamo……………...……………………………………………………………………. n
3.1 Le attività di Dynamo Camp…………………………………………………………………………… n
3.2 Attività con progetti speciali…………………………………………………………………………… n
Alcune patologie attualmente ospitate a Dynamo Camp………………………………………………….n
4.1 Autismo infantile………………….………………………………………………………………………….n
4.2 Distrofia muscolare…………………………………………………………………………………………..n
4.3 Paralisi cerebrale infantile…………………………………………………………………………...………..n
4.4 Spina bifida…………………..…………………………………………...….……..…………………...……... n
4.5 Sindrome di Rett………………………….…………………….…….….……………………..…..………… n
4.6 Sindrome di Angelman………..………………………………………………………………...…………...n
La mia esperienza al Dynamo………………………………………………………………..………...…………… n
Questionario rivolto alle famiglie dei ragazzi……………………………………………………...…………… n
Conclusioni……………………………………………………………………………………………………...…………..n 1
Introduzione 2
“Niente è impossibile” come argomento di tesi nasce dalla voglia di sviluppare questo
particolare tema riferibile ai bambini e adolescenti disabili che ogni giorno sono costretti a vivere
ai limiti della società, a causa delle difficoltà e degli ostacoli che impediscono loro di poter
vivere attivamente, godendo in modo pieno i loro diritti. Un grosso problema che affligge la
comunità disabile e di cui molto spesso si sente parlare in emissioni radio, programmi televisivi
o su articoli di giornale e riviste è infatti quello delle barriere architettoniche, sociali e culturali
che purtroppo ancora in troppe città impediscono lo sviluppo di un efficace processo di
integrazione. È anche vero, però, che sono state fondate molte associazioni, servizi ed
organizzazioni che si occupano di tutelare i diritti dei disabili. In Italia, infatti, è emersa
l’esigenza di promuovere il recupero sociale del disabile che ha trovato il suo momento centrale
nel cambiamento delle istituzioni. La chiusura degli istituti e delle scuole speciali e i relativi
interventi di inserimento, hanno dato infatti avvio al processo di integrazione. L’Italia sin dal
1992 si è dotata di una legge, (“Legge - quadro 5 febbraio 1992 n.104 “Legge-quadro per
l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone diversamente abili”). I principali
obiettivi sono la rimozione delle cause invalidante e la promozione dell’autonomia e della
socializzazione. Le finalità di questa legge sono: garantire il rispetto della dignità umana e i
diritti di libertà e autonomia; garantire la piena integrazione familiare, scolastica, lavorativa e
sociale; assicurare servizi e prestazioni per la prevenzione, la cura e la riabilitazione e la tutela
giuridica ed economica.
L’idea di elaborare questo tema nasce però soprattutto dall’esperienza di qualche anno fa presso
il Dynamo Camp, in occasione di un Open Day, un posto meraviglioso con persone stupende che
con la loro professionalità e dedizione guardano oltre ogni disabilità; ogni bambino/adolescente
può sentirsi libero di giocare senza paura e senza barriere. Smyth s.r.l. ha deciso di sostenere
l’Associazione Dynamo Camp Onlus per rendere speciali i giorni normali, leggere buone notizie
per ricaricarsi di energia ma soprattutto riscoprire il valore della solidarietà.
La tesi “Al DYNAMO CAMP niente è impossibile” si compone di 5 capitoli e alcune interviste
rivolte alle famiglie dei ragazzi.
Nel primo ho affrontato l’inclusione sociale delle persone con disabilità facendo riferimento alla
società e alle sue attività; e il termine integrazione ovvero l’insieme di processi sociali e culturali
che rendono l’individuo membro di una società.
Nel secondo capitolo ho riportato la storia del Dynamo camp, un luogo in cui la vera cura è
ridere e la medicina è l’allegria. Il capitolo si suddivide in cinque sezioni: missione e filosofia
del camp, il bambino/ragazzo con malattia grave o cronica, le figure presenti al Camp (staff,
volontari) e infine la suddivisione delle tipologie sessioni: sessioni per minori non accompagnati
e sessioni per famiglie.
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Nel terzo capitolo ho posto l’attenzione al significato della “Terapia Ricreativa Dynamo”, una
sfida personale senza elementi di competizione e tanto divertimento. Al Camp tutte le attività
sono strutturate in modo tale da essere accessibili a tutti i bambini e da garantire sia
socializzazione e spirito di gruppo, sia il raggiungimento degli obiettivi individuali.
Dynamo Camp ospita bambini e ragazzi affetti da patologie gravi o croniche, in terapia o nel
periodo post ospedalizzazione, ho quindi dedicato il quarto capitolo ad alcune patologie
attualmente ospitate a Dynamo Camp, tra cui: Autismo infantile, Distrofia muscolare, Paralisi
cerebrale infantile, Spina bifida, Sindrome di Rett e Sindrome di Angelman.
Nel quinto ed ultimo capitolo racconto la mia esperienza a Dynamo Camp come volontaria,
dove il sorriso è più forte delle malattie.
Infine concludo la mia tesi con alcune testimonianze ottenute grazie alla famiglie, nella sezione
“Le famiglie di Dynamo Camp si raccontano”.
L’inclusione sociale delle persone con disabilità 4
Spesso, si sente parlare di disabilità, invalidità, menomazione, deficit, handicap: ma qual’è il
vero significato di questi termini? C’è stata un’evoluzione della terminologia. In Italia, ad
esempio quarant'anni fa i diversamente abili erano definiti mutilati o invalidi; solo in seguito si è
iniziato a usare il termine di handicap. Tale parola, deriva dal gergo sportivo e si riferisce a una
regola del gioco nata per compensare eventuali disuguaglianze; in base a essa ciascuno dei
giocatori aveva vantaggi o svantaggi differenziati a seconda delle sue qualità. Questo termine è
entrato, quindi, nel linguaggio comune per indicare una condizione di svantaggio. La definizione
di handicap, inteso come svantaggio sociale dovuto alla disabilità, cioè all’incapacità di
compiere determinate azioni a causa di una menomazione, risale al 1980, quando l’OMS
pubblica l’ICIDH (International Classification of Impairments, Disabilities and Handicap). Il
termine è stato successivamente modificato nel 2001, con il testo International Classification of
Functioning, Disability and Health (abbreviato in ICF), dove la parola disabilità è stata sostituita
con l’espressione diversa abilità, e handicap con diversa partecipazione sociale.
Negli anni Sessanta il problema dell’inserimento sociale dei diversamente abili veniva affrontato
solo da un punto di vista sanitario, attraverso il ricovero degli interessati in istituti specializzati.
Si è dovuto aspettare il 1978, anno della Riforma Sanitaria, per vedere nascere un welfare state
italiano con il decentramento e l’affido alle Regioni dell’organizzazione dell’assistenza sanitaria,
e agli Enti Locali dell’assistenza sociale. La società era, però, ancora impreparata ad accogliere i
diversamente abili, sia in ambito scolastico che lavorativo, a causa di barriere architettoniche e
sociali che ne minavano l’inserimento e l’integrazione. Per poter affrontare e risolvere il
problema, sono state emesse specifiche norme giuridiche: la Legge 104/1992 (“Legge quadro per
l’assistenza e l’integrazione sociale e i diritti delle persone disabili”) con le successive modifiche
del 2000 e del 2001, e la Legge 68/1999 ovvero le “Norme per il diritto al lavoro dei disabili”. È
importante sottolineare che, grazie a queste due normative, è stato messo in atto il riordino
dell’assistenza che ha posto come obiettivo il recupero non solo funzionale, ma anche sociale
della persona disabile, recupero che vede come fase fondamentale non solo l’integrazione nella
famiglia e nella scuola, ma anche e soprattutto a lavoro.
I soggetti diversamente abili, oltre a dover affrontare ancora oggi (pur esistendo specifiche
normative) discriminazioni e difficoltà di inserimento, spesso devono superare anche limitazioni
ambientali. Nonostante la Legge 13/1989 preveda l’erogazione annuale di contributi per
l’eliminazione delle barriere architettoniche, ancora oggi l’accessibilità a certi servizi non tiene
conto di coloro che hanno difficoltà motorie o sensoriali. Permangono, inoltre, barriere sociali,
come il non trovare un posto riservato sui mezzi pubblici, il trovare occupato da chi non ha
diritto il parcheggio contrassegnato con le righe gialle, il non avere la precedenza negli accessi
preposti, la mancanza di cortesia nei confronti degli ipovedenti che si muovono aiutati da un
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bastone bianco. Questa mancanza di sensibilità nasce quasi sempre da una cultura
dell’isolamento per chi è svantaggiato, che ha tenuto forza per molti decenni e che pertanto è
molto difficile da sradicare.
1.1 L’inclusione sociale
Quale disabilità? Perché interrogarsi ancora attorno a questo tema? Perché, direbbe forse P.
Bourdieu, la disabilità è una “configurazione storica” connotata da una marcata “violenza
simbolica” interna. Essa è, per questo aspetto, una forma e una struttura di dominio con il
“potere di far riconoscere i principi di classificazione dominanti” che la definiscono. In questo
senso la disabilità non è quindi una struttura autoriflessiva, aperta, evolutiva, bensì
autoreferenziale, chiusa e consegnata alle classificazioni presupposte come immanenti
all’”ordine delle cose”. Un conto è concepire la disabilità come condizione autobiografica, l’altro
è concepirla come “distinzione naturale”, un minus ingombrante, imbarazzante, da ri-colmare sia
educativamente che ri-abilitativamente, con ciò accentuando sottilmente e progressivamente
nelle pratiche e nei contesti l’esclusione relazionale dei disabili. Si fonda, così, una “antropologia
da sedia a rotelle” dove tutto ha un posto, una sistemazione, una classe, anche la pietà, la
tolleranza, le professioni e i microcosmi autarchici degli specialismi. Emerge, così, il tema
dell’inclusività. L’inclusione non può essere intesa come “l’irruzione delle persone disabili nella
società abile, una assimilazione e accettazione delle persone disabili in un insieme di norme e
codici comportamentali stabiliti da persone abili”. (M. Oliver, 1996). L’inclusione è invece
interazione di piene espressioni personali, di differenze, quindi di evolutività progressivamente
espresse nei contesti di vita, nei diritti, nelle cittadinanze, nelle culture emotive, che
caratterizzano l’ambito concettuale e le pratiche dell’ecologia sociale. Agire per la tutela dei
diritti umani delle persone con disabilità significa considerare la disabilità non come una malattia
(modello medico), ma come un rapporto sociale tra le caratteristiche delle persone e l’ambiente
(modello bio-psico-sociale). Un modo di pensare sancito dall’OMS e dall’ONU, e che
l’Associazione ha posto alla base del proprio agire. Promuovere l’inclusione significa quindi
lavorare per cambiare le regole del gioco e far sì che ogni persona, indipendentemente dalla
propria condizione, non subisca trattamenti differenti e degradanti, non viva o lavori in luoghi
separati, abbia le medesime opportunità di partecipazione e coinvolgimento nelle scelte che la
riguardano. Significa agire nei confronti della società e dei territori per renderli inclusivi, cioè
capaci di dare concretezza - modificandosi quando è necessario - al diritto di cittadinanza di tutte
le persone, indipendentemente dalla loro condizione. Quello dell'inclusione sociale è un concetto
che rappresenta un approccio avanzato rispetto ai processi d’integrazione sociale su cui per anni
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si è concentrata l’attenzione di quanti si sono occupati di disabilità. Agire sulla società e sul
territorio implica la necessità di ampliare l’attenzione dalla dimensione dell’individuo a quella
dei sistemi relazionali in cui ogni individuo è immerso, ampliando l’ attenzione attraverso un
approccio che consideri il fatto che prendersi cura di qualcuno significa comprendere quanto
l’ambiente sociale in cui si opera sia determinante nel costruire esclusione e disagio piuttosto che
inclusione e benessere. È una sorta di rovesciamento di paradigma: curare il territorio per curare
le persone, andando oltre l’erogazione dei servizi alla persona. Concretamente
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