Estratto del documento

Storia contemporanea I (12 CFU)

Prof. Emanuele Bernardi

Riassunti a cura di Gabriele Mutatempo

Corso magistrale in Editoria e scrittura, 2025/2026

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Nord contro Sud - Filippo Sbrana

La questione meridionale (difficoltà e ritardi nello sviluppo del Sud) venne considerata a lungo come una sfida nazionale e non solo locale, come dimostrato sia dalle scelte di politica economica sia dal sostegno popolare a tali misure: questo almeno fino agli anni 90 in cui si frattura la solidarietà tra nord e sud, i problemi meridionali scompaiono dall'agenda politica senza essere risolti e si affaccia una questione settentrionale.

Al nord i pregiudizi sulla burocrazia dello Stato unitario e sui meridionali arretrati (al contrario della presunta operosità settentrionale), parassitari e corrotti erano presenti già dall'età liberale, ma non si strutturarono mai in una proposta politica da parte dei ceti dirigenti del nord, che preferirono concentrarsi sulle attività economiche o sull'amministrazione del territorio locale piuttosto che esporsi alle pressioni dello Stato centrale. Dal secondo dopoguerra invece iniziarono a emergere alcune formazioni autonomiste nel nord ma in modo ancora minoritario e poco organizzato: tra queste il “Cisalpino”, periodico milanese nato nel 1945 (e terminato lo stesso anno) in contrapposizione al clientelismo dei partiti, il centralismo romano e all'assistenzialismo verso un Sud zavorra, che chiedeva una riforma federalista (non regionalista) dello Stato e aveva stretti legami con la DC lombarda e il Marp.

Il Marp (Movimento autonomia regionale piemontese), fondato nel 1955 da Enrico Villarboito (già consigliere comunale del Partito Liberale Italiano) era una realtà apartitica - se non per la chiusura a comunisti e missini - che propugnava l'attuazione delle regioni amministrative, una maggiore autonomia locale e la limitazione dei flussi migratori dal Sud. In poco tempo ottenne visibilità presentandosi come una realtà antisistemica e apartitica, composta da cittadini onesti e operosi come commercianti e professionisti (tendenzialmente di destra), che lamentavano l'aumento della pressione fiscale a loro dire dovuta all'inefficienza della macchina burocratica statale che costava troppo e rimandava in Piemonte solo una piccola parte delle imposte versate. Per questo chiedevano un taglio delle spese improduttive e una riforma burocratica, oltre a un decentramento amministrativo per affidare a delle regioni la legislazione locale su viabilità, opere pubbliche, commercio, turismo e artigianato.

Un regionalismo questo però non solidale, che verrà raccolto dalla Lega Nord a livello nazionale e si distingue per una critica alla Cassa per il Mezzogiorno, nella richiesta di investimenti per il Nord e la retorica polemica e differenziale sui meridionali.

Nel 1956 ottennero il 5,7% alle comunali di Torino e insistettero sul tema dell'immigrazione mal controllata dal sud, che secondo loro impattava negativamente sulla vivibilità della città da parte dei locali nonostante la crescita industriale, chiedendo di dare precedenza ai torinesi per le case popolari e i posti di lavoro.

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All’unificazione politica del 1861 non era corrisposta una omogeneità sociale ed economica della penisola, ancora profondamente divisa dagli squilibri e dai pregiudizi: dall'inizio del Novecento, quindi, le varie forze politiche si uniscono per affrontare quello che considerano il principale problema del paese, ad esempio superando la vigente uniformità normativa per disciplinare una legislazione speciale per il meridione.

Se il fascismo avrebbe poi ignorato il divario tra nord e sud, con la Repubblica sarebbe invece nato un deciso sentimento meridionalista a favore di un intervento pubblico straordinario nel sud, distribuendo la crescita del sistema industriale italiano in modo organico sul territorio per eliminare il divario, con un ruolo attivo e pianificatore dello Stato. Nel 1950 fu varata la Cassa del Mezzogiorno, un ingente fondo per la realizzazione di un piano di opere straordinarie nel sud, prorogata per alcuni decenni e sostenuta anche dalla Banca mondiale; tra gli anni cinquanta e sessanta, con il subentro di una stagione politica di centro-sinistra, questa politica di programmazione statale suscitò anche consensi, aumentando il tasso di crescita annuo del reddito pro capite del 6%., portò alla costruzione di importanti impianti e ridusse il divario.

Nel 1970 vengono istituite le regioni a statuto ordinario in un clima di grande e coesa solidarietà con il mezzogiorno: il superamento degli squilibri tra nord e sud e lo sviluppo armonico dell'intera penisola sono al centro degli Statuti delle regioni settentrionali e delle dichiarazioni dei presidenti di regione (il lombardo Piero Bassetti dice che lo sviluppo del sud è “un preciso interesse dei lombardi”). Anche i sindacati dei lavoratori, che in questi anni diventano sempre più rilevanti nella società italiana, mettono al centro la questione meridionale, legandola a doppio filo con i diritti dei lavoratori e affrontando le problematiche derivate dalle migrazione verso il Nord di migliaia di lavoratori del Sud. Si cerca di passare da un sentimento di semplice solidarietà dei lavoratori del Nord nei confronti del Sud a una mobilitazione unitaria per affrontare contemporaneamente lo sviluppo nel sud e il sovraffollamento nel nord.

I sindacati affrontano la sfida complessa di far maturare la convinzione negli operai del Nord che criticità come l'invivibilità e la congestione delle città operaie o la mancanza di servizi fossero strettamente intrecciate all’arretratezza del Sud, nonostante le divisioni e i forti pregiudizi, talvolta violenti, verso il meridionali. Coscienza comune e unità che si manifestano nel 1972 alla conferenza sul mezzogiorno di Reggio Calabria, città simbolo del degrado del Sud, in cui migliaia di lavoratori da tutta Italia si uniscono nella lotta chiedendo di investire sullo sviluppo del Mezzogiorno e protestando contro la divisione propugnata dal potere e il vecchio modello di sviluppo fallimentare, che ha disgregato il tessuto sociale meridionale a vantaggio della crescita economica del Nord.

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Crisi negli anni settanta

Negli anni 70 terminò il lungo ciclo espansivo dell'economia mondiale che durava dagli anni 50, segnato dalla fine del sistema monetario a cambi fissi di Bretton Woods, dai due shock petroliferi causati dalle tensioni internazionali e dalla profonda trasformazione del sistema industriale fordista: il nuovo assetto economico si distinse per il nuovo paradigma neoliberista applicato da Reagan e Thatcher, che tentava di risolvere la crisi e la stagflazione abolendo le ricette keynesiane, criticando il ruolo dei sindacati e quindi ridimensionando l'intervento statale in economia per rilanciare la produttività.

Questi cambiamenti internazionali ebbero effetti pure sul Mezzogiorno: se da prima la Casmez aveva ottenuto autorevoli consensi internazionali sia da economisti che dalla Banca mondiale (che aveva elogiato e finanziato l'operazione, per poi replicarla in altri paesi), dagli anni 70 l’Iri (come tante altre imprese pubbliche o a partecipazione statale) si indebitò pesantemente e divenne emblema negativo dell’intervento straordinario per il Mezzogiorno.

L’economia italiana venne colpita da una crisi salariale, petrolifera e di finanza pubblica, con la crescita economica che venne interrotta dopo molto tempo, l'entrata in una forte recessione del Nord e di conseguenza l'incepparsi dell'intervento straordinario nel mezzogiorno. La catena che portò alla crisi industriale partì dal rincaro dei costi dell'energia, che ridusse i guadagni delle aziende aumentò gli oneri finanziari con l'indebitamento: la diminuzione degli investimenti decretò un aumento vertiginoso della disoccupazione soprattutto al nord, fino a quel momento il motore dello sviluppo (con una cassa integrazione di nove volte superiore dal 1972 al 1982), mettendo in discussione la superiorità sul meridione, proprio mentre quest'ultimo interrompeva il processo di convergenza con il resto del paese.

Nonostante infatti negli anni Settanta fu toccato l'apice della spesa complessiva per l'intervento straordinario al sud, i forti investimenti non erano riusciti a creare uno sviluppo auto propulsivo, favorendo invece un'economia assistenzialista, dipendente dallo Stato e gravata da una classe dirigente inadeguata e da una gestione delle partecipazioni statali inefficiente (oltre che viziata dalla presenza pervasiva dei partiti). Nel nuovo contesto di riconversione industriale, poi, venne a mancare la necessità di costruire nuovi impianti che era stata alla base delle politiche per il sud, e si puntò più che altro ad ammodernare gli impianti già esistenti (per aumentare la competitività internazionale) e presenti prevalentemente al nord: alla fine degli anni settanta dunque mutò l'asse geografico dell'azione pubblica dello Stato spostandosi al nord togliendo priorità alle aree più arretrate (legge 675 del 1977 sulla riconversione la ristrutturazione dell'apparato industriale, molto contestata dai meridionalisti).

Persino il meridionalista e presidente della Svimez Pasquale Saraceno si rese conto già nel 1974 che il mezzogiorno avrebbe attraversato un periodo difficile, consapevole delle difficoltà nel programmare l'industrializzazione al sud in un momento di ristrutturazione al nord e di sfiducia e insofferenza nella capacità dell'intervento straordinario di rilanciare il mezzogiorno, considerato da molti non in grado di cimentarsi in questo processo di trasformazione radicale. Lo Svimez stesso poi era in una situazione finanziaria critica a causa dell'inflazione del calo dei contributi da parte di enti o aziende non statali, sintomo di un minore interesse verso la tematica: la Svimez infatti nasceva come soggetto non pubblico ma dagli anni Settanta (grazie alle leggi sull'intervento straordinario) era sorretta principalmente dai finanziamenti pubblici, con ancora una buona percentuale del 23% delle entrate provenienti da privati; alla fine del decennio il contributo privato si ridimensionò quando più era necessario, con le aziende che si ritiravano per tutelare i propri bilanci rinunciando agli intenti dell'associazione: se negli anni cinquanta con la Casmez lo Stato aveva un ruolo preminente nello sviluppo del Mezzogiorno e le forze della società che finanziavano la Svimez svolgevano una funzione di verifica e controllo, negli anni 70/80 le sorti del Mezzogiorno sembravano in mano a vari soggetti privati (con l’interruzione della Casmez nel 1980) e la Svimez era a trazione pubblica.

La strategia sindacale di appoggio al mezzogiorno inizia a incrinarsi: se già all'inizio la priorità alla questione meridionale non era pienamente condivisa (sia tra la base che tra i dirigenti, anche per via dell'eterogeneità di visioni nelle varie sigle sindacali), in questi anni la questione salariale si fa ancora più pressante (con l’alta inflazione che erode il potere d’acquisto) e soprattutto le proposte dei sindacati per sostenere lo sviluppo del Mezzogiorno sono deboli e poco concrete nonostante i proclami, poco compatibili con i vincoli della finanza pubblica e i processi industriali.

L’approccio dei sindacati è più quello della contestazione che della trasformazione, poco incisivo per lo sviluppo del Sud oltre che in alcuni casi corresponsabile di una gestione inefficiente delle imprese statali. Nonostante il continuo sostegno esplicito al mezzogiorno inizia a manifestarsi al nord uno scontento per la disoccupazione portata dalla recessione, e diversi lavoratori settentrionali che anche si erano mobilitati per un disegno unitario ora tornano a concentrarsi sulle battaglie del proprio territorio, soprattutto dopo che la fine della crescita e le ristrutturazioni avevano gettato il nord nell'inquietudine, che prima toccava di più il sud. Nel 1963 si era già verificato un rallentamento dello sviluppo con una battuta d'arresto del boom e la stretta creditizia, ma gli investimenti delle imprese a partecipazione statale e non solo non si erano fermati ma erano cresciuti; dieci anni dopo, invece, con la crisi economica, le partecipazioni dello Stato in salvataggi di impresa privi di logica industriale favorirono critiche allo statalismo assistenzialista e decretarono il fallimento della strategia agli occhi di gran parte dell'opinione pubblica.

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Le trasformazioni degli anni ottanta: istituzione delle regioni a statuto ordinario

Già Luigi Sturzo sosteneva la necessità di enti intermedi tra il forte Stato centralizzato dell'Italia unita e le realtà locali, per avvicinare i cittadini alla politica in base alle esigenze territoriali, in contrapposizione all’individualismo liberale e al centralismo statale, e anche per rilanciare l'autonomia sociale e valorizzare la società civile nel mezzogiorno; i progetti furono abbandonati durante la stagione fortemente centralista del Fascismo. Nel dopoguerra poi le regioni vennero recepite nella costituzione repubblicana ma senza riformare il Parlamento o stabilire una chiara ripartizione delle materie legislative fra Stato e regioni, lasciandole in un limbo per più di vent'anni: questo fu dovuto anche alla resistenza democristiana, che temeva la formazione di alleanze regionali diverse da quelle nazionali, e di parte della classe dirigente che era intimamente contraria alle regioni e a qualsiasi mutamento del sistema e si rifiutò di organizzare una serie progettualità istituzionale sul tema.

Uno sviluppo significativo nell'attuazione dell'ordinamento regionale si ebbe grazie ai governi di centro-sinistra: il cambiamento istituzionale fu accolto con grandi aspettative messianiche di rinnovamento politico, democratizzazione, crescita dell'efficienza amministrativa e maggior vicinanza alle questioni locali: persino il Presidente del Consiglio democristiano Mariano Rumor considerava la riforma regionale uno dei grandi passaggi della democrazia, essenziale per responsabilizzare i cittadini e distribuire meglio i poteri dello Stato, nonostante i rischi di incrinare l'unità nazionale a favore di nuovi centri burocratici e di potere autonomi sulla falsariga dei problemi amministrativi, clientelari e partitocratici dello Stato centrale, e nonostante il pericolo di aggravare gli squilibri tra nord e sud in mancanza di un potere centrale mediatore e di un equilibrio di partenza tra le varie regioni.

Infatti, anziché migliorare l'efficacia della programmazione economica per il mezzogiorno, la costituzione delle regioni portò principalmente conseguenze negative aumentando il divario. In primo luogo per la lentezza e le inefficienza di processo due punti a causa della forte resistenza dell'apparato statale al decentramento e al trasferimento delle proprie funzioni, le regioni ottennero funzioni amministrative in teoria solo nel 1977 ma nella pratica nel 1990 (il decreto presidenziale del 77 aveva individuato le funzioni da attribuire alle regioni, ma l’effettivo riordinamento delle stesse e delle strutture statali fu soppresso e ritardato per diversi anni, dato che il cruciale controllo delle risorse economiche rimaneva allo Stato).

L’organizzazione del personale nei nuovi enti fu inadeguato, trasferendo dapprima altri dipendenti pubblici poco qualificati, e poi selezionando i propri dipendenti autonomamente ma seguendo logiche clientelari o partitiche, che riflettevano la vecchia mentalità statale che si diceva di voler cambiare (con i partiti che cercarono di occupare i vari spazi dei consigli regionali e di riprodurre le dinamiche del governo centrale sul territorio, vanificando il presupposto di aumentare la partecipazione il senso di rappresentanza per non realizzare davvero l'autonomia). Sulle regioni vennero riposte speranze eccessive, per cui la delusione per il mancato trasferimento di poteri e l'assenza di un disegno armonizzante coerente tra centralismo statale autonomismo locale fu grande: l'incompetenza amministrativa pensò soprattutto al sud, dove i contesti locali non erano pronti a recepire le nuove strutture e divennero permeabili alle influenze dei partiti, facendo sopravvivere le consorterie locali come nella Campania.

La questione meridionale fu peggiorata dalla riforma, con le regioni del nord che aspiravano ad unirsi per affrontare la crisi economica e uno Stato centrale fatiscente (la proposta del presidente comunista dell'Emilia Romagna Guido Fanti di costruire una Lega del Po detta Padania con Lombardia, Piemonte, Liguria e Veneto viene scartata per non creare ulteriore fratture col sud e chiusure regionalistiche) e la Cassa del Mezzogiorno che, in mano all'incompetenza tecnica delle regioni e a rivendicazioni localistiche, andò incontro alla sua fine: nel 1980 non fu rinnovata ma solo mantenuta in vita con brevi proroghe, senza la visione a lungo termine necessaria per la programmazione, vedendo le proprie funzioni lentamente indebolite e annullate fino allo scioglimento nel 1984.

La situazione ha effetti anche al Nord dove il passaggio ad un'economia post-fordista valorizzò le più versatili, flessibili e meno sindacalizzate piccole medie imprese (spesso a c

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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