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Corso di pedagogia dell'inclusione nei contesti formativi e organizzativi

Come si è giunti al concetto di inclusione

Il percorso che ha portato al concetto di inclusione è stato lungo ed in continua evoluzione.

Le tappe principali di questo percorso possono essere riassunte principalmente come di seguito:

  • Modello medico/individuale
  • Modello sociale
  • Modello dell’ICF

Modello medico/individuale

È un modello che tende a vedere la disabilità come un problema dell’individuo, causato direttamente da una condizione patologica dovuta a determinanti neurobiologiche, che richiede un intervento specifico di natura clinica, riabilitativa, educativa da parte di professionisti.

Viene comunemente associato alla Classificazione internazionale di menomazioni, disabilità e handicap (International Classification of Impairment, Disability and Handicap – ICIDH; OMS, 1980), documento in cui viene fatta la distinzione tra:

  • Menomazione: perdita o anormalità di strutture o funzioni psicologiche, fisiologiche o anatomiche, che rappresenta la concretizzazione dello stato patologico.
  • Disabilità: limitata o perdita della capacità di compiere un’attività (conseguente a una menomazione) con modalità che possono essere considerate come normali. Questa rappresenta l’oggettivizzazione della menomazione.
  • Handicap: situazione di svantaggio vissuta da una persona a seguito di una menomazione o di una disabilità. Questa rappresenta la socializzazione della menomazione, e ne riflette le conseguenze da un punto di vista culturale, sociale, economico e ambientale.

In base a questo modello la distinzione tra menomazione, disabilità e handicap viene interpretata in termini di relazione tra cause ed effetti, ovvero la menomazione determina la disabilità e la disabilità causa l’handicap.

Ad esempio: un non vedente è una persona che soffre di una menomazione a livello oculare, che causa una disabilità nella locomozione e comporta un handicap nella mobilità o nell’occupazione.

La politica dell’integrazione è stata fortemente influenzata dal modello medico/individuale della disabilità.

Modello sociale

Questo modello si afferma tra gli anni ’80 e ’90, concentrando l’attenzione non più sulla disabilità come solo problema individuale, ma sul ruolo disabilitante esercitato dalle barriere sociali.

In questa prospettiva è la società che deve essere ridisegnata affinché possa prendere in considerazione i problemi e bisogni delle persone con disabilità.

Pertanto, i deficit biologici diventano disabilità perché la società non è attrezzata per accogliere la differenza nei funzionamenti umani.

In questo modello il focus viene spostato dalle limitazioni funzionali delle persone in situazione di disabilità ai problemi causati dagli ambienti disabilitanti, costituiti da barriere fisiche, culturali, sociali che emarginano alcuni individui.

Modello dell’ICF

Questo modello potremmo dire che si pone come «congiunzione» tra i due precedenti.

Centrale è il concetto di salute, che può impattare su altri due concetti fondamentali per questo modello, quello di funzionamento e di partecipazione.

Questo modello è ispirato dall’approccio biopsicosociale, che considera due tipi di fattori alla base del funzionamento umano:

  • Quelli personali (funzioni e strutture corporee).
  • Quelli ambientali (facilitatori o barriere del contesto fisico e sociale).

Dall’avvicendamento di questi modelli si è passati dal concetto di cura, a quello di integrazione per arrivare a quello di inclusione.

Ma il percorso è stato segnato anche da altri concetti, riportati sinteticamente in un excursus storico dei diversi tipi di modelli, approcci e movimenti rispetto al tema della disabilità, caratterizzato dall’essere un tema dinamico e in continua evoluzione.

Excursus storico di modelli e approcci alla disabilità

Le argomentazioni sviluppate dagli esponenti dei Disability Study in relazione al sistema educativo italiano mettono evidenza come sia ancora dominato da una visione individuale, che si sostanzia:

  • Nella centralità e pervasività della diagnosi e della certificazione clinica per avere diritto all’insegnante di sostegno o, come per i DSA, a legittimare la scuola a ricorrere a forme di aiuto (misure compensative e/o dispensative).
  • Nella richiesta di figure specializzate in grado di occuparsi dei problemi specifici del singolo alunno/a, mostrando come il focus sia ancora sul tentativo di rimuovere le difficoltà degli allievi.

(Medeghini e al., 2013; Bocci, 2013; D’Alessio, 2011)

La prospettiva che viene rivendicata per uscire da questi condizionamenti è quella inclusiva, in grado di superare le categorie dell’individuale, dello specialismo, dell’abilismo, tipiche della logica integrativa.

Adottando una visione capace di coniugare l’esperienza di ogni individuo con le condizioni in cui essa si sviluppa, considerando i vincoli che la società e le istituzioni pongono, i quali spesso si configurano come barriere per l’espressione delle potenzialità e delle specificità di ognuno.

(Cottini, 2021)

Il cammino verso l’inclusione nel contesto italiano

L’esperienza dei soggetti con disabilità nel contesto italiano, soprattutto quello scolastico, ha avuto un cammino che possiamo riassumere in 4 momenti:

  • Fase dell’inserimento iniziale
  • Fase della consapevolezza integrativa
  • Fase dell’attenzione integrativa
  • Fase dell’inclusione

1) Fase dell’inserimento iniziale

Il primo momento dell’esperienza di inserimento nelle classi comuni dell’allievo/a con disabilità risale agli anni 70 (Legge 118 del 1971 e Legge 517 del 1977).

Questa fase è detta «dell’inserimento selvaggio».

Caratteristiche:

  • Insegnanti non preparati ad accogliere l’allievo/a con disabilità.
  • Il grado di riflessione epistemologica non consentiva di fare la distinzione tra handicap, disabilità e menomazione, pertanto l’handicap era sinonimo di deficit.
  • Non si parlava ancora dell’importanza della riduzione dell’handicap.

2) Fase della consapevolezza integrativa

La seconda fase, negli anni 80, vede un salto qualitativo della scuola italiana. La presenza del soggetto con deficit non ha più come obiettivo il semplice inserimento.

Caratteristiche:

  • Si inizia a parlare di integrazione.
  • Programmi ministeriali contribuiscono a sollecitare un cambiamento sociale e culturale.
  • Migliora la proposta educativa-didattica per gli allievi/e certificati/e.
  • Inizia collaborazione tra scuola e servizi-socio sanitari.

3) Fase dell’attenzione integrativa

Questa fase si ritiene abbia inizio con la Legge 104 del 1992.

Caratteristiche:

  • Insegnanti sono più competenti e preparati ad accogliere la persona con disabilità.
  • Si superano gli errori del passato e gli allievi sono integrati in classe.
  • L’insegnante di sostegno tende a operare con e nel gruppo classe, piuttosto che in spazi appositamente predisposti.
  • L’insegnante di sostegno entra a far parte del team di insegnanti che si occupano della classe.

4) Fase dell’inclusione

Negli anni 2000 si inizia a comprendere che l’intervento integrativo è importante, ma non basta.

La persona con disabilità deve vivere esperienze di vita educativa, sociale e professionale inclusive.

Caratteristiche:

  • La diversità non è più considerata come un’urgenza da risolvere.
  • L’inclusione comporta la capacità del contesto sociale di essere preparato, pronto, predisposto ad accogliere la persona indipendentemente dalla sua presenza o meno in quel contesto educativo, sociale, ambientale e civile.
  • Si capisce che il valore della vita inclusiva diventa promozione umana globale da sperimentare nella vita quotidiana.

Durante questa fase, nel 2001, l’ICIDH-2 (International Classification of Impairment, Disabilities and Handicap) viene revisionato e convertito in ICF, la Classificazione Internazionale del Funzionamento della disabilità e della salute.

L’ICF non classifica più le malattie, ma le componenti della salute, intese come punti di forza per la qualità della vita della persona.

La sequenza: menomazione - disabilità - handicap

Viene sostituita dalla sequenza: funzioni e strutture corporee - attività personale - partecipazione sociale

L’ICF non considera gli aspetti eziologici delle malattie, ma fornisce indicazioni utili di carattere qualitativo rispetto al funzionamento.

Pertanto, questo tipo di indicatore descrive la situazione di ciascun individuo all’interno di una serie di domini della salute e degli stati ad essa correlati, attraverso l’analisi di due aspetti essenziali:

  • Il funzionamento e la disabilità: corpo + attività e partecipazione;
  • I fattori contestuali: fattori ambientali + fattori personali.

Quindi, a seguito di questo percorso di definizione della terminologia, il sistema di classificazione attualmente in uso risulta essere l’unico che tiene conto della complessità dell’individuo e delle aree di funzionamento.

Classificazione internazionale del funzionamento della disabilità e della salute (ICF)

La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità

La Convenzione ONU dei Diritti delle Persone con Disabilità è un documento approvato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 13 dicembre 2006.

Rappresenta un importante risultato raggiunto dalla comunità internazionale in materia di rispetto dei diritti delle persone con disabilità, in quanto strumento internazionale vincolante per gli Stati Parti.

La Convenzione si inserisce nel più ampio contesto della tutela e della promozione dei diritti umani (Dichiarazione Universale dei diritti umani del 1948), confermando in favore delle persone con disabilità i principi fondamentali in tema di riconoscimento dei diritti di pari opportunità e di non discriminazione.

Il 24 febbraio 2009 il Parlamento italiano ha autorizzato la ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, e del relativo protocollo opzionale.

Nei suoi principi ispiratori la Convenzione non riconosce "nuovi" diritti alle persone con disabilità, intende piuttosto assicurare che queste ultime possano godere, sulla base degli ordinamenti degli Stati di appartenenza, di tutti i diritti in applicazione dei principi generali di pari opportunità.

Scopo della Convenzione, che si compone di un preambolo e di 50 articoli, è quello di promuovere, proteggere e assicurare il pieno ed uguale godimento di tutti i diritti e di tutte le libertà da parte delle persone con disabilità.

A tal fine, la condizione di disabilità viene ricondotta all'esistenza di barriere di varia natura che possono essere di ostacolo a quanti, portatori di minorazioni fisiche, mentali o sensoriali a lungo termine, hanno il diritto di partecipare in modo pieno ed effettivo alla società.

La Convenzione dispone che ogni Stato presenti un rapporto dettagliato sulle misure prese per adempiere ai propri obblighi e sui progressi conseguiti al riguardo.

La legge italiana di ratifica della Convenzione ha contestualmente istituito l'Osservatorio Nazionale sulla condizione delle persone con disabilità che ha, tra gli altri, il compito di promuovere l'attuazione della Convenzione ed elaborare il rapporto dettagliato sulle misure adottate, in raccordo con il Comitato Interministeriale dei Diritti Umani (CIDU).

Alcuni esempi dei principi contenuti nei diversi articoli in cui si compone la Convenzione sono:

  • Articolo 2: Principio dell’Universal Design
  • Articolo 3: Accessibilità
  • Articolo 19: Vita indipendente e inclusione nella comunità
  • Articolo 20: Mobilità personale
  • Articolo 24: Istruzione
  • Articolo 27: Lavoro e occupazione
  • Articolo 30: Partecipazione alla vita culturale e ricreativa, agli svaghi ed allo sport

Il modello biopsicosociale

Le classificazioni dell’OMS nate con l'obiettivo di descrivere le correlazioni tra condizioni di salute e funzionamento umano per migliorare le informazioni sulle conseguenze delle malattie, oltre che per stabilire un linguaggio comune funzionale in grado di permettere un raffronto fra i dati e a fornire uno schema di codifica sistematica, sono:

  • ICIDH (International Classification of Impairments, Disabilities, and Handicaps (1980)
  • L’ICF (2001)

La struttura logica che fa da sfondo alla definizione di disabilità dell’ICIDH, ovvero lo schema menomazioni - disabilità - e dall’handicap si ritrova “tal quale” all’interno della L. 104/1992.

L’impostazione dell’ICIDH ha inoltre influenzato anche le politiche a favore delle persone con disabilità, contribuendo allo sviluppo di un sistema assistenziale, di tipo riparativo, nei confronti delle disabilità.

Tale impianto argomentativo ha orientato gli interventi a favore delle persone con disabilità non tanto sull’azione nei confronti delle cause che concorrono a generare una condizione di disabilità, che sono anche di tipo contestuale, ma sugli svantaggi che tale condizione comporta per l’individuo.

La nascita e lo sviluppo di un nuovo modo di concepire la disabilità che troviamo nell’ICF e nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, come pure nelle normative italiane in materia di disabilità (D.Lgs. 66/2017 e legge delega n. 227 del 22 dicembre 2021), hanno richiesto un passaggio consistito nella presa di coscienza che le disabilità non sono il mero effetto di una condizione di salute, ma è necessario approfondirne anche la componente sociale.

Questo aspetto, secondo il “modello sociale” della disabilità (Barnes, 2008), ha posto l’attenzione sulle componenti sociali che con la loro azione e presenza concorrono a determinare una condizione di disabilità, spostando il “focus attentivo” dall’individuo all’interazione individuo-ambiente.

Tuttavia, la troppa enfasi sulle variabili sociali della disabilità spesso finisce per ignorare il ruolo delle condizioni di salute, le variabili biologiche, e dalle caratteristiche individuali, le variabili personali, nel processo che porta allo sviluppo di una condizione di disabilità.

Per superare tale limite si è deciso di adottare la prospettiva biopsicosociale dell’ICF, secondo la quale le disabilità non sono più considerate come un problema da trattare esclusivamente in chiave sanitaria, né come condizioni di vita statiche e immodificabili.

Con l'approccio biopsicosociale si modifica anche la stessa definizione di disabilità, ora concepita come “la conseguenza o il risultato di una complessa relazione tra la condizione di salute (malattie, disturbi, ecc.) di un individuo, i fattori personali e i fattori ambientali che rappresentano le circostanze in cui vive il soggetto”.

Pertanto, per persone con disabilità si intendono «coloro che presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali che in interazione con barriere di diversa natura possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri» (Convenzione ONU, 2006, art. 1, c. 2).

Il modello biopsicosociale fu proposto per la prima volta da George Libman Engel e Jon Romano della Rochester University nel 1977.

Contrariamente all'approccio biomedico, Engel ha cercato un approccio più olistico riconoscendo che ogni paziente ha i propri pensieri, sentimenti e storia.

Nello sviluppo del modello, Engel ha definito questo modello sia per le malattie fisiche che per i problemi psicologici.

Il modello proposto da Engel si concentra sulla ricerca svolta da psicologi come Urie Bronfenbrenner, secondo il quale i fattori sociali svolgono un ruolo nello sviluppo di malattie e comportamenti.

Engel ha in realtà utilizzato la ricerca di Bronfenbrenner come colonna del suo modello biopsicosociale e ha sviluppato questo modello per evidenziare come la salute sia al centro degli aspetti sociali, psicologici, oltreché biologici. (es. influenza)

Il modello biopsicosociale considera lo sviluppo della malattia attraverso la complessa interazione di fattori biologici, psicologici e sociali.

Ad esempio, una persona può avere una predisposizione genetica alla depressione, ma devono essere presenti fattori sociali, come lo stress estremo sul lavoro e nella vita familiare, e fattori psicologici individuali, come tendenze perfezionistiche, che innescano questo codice genetico per la depressione.

Una persona può avere una predisposizione genetica per una malattia, ma i fattori sociali e cognitivi, secondo il modello, devono intervenire per scatenare la malattia.

Questo modello riconosce che la realtà è qualcosa di complesso e, se da un lato, semplificarla è utile per poterla studiare ed analizzare, dall’altro dobbiamo ricordare che per poter comprendere ciascun soggetto e la sua esperienza unica dobbiamo avere necessariamente una visione globale ed un approccio multifattoriale.

Quindi la grande rivoluzione portata avanti dal modello biopsicosociale è quella di spostare l’attenzione dal sintomo o alterazione strutturale alla persona e al suo stato di salute.

Introduzione all’ICF

La Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher theluke di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia dell'inclusione nei contesti formativi e organizzativi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Verona o del prof Traina Ivan.
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