L'italiano dei giornali
Il linguaggio dei giornali rappresenta tradizionalmente una realtà molto composita. Sia per le differenze che esistono tra i vari tipi di giornale (mensile, settimanale o quotidiano; “generico” o “specializzato”, per esempio economico), sia per la netta differenziazione interna. Il giornale è una specie di contenitore in cui trovano posto argomenti tra loro molto diversi e ogni settore ha un suo particolare linguaggio, che attinge alle varie lingue speciali, riformulandole per renderle accessibili al largo pubblico; oppure, come accade sempre più spesso, ibridandole e dando vita a quelli che si chiamano testi misti che pur mantenendo gli scopi e i caratteri di base del tipo testuale di appartenenza (per esempio una cronaca sportiva, una recensione cinematografica, un bollettino meteorologico, un brano pubblicitario) assumono da altri tipi testuali determinati elementi, che hanno l’effetto di rendere più vario, più gradevole il messaggio, celandone a volte la vera finalità.
I giornali ad esempio offrono numerosi esempi di questa tipologia testuale. Un articolo sportivo ad esempio conterrà facilmente vocaboli tratti dalla fisiologia come aerobico e anaerobico, neuromuscolare, ematopoiesi. La pagina dello spettacolo di un quotidiano userà con facilità locuzioni appartenenti all’ingegneria elettronica come steady camera, video a cristalli liquidi, alta definizione.
L’attenzione per il destinatario e l’esigenza di rendere interessante la lettura sono alla base anche dell’alto tasso di parole nuove tipico dei giornali. Le caratteristiche del linguaggio cambiano anche a seconda della tipologia dell’articolo. Il pezzo di cronaca, per esempio, ricorrerà più spesso a immagini ed espedienti di origine letteraria, come le metafore o la riformulazione circolare del racconto di un evento. L’editoriale, ovvero l’articolo nel quale un esperto autorevole esprime la propria opinione su un argomento di attualità, riprenderà, invece, caratteristiche tipiche del testo argomentativo e persuasivo.
Negli ultimi anni, grazie alla crescente integrazione dei canali di informazione, si assiste a un generale cambiamento del linguaggio dei giornali, sempre più influenzato dallo stile comunicativo proprio di altri media (la televisione, soprattutto, e Internet). Si riscontra, in particolare:
- Il cambiamento delle scelte sintattiche, ispirate sempre di più a un ideale di rapidità (sia di lettura sia di produzione); gli articoli diventano più brevi, fino a notiziari istantanei in formato SMS. I periodi sono molto segmentati e le singole frasi spesso separate dal punto fermo, anche a costo di spezzare la successione logica tra principale e subordinata. Esempio: «Da quando i genitori hanno divorziato, vede poco il papà. Ma abbastanza per capire che è un inguaribile egoista. Che pensa solo alle sue danzate, a sedurle, a lasciarle. Così un giorno si ribella. Perché quell’uomo le rovina l’esistenza».
- Un aumento consistente della presenza del parlato, fino a pochi anni fa poco significativa; confinata quasi esclusivamente al genere dell’intervista e risolta nell’uso di pochi dialettalismi e alcuni segnali discorsivi (veda, senta, guardi).
- La tendenza a suddividere il testo in unità tematiche ben individuate, dotate spesso di un proprio titoletto introduttivo, in cui vengono svolti sotto-argomenti autonomi all’interno di un testo-contenitore più ampio. Questa caratteristica è tipica in particolare dei quotidiani online, in cui il testo si trova ad interagire strettamente con l’elemento audiovisivo e con la dimensione ipertestuale.
L'italiano della politica
Come il linguaggio dei giornali, anche quello politico non è propriamente un linguaggio settoriale: il suo lessico attinge di volta in volta ad altre lingue speciali (in particolare a quella giuridica e, soprattutto negli ultimi anni, a quella dell’economia). Su una base terminologica formatasi essenzialmente tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento s’innestano novità lessicali attinte dalla lingua comune (manovra) e da molte lingue settoriali.
Dopo la crisi dovuta agli scandali di Tangentopoli (1992), anche la politica italiana ha imparato ad adeguare il proprio linguaggio a quello del destinatario. Abbandonato quello che potremmo chiamare il “paradigma della superiorità” la lingua dei politici ha cominciato a puntare sul “paradigma del rispecchiamento”.
Ha abbandonato i toni elevati e le forme oscure del politichese tradizionale, per riprodurre il più possibile il modello linguistico degli elettori, semplificando notevolmente lo stile e la scelta delle parole. Si registra, inoltre, una continua produzione di parole nuove, destinate in molti casi a uscire ben presto dall’uso, nonché espressioni che – create dai giornalisti o dagli stessi politici – rimbalzano dall’uno all’altro partito secondo il meccanismo dell’“irradiazione deformata”: il processo per cui l’ironia colpisce una parola, una locuzione o un’intera frase, alterandone una componente.
Si fa, inoltre, un uso ossessivo e insistito di alcune parole chiave, piegate a significati diversi a seconda delle esigenze. Tra queste nuovo, novità e futuro, gente, responsabilità e soprattutto libertà.
Nonostante la generale tendenza alla semplificazione del linguaggio, il discorso politico continua a basarsi, anche nella cosiddetta “seconda Repubblica”, su un ampio ricorso alle più classiche figure retoriche. Fra le più ricorrenti:
- L’anafora, ovvero la ripetizione all’inizio di più enunciati della stessa parola o dello stesso gruppo di parole; (Gianfranco Fini: «Lo dimostra l’attenzione... Lo dimostra la presenza... Lo dimostra l’atteggiamento...»)