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Ugo Foscolo

Ugo Foscolo è uno degli autori più importanti della letteratura italiana tra Settecento e Ottocento e

rappresenta una figura di passaggio tra Neoclassicismo e Romanticismo. Nelle sue opere convivono infatti

il culto del mondo classico e della bellezza antica, tipico del Neoclassicismo, e temi romantici come l’esilio,

la nostalgia, il conflitto tra ideale e realtà e il valore dei sentimenti.

Nasce nel 1778 a Zante, oggi Zacinto, un’isola greca allora appartenente alla Repubblica di Venezia. Il

padre era veneziano e la madre greca. Dopo la morte del padre si trasferisce a Venezia, dove riceve una

solida formazione classica e si avvicina agli ideali della Rivoluzione francese. Come molti giovani della sua

epoca, inizialmente vede in Napoleone il liberatore dell’Italia, ma nel 1797 il Trattato di Campoformio, con

cui Napoleone cede Venezia all’Austria, provoca in lui una profonda delusione politica. Questo evento

segna tutta la sua produzione letteraria e alimenta il suo senso di esilio e di perdita della patria.

Negli anni successivi conduce una vita inquieta tra attività militare e letteraria. Dopo la Restaurazione rifiuta

di collaborare con il governo austriaco e sceglie l’esilio, trasferendosi in Inghilterra, dove muore nel 1827.

Le sue spoglie verranno poi trasferite nel 1871 nella Basilica di Santa Croce a Firenze, accanto ai grandi

italiani celebrati nei Sepolcri. Alla base del suo pensiero vi è una concezione materialistica dell’esistenza:

Foscolo non crede nell’immortalità dell’anima e ritiene che con la morte finisca ogni forma di vita. Proprio

per evitare che questa visione conduca alla disperazione, individua nelle cosiddette illusioni dei valori

capaci di dare significato all’esistenza umana. Tra queste vi sono l’amore, la patria, la famiglia, la libertà, la

poesia e il culto dei sepolcri: pur essendo illusioni, esse permettono all’uomo di sopravvivere al dolore e di

lasciare una traccia di sé nel mondo.

L’opera più importante della sua giovinezza è Le ultime lettere di Jacopo Ortis, considerata il primo

romanzo moderno della letteratura italiana. Si tratta di un romanzo epistolare, costruito attraverso le lettere

che Jacopo scrive all’amico Lorenzo Alderani, il quale dopo la morte del protagonista le raccoglie e le

pubblica. Il titolo “ultime lettere” deriva proprio dal fatto che esse raccontano l’ultimo periodo della vita di

Jacopo. L’opera viene inoltre rielaborata in diverse edizioni nel corso di circa vent’anni, riflettendo

l’evoluzione umana e politica dell’autore.

Jacopo è considerato l’alter ego di Foscolo: molte sue esperienze coincidono con quelle dell’autore, come

la delusione politica dopo il Trattato di Campoformio, il senso di esilio, la passione per la libertà e

l’incapacità di accettare la realtà. Dopo la caduta di Venezia, Jacopo si rifugia sui Colli Euganei, dove

conosce il signor T. e le sue figlie e si innamora di Teresa, promessa in sposa a Odoardo. L’impossibilità di

vivere questo amore lo porta a vagare per l’Italia alla ricerca di pace, ma senza successo. Quando scopre

che Teresa si è sposata, incapace di sopportare la duplice sconfitta politica e sentimentale, decide di

togliersi la vita. I temi principali dell’opera sono la delusione politica, l’amore impossibile, il conflitto tra

ideale e realtà, il suicidio, l’esilio, il paesaggio come riflesso degli stati d’animo e la ricerca di un rifugio dagli

affanni della vita. Il suicidio di Jacopo assume un significato ambiguo: da un lato è un gesto eroico di

ribellione, dall’altro una resa definitiva. Foscolo stesso, invece, non sceglie questa via perché trova nella

letteratura una forma di consolazione e di catarsi.

Nel 1807 Foscolo pubblica il carme Dei Sepolcri, dedicato all’amico Ippolito Pindemonte. L’opera nasce dal

dibattito sull’Editto di Saint-Cloud e sulla funzione delle tombe. Foscolo si interroga sull’utilità dei sepolcri e

risponde che essi non hanno valore per i morti, ma per i vivi: servono a conservare la memoria, a

mantenere vivi gli affetti e a offrire modelli morali attraverso le tombe dei grandi uomini, come quelle

presenti nella Basilica di Santa Croce a Firenze, dove riposano figure come Michelangelo, Machiavelli e

Galileo. Il messaggio centrale è che la poesia e il ricordo possono garantire una forma di immortalità

simbolica che vince la morte.

Tra i sonetti più importanti troviamo Alla sera, in cui la sera, osservata sia nella sua calma sia nella sua

tempesta, diventa simbolo di pace e di liberazione dalle sofferenze. Essa rappresenta la morte non come

paura, ma come quiete definitiva, in linea con la filosofia epicurea di Lucrezio, secondo cui la morte

coincide con la fine del dolore.

Il sonetto In morte del fratello Giovanni nasce dal lutto familiare e dal tema della sepoltura, riprendendo il

modello del Carme 101 di Catullo. Tuttavia Foscolo vive anche il dramma dell’esilio, che lo separa dalla

tomba del fratello e dalla madre, rendendo il dolore ancora più acuto. I temi principali sono il dolore per la

morte del fratello, l’esilio, il valore degli affetti, la nostalgia della patria e il culto della memoria.

In A Zacinto, forse il sonetto che esprime meglio il tema dell’esilio, il poeta si rivolge alla sua isola natale

con profonda malinconia, consapevole che non potrà mai più farvi ritorno. Zacinto è legata al mito classico,

poiché da essa sarebbe nata Venere. Nel testo compare anche il confronto con Ulisse: mentre l’eroe

omerico riesce a tornare in patria, Foscolo è destinato a morire lontano dalla sua terra. Tuttavia, se Ulisse

ottiene il ritorno, Foscolo spera di raggiungere una diversa forma di immortalità attraverso la poesia.

In conclusione, Foscolo è il poeta dell’esilio, della memoria e delle illusioni. Pur partendo da una visione

materialistica dell’esistenza, individua negli affetti, nella patria, nella poesia e nel ricordo dei morti dei valori

capaci di dare senso alla vita. Le sue opere ruotano costantemente attorno al conflitto tra realtà e ideale: la

realtà è dolorosa e deludente, mentre gli ideali rappresentano l’unica possibilità di resistere al dolore. Per

questo Foscolo incarna perfettamente il passaggio dal Neoclassicismo al Romanticismo e occupa un ruolo

centrale nella letteratura italiana dell’Ottocento.

Il Romanticismo

L’età del Romanticismo è un movimento culturale, artistico e letterario che si sviluppa in Europa tra la fine

del Settecento e la prima metà dell’Ottocento. Nasce come reazione all’Illuminismo e al Neoclassicismo,

due correnti che avevano posto al centro la ragione, l’equilibrio e l’imitazione dei modelli classici. I

romantici, invece, ritengono che la realtà non possa essere compresa soltanto attraverso la ragione: per

questo valorizzano il sentimento, l’immaginazione, la spiritualità, la soggettività e l’interiorità dell’individuo.

Il Romanticismo si sviluppa in un periodo di grandi cambiamenti storici. Eventi come la Rivoluzione

francese, l’età napoleonica, la Restaurazione e l’avvio dell’industrializzazione trasformano profondamente

la società europea. In questo contesto nasce una nuova sensibilità che mette al centro l’uomo, i suoi

sentimenti e il suo rapporto con la storia.

Per quanto riguarda il Romanticismo in Europa, esso nasce principalmente in Germania e in Inghilterra alla

fine del Settecento. Le sue caratteristiche fondamentali sono molteplici: l’esaltazione dei sentimenti e delle

passioni, l’importanza dell’immaginazione, il fascino per il mistero, l’infinito e il soprannaturale, il rapporto

con la natura vista come specchio dell’anima, la rivalutazione della storia e del Medioevo, il senso di

inquietudine e di insoddisfazione, l’attenzione all’individualità e alla libertà e infine il concetto di nazione,

cioè l’idea che ogni popolo possieda una propria identità culturale, storica e linguistica. In questo contesto

nasce anche la figura dell’eroe romantico, un individuo inquieto, tormentato, ribelle e spesso incapace di

adattarsi alla realtà.

In Italia il Romanticismo assume caratteristiche particolari rispetto agli altri Paesi europei. Dopo la sconfitta

di Napoleone, il Congresso di Vienna del 1815 ristabilisce l’ordine precedente e divide nuovamente la

penisola in diversi Stati, molti dei quali sottoposti all’influenza austriaca. In questo contesto gli intellettuali

romantici italiani attribuiscono alla letteratura una funzione civile e patriottica: essa deve contribuire

all’educazione del popolo e alla formazione di una coscienza nazionale che preparerà il terreno al

Risorgimento. Per questo motivo il Romanticismo italiano è generalmente meno interessato agli aspetti

fantastici e soprannaturali presenti in Germania e più orientato verso temi storici, morali e patriottici.

L’inizio ufficiale del Romanticismo italiano viene fatto coincidere con il 1816, anno in cui nasce la cosiddetta

polemica classico-romantica. Questa discussione coinvolge intellettuali e scrittori e contrappone due

schieramenti: da una parte i classicisti e dall’altra i romantici. I classicisti ritengono che la letteratura debba

continuare a ispirarsi ai modelli dell’antichità greca e latina, considerati perfetti e insuperabili, e difendono

quindi la tradizione letteraria italiana e l’imitazione dei classici. I romantici, invece, sostengono la necessità

di rinnovare la letteratura: secondo loro gli scrittori devono parlare del presente, affrontare problemi

contemporanei e utilizzare una lingua comprensibile ai lettori del loro tempo.

La polemica nasce da un articolo pubblicato nel 1816 dalla scrittrice francese Madame de Staël, intitolato

Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni. In questo testo Madame de Staël afferma che la letteratura italiana

è rimasta troppo legata ai modelli del passato e invita gli scrittori italiani a conoscere e tradurre le opere

straniere, soprattutto inglesi e tedesche. Secondo lei, il confronto con le letterature europee avrebbe

permesso di rinnovare la cultura italiana. Non propone però di abbandonare la tradizione nazionale, ma di

arricchirla attraverso il dialogo con le altre culture europee. L’articolo suscita un acceso dibattito e viene

considerato l’atto di nascita del Romanticismo italiano.

I romantici italiani accolgono in gran parte queste idee. Essi sostengono che la letteratura debba essere

utile alla società, educare il pubblico, affrontare temi contemporanei, utilizzare una lingua comprensibile,

rivolgersi a un pubblico più vasto e contribuire alla formazione di una coscienza nazionale. In questa

prospettiva la letteratura non deve più essere destinata solo agli intellettuali, ma deve parlare all’intera

società. Le idee romantiche si diffondono soprattutto attraverso il giornale Il Conciliatore, pubblicato a

Milano tra il 1818 e il 1819 e considerato il principale centro culturale del Romanticismo italiano.

Uno dei maggiori teorici del Romanticismo italiano è Giovanni Berchet. Nel 1816 pubblica la Lettera

semiseria di Grisostomo al suo figliuolo, considerata il manifesto del Romanticismo italiano. Berchet critica

la letteratura tradizionale e sostiene che la poesia debba rivolgersi al pubblico contemporaneo. Egli

distingue tra la “poesia dei morti”, cioè quella classica che parla di un mondo ormai lontano, e la “poesia dei

vivi”, cioè quella romantica che affronta temi vicini alla sensibilità moderna. Secondo Berchet la vera

letteratura deve rivolgersi al cosiddetto “popolo”, inteso non come le classi più povere, ma come la

borghesia colta che costituisce il nuovo pubblico dell’Ottocento.

Per Berchet, quindi, la poesia deve essere popolare. Questo non significa che debba essere semplice o

banale, ma che debba parlare ai lettori del proprio tempo, suscitando emozioni e partecipazione. La poesia

romantica deve affrontare temi vicini all’esperienza quotidiana e ai sentimenti contemporanei,

abbandonando l’eccessiva imitazione dei modelli antichi.

Le principali caratteristiche del primo Romanticismo italiano sono la funzione civile ed educativa della

letteratura, l’interesse per la storia nazionale, l’attenzione ai valori patriottici, la centralità dei sentimenti, il

rifiuto dell’imitazione meccanica dei classici, la volontà di rinnovare la cultura italiana, l’utilizzo di una lingua

più accessibile e il desiderio di raggiungere un pubblico ampio. Queste idee influenzeranno profondamente

autori come Manzoni e Leopardi.

Accanto alla produzione in lingua italiana si sviluppa anche una significativa poesia dialettale

nell’Ottocento. I poeti dialettali utilizzano le lingue locali per rappresentare la vita quotidiana, i problemi

sociali e la mentalità delle classi popolari. I due maggiori esponenti sono Carlo Porta per il dialetto milanese

e Giuseppe Gioachino Belli per il dialetto romanesco.

Carlo Porta è il più importante poeta dialettale lombardo. Attraverso il dialetto milanese descrive con

realismo la vita quotidiana del popolo e critica le ingiustizie sociali, l’ipocrisia e i difetti della società del suo

tempo. La sua poesia unisce ironia, realismo e attenzione verso i ceti popolari.

Giuseppe Gioachino Belli, invece, è il maggiore poeta dialettale romano. Scrive oltre duemila sonetti in

romanesco nei quali rappresenta la vita del popolo di Roma durante il periodo dello Stato Pontificio.

Attraverso il dialetto riesce a riprodurre fedelmente il linguaggio, la mentalità e la visione del mondo delle

classi popolari. La sua poesia è caratterizzata da realismo, ironia e satira sociale.

Tra i sonetti più famosi di Belli vi è Er giorno der giudizzio. In questa poesia viene immaginato il Giudizio

Universale secondo il punto di vista del popolo romano. Un tema religioso tradizionalmente solenne viene

rappresentato attraverso il linguaggio semplice e concreto della gente comune, con un effetto spesso

ironico e parodico: il popolo interpreta un evento sacro con categorie quotidiane e materiali. Attraverso

questo procedimento Belli mette in evidenza la distanza tra la religione ufficiale e la religiosità popolare. Le

caratteristiche principali del sonetto sono l’uso del dialetto romanesco, il realismo, l’ironia, la

rappresentazione della mentalità popolare e la critica implicita della società e delle istituzioni.

In conclusione, il Romanticismo rappresenta una svolta fondamentale nella cultura europea e italiana. Se in

Europa esalta soprattutto il sentimento, l’immaginazione e l’individualità, in Italia assume una forte funzione

civile e patriottica, contribuendo alla formazione della coscienza nazionale che porterà al Risorgimento. La

polemica classico-romantica, le idee di Madame de Staël e di Berchet e lo sviluppo della poesia dialettale

mostrano la volontà di rinnovare la letteratura e renderla più vicina alla realtà contemporanea. Da questo

clima culturale nasceranno alcune delle opere più importanti dell’Ottocento italiano e si affermeranno autori

destinati a segnare profondamente la storia della letteratura, come Alessandro Manzoni e Giacomo

Leopardi.

Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni nasce a Milano nel 1785 in una famiglia nobile e riceve inizialmente una formazione di

tipo classico, basata sullo studio dei modelli letterari tradizionali. Nei suoi primi anni entra però in contatto

anche con la cultura illuminista e con le idee razionalistiche del Settecento, che influenzano profondamente

la sua formazione intellettuale.

Un passaggio decisivo della sua vita è il soggiorno a Parigi, dove entra in contatto con l’ambiente culturale

europeo e matura una profonda crisi religiosa che lo porta alla conversione al cattolicesimo. Questa

esperienza segna in modo definitivo la sua visione del mondo e della letteratura, che da quel momento

diventa fortemente cristiana e centrata sull’idea della Provvidenza.

Per quanto riguarda la sua concezione della letteratura, Manzoni attribuisce all’arte non solo una funzione

estetica, ma soprattutto morale e civile: la letteratura deve educare il lettore e contribuire al miglioramento

della società. Nelle Lettere a M. Chauvet e nella Lettera a Cesare D’Azeglio sul Romanticismo, egli rifiuta il

formalismo del classicismo e afferma che la poesia deve avere come obiettivo il vero storico e umano, cioè

la rappresentazione fedele della realtà, interpretata però attraverso una visione morale. In questo senso

distingue tra vero storico, cioè i fatti realmente accaduti, e vero poetico, cioè la loro interpretazione artistica

e morale. La letteratura, quindi, non deve inventare in modo arbitrario, ma raccontare il vero rendendolo

significativo.

Dopo la conversione, Manzoni si dedica anche alla scrittura degli Inni Sacri, dedicati alle principali festività

religiose, con l’obiettivo di celebrare i valori cristiani e la presenza della Provvidenza nella storia. Accanto a

questi compone le Odi civili, tra cui la più importante è Il cinque maggio, dedicata alla morte di Napoleone.

In questa poesia emerge una riflessione profonda sulla grandezza e fragilità del potere umano,

accompagnata dall’idea che la storia non sia guidata dagli uomini, ma da un disegno provvidenziale

superiore.

Un altro ambito fondamentale della produzione manzoniana è quello delle tragedie, attraverso cui l’autore

rinnova profondamente il teatro, rifiutando le regole classiche e introducendo il principio della

verosimiglianza storica. Nel Conte di Carmagnola rappresenta la vicenda di un uomo ingiustamente

condannato, vittima dei conflitti politici e morali, sottolineando così l’ingiustizia della storia. Nell’Adelchi

emerge invece una visione ancora più pessimistica: la storia appare dominata dalla violenza e dal potere,

mentre gli uomini giusti sono spesso destinati alla sconfit

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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