Greco mitico
Vademecum 5
I generi letterari del greco
Per una corretta comprensione e traduzione di un brano greco concorre anche e soprattutto la conoscenza dell’autore e dell’opera cui appartiene il brano, dal punto di vista del contenuto, dell’ideologia e del genere letterario.
Come spesso accade a proposito delle opere letterarie greche, la nascita di un genere letterario coincide anche col suo perfezionamento e con l’acquisizione della sua consapevolezza artistica. La straordinaria invenzione da parte della lingua greca delle parole che furono cardine non solo di un nuovo modo di pensare, ma anche di intendere la natura umana, la vita sociale, il rapporto con gli altri popoli, la scienza e, in definitiva, tutti gli aspetti della ricerca umana portò alla consapevolezza di poter tramandare mediante generi letterari diversi il pensiero maturato durante quelle indagini.
È quanto successe per il genere letterario storiografico, filosofico, oratorio, del racconto del mito e del romanzo, della trattazione biografica, della trattazione scientifica. Troviamo, quindi, nella produzione letteraria greca, varie «lingue greche», tutte figlie dell’originaria lingua ellenica, ma ciascuna con aspetti, sviluppi e metodi propri, dovuti al tipo di genere trattato.
Ecco che, quando ci si cimenta nella traduzione di un brano, si deve scoprire l’ambito culturale, sociale e politico, in cui va inquadrato il testo, e si deve porre un’estrema attenzione alle concezioni politiche, filosofiche, culturali e religiose dell’autore del brano. Tutto questo porta alla considerazione che «l’esercizio del tradurre» non è solo un arido trasportare concetti e pensieri da una lingua all’altra, bensì coinvolge aspetti diversi dalla semplice conoscenza grammaticale e sintattica; nella traduzione dal greco viene coinvolta anche la sensibilità del traduttore, il rispetto della lingua da cui si traduce e il rispetto di quella nella quale si traduce, la cultura personale di chi traduce, che riporta il testo e l’autore ad un ben determinato settore politico, culturale e sociale.
Il genere storiografico
A questo genere contribuì l’interesse iniziale etnografico delle genti ioniche e in generale la spiccata propensione alla razionalità della stirpe ellenica. Dai ‘logografi’, i registratori delle tradizioni, si passa velocemente al vero e proprio fondatore della scienza storiografica, cioè Erodoto. La sua opera si presenta come resoconto di quanto egli ha visto, ma anche di quanto ha udito. Una salda concezione religiosa, che collega la fede negli dèi Olimpi a una superiore esigenza morale di giustizia, spinge Erodoto a ricordare con notevole ricorrenza che il parlare e l’agire degli uomini sono regolati da leggi spesso misteriose e indecifrabili, ma sempre comunque ispirate da una ragione divina.
L’autocoscienza del pensiero storico di Erodoto si manifesta come capacità di saper cogliere i rapporti fra gli avvenimenti contemporanei e di risalire da questi ad una causa prima che li ha messi in moto. La visione disinteressata dei fatti rappresenta uno scopo supremo, lo scopo terminale di ogni autentico storico che ricerca la verità e l’obiettività: con Tucidide, la storiografia si pone ormai come scienza, con la stessa lucidità intellettuale e lo stesso vigore dialettico con cui, in altro ambito, nasceva la filosofia della ragione e dell’essere quale risposta e superamento della filosofia del simbolo e della natura. Se Erodoto aveva vissuto gli eventi storici
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come il risultato delle forze divine e umane operanti in campi diversi, Tucidide osserva invece realisticamente quanto avviene intorno a lui, che gli appare svincolato da qualsiasi ipotesi divina; nella sua austera visione della storia come scienza razionale non c’è posto per il mondo degli dèi, né si può rintracciare nell’agire degli uomini una radice o un’ascendenza o un’esortazione divina. Si capisce così che a lui importi innanzitutto di accertare con il massimo di verità l’esattezza delle cose dette e la realtà delle cose fatte. Tucidide fu un grande punto di riferimento per i suoi continuatori, tra i quali troviamo Senofonte, che completò, avvalendosi probabilmente di materiale già raccolto da Tucidide, il racconto della guerra del Peloponneso nelle sue "Elleniche"; manca in quest’opera un’approfondita analisi delle cause, mentre prevale l’interesse per il singolo episodio e personaggio, per cui, se più volte sono messi in luce con competenza tecnica i particolari di una battaglia o della figura di un comandante, essi non vengono rapportati e unificati in un motivo centrale, né spiegati mediante la connessione con una superiore legge storica. Egli è un amabile narratore, senza il fascino del racconto erodoteo, ma la sua capacità di padroneggiare gli avvenimenti e di cogliere la portata dei mutamenti storico-politici nell’età della transizione dalla polis all’egemonia macedone fu senz’altro inferiore agli avvenimenti.