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Lezione 002

01. Che l’italiano sia la lingua ufficiale d’Italia è detto nello Statuto autonomico della Provincia di Bolzano e nella legge 1999/482. La Costituzione italiana del 1948 non lo dichiara espressamente; le prime menzioni giuridiche si trovano appunto nello Statuto di Bolzano (1972) e nella legge 482/1999.

02. La variazione diafasica indica la variazione della lingua condizionata dalla situazione comunicativa, dalla funzione del messaggio e dal contesto. Questa dimensione riguarda il variare della lingua in base alle circostanze in cui avviene la comunicazione e al rapporto tra gli interlocutori.

03. La ‘Slavia veneta’ è una regione di lingua slovena in Friuli (provincia di Udine). Le fonti identificano la Slavia veneta (Slovenska Benečija) come una regione di lingua slovena situata in provincia di Udine che gravita da secoli nell'orbita linguistica italiana.

04. La legge n° 482 del 15 dicembre 1999 riconosce come lingue di minoranze albanese, greco, sloveno, croato, tedesco, sardo, francoprovenzale, friulano, ladino, catalano, francese. La legge include sia lingue appartenenti a gruppi non romanzi che lingue del dominio romanzo, ma ha esplicitamente escluso i dialetti italiani da tale tutela.

05. Una «varietà» di lingua è individuata dalla presenza di specifici tratti linguistici correlabili con fattori extralinguistici. Una varietà è definita dal co-occorrere di tratti linguistici (fonologici, morfologici, ecc.) con proprietà extralinguistiche come l'area geografica, lo strato sociale, il periodo storico o la situazione comunicativa.

Assi di variazione in linguistica

06. Quanti e quali sono gli assi di variazione in linguistica? Gli assi di variazione in linguistica sono cinque. La variazione diacronica (o storica) indica il mutamento della lingua lungo l'asse del tempo. La variazione diatopica (o geografica) esprime il variare della lingua in relazione allo spazio. La variazione diastratica (o sociale) riguarda le variazioni condizionate dall'appartenenza dei parlanti a diversi strati o gruppi sociali. La variazione diafasica (o situazionale) è condizionata dalla situazione comunicativa e dal contesto. Infine, la variazione diamesica è determinata dal mezzo fisico, scritto o orale, con cui viene realizzato il messaggio.

Parlanti bilingui in Italia

07. Che cosa si intende per parlanti «bilingui» in Italia? In Italia sono definiti bilingui quei parlanti che usano correntemente la lingua italiana accanto a un dialetto o a una lingua minoritaria ufficialmente riconosciuta. Tra queste varietà figurano, ad esempio, il friulano, il sardo, il tedesco, lo sloveno e l'albanese. Si distingue tra bilinguismo individuale e sociale, che si verifica quando i componenti di una comunità usano regolarmente più lingue interagendo fra loro. Questi parlanti possiedono nel proprio repertorio linguistico sia l'italiano, con le sue varietà interne, sia un altro codice. La compresenza di due lingue utilizzabili senza distinzione funzionale in qualunque contesto è detta bilinguismo sociale. Tale condizione costituisce in realtà la situazione più diffusa, mentre il monolinguismo è considerato l'eccezione. Molti italofoni rientrano in questa categoria poiché integrano il dialetto locale nella comunicazione informale.

Lezione 003

01. La maggiore regressione della dialettofonia si ebbe nel secondo dopoguerra (anni Cinquanta e Sessanta del Novecento). Sebbene la pratica del dialetto sia regredita costantemente dall'Unità d'Italia, sono stati i profondi mutamenti economici e sociali del secondo dopoguerra, in particolare negli anni Cinquanta e Sessanta, a far regredire drasticamente la situazione di dialettofonia imperante.

02. La tesi proposta da Pietro Bembo prevedeva l’adozione del fiorentino del Trecento. Nelle sue Prose della volgar lingua (1525), Bembo propose come modello per la lingua letteraria il fiorentino degli autori dell'«aureo» Trecento, identificando in Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio i modelli stilistici e linguistici principali.

03. La base dell’italiano moderno è nel fiorentino del secolo XIV. Le fonti indicano esplicitamente che la base dell'italiano moderno si trova nel fiorentino del Trecento (ovvero il XIV secolo), diffusosi anticamente grazie al prestigio delle opere di Dante, Petrarca e Boccaccio.

04. Alessandro Manzoni, nella versione definitiva dei I promessi sposi, adottò la lingua coeva della classe colta della città di Firenze. Per l'edizione definitiva del suo romanzo (1840), Manzoni scelse come modello il fiorentino vivo e parlato dalle classi istruite della Firenze a lui contemporanea, superando i modelli arcaizzanti del purismo.

05. La lingua proposta dal Vocabolario degli Accademici della Crusca (1612) corrisponde al fiorentino del Trecento. Lionardo Salviati, ispiratore del Vocabolario, adottò la tesi di Bembo ma ne ampliò il canone: il suo modello non si limitava ai grandi classici ma si estendeva, in generale, a tutto il fiorentino del Trecento, includendo anche autori minori del periodo.

Il fiorentino trecentesco nella Questione della lingua

06. Quando e in che modo si afferma il fiorentino trecentesco durante la ‘Questione della lingua’?

L'affermazione definitiva del fiorentino trecentesco come lingua scritta egemone avviene nel Cinquecento, nell'ambito del dibattito noto come Questione della lingua.

Sebbene il fiorentino avesse già iniziato a influenzare i sistemi di scrittura volgari (scriptae) di varie regioni tra il XIV e il XV secolo grazie al prestigio delle opere di Dante, Petrarca e Boccaccio, la sua consacrazione ufficiale avvenne attraverso i seguenti passaggi fondamentali:

  • La tesi di Pietro Bembo: Nel 1525, con la pubblicazione delle Prose della volgar lingua, prevalse la proposta del veneziano Pietro Bembo. Egli sostenne un modello arcaizzante, additando come esempi supremi della lingua letteraria il fiorentino "aureo" del Trecento, in particolare quello di Petrarca per la poesia e di Boccaccio per la prosa. La prospettiva bembiana era estetica e retorica, basata sul concetto umanistico di «imitazione dei classici» applicato alla letteratura romanza.
  • Caratteristiche del fiorentino trecentesco: Tale varietà si prestava al ruolo di lingua nazionale perché era particolarmente conservativa e vicina al latino volgare, un tratto molto apprezzato dai letterati del tempo. Inoltre, appariva in certi casi equidistante rispetto alle altre varietà italiane.
  • L'opera di Lionardo Salviati e della Crusca: La posizione di Bembo fu ripresa e ampliata da Lionardo Salviati, il quale non si limitò ai "grandi" ma incluse nel canone tutti gli autori fiorentini del Trecento, visti con nostalgia come un'epoca di perfezione linguistica. Questa visione purista ispirò il Vocabolario degli Accademici della Crusca (pubblicato per la prima volta nel 1612), che divenne il punto di riferimento normativo per secoli.

A partire dal XVI secolo, il fiorentino trecentesco così codificato si diffuse in tutti gli ambiti colti (letterario, religioso, amministrativo, scientifico), mentre i restanti volgari d'Italia iniziarono a essere definiti, in senso subordinato, dialetti.

Lezione 004

01. Le componenti della lingua in cui l’italiano regionale si mostra maggiormente debitore nei confronti del dialetto sono la fonologia e il lessico. Le fonti indicano che l'emergere dei diversi italiani regionali è il risultato del trasferimento di tratti dai dialetti locali alla lingua nazionale, specialmente per quanto riguarda l’intonazione (fonologia) e l'uso di voci locali (lessico).

02. Dal XVI secolo in poi, il termine ‘dialetto’ assunse un valore nettamente peggiorativo. A partire dal Cinquecento, con la Questione della lingua, il termine passò dal designare varietà di pari dignità (come nel mondo greco) a indicare varietà subordinate culturalmente al fiorentino, percepite come organismi informi e privi di una struttura grammaticale adatta allo scritto.

03. Per quale motivo – dal '500 al '900 – alcuni autori scelsero di scrivere in dialetto? Per ragioni espressive. Gli autori hanno fatto un "uso riflesso" del dialetto per fini artistici, poiché il fiorentino letterario era considerato la lingua dei generi "alti", mentre il dialetto era scelto coscientemente per generi realistici, parodici o per il teatro comico.

04. Nella seconda metà del Novecento, la pratica del dialetto è regredita soprattutto nel Nord-Ovest. Il regresso dei dialetti è stato più forte nelle regioni che hanno vissuto un intenso sviluppo industriale e urbanizzazione dopo il 1960, come Piemonte, Lombardia e Liguria, mentre è rimasta più forte nel Sud e nel Nord-Est.

05. L’uso scritto dei dialetti era diffuso nel Medioevo, ma è regredito a partire dal Cinquecento. Sebbene quasi tutti i dialetti avessero una tradizione scritta medievale per scopi amministrativi e religiosi, essi cedettero il passo al fiorentino letterario nel XVI secolo, momento in cui l'italiano divenne la lingua scritta per eccellenza.

06. I dialetti sono subordinati alle lingue nazionali per ragioni storico-sociali o culturali. La linguistica moderna riconosce l'equieffabilità di tutte le lingue, stabilendo che la gerarchia tra lingua e dialetto non dipende da fattori intrinseci, ma dalla comunità dei parlanti per motivi storici, sociali o legati al prestigio letterario.

Tratti principali dell’italiano regionale

07. Quali sono i tratti principali dell’italiano «regionale»?

L’italiano regionale è una varietà della lingua nazionale nata dal processo di unificazione linguistica del Paese, che ha portato molti parlanti dialettofoni ad acquisire l’italiano trasferendovi tratti della propria lingua materna.

I tratti principali che caratterizzano l’italiano regionale si manifestano soprattutto nei seguenti ambiti:

  • Fonetica e intonazione: è l'ambito in cui l'influsso del dialetto è più evidente. Ad esempio, nell'italiano settentrionale (specialmente nel Nord-Est) si tende a scempiare le consonanti doppie (es. gatto pronunciato [ˈgato]), mentre nell'italiano centro-meridionale i fonemi /b/ e /ʤ/ vengono pronunciati sempre raddoppiati in posizione intervocalica (es. rubare pronunciato [rubˈbare]).
  • Lessico: si distingue per la presenza di regionalismi, ovvero forme a diffusione geografica limitata. Questi possono essere:
    1. Significati locali di parole esistenti anche in italiano (es. in Veneto balconi con il valore di ‘imposte’).
    2. Voci locali che hanno un equivalente in italiano (es. al Nord paciugo per ‘fanghiglia’).
    3. Geosinonimi, ovvero sinonimi con diffusione areale limitata che indicano oggetti per i quali non esiste un termine standard uniforme (es. adesso al Nord, ora in Toscana, mo’ al Sud).
  • Morfosintassi: l'interferenza dialettale può colpire anche la struttura della frase. Ad esempio, in alcune aree (come il Veneto) si registra l'uso di le come pronome dativo plurale per influenza del dialetto.

Dal punto di vista sociolinguistico, l'italiano regionale si articola in diverse sottovarietà a seconda dell'estrazione dei parlanti: le classi istruite usano un italiano regionale con tratti locali meno marcati e limitato prevalentemente all'uso orale; le classi popolari presentano invece una caratterizzazione locale molto più forte, che emerge anche nello scritto (italiano regionale delle classi popolari o popolare regionale).

Lezione 005

01. Lungo una linea immaginaria che congiunge Massa a Senigallia i dialetti settentrionali si incontrano con il toscano a ovest e con i dialetti centro-meridionali a est. Questa linea (spesso definita anche La Spezia-Rimini) segna il confine settentrionale delle parlate toscane e centro-meridionali.

02. In Italia, è possibile individuare tre aree dialettali principali: dialetti italiani settentrionali, toscani, centro-meridionali. All'interno di questi tre gruppi fondamentali si riscontrano poi ulteriori differenziazioni e sottovarietà.

03. Per isole linguistiche ‘altoitaliane’ (o ‘gallo-italiche’) si intendono delle aree di alcune regioni meridionali (Sicilia, Basilicata e Campania) in cui si parlavano varietà di tipo settentrionale. Si tratta di colonie create tra l'XI e il XIV secolo da coloni provenienti dall'Italia nord-occidentale (Piemonte, Liguria, Emilia) trasferiti nel Meridione.

04. Nel Principato di Monaco – indipendentemente dalla lingua nazionale – che lingua parla la maggioranza della popolazione autoctona? Il monegasco (varietà ligure occidentale). Nonostante il francese sia la lingua ufficiale dello Stato, la popolazione autoctona parla questa varietà ligure a cui è riconosciuto lo statuto di lingua nazionale.

05. Quale tra i seguenti caratteri non è condiviso da tutti i dialetti italiani settentrionali? La presenza di vocali anteriori arrotondate. Sebbene l'indebolimento delle occlusive, la perdita della lunghezza consonantica e la doppia serie di pronomi soggetto siano tratti comuni, le vocali anteriori arrotondate (/y/ e /ø/) sono tipiche dei dialetti gallo-italici ma risultano assenti nel veneto.

Classificazione dei dialetti italiani

06. Come sono classificati i dialetti italiani? La varietà dialettale d’Italia è estremamente ricca e viene generalmente suddivisa in tre aree principali, identificate sulla base di confini linguistici come la linea Massa-Senigallia e la linea Roma-Ancona:

  1. Dialetti settentrionali (o alto-italiani): comprendono il gruppo dei dialetti gallo-italici (piemontese, ligure, lombardo, emiliano, romagnolo) e il gruppo veneto.
  2. Dialetti toscani: includono le varietà parlate in Toscana, strutturalmente molto simili alla lingua italiana.
  3. Dialetti centro-meridionali: si articolano a loro volta in tre sottogruppi:
    • Area mediana: marchigiano centrale, umbro, laziale (escluso il meridionale) e l’aquilano.
    • Area meridionale (intermedia): laziale meridionale, marchigiano meridionale, abruzzese-molisano, pugliese, campano, lucano e calabrese settentrionale.
    • Area meridionale estrema: varietà del Salento, della Calabria centro-meridionale e della Sicilia.

Caratteristiche dei dialetti centro-meridionali

07. Quali sono le caratteristiche principali dei dialetti centro-meridionali? I dialetti centro-meridionali condividono alcuni tratti conservativi e diverse innovazioni linguistiche rispetto al latino:

  • Conservazione della lunghezza consonantica: a differenza dei dialetti settentrionali, mantengono l’opposizione latina tra consonanti lunghe e brevi (es. pelle vs pele).
  • Assimilazioni consonantiche progressive: il passaggio dei nessi -ND- > nn (es. monno per mondo) e -MB- > mm (es. jamma o gamma per gamba).
  • Metafonesi: l'alterazione del timbro delle vocali toniche medie o basse causata dall’influsso delle vocali finali latine -i e -u (es. napoletano pilə per ‘pelo/-i’).
  • Sonorizzazione delle occlusive dopo nasale: le consonanti /k, p, t/ diventano sonore dopo /n/ (es. baːngə per banco, mondə per monte).
  • Uso di tenere per avere: impiego del verbo tenere con valore non ausiliare (es. tengo famiglia).
  • Possessivo enclitico con i nomi di parentela: il possessivo viene posposto e perde l'accento (es. màtrema per ‘mia madre’, sòrata per ‘tua sorella’).
  • Indebolimento delle vocali atone: tipico delle aree meridionali (come il napoletano), dove le vocali finali si neutralizzano nel suono indistinto schwa /ǝ/.
  • Oggetto preposizionale: l'uso della preposizione a davanti a un complemento oggetto riferito a persona (es. napoletano sient’a mme per ‘ascoltami’).

Lezione 006

01. Nella prospettiva sociolinguistica, i principali fattori di differenziazione sociale sono il reddito, la professione, il grado di istruzione. Sebbene il reddito e la professione siano fattori generali di differenziazione, le fonti specificano che nella prospettiva sociolinguistica assume un peso determinante anche il grado di istruzione.

02. All’interno di una comunità linguistica si nota in genere la presenza di una varietà alta, maggiormente dotata di prestigio, e di una varietà bassa, meno prestigiosa. Le fonti indicano che ai due estremi della gerarchia sociolinguistica si trovano solitamente queste due varietà, tra le quali esiste poi una gamma di varietà intermedie che formano un continuum.

03. Come si chiama il ramo della linguistica che si occupa specificamente della variazione interna della lingua in relazione alla categoria sociale del parlante? Sociolinguistica. Il testo definisce esplicitamente la sociolinguistica come il ramo della linguistica che studia la variazione interna alla lingua in correlazione con la categoria sociale del parlante (variabile diastratica).

04. Una «varietà di lingua» è un insieme di tratti linguistici di un sistema linguistico che co-occorre con un certo insieme di tratti sociali o situazionali. Questa definizione identifica l'elemento fondamentale di una varietà nel co-occorrere di fenomeni linguistici (come fonologia o lessico) con proprietà extralinguistiche (come la classe sociale o la situazione d'uso).

Ambiti di competenza della sociolinguistica

05. Quali sono gli ambiti di competenza della sociolinguistica?

La sociolinguistica è il ramo della linguistica che si occupa specificamente dello studio della variazione interna alla lingua in relazione alla categoria sociale del parlante. Il suo ambito di competenza principale consiste nell'interpretare la correlazione tra variabili sociali e la varietà interna della lingua, analizzando come i tratti linguistici (fonologici, morfologici, sintattici e lessicali) siano legati a fattori extralinguistici.

Tra i principali ambiti e concetti di cui si occupa la sociolinguistica figurano:

  • Varietà di lingua e repertorio: Definisce le diverse forme in cui la lingua si realizza e l'insieme delle risorse linguistiche (lingue e varietà) a disposizione di un parlante o
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Serena1 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica "e-Campus" di Novedrate (CO) o del prof Giola Marco.
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