Sono nata il ventuno a primavera
Sono nata il ventuno a primavera
Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserp
Sono nata il ventuno a primavera
Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserp
una dea agreste. Secondo la mitologia fu rapita nelle vicinanze di Enna da Plutone che, per curiosità, emerse dagli inferi. Egli la costrinse a diventare sua sposa e regina degli Inferi. La madre di Proserpina, Cerere, dea dell'agricoltura e dei frutti della terra, cercò disperatamente la figlia ovunque e, in preda alla disperazione, trascurò la crescita delle messi e il rigoglio della vegetazione. Sulla Terra giunse così un duro inverno che pareva interminabile. Giove, re degli dei, preoccupato per le sorti degli uomini che morivano di fame e freddo, confidò a Cerere che Proserpina era stata rapita da Plutone. La madre lo pregò di intercedere presso il fratello Plutone per liberare la fanciulla. Nel frattempo Proserpina interruppe il digiuno di protesta contro il rapimento cedendo alla tentazione di mangiare sei semi di melagrana, frutto offertogli con l'inganno. La ragazza ignorava, infatti, le conseguenze del suo gesto: chi avesse mangiato i semi della melagrana, sarebbe stato costretto a rimanere negli Inferi per l'eternità.
Giove, per placare la rabbia di Cerere, convinse Plutone a tener con sé la ragazza per soli 6 mesi, tanti quanti i chicchi di melagrana che lei aveva mangiato. Per i restanti mesi poteva tornare dalla madre. Fu così che Cerere, nel periodo in cui la figlia era negli Inferi, decise di far calare il freddo e il gelo sulla Terra, come segno di dolore, per poi far risvegliare la natura per il ritorno in superficie di Proserpina. L'alternanza delle stagioni si fa risalire proprio a questo mito.
Proserpina è lieve perché leggera, spensierata, giovane e innocente tanto da produrre frumenti gentili. Essa osserva i rovesci che bagnano i suoi frutti, vede piovere sulle erbe/ sui grossi frumenti gentili e piange la sera sfogando il suo dolore nel momento più malinconico della giornata. Le sue lacrime son cariche di sofferenza ma anche di speranza, proprio come una preghiera. Tale immagine è un altro parallelismo tra la natura e la vita dell'autrice. La speranza ha da sempre accompagnato la Merini e l’ha aiutata a continuare a combattere, nonostante il dolore e il demonio del manicomio, per affermare la primavera che aveva in sé.
La poesia Sono nata il ventuno a primavera, scritta ormai in età matura e tratta dall'opera (o raccolta di poesie) Vuoto d'amore pubblicata nel 1991, è quindi di stampo autobiografico. Alda Merini ha spesso utilizzato la sua stessa vita come fonte di ispirazione, quasi per analizzarla, elaborarla e nelle poesie spiega la sua visione del suo vissuto e del mondo.
Nel 1999 l'Unesco ha istituito per il 21 marzo la giornata mondiale della poesia e la poetessa dei navigli non poteva davvero scegliere giorno migliore per presentarsi al mondo. “Il 21 marzo è la festa mondiale della poesia, ma il 21 come inizio della primavera è un caso, primavera è folle perché è scriteriata, perché è generosa. Però incontra anche il demonio. E io l’ho incontrato il demonio. Era il manicomio” ha dichiarato la poetessa in un’intervista a cura di Luciano Minerva nel dicembre 2006.
Ho bisogno di sentimenti
Io non ho bisogno di denaro.
Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all’orecchio degli amanti.
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.
Fiore di poesia (1951-1997)
Ho bisogno di sentimenti è il riassunto della filosofia di vita della Merini: alla poetessa non interessano regali vuoti e privi di significato che si possono meramente acquistare con poco impegno e col vile denaro. L'autrice preferisce, anzi, necessita di chiacchierate vere e sincere, non a vanvera; ha bisogno di gesti e attenzioni ricchi di significato, di fiori detti pensieri/ di rose dette presenze che le diano emozioni forti e travolgenti; vuole sentimenti spontanei e viscerali, canzoni che facciano danzare le statue. Le anafore e le ripetizioni danno al lettore il senso di quanto per l'autrice sia forte il bisogno e il desiderio di tutto ciò.
Il componimento è un crescendo di richieste impellenti e quotidiane descritte dettagliatamente e rappresentate dalle meno necessarie, ma non trascurabili, alle più impellenti. Non a caso l'ultima richiesta, che merita una sua proposizione nuova e dedicata, è la poesia. La “magia che brucia la pesantezza delle parole/ che risveglia le emozioni e dà colori nuovi” è, per la Merini, il bene primario, l'essenziale.
Come un mago che trasforma un banale fazzoletto nero in un mazzo di fiori colorato tra lo stupore del pubblico, così la poesia trasforma magicamente le ombre scure del passato e questa triste realtà quotidiana (v. 14/15, A tutti i giovani raccomando, A. Merini) in vocaboli emozionanti e dai nuovi e più vivaci significati provocando sentimenti piacevoli.
Il riferimento autobiografico è palese: la poesia è per la Merini emozione, vita e salvezza di fronte alla sofferenza, ai ricordi del manicomio e agli inferni interiori.
I poeti lavorano di notte
I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio
ma i poeti nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.
Destinati a morire
I poeti lavorano di notte racconta come, quello del poeta, sia un mestiere fuori dall'ordinario, ben diverso dal lavoro in ufficio. I poeti scrivono di notte perché sono più ispirati: elaborano, creano e producono nel momento della giornata in cui non c'è frenesia perché il tempo è dilatato e non urge su di loro. Dall'imbrunire in poi vi è la condizione ideale per concepire la poesia che poi vedrà la luce all'alba. Il rumore cittadino è momentaneamente assopito, non c'è fretta, l’orologio non viene più fissato con angoscia, non hanno importanza gli orari, non ci sono appuntamenti e consegne da rispettare e finalmente termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano così spesso di notte che ormai vivono come gli uccelli notturni: osservano coi loro occhi di falco e cantano dolcemente come gli usignoli, i loro versi. Sanno di offendere Iddio perché lavorano nell'oscurità, ma lo fanno umilmente con la testa china.
Solo nella notte possono esplodere, sfogarsi, urlare il loro silenzio interiore trascrivendolo in versi che scuoteranno gli animi, provocheranno sentimenti ed emozioni più di un cielo stellato.
La mia poesia è alacre come il fuoco
La mia poesia è alacre come il fuoco,
trascorre tra le mie dita come un rosario.
Non prego perché sono un poeta della sventura
che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,
sono il poeta che grida e che gioca con le sue grida,
sono il poeta che canta e non trova parole,
sono la paglia arida sopra cui batte il suono,
sono la ninnananna che fa piangere i figli,
sono la vanagloria che si lascia cadere,
il manto di metallo di una lunga preghiera
del passato cordoglio che non vede la luce
La volpe e il sipario, 1997
In questo componimento Alda Merini riflette sulla propria poesia. Riconosce che è viva e dinamica come la fiamma di un fuoco ed è così tanto attiva che lei stessa la sente scorrere via tra le dita come i grani della corona di un rosario. Ma nonostante la vitalità della sua poesia, lei si definisce un poeta della sventura sottolineando la rassegnazione che prova davanti alla sofferenza dovuta ai fantasmi del passato coi quali ancora però lotta e, alcune volte, preferisce non raccontarli in versi.
Ne I poeti lavorano di notte ha spiegato che il suo mestiere è fuori dall'ordinario, e qua lo ribadisce. Il suo stesso fare poesia è diverso, è al contrario. Lei sfoga il suo dolore attraverso i versi e si diverte nel farlo, gioca con le sue grida, scrive e compone ma non trova i termini più consoni, sono il poeta che canta e non trova parole, per questo, a volte, preferisce tacere nonostante abbia cercato per ore un modo di esprimersi nella maniera per lei più idonea. Così si sente diversa, opposta, impotente, incapace di compiere il suo dovere: è come paglia secca che se calpestata fa suono non crepitio; è come una cantilena che non fa addormentare i bambini ma li fa piangere; è come la vanagloria senza festeggiamenti, vuota, sgonfia, che si lascia cadere. La Merini perciò sente di fare l'opposto di ciò che ci aspetta di solito dalla poesia. La sua incapacità e rassegnazione viene espressa nella parte finale del componimento. La poetessa si sente insensibile, fredda e pesante come un mantello di metallo che blocca il calore di una speranza seguita per tanto tempo invano, che non vede la sua realizzazione, non vede la luce. Con tale affermazione la Merini conclude il ragionamento degli opposti: la sua poesia è alacre come il fuoco ma lei, come poeta, si è rassegnata alla vita. La sua poesia, non a caso, è stata definita ossimorica proprio per la continua presenza di parole che esprimono concetti contrari ottenendo comunque una chiarezza espressiva.
A tutti i giovani raccomando
A tutti i giovani raccomando:
aprite i libri con religione,
non guardateli superficialmente,
perché in essi è racchiuso
il coraggio dei nostri padri.
E richiudeteli con dignità
quando dovete occuparvi di altre cose.
Ma soprattutto amate i poeti.
Essi hanno vangato per voi la terra
per tanti anni, non per costruirvi tombe,
o simulacri, ma altari.
Pensate che potete camminare su di noi
come su dei grandi tappeti
e volare oltre questa triste realtà
quotidiana.
La vita facile, 2001
A tutti i giovani raccomando è un componimento ricco di speranza e coraggio. In esso Alda Merini esorta i giovani ad allargare l'orizzonte della conoscenza di sé stessi, dell'umanità e del mondo. Li sollecita a leggere, studiare, conoscere e apprendere con umiltà, devozione e rispetto i contenuti e gli insegnamenti che ne derivano. Nei libri, infatti, vi è la storia, essenziale per apprendere appieno la cultura e la vita dell’uomo, e meritano di essere letti con attenzione. Quando il linciaggio delle ore (v.4, I poeti lavorano di notte, A. Merini) ruberà tempo e tranquillità, si potranno chiudere materialmente i libri che, se letti con rispetto, resteranno aperti nella nostra anima dove non prenderanno mai polvere.
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